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martedì 9 ottobre 2007

Molto rumore per nulla (I)

«Papà, smetti di fumare». Lui spara e la uccide. Accaduto a Padova, dove Alberto Chignoli, 56 anni, promotore finanziario, ha sparato quattro colpi alla figlia ventunenne appena laureata e preoccupata per la sua salute. «L'ho ucciso perché mi chiamava gay». Nel Messinese, un uomo di 49 anni, sposato e padre di una ragazza, ha sparato contro un giovane calciatore venticinquenne che lo derideva in piazza. A Torino, Ezio Garofalo, 54 anni, con problemi cardiaci, è morto dopo essere stato colpito con due testate al petto da Giovanni Borda, 49 anni, un suo vicino di casa durante un diverbio. Al centro della contesa un dosso di cemento che Borda aveva costruito davanti alla sua abitazione e che l'altro aveva toccato con la macchina. Pochissimi giorni dopo, Aldo Maroglio, 58 anni, spara con una calibro 22 a Gianpaolo Borsotto, 42 anni, quest'ultimo morto in seguito alle ferite: «Faceva troppo rumore al mattino». E come dimenticare i mostri di Erba? Hanno massacrato un'intera famiglia, nonna, mamma, bambino e una vicina di casa perché colpevoli di «fare troppo rumore». Dopo la strage si sono persino lasciati sfuggire più di un commento di entusiasmo raccolto dalle intercettazioni ambientali: «Adesso sì che si vive bene, senza quelli», «Vedi come si sta in pace?».

Casi isolati ed estremi, senz'altro. Ma sempre più frequenti e preoccupanti. Per chi, come me, proviene da una metropoli inquinata, rumorosa e caotica come Il Cairo, con i suoi quasi 16 milioni di abitanti, 10 milioni nelle periferie e altri 5-6 di pendolari, vedere gente che uccide perché il vicino faceva "troppo rumore" è a dir poco tragico e allucinante. Eppure le liti tra vicini, al Cairo, non mancavano. Anche per i motivi più futili o snervanti, incluso il rumore dei bambini impegnati a giocare per strada fino all'una del mattino, il baccano provocato dalla centrifuga della lavatrice alle tre, o il registratore audio sparato a pieno volume alle due e mezza. Ma se la memoria non m'inganna, non ho mai sentito di qualcuno che abbia ucciso il vicino a causa del rumore. E dire che la polizia, in Egitto, difficilmente interviene per una segnalazione di disturbo della quiete pubblica. Per una chiamata del genere, al massimo, si sente anche la fragorosa risata dell'ufficiale preposto a raccogliere le chiamate all'altro capo del filo. Questo è solo uno dei tanti problemi che caratterizzano la vita del Cairota sensibile, come è il caso del sottoscritto.

Apprezzo la vita in Italia soprattutto per la quiete che caratterizza le sue città. Pur vivendo a Torino, che secondo alcuni sarebbe l'esempio della città industriale, inquinata e grigia per antonomasia (tutto falso, lo assicuro), mi sento in Paradiso. Eppure al Cairo abitavo a Héliopolis, un quartiere orientaleggiante costruito da un barone belga agli inizi del secolo, pieno di villette e giardinetti e particolarmente curato in quanto sede del Palazzo presidenziale e oggetto delle attenzioni di un comitato presieduto dalla moglie del Presidente in persona. I miei compagni d'università, originari della Sardegna, appena arrivati a Torino si lamentavano del "caos" di Torino. Io rispondevo loro che, per quanto mi riguarda, Torino - con i suoi viali alberati, la mancanza di claxon, le facciate dei palazzi rimesse a nuovo - era vera e propria "campagna". Percorro, spesso e volentieri, l'intero centro città - da un capo all'altro - a piedi: per me è come fosse un quartiere. Quindi sono il primo a voler preservare questa tranquillità, ad indignarmi se il vicino di casa ascolta musica ad alto volume (accaduto, in Italia), o se un ragazzino trasforma la strada in una pista per allenarsi con la moto dotata di una stramaledetta marmitta modificata (accaduto anche questo). Eppure nell'appartamento dove stavo prima, il vicino di casa era solito accogliermi, ogni santo giorno, lamentandosi del rumore dei mobili che io avrei trascinato alle due del mattino. Giuro che a quell'ora sono nel mondo dei sogni. Oppure lavoro, tranquillamente, al computer. Mi sto chiedendo tuttora di quali mobili stava parlando. Boh...oggi ringrazio Iddio che mi ha almeno risparmiato la vita. Leggi la Seconda Parte