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lunedì 19 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (I)

Fino a poco tempo fa, sembrava che la cosiddetta "Questione islamica" in Italia fosse appannaggio esclusivo di una specie di Politburo, una lobby particolarmente aguerrita formata da politicanti di varia estrazione, direttori di quotidiani, presentatori televisivi, giornalisti e pseudo-intellettuali. Tutti uniti e particolarmente impegnati nella produzione seriale di puntate televisive, editoriali, libri e fiaccolate ad una sola condizione: parlare - ovviamente male - di Islam, passando dall' "emergenza" terrorismo a quella della poligamia, dalla "madrassa" al velo, senza mai accennare a qualcosa di positivo. Il resto seguiva come naturale corollario: "no alle moschee", "basta all'immigrazione islamica", "liberiamo le donne musulmane" e via discorrendo. E cosi piovevano voti, inviti televisivi e prebende varie ma anche altre presenze insignificanti - vere e proprie zavorre - ansiose di aggiogarsi al carro. Per sei anni dopo l'11 settembre queste truppe cammellate hanno impazzato per televisioni, radio, quotidiani, rotocalchi e persino programmi sportivi per diffondere il loro verbo. Ma come tutti i fenomeni effimeri costruiti sul Nulla, sembra che l'edifico innalzato nel corso degli anni stia cominciando a schricchiolare, a presentare crepe e sfaldature come preambolo per una fine ingloriosa nel profondo della melma su cui è stato costruito.

I toni che ha assunto la polemica conseguente alla pubblicazione, su Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara, dell'appello lanciato da 138 saggi musulmani alle autorità ecclesiastiche cristiane, la dicono lunga sulle profonde lacerazioni - tutte interne - che stanno investendo in questi giorni la presunta lobby italiana della cosiddetta "Questione islamica". Ma cominciamo dall'inizio. Ferrara ha definito l'appello in questione come "una parola di umiltà e di riconciliazione all’interno della sollevazione fondamentalista che investe il mondo islamico. Ci piace quest’idea pragmatica secondo cui musulmani e cristiani formano oltre metà della popolazione mondiale e la “sopravvivenza” dipende da un accordo tra di loro". Anzi, di più: "I 138 riaprono la strada al razionalismo arabo dei Mutaziliti che produsse Farabi, Avicenna e Averroè. (...) Dopo Ratisbona c’era bisogno di una mano islamica tesa verso la nostra umma. Questo è un buon inizio". Magdi Allam, invece, da bravo censore ed inquisitore qual'è, ha obiettato dicendo che "Rincresce pertanto che in Italia sia stato proprio Il Foglio di Giuliano Ferrara, da sempre in prima fila nella difesa di Israele e contro il terrorismo islamico, a cadere nel tranello teso da maestri nell'arte della dissimulazione. Accreditando come «Fatwa della riconciliazione» una lunga dissertazione teologica sull'unicità di Dio e sull'amore del prossimo, in cui non compare mai la parola Israele e il suo diritto alla vita, così come non si fa alcuna esplicita menzione del terrorismo islamico e della sua condanna".

Fin qui siamo nei limiti dell'apparente buona educazione e del civile scambio di opinioni. Segue un battibecco a suon di editoriali, repliche e controrepliche. Ferrara però non rinuncia, giustamente, a bacchettare Allam rilevando che il suo intervento era "formalmente corretto ma dal vago sapore censorio", specificando che "Stavolta ci è sembrato più serio esaminare in modo aperto, senza ripetere concetti come litanie, un testo la cui ambiguità aperturista e dialogante, sia per il suo tenore teologico sia per il suo senso politico sia per i suoi firmatari, farebbe scandalo o introdurrebbe contraddizione nelle moschee e nelle madrasse in cui si predica il jihad". Ma dire una cosa del genere a Magdi Allam, che da quattro anni ci propina, appunto, gli stessi temi come una litania è come predicare nel deserto. Ferrara quindi aggiunge che Allam - ma non credo che quest'ultimo sia tenuto a saperlo, bensi il suo direttore - dovrebbe "sapere come sono fatti i giornali. Hanno, quando ce l’abbiano, un’identità, ma non una linea generale, custodita magari da cattedratici che ne spiegano le virgole e i punti di sospensione con il dito alzato. L’identità del Foglio è certa: è il giornale del dissenso islamico in Europa e nel mondo, che si batte solitario per una comprensione strategica della guerra in Iraq e per una rigorosa lotta al terrorismo, è il giornale dello Usa day e delle giornate per Israele. Ma non è un foglio di ortodossia anti-islamica, men che meno di professionismo anti-islamico, incapace di usare la ragione per capire le sfumature di senso in testi e fatti che gli si presentano davanti". A questo punto interviene Carlo Panella, con un articolo dei suoi, dove bolla l'appello come "venato di antisemitismo, pieno di ipocrisia, che fa finta che la pace dipenda da tensioni tra cristiani e musulmani, mentre invece è messa in pericolo dalla Fitna, da una lacerazione tutta interna al mondo musulmano". Ed è proprio questo il momento in cui l'edificio comincia a traballare violentemente. (Leggi la Seconda Puntata)