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mercoledì 7 novembre 2007

Farsi dieci tucul (rumeni) (II)

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Siamo nel 2007. L'assassinio della moglie di un comandante della Marina da parte di un rom - un singolo, deprecabile, caso di cronaca nera - è stato usato come pretesto per invocare un "radicale ripulisti" dei rom, se non di tutti i rumeni residenti in Italia. Sfruttando l'onda di emotività, il governo ha emanato un decreto per espellere i cittadini comunitari e ha mandato le ruspe per spianare i campi nomadi, bande di fanatici hanno accoltellato e attaccato cittadini stranieri innocenti, i mezzi di informazione hanno condito il tutto con la consueta, becera, propaganda, mentre l'opinione pubblica - come al solito - applaude e giustifica. E' esattamente - seppur in versione ridotta - quando accaduto in Etiopia circa settant'anni prima, il 19 febbraio 1937, dopo il fallito attentato al neovicerè Graziani, quando Mussolini inviò un telegramma che recitava: "Non attribuisco al fatto un'importanza maggiore di quella che effettivamente ha, ma ritengo che esso debba segnare l'inizio di quel radicale ripulisti assolutamente, a mio avviso, necessario nello Scioa". Nel suo ottimo libro, "Italiani Brava Gente", Angelo del Boca riporta due cronache significative dell'epoca: quella di un testimone dei fatti, Antonio Dordoni, e quella del giornalista Ciro Poggiali. Dordoni racconta che "si riversarono nei quartieri indigeni e diedero inizio alla più forsennata "caccia al morto" che si fosse mai vista. In genere davano fuoco ai tucul con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di fuggire ai roghi. Intesi uno vantarsi di "essersi fatto dieci tucul" con un solo fiasco di benzina. Un altro si lamentava di avere il braccio destro stanco per il numero di granate che aveva lanciato. Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un colpo durante tutta la guerra e che ora rivelava rancori ed una carica di violenza insospettati. Il fatto è che l'impunità era assoluta. Il solo rischio che si correva era quello di guadagnarsi una medaglia. Che io sappia, i carabinieri intervennero una sola volta, per impedire che si bruciassero i magazzini dell'indiano Mohamedally".

Se non siamo ancora arrivati a questi livelli è perché, su disposizioni del Governo, i Carabinieri sono impegnati a radere al suolo i "tucul" dei rom, non con la benzina e le bombe - di questo si occupano altri - ma con le ruspe. Di fatti però la sostanza non cambia: al delitto di uno si risponde con una rappresaglia di massa, coinvolgendo persone innocenti. Sono curioso di vedere se le forze dell'ordine riusciranno a rintracciare almeno gli autori degli attentati ai lavoratori regolari rumeni, che stiamo ancora aspettando che rintraccino quelli che hanno dato fuoco ai luoghi di culto islamici quest'estate e negli anni scorsi. Più significativo comunque il resconto di Poggiali: "Tutti i civili che si trovavano ad Adis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano per strada. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di massa, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente". Una minaccia, questa, che spunta dal passato per finire direttamente sulla parete di un negozio rumeno oggi, in puro dialetto romano: "Ve bucamo la testa".

Molti esultano nei commenti non pubblicati di questo blog, invitandomi a valutare "attentamente" la "reazione degli italiani". Un folle mi ha persino scritto che "mi sa che il tuo progetto dovrà aspettare. L'Italia non è ancora pronta ad essere musulmana". Ma quale musulmana!!!! Se non fosse per l'adesione all'Unione Europea e la presenza dell'Esercito Statunitense sul suo territorio, Dio solo sa che cosa sarebbe potuto ancora accadere in questo paese. Un'assidua lettrice ha riassunto con poche parole magistrali quella realtà che molti si ostinano a negare, ovvero "quell'atavico senso d'italica rivalsa in quel mancato colonialismo esercitato nel più barbaro e "graziadio" breve dei modi, dove alla vergogna è necessario che segua il rispettoso silenzio per le vittime innocenti del delirio folgorante e pericoloso di una delle pagine più buie e incresciose della storia nazionale. Ed ecco che per magia l'impulso al colonialismo forse mai sopito, ritorna prepotente, un po' come le provincie irredente, e come d'incanto abbiamo anche noi le colonie che non ci obbligano a viaggi e trasferimenti o bonifiche. Le nostre colonie vengono da noi, vivono con noi. Le nostre belle colonie in casa nostra che fanno bella mostra di sè e nulla chiedono, salvo appellarsi sporadicamente e debolmente al senso di civiltà e dignità. Ma come non essere orgogliosi delle proprie conquiste e non mostrarle al mondo intero? Dopo anni di frustranti umiliazioni ecco la rinascita! Eh no Signori miei, voi (immigrati, ndr) servite al paese! Altro che Pax augustea o Editto di Caracalla, finalmente abbiamo anche noi quanto ci spetta, un'occasione troppo ghiotta! Historia Magistra non docet. Ahimè!"