Notizie

Loading...

sabato 30 giugno 2007

Yalla, Italia!

*«Yalla, Italia!» è un mensile satirico in italiano che contiene articoli e vignette (tutte con traduzione italiana, alcune si possono vedere qui) riprese da siti e giornali simili diffusi in Europa. E' in edicola con il settimanale non profit «Vita» diretto da Giuseppe Frangi.
di Jesi Carlotta, Il Corriere, 25 maggio 2007
«Sono musulmana, porto il velo, ho iscritto le mie figlie dalle suore Orsoline, navigo sul sito Internet del Vaticano, adoro i Queen e sogno in italiano». Sorride Sumaya Abdel Kader, 28enne nata a Perugia da genitori palestinesi e trasferitasi a Milano per prendere la seconda laurea, Scienze politiche dopo Biologia. Sorride perché sa di essere una musulmana lontanissima dallo stereotipo di generazione chiusa, serissima e un pò fanatica con cui sono spesso bollati i ragazzi nati da genitori immigrati. Invece Sumaya, rappresentante dei giovani musulmani italiani di Milano (sposata con un musulmano, due figlie di 4 e 2 anni), è andata oltre. Ha creato un giornale - Yalla, Italia!, o Vai Italia! - scritto, in italiano, da una redazione di musulmani under 30 che, a partire dal 26 maggio, ogni mese sarà allegato al settimanale Vita. Obiettivo: «Abbattere il muro di diffidenza che ci circonda e raccontare che, contrariamente a quanto si crede, siamo allegri, simpatici e spiritosi». Il modo migliore per riuscirci? Quello indicato da Persepolis, il cartoon sulla vita di un' adolescente musulmana emigrata in Europa, tratto dall' omonimo libro a fumetti dell' autrice iraniana Marjane Satrapi, in concorso al festival di Cannes: l' autoironia. Da qui il titolo del primo numero del giornale, «Ridere da musulmani»: 8 pagine di articoli, e soprattutto di vignette, che non risparmiano nessun aspetto della cultura araba, dal velo al corano. Come è nato «Yalla, Italia»? «Il professor Paolo Branca, docente di letteratura araba all' Università Cattolica, mi ha proposto di lavorare a un giornale che desse voce agli immigrati di seconda generazione. Con me hanno aderito altri sette ragazzi, cinque donne e due uomini, che vivono e studiano a Milano. Il settimanale Vita ha creduto nel progetto e ci ha dato spazio. Coordinatore editoriale del giornale è Martino Pillitteri». Una redazione in maggioranza femminile, come mai? «Femminile e velata. Alcune di noi studiano ancora, altre lavorano come mediatrici culturali, interpreti ed ostetriche. Credo dipenda dal fatto che le ragazze, più dei maschi, abbiano ancora pochi spazi per esprimere la loro opinione. E invece sono molte le cose che non sapete sul nostro conto». Per esempio? «Facciamo sport e siamo attente alla moda. Al punto che molte ragazze, a Milano, hanno deciso di studiare moda all' università con l' obiettivo di diventare stiliste e creare abiti che rispettino i nostri valori culturali senza rinunciare all' estetica o alla ricerca sui tessuti». Anche una musulmana che manda i figli dalle suore stupisce. «Invece sono molte le famiglie islamiche di Milano che scelgono scuole cattoliche per i propri figli: hanno paura che perdano di vista i valori di base comuni all' Islam e al Cristianesimo, come il rispetto per l' altro e il senso di Dio. In famiglia, inoltre, dialoghiamo molto sulle differenze religiose. Mia figlia di 4 anni, per esempio, un giorno è tornata a casa e si è fatta il segno della croce prima di mangiare. Con l' aiuto delle maestre, le ho spiegato che i musulmani non lo fanno. Mai sottovalutare i bambini. Fin da piccoli, noi musulmani di seconda generazione abbiamo vissuto tra due culture, non abbiamo un unico punto di vista sulle cose e, soprattutto, non crediamo che il nostro approccio alla vita sia l' unico giusto e possibile». Non tutte le musulmane di seconda generazione sembrano libere ed aperte come lei. «Certo. "Yalla, Italia!" è nato anche per loro e per le loro famiglie. Per dar voce a chi, a vent' anni, lotta per costruirsi un' identità». Ha parlato di autoironia: come ridete di voi stessi? «C' è una battuta che dice: l' unica cosa su cui gli arabi sono d' accordo è di non riuscire ad accordarsi su nulla». Ci si riconosce? «No. Io mi sento italianissima. In casa, con mio marito che è musulmano, parlo italiano. Ho studiato in italiano. Sogno in italiano. Se questa intervista me l' avesse fatta in arabo sarei riuscita a dire la metà di ciò che ho detto».
*23 mila Sono i musulmani di 2ª generazione a Milano, 10% I giovani che frequentano la moschea, secondo lo studio del professor Branca.

venerdì 29 giugno 2007

Più a fondo vi scava il dolore...

