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venerdì 16 novembre 2007

Perché non lo firmerò

Pochi giorni fa, in anteprima assoluta, un carissimo amico di Nazione Indiana mi ha inoltrato - invitandomi giustamente a firmarlo - un appello molto interessante, intitolato "Il triangolo nero". L'appello, promosso da un gruppo di amici scrittori (e i nomi di prestigio di certo non mancano) allarmati dalla deriva razzista che attraversa l’Italia, sta facendo il giro della rete in queste ore. E' un appello condivisibile in ogni sua frase, ogni parola, ogni virgola, ogni punto: impensabile non firmarlo. Chi, come il sottoscritto, ha fatto della battaglia contro il razzismo e la xenofobia una battaglia quotidiana, sia sul blog che nella vita "vera", non può di certo rimanere insensibile di fronte a questa encomiabile assunzione di responsabilità. Non è forse evidente, infatti, che "La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori"? Non è forse vero che dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un Rom non si è parlato invece della donna rom "che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita" e che invece della "donna rumena violentata e ridotta in fin di vita da un uomo" non si era saputo nulla, cosi come dopo l'aggressione a tre innocenti rumeni per "vendetta", "nessun cronista è andato accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità"? Chi potrebbe negare che "nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista"? Nessuno, con un minimo di onestà intellettuale almeno, potrebbe negare tutto questo. Eppure io quell'appello non lo firmerò. Non posso firmarlo. Vorrei tanto farlo, ma non lo farò. E non sto parlando solo di questo particolare appello ma di tutti gli altri appelli - tutti condivisibilissimi - che sono apparsi o che appariranno in rete.

Il motivo che me lo impedisce non scaturisce soltanto dalla mia convinzione che non basta una firma su una email che gira per cambiare il mondo, ma perché oggi firmare un appello è come firmare una propria condanna a morte virtuale. C'è sempre qualcuno in giro dotato del tempo sufficiente per scorrere le diecimiladuecentotrentratre firme in calce all'appello in questione per vedere chi altro l' ha firmato. E se vi scopre qualcuno che gli sta antipatico, o con cui non è d'accordo ideologicamente o politicamente, sono guai. "Ah, quell'appello l'ha firmato quel nazista del cognato della vicina di casa di mia nipote": allora tutti quelli che l'hanno firmato son scalmanati nazisti. Oppure quell'appello "l'ha firmato quel fetente comunista del portinaio della cugina di mia bisnonna": allora sono tutti pezzenti comunisti. Se invece compaiono sia le firme dei "nazisti" che quelle dei "comunisti", si grida ovviamente al complotto nazicomunista, e agli interessi oscuri che hanno miracolosamente accomunato entrambi. Se poi a proporre l'appello stesso è gente controversa (e oggi "controversi" lo sono un po' tutti grazie a martellanti campagne diffamatorie di varia natura e intensità), allora è la fine. La tua firma in calce al documento diventa una specie di marchio della bestia, un sigillo dell'Apocalisse: "Hai accettato di mettere la tua firma vicino a questo e a quell'altro!", "Come hai osato firmare il documento con Tizio e Caio!" Come se le loro firme fossero affette da lebbra e avessero il potere di contagiare, con l'inchiostro virtuale, anche la mia persona. Come se io avessi apposto la mia firma in calce al documento perché vi compare questo o quell'altro e non perché ho invece aderito ad un'idea, un principio, una causa giusta indipendentemente da tutto e da tutti. Il risultato è che si assiste persino a scene esilaranti di persone che si affrettano a "ritirare" le proprie firme, magari dopo aver letto, condiviso e persino firmato un appello, perché non sia mai che la loro firma si ritrovi accanto a quella di Sempronio, che - lo sanno tutti - frequenta le prostitute. Ecco perché mi sono sempre imposto di non firmare nessun appello (Quell'unica volta che ho fatto un'indispensabile eccezione, la mia firma non è apparsa, forse per un disguido). Anche se ne condivido persino la punteggiatura. Il rischio di ritrovarsi invischiato in una di quelle demenziali diatribe "per associazione" e "per contiguità" è troppo alto. La mia sola firma potrebbe scatenare le fantasie più malate, dare adito alle teorie di complotto più assurde. A questo punto, gli appelli - per quanto mi riguarda almeno - stanno bene dove sono stati concepiti, ovvero nelle nostre menti e nelle nostre coscienze. Se devono proprio assumere qualche altra forma, che sia quella del nostro operato quotidiano.