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mercoledì 28 novembre 2007

L'Islam e il Viral Marketing

L'ultima tecnica usata per lanciare un prodotto sul mercato è il viral marketing islamico. Di norma, il principio del viral marketing si basa sull'originalità di un'idea che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l'idea che può rivelarsi interessante per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, soprattutto via internet. È un'evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un'intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna. Il principio del viral marketing islamico, invece, funziona diversamente: non importa l'originalità dell'idea, basta farsi minacciare dal barbuto islamico di turno. A causa della fatwa, il prodotto si espande molto velocemente tra la popolazione occidentale, si assicura pubblicità gratuita sui media tradizionali e non, e l'idea - magri neanche tanto brillante - viene passata da un utente all'altro con la scusa della "difesa della libertà di espressione". Con questo sistema, autori che nessuno avrebbe degnato di una lettura sono riusciti a vendere milioni di copie, giornali sconosciuti sono diventati autorevoli quanto il New York Times, registi mediocri sono diventati delle star da spupazzare per festival e mostre, pittori che fanno vomitare sono riusciti a piazzare qualche stupida vignetta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per lanciare un film, un libro, un quadro o una danza è assolutamente necessario farsi minacciare, essere colpiti da qualche fatwa, foss'anche dal portinaio di un palazzo al Cairo.

Prendete l'esempio dell'Idomeneo di Mozart. Un anno fa, circa, la Deutsche Oper di Berlino ha sospeso lo spettacolo annunciato per una scena (ovviamente mai sognata da Mozart) in cui venivano tagliate le teste di Maometto, Gesù e Buddha (ma non di Mosè), ovviamente per paura di "attacchi islamici". Kelebek racconta molto bene la dinamica sul suo blog: "Ovviamente i musulmani che puliscono le strade della Germania, mandano avanti le fabbriche e costruiscono le case non sono i normali frequentatori del teatro dell'opera, e quindi nessuno di loro si era nemmeno accorto dell'esistenza dello spettacolo. Però, il non attacco islamico contro quello spettacolo è diventato l'ennesimo crimine da mettere in conto ai musulmani: "odiano Mozart". Poi, dopo qualche mese di campagna pubblicitaria, gli organizzatori hanno improvvisamente ritrovato il coraggio di fare lo spettacolo, diventato così un Evento mondiale, con relativi incassi". Nello stesso post vengono analizzati anche altri casi, come quello di Magdi Allam e i suoi libri, quello di Theo Van Gogh e il suo cortometraggio (finito tragicamente) e infine quello di Charles Merrill, un miliardario americano che ha bruciato in una sorta di performance un antico manoscritto del Corano, valutato circa 60.000 dollari, che era stato regalato a sua moglie - anche lei miliardaria - dal Re della Giordania. Quest'ultimo è finito nell'assoluta indifferenza dei media, forse perché - come rileva Kelebek - il miliardario "conosce lo "scandaloso" rogo di libri effettuato dai nazisti, mentre non sa che il modo più rispettoso per eliminare una copia del Corano (o della Torà) consiste proprio nel bruciarla".

L'ultimo caso della serie è quello di Selin Tamtekin, figlia di un diplomatico turco, 33 anni, 14 dei quali trascorsi a Londra. Laureata in arte allo University College di Londra, fa la gallerista a Mayfair e brinda al suo primo romanzo, "La figlia del diplomatico turco", appena uscito in Gran Bretagna e di prossima pubblicazione nella sua nativa Turchia. "Storia di sesso nell’alta società. Inno all’amore libero tra una giovane turca benestante e tanti uomini, tra cui un padrone di casa e un marinaio, sposati alcuni, e col doppio degli anni pure. A Ginevra, Londra, Istanbul, Islamabad". Il giorno dopo, la stampa britannica la battezza «Salman Rushdie in gonnella». Avrà mica ricevuto qualche Fatwa? Macché! Racconta infatti il Corriere: "Eppure nessuno ha scagliato una fatwa contro Tamtekin, né la giovane ha ricevuto minacce di morte. Che possa accaderle è un’idea di un suo amico inglese, William Cash, editore di una rivista per miliardari a Londra. Cash ha dato un party per lanciare il libro di Tamtekin alla galleria Maddox Arts, nell’esclusivo quartiere di Mayfair. «È diventata la Salman Rushdie della Turchia», ha detto. Dopo la rivelazione del suo vero nome in patria (il romanzo è firmato con lo pseudonimo Deniz Goran), «ha dovuto nascondersi», ha incalzato. La stampa britannica ha preso nota e il Times ha titolato: «Sex and the Muslim Girl», il sesso e la ragazza musulmana, paragonandola anche al regista Theo Van Gogh, assassinato in Olanda per il suo film sull’Islam". Non si capisce come abbiano fatto a tirare fuori il paragone, se non ha manco ricevuto la Fatwa agognata. Neanche una piccola piccola! Ai quotidiani che la intervistano, l'autrice dice che ha avuto relazioni con uomini più grandi e sposati: «Non suggerisco alle ragazze di fare come me, ma dovevo vivere queste esperienze per maturare». Provoca, ma si lamenta: «La stampa turca ha scoperto chi sono e mi sono ritrovata in prima pagina su tutti i giornali. Mi hanno definita una prostituta dei quartieri alti». Secondo il Times, "Tamtekin è stata «derisa» e ha causato «oltraggio» in Turchia". Però il giornalista turco Gokan Eren precisa: «I quotidiani non le hanno prestato così tanta attenzione». Secondo il Times, inoltre, Tamtekin è «la prima donna turca musulmana a pubblicare un libro esplicito sul sesso». Ma ad Eren non risulta: «Da 25-30 anni vi sono giornaliste e scrittrici turche che parlano di sesso, raccontando anche le proprie esperienze. La prima fu Duygu Asena, duramente criticata per La donna non ha nome, ma oggi considerata una grande femminista». «Si sta facendo pubblicità - osserva Emre Kizilkaya sul suo blog Istanbulian - Funziona sempre con i media occidentali: è il solito trucco dello scrittore novellino mediorientale che vive in Occidente e denuncia la propria cultura». Come dargli torto?