A Brescia si è aperto il processo contro il padre di Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa dal padre perché fidanzata con un ragazzo italiano. Fuori dall’aula c'era un gruppetto di donne, capeggiate da Souad Sbai e Adriana Bolchini, le due star indiscusse della puntata taroccata di Santoro sulla "Questione islamica" (sic). L'intenzione era - ufficialmente - quella di protestare contro il barbaro assassinio della giovane ragazza (e, contemporaneamente, appoggiare la richiesta di costituzione come parte civile avanzata - ma respinta dal giudice - da parte dell'Associazione presieduta dalla Sbai). Guardando questa foto dell'On. Santanché - immancabilmente presente alla protesta, accanto alla Sbai e alla Bolchini, in difesa delle povere donne islamiche maltrattate - non ho potuto che constatare e prendere atto del sincero cordoglio dipinto sul suo volto in questa tragica circostanza. Il dolore sprigionato dai suoi lineamenti sconvolti dalla tristezza mi ha davvero colpito, e mi sono amaramente pentito di non aver aderito a quella manifestazione. Sono sicuro che tutti i presenti si sono profondamente emozionati e commossi assistendo alla disperazione dell'On. Santanché, che quasi superava quella della madre della ragazza uccisa, entrata in aula in lacrime. Finalmente abbiamo di fronte l'esempio di un politico sincero e attento alla sensibilità delle vittime e dei telespettatori. Finalmente un politico che rinuncia alle telecamere e alle interviste e che rifiuta di cavalcare l'onda islamofobica che investe l'Italia, per portare in ogni casa italiana una profonda partecipazione al dolore di una famiglia extracomunitaria, vittima dell'ignoranza e di consuetudini tribali, che con l'Islam non c'entrano nulla. Grazie, di cuore, On. Santanché, per la sua significativa e decisamente inequivocabile presenza. Come scriveva Khalil Gibran: "Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere". Il suo volto ne è testimonianza.

mercoledì 27 giugno 2007

Denunciato Santoro

Una denuncia per diffamazione aggravata da motivi razziali è stata presentata alla procura di Torino da uno degli imam chiamati in causa lo scorso 29 marzo in un servizio televisivo della trasmissione «Annozero» di Michele Santoro. (La Stampa).
Ricordo che la protesta contro la puntata demenziale di Anno Zero sulla "Questione islamica" (sic) prosegue tuttora. Continuo infatti a ricevere copie delle email inviate da persone giustamente indignate alla redazione, che non solo si è guardata bene dallo sporgere pubbliche scuse, ma non si è nemmeno degnata di riportare almeno una delle lettere di protesta sul sito della trasmissione. Un motivo in più per rompere loro i cosiddetti ulteriormente. Di seguito ripropongo il modello della protesta.
"Gentile Dott. Santoro. E' passato un po' di tempo, da quando ha mandato in onda la puntata del 29 marzo scorso sulla violenza nei confronti delle donne islamiche. Nel caso le sia sfuggito, le rammento che l'accusa rivolta in fine trasmissione all'Imam di una delle moschee locali (predicazione di odio e invito alla non-integrazione) è stata smentita da una perizia della Procura di Torino che ha stabilito che nella predica non vi era “nessun appello alla guerra santa, nessuna apologia di terrorismo e nemmeno istigazione a delinquere”. Anzi, ci sarebbero persino “inviti a non esacerbare gli aspetti religiosi”. Nel caso le sia sfuggito, le rammento anche che l'Imam in questione, padre di tre bambini e residente in Italia da 18 anni rischiava l'espulsione in base al Decreto Pisanu proprio a causa della Sua trasmissione. Nel caso le sia sfuggito, le rammento inoltre che nel corso della puntata ha dato spazio ad una tale Adriana Bolchini, presentata come Direttore dell'Osservatorio sul Diritto Internazionale e Italiano, mentre in realtà la Sig.a si occupa di magia bianca e cartomanzia. A questo punto le chiedo se non sarebbe segno di onestà intellettuale e serietà professionale scusarsi - nonostante l'inspiegabile ritardo da parte sua nel farlo finora - con i telespettatori che pagano il canone e la comunità islamica seriamente danneggiata dalla sua trasmissione. Cordiali saluti. (Firma)

Viva Israele. O tempora o mores! (III)

Leggi la Prima Puntata - Leggi la Seconda Puntata
Torniamo a Viva Israele, l'ultimo libro di Magdi Allam. Al di là del preciso scopo elettorale che anima il suo autore e che lo spinge a tentare di rifarsi una verginità politica - la Clinica Italia è rinomata per questo tipo di operazioni - che cancelli il suo passato di "estremista di sinistra" per collocarlo a destra o comunque in un ambito affine all'area neoconservatrice e teocon della politica italiana, vi è un motivo ben più importante che si cela dietro la pubblicazione in questione. Un'esigenza che affonda le necessità nella geopolitica e negli interessi strategici internazionali, e che va ben al di là di Allam e del suo libro. Questa vitale esigenza viene in parte rivelata da Francesca Paci, corrispondente da Gerusalemme del quotidiano torinese La Stampa, che in un recente articolo ci informa che "Alcuni mesi fa il ministro degli Esteri (israeliani, ndr) Tzipi Livni ha convocato i diplomatici e i migliori specialisti di PR (pubbliche relazioni, ndr) sul mercato per pianificare una strategia mediatica a tappeto che sganciasse l’idea che si ha del Paese dalla questione palestinese, ammettendo che «c’è un problema d’immagine enorme»".
Che Israele soffra di un problema di immagine enorme è un dato di fatto: un sondaggio pubblicato nel 2003 a Bruxelles rivelava che per una buona percentuale di europei Israele "sarebbe più minaccioso dell’Iran e della Corea del Nord". Nel Regno Unito si sta allargando il fronte del boicottaggio, che ha già coinvolto il sindacato di ricercatori inglesi UCU nel “boicottaggio di tutte le istituzioni accademiche israeliane” e la Chiesa anglicana, fino a coinvolgere i giornalisti e il potente sindacato inglese della pubblica amministrazione UNISON. Il Sudafrica, che subì l'embargo ai tempi dell'Apartheid, ha appoggiato immediatamente l'iniziativa inglese: il maggiore sindacato sudafricano ha lanciato una campagna per il boicottaggio dei prodotti israeliani e il ministro Ronnie Kasrils, di religione ebraica, supporta attivamente il boicottaggio. In Italia, Beppe Grillo - autore del blog più seguito in assoluto in Italia, e uno dei primi al mondo - ha confessato che "Israele fa paura. Il suo comportamento è irresponsabile. Ecco, l’ho detto. E non sono neppure ubriaco" e si moltiplicano le voci a favore del boicottaggio, sia in ambito accademico che in ambito economico.
La leadership israeliana è estremamente preoccupata dai segnali provenienti da Londra, per timore che la campagna si estenda al resto dell'Europa. Ed è proprio per questo che il ministro degli esteri Livni ha creato immediatamente una task force governativa, alla quale partecipano politici, accademici e sindacalisti israeliani, il cui scopo è di promuovere le pubbliche relazioni nel Regno Unito e nel resto d'Europa, per evitare che ad Israele venga associata l'immagine dell'Occupazione. La guerra israeliana in Libano non ha fatto che compromettere ulteriormente l'immagine già traballante del paese. All'epoca io stesso ebbi modo di scrivere, anticipando i tempi, in un articolo significativamente intitolato "Il suicidio di Israele", che "Sia ben chiaro che le sconfitte di Israele non sono né militari né strategiche: su questo piano la superiorità di Israele è garantita dall'illimitato appoggio statunitense. Non sono nemmeno diplomatiche, visto che il veto americano è sempre pronto a bloccare qualsiasi risoluzione di condanna e che, come ha fatto sapere il ministro degli Esteri D'Alema ieri, "se Israele vuole fare la guerra noi non abbiamo i mezzi per fermarlo". Non sono nemmeno sconfitte di immagine "istituzionale," visto che alle perdite che Israele subisce e alle sue "ragioni" ci pensano, ed in maniera fortemente parziale, tutti i media ufficiali in Occidente. Le sconfitte di Israele sono invece di simpatia presso i popoli, di credito presso "l'uomo di strada".
E' in questo contesto di campagna pubblicitaria e promozionale che si sta dipanando in tutta Europa, commissionata, guidata e ispirata da una task force governativa israeliana, che si inserisce tutta una serie di pubblicazioni tese a rifare completamente l'immagine di Israele agli occhi dell'uomo di strada anche in Italia. Negli ultimi mesi, il mercato editoriale è stato letteralmente invaso da pubblicazioni dai titoli inequivocabili: "Israele siamo noi" di Fiamma Nirenstein, "Autodafè", di Emanuele Ottolenghi, "L'Eurabia" di Bat Ye'or, e persino un Maxim che sfoggia immagini di sensuali ed improbabili soldatesse israeliane in tanga (originale di Maxim qui. Memorabile il commento di Robecchi su Il Manifesto). L'iniziativa è talmente aggressiva e soverchiante che rischia di vanificarsi in modo del tutto autonomo. Vi renderete conto, a questo punto - soprattutto se lo confrontate con i servizi di Maxim - che "Viva Israele" di Magdi Allam non è altro che un ben misero e insignificante contributo ad una causa ben più ampia di natura strettamente politica ed ideologica. Interessante notare però la concertata discesca in campo di tutti questi amici - sinceri e non - di Israele. Fiamma Nirenstein è sorella di Susanna Nirenstein, ex-collega di Magdi Allam a La Repubblica, la prima ad essere menzionata nella pagina di ringraziamenti dell'autore. Anche Fiamma conoscerà Allam, che a sua volta dirà - nella stessa pagina di ringraziamenti - di condividere con lei "un rapporto intellettuale e umano intenso e un intesa forte sui valori di fondo". Il libro di Ottolenghi, ringraziato anch'esso nelle stesse pagine, è invece prefato da Allam in persona. Ma Ottolenghi è anche membro del Board di relazioni internazionali della Fondazione Magna Charta presieduta dall'On. Marcello Pera. Board di cui fa parte Fiamma Nirenstein. E, guarda caso, anche Magdi Allam. (Leggi la Quarta Puntata)

martedì 26 giugno 2007

Viva Israele. O tempora o mores! (II)

Leggi la Prima Puntata
"Sfilavo e urlavo anch'io questi slogan con i "compagni" a Roma. Indossando la divisa ideologia d'ordinanza: stivaloni da battaglia che sanno di stato d'emergenza, jeans che sanno di proletariato, eskimo preferibilmente color grigioverde che sa di guerriglia urbana, borsa di cuoio dell'artigianato di Tolfa che sa di solidarietà operaia, il giornale del partito o di area politica in bella vista nella tasca del giaccone o infilato nel retro dei pantaloni che sa di lotta di classe, infine come distintivo della militanza terzomondista, la kefiah palestinese a scacchi bianche e neri da avvolgere al collo, magari con la variante più spinta che copre la bocca lasciando liberi solo gli occhi per accrescerel'identificazione con i Fedayin, o anche semplicemente allacciandola come un vessillo alla borsa, che sa in ogni caso di rivoluzione". (Magdi Allam, Viva Israele, P. 100). Viene quasi spontaneo chiedere ad Allam se nell'armamentario sopra descritto figurasse anche una finta cintura da Kamikaze. Ma forse non è il caso metterlo in imbarazzo ulteriormente.
In effetti, molti si sono chiesti perché Allam abbia deciso di rivelarci tutti questi truci e sconvolgenti dettagli della sua vita passata. Nel suo libro precedente, "Io amo l'Italia, ma gli italiani la amano?", si era spinto fino a rivelarci di aver simulato un suicidio per costringere la madre a lasciarlo venire in Italia, che è stato sottoposto all'elettroshock, che ha presentato documenti falsi in questura per rinnovare il permesso di soggiorno. Il perché di cotanta sincerità è presto detto. Anzi, lo dice la copertina di Tempi sopra riportata. Non è un fotomontaggio, anche se molti avrebbero preferito che lo fosse. E' l'autentica copertina del 24 maggio scorso di un settimanale che esce il giovedì in tutte le edicole della Lombardia, del Veneto, del Friuli Venezia Giulia, di Roma e Bologna città, abbinato gratuitamente a "Il Giornale". Non dice nulla di più di quanto Allam non ci abbia già rivelato nel suo precedente libro. Il nostro si sta candidando non solo a fare il Ministro dell'Immigrazione, integrazione e cittadinanza, ma a guidare le sorti dell'intero paese e degli italiani. "Asham Iblis fi al-Jannah", direbbe l'egiziano che è in me: l'anelito di Satana per il Paradiso.
Di fatti, Allam sta applicando alla lettera i precetti del manuale elettorale statunitense: bisogna svelare in prima persona, e battendo nei tempi, tutto ciò che gli avversari potrebbero usare o strumentalizzare contro l'eventuale candidatura futura. Un solo passo falso, un qualsiasi dettaglio insignificante taciuto può rivelarsi un boomerang fatale per la carriera politica che si vuole intraprendere. Di Allam mi occupo da un bel po', ho incontrato numerosi suoi ex-compagni dai Salesiani ed ex-colleghi di lavoro che giuravano e spergiuravano che un giorno Allam andava in giro con la kefiah, inneggiando alla resistenza palestinese, che attaccava duramente la Lega e la Destra, che negava la minaccia del terrorismo islamico attaccando persino le forze dell'ordine, che si spingeva fino ad accusare esponenti della Conferenza episcopale italiana e i vertici del Vaticano di strumentalizzare la questione dell’immigrazione, in particolare quella di fede musulmana, nel tentativo di ricristianizzare la società italiana.
Ciò che in realtà Magdi Allam non ha calcolato è che grazie ai suoi ultimi due libri ha rivelato - anche al lettore profano - un quantità di particolari e circostanze molto interessanti che contribuiscono a tracciare non solo un profilo completo della sua figura ideologica e psicologica, ma dell'intera rete a cui si appoggia per realizzare il suo disegno politico. In questo senso non possiamo che ringraziare Magdi per aver scritto questi libri: oltre che fornirci gli anelli mancanti, esso conferma e pubblicizza tutto ciò che finora era confinato verbalmente in un ambito ristretto di persone. Il fatto che abbia anticipato tutti gli altri nello scoprire i suoi punti deboli non lo mette affatto al riparo, semmai lo espone e lo rende più vulnerabile politicamente. A dimostrazione di ciò, va ricordato che subito dopo aver confessato di aver presentato documenti falsi alla questura per rinnovare il permesso di soggiorno, un Senatore della Repubblica ha presentato un'interrogazione per sapere se, «considerato che lo stesso Allam si vanta di aver ottenuto fraudolentemente il rinnovo del permesso di soggiorno, tale illecito potrebbe avere effetti sulla validità della successiva acquisizione da parte sua della cittadinanza italiana». Il fatto che questa interrogazione sia stata promossa da Sinistra e che non sia più stata riproposta dopo, deriva da motivi precisi, che un giorno verranno probabilmente chiariti. Ma il caso della Ayaan Hirsi Ali - la deputata olandese di origine somala privata dalla cittadinanza e sostanzialmente indotta a cambiare paese dal suo stesso partito - di destra - nonostante lei abbia già rivelato più volte in passato di aver mentito nella sua richiesta di Asilo - dovrebbe insegnare qualcosa anche a Allam (Leggi la Terza Puntata)

lunedì 25 giugno 2007

Viva Israele. O tempora o mores! (I)

Gamal Abdel Nasser ha preso il potere in Egitto, rovesciando la monarchia di Re Faruk, nel 1952 (ufficialmente nel 1954). E' morto nel 1970. Magdi Allam, vicedirettore onorario del Corriere della Sera, è nato al Cairo nel 1952. Ha lasciato l'Egitto definitivamente per l'Italia nel 1972. Questo significa che Magdi Allam è nato, è cresciuto e si è plasmato all'ombra del regime nasseriano. Una volta detto questo, non è più necessario ricorrere a Gente o alle congiunzioni astrali per tracciare un profilo convincente del personaggio Allam, come questi ha fatto con Saddam nel cosiddetto saggio dedicatogli, pubblicato dalla Mondadori nel 2003. Basta sfogliare "Palazzo Yacoubian", il romanzo diventato un best-seller internazionale (recensito anche su questo blog) dell'autore egiziano Alaa Al-Aswani - premiato sabato scorso col Grinzane Cavour - e leggere cosa dice il protagonista a proposito di Abdel Nasser e degli egiziani nati e cresciuti sotto di lui: "Abdel Nasser è stato il peggiore leader di tutta la storia egiziana. Ha rovinato il paese e ci ha portato la sconfitta e la povertà (...) Abdel Nasser ha insegnato agli egiziani la viltà, l'opportunismo e l'ipocrisia". Ed è proprio all'insegna della viltà, dell'opportunismo e dell'ipocrisia, che Magdi Allam ha pubblicato recentemente "Viva Israele", il romanzo che mi appresto a recensire su questo blog.
I libri, prima di recensirli, bisogna leggerli fino in fondo. "Viva Israele" l'ho letto praticamente in anteprima. Eppure non ho voluto recensirlo prima di oggi, perché certi libri - prima di recensirli - bisogna che ci si sottoponga ad una cura di disintossicazione e ci si conceda un lungo periodo di meditazione, onde evitare di dire cose non molto piacevoli - per usare un eufemismo - del testo e del suo autore. Voglio subito chiarire che il motivo di tale disagio non è dato dal titolo del libro nè tanto meno dall'idea su cui esso si fonda, ovvero che "per salvaguardare il diritto alla vita di tutti bisogna innanzittutto salvaguardare il diritto alla vita di Israele". Il vero motivo di questo disagio è quella massiccia dose di interessata adesione alla causa di Israele, quel viscido attaccamento alle sue ragioni, quell'opportunistico servilismo che Magdi Allam sfoggia nel libro. Una roba talmente esagerata che uno stenta a credere - e infatti io non ci credo affatto - che Magdi Allam sia pienamente convinto di ciò che va asserendo.
Questa - chiamiamola pure con il suo nome - falsità, è talmente palese, che praticamente trabocca, cola, gocciola materialmente dalle pagine del libro, al punto di spingere persino Gad Lerner a denunciarla pubblicamente, mettendo giustamente in guardia la comunità ebraica italiana e non solo. La falsità si evince sin dalla prima pagina, dove una patetica poesia recita, nell'ultima strofa: "Grazie alla vita, Viva la vita! Grazie all'amore, Viva l'amore! Grazie alla libertà, Viva la libertà! Grazie a Israele, Viva Israele". Tanto ardore - immagino - è dovuto senz'altro ai premi cosiddetti internazionali che Israele - unico tra i paesi del mondo - decide di elargire regolarmente al Vicedirettore del Corriere, ogni volta che questi scrive o dice qualcosa a favore della politica israeliana e statunitense. Memorabile il premio da 250.000 dollari che Allam è andato a riscuotere a Tel Aviv. Anche in quell'occasione si è esibito in un altro sentito, caloroso e vibrante ringraziamento, recitando - riporto le testuali parole - "cari amici presenti, noi vincitori del Premio Dan David vi diciamo “Grazie Israele”, vi diciamo “Noi amiamo Israele”, vi diciamo “Siamo tutti israeliani”, vi diciamo “Viva Israele”, vi diciamo "Am Israel hay"!".
Poi si passa all'introduzione, dove Magdi Allam ci avverte che ciò che "vi accingete a leggere è una testimonianza di fede" (p.5). Un sorriso beffardo si è dipinto sul mio volto leggendo questa affermazione per la prima volta. Mi sono infatti ricordato che anche in ambito islamico si è soliti elargire i soldi della beneficenza - la zakat - ai neofiti, per "rinforzare la loro fede" in Allah. O tempora o mores! Che Allam sia un nuovo convertito non lo dico ovviamente io, ma lui stesso quando afferma che il popolo di Israele l'ha "inconsciamente odiato tra le nebbie della tirannia, e consapevolmente amato alla luce della democrazia". E così scopriamo - ma io lo sapevo da tempo - che Allam non è sempre stato il buon "moderato" che oggi conosciamo: andava in giro per i licei ad esporre la sua "concezione razzista dello stato di Israele" (p.111), percepiva "Israele come una potenza aggressiva, colonialista, razzista, immorale, contraria e ostile a ogni ipotesi di pace "giusta, stabile e duratura"" (p.115) e addirittura andava in giro strombazzando "Palestina Libera!, Viva la Resistenza palestinese! Viva Marx, Viva Lenin, Viva Mao Tse-tung!". (Leggi la Seconda Puntata)

domenica 24 giugno 2007

Piove sul Bagnato

Non era Al Qaida, non erano le Brigate Rosse, non erano i Black-block nè tanto meno l'Arcigay.
È un ex carabiniere, espulso dall'Arma a marzo scorso, il mittente della lettera minatoria con tre proiettili recapitata il 9 giugno scorso all'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, mons. Angelo Bagnasco. Lo ha scoperto la Digos della questura di Genova che ha denunciato l'uomo, Enzo Comba, 43 anni. Voleva far ricadere la responsabilità su una prostituta e il suo nuovo compagno albanese. (Il Corriere)

venerdì 22 giugno 2007

Io non chiedo. Io pretendo

Alcuni giorni fa ho assitito ad un incontro in cui è intervenuta una giornalista di origine araba arrivata in Italia all'età di 18 anni per proseguire gli studi universitari. Attualmente è cittadina italiana e lavora per una rete satellitare locale. Non rivelerò in quali circostanze, la rete, il nome o l'origine della signorina in questione per comune senso del pudore. Nel corso del suo intervento, banale e superficiale all'ennesima potenza, un vero e proprio monumento alla stupidità e servilità umana, ha specificato - tra le altre chicche - che "lei è arrivata dove si trova adesso perché ha seguito un certo percorso e chi vuole può intraprendere gli stessi percorsi" (mi veniva voglia di chiederle di rivolgersi personalmente ai braccianti immigrati che lavorano nei campi e agli operai extracomunitari che si spaccano la schiena nella fabbriche, con le indicazioni del percorso da seguire) e ha rivelato che "gli immigrati marocchini sfuggono la povertà, perché da quelle parti non riescono a stare con i loro simili" (si, proprio così). Verso la fine, la signorina se n'è uscita con la seguente affermazione: "Gli immigrati che arrivano in Italia devono chiedere con gentilezza". Inutile dire che di fronte a quest'ultima esternazione, il sangue mi è letteralmente montato alla testa. Se non fosse per il rispetto che serbo per gli organizzatori dell'incontro, probabilmente mi sarei alzato per dire alla signorina che cosa pensavo esattamente del suo delirante discorso.
Chiedere con gentilezza??? E che cosa dovrei chiedere con gentilezza, perdio??? "Brego-badrone-mi-versa-ber-favore-i-contributi"? La regolarizzazione dell'impiego e il pagamento dello stipendio da parte del datore di lavoro? Un atteggiamento civile quando si discute della costruzione di un luogo di culto decente per le minoranze religiose che pregano tutt'oggi nei garage e negli scantinati? Una reazione educata quando si avanza la richiesta di acquisto/affitto di un'abitazione, per un mutuo bancario o qualsiasi altro servizio normale? Un comportamento professionale da parte degli addetti al settore immigrazione nelle strutture pubbliche? Ebbene no. Io non chiedo - e non chiederò mai - "con gentilezza" questi diritti. Io li pretendo e li pretenderò. Con educazione, con moderazione, con civiltà ma li pretenderò. Con fermezza, senza indugi e senza fare sconti a nessuno. Perché di questo stiamo parlando: Diritti. E non sono diritti che discendono o che derivano dal nulla. Sono sanciti dalla Costituzione e dalle leggi, dal dovere civico e morale, sono diritti che gli immigrati si guadagnano con il rispetto dei doveri che sono stati loro assegnati, dall'osservanza delle leggi al pagamento delle tasse. In Italia spesso e volentieri gli immigrati vengono accusati di pretendere solo diritti. Ma pochi si rendono conto del fatto che la maggioranza degli immigrati rispetta le leggi, lavora e paga le tasse e in cambio può solo sperare nel rinnovo del permesso di soggiorno. Eppure non sono ospiti: pagano tutto, quanto - e anche più - degli altri. Lo pagano con la loro fatica, con i loro sacrifici, con la loro dignità umana. E dopo tutto questo devono pure "chiedere con gentilezza"?
Come scrive Angelo Del Boca, "soltanto gli italiani hanno gettato un velo sulle pagine nere della loro storia ricorrendo ossessivamente e puerilmente ad uno strumento autoconsolatorio: il mito degli "Italiani brava gente", un mito duro da morire, che ci vuole "diversi", più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri, e perciò incapaci di atti crudeli". O razzisti, aggiungo io. E invece non è così: gli italiani possono essere intolleranti, ingenerosi, non gioviali, capaci di atti crudeli e razzisti, come tutti gli altri. Per troppo tempo questo paese si è cullato nel mito dell' Italiano "brava gente", buono e gentile per natura e per questo costantemente sfruttato e derubato da furbi e furbetti provenienti dall'estero. Una menzogna auto-assolutoria che non trova riscontri in nessun altro paese o popolo del mondo, sviluppata forse per nascondere una dura realtà: i furbi e furbetti sono innanzittutto italiani. Sono coloro che lavorano nelle ambasciate e nei consolati italiani all'estero e che vendono i visti di ingresso ai clandestini, sono quelli che gestiscono il traffico di droga e della prostituzione delegando agli irregolari le attività più compromettenti, sono quelli che fanno lavorare gli immigrati in nero, che evadono le tasse, che scaricano la frustrazione della gente sugli immigrati mentre sfruttano le istituzioni, gli appalti e i finanziamenti statali e europei. E io dovrei chiedere a costoro "con gentilezza" ciò che mi è dovuto? Ma mi faccia il piacere, mi faccia!

giovedì 21 giugno 2007

Criterio non approssimativo

"Un criterio empirico approssimativo per valutare uno studioso di Islam è vedere cosa ne pensa Magdi Allam. Se lo loda possiamo tranquillamente ignorarlo; se lo critica possiamo prenderlo attentamente in esame per una valutazione più ravvicinata. E' questo sicuramente il caso di Massimo Campanini, coinvolto nelle solite esternazioni dell'esimio vice-direttore del «Corriere della Sera», ma che è ben noto per i suoi studi approfonditi sulla storia della filosofia politica islamica classica e moderna".
Augusto Illuminati, Il Manifesto, 20 giugno 2007
Augusto Illuminati (1937) è professore associato di storia della filosofia politica, dall'anno accademico 2000-2001 ha assunto la cattedra di storia della filosofia, dove è stato chiamato come straordinario dal 2001. Insegna a Urbino dal 1971-72 e fa parte anche del Collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in antropologia filosofica e fondamenti delle scienze e del Collegio dei docenti del Dottorato di Ricerca in Filosofia Moderna e contemporanea (Bari-Ferrara-Urbino). E' inoltre presidente del Corso di laurea in filosofia. Ha pubblicato tra l'altro “Gli inganni di Sarastro (Einaudi, Torino 1980), “La città e il desiderio (1992), “Esercizi politici”(1994), “Averroè e l'intelletto pubblico” (1996), “Il teatro dell'amicizia”(1998), “Il filosofo all'opera” (1999), “Rousseau, solitudine e comunità” (2002), "Del Comune. Cronache del General Intellect" (2003).

Il Michael Jackson del giornalismo

Magdi Allam, il Michael Jackson del giornalismo
Pubblicato su "Rosso di Sera", Quotidiano di Sinistra, Rubrica "Velina Rossissima"
A sentirlo (da Vespa) e a leggerlo (sul Corriere), l’impressione che si ha di Magdi Allam è che vorrebbe essere bianco e occidentale. Ogni sua parola, ogni suo discorso, sono impregnati di un odio per la sua stessa gente, per le sue radici arabe, che non può che avere spiegazioni psicoanalitiche. L’uccisione del padre è un caposaldo freudiano. A distanza di un secolo, quella teoria pare confermata dagli articoli che leggiamo, quasi quotidianamente, sul principale quotidiano italiano. Allam ultimamente se l’è presa con l’Ucoii, l’associazione delle comunità islamiche italiane, per aver sponsorizzato un libro che contesta di darwinismo. Contestare la teoria dell’evoluzione è come dire che la Terra e piatta o che il sole le gira intorno. Siamo d’accordo. Ma non ci pare di ricordare lo stesso accanimento contro George W. Bush, né contro Letizia Moratti, sostenitori della teoria del “disegno intelligente” e contestatori di Darwin al pari dell’Ucoii (sempre che le cose stiano come effettivamente le racconta Allam). Si sa che però quando le idee vengono accompagnate da una certa dose di forza militare hanno più presa. Persino su certi giornalisti. Allam non perde occasione per ricordarci come gli arabi musulmani sono cattivi e come invece noi occidentali cristiani siamo buoni. La guerra di Bush è buona, mentre i palestinesi sono tutti terroristi. Condoleeza Rice è una santa, Arafat era il diavolo. La credibilità di Allam è altissima nel nostro paese. Cosa c’è di meglio di un arabo che parla male degli arabi? Un po’ come Franco Debenedetti, Antonio Polito e molti altri che, firmandosi di sinistra, attaccano solo e soltanto la propria parte politica, per la gioia del Foglio di Ferrara. Allam, insomma, è un po’ il Michael Jackson del giornalismo italiano. Gli si legge in faccia che, se potesse, berrebbe litri di varechina per sbiancarsi.
Mi appello ai fan di Magdi Allam in tutto il globo: Dopo la pubblicazione dell'articolo sopra riportato, sono comparsi numerosi commenti tutti in difesa di....Michael Jackson. Tanto da indurre la redazione del sito a specificare tre giorni dopo: "La "Velina Rossissima" di venerdì prendeva di mira Magdi Allam, paragonandolo a Michael Jackson. Molti lettori se la sono presa a male. Ci scusiamo se il paragone è apparso offensivo (per Michael Jackson). E' interessante però notare due cose: la prima è che nessuno ha difeso Magdi Allam (e ci fa piacere); la seconda è che nella Velina spesso abbiamo ironizzato su Piero Fassino... ma nessuno ha mai preso le sue difese".

mercoledì 20 giugno 2007

La metamorfosi

"Tiriamo fuori la solita tiritera sul razzismo anti-islamico. Del resto, se Magdi Allam ha fatto i bei soldi parlando degli estremisti islamici immaginari, non posso mettere insieme il pranzo con la cena usando - a contrario - lo stesso metodo, parlando dei razzisti immaginari? Si, certo, qualcuno potrebbe accorgersi che criticando Magdi Allam in realtà metto in discussione anche il mio metodo di creazione di fiction razziste. Niente paura. I miei affezionati lettori non ci arriverranno mai. Hihihihihihi...."
Dopo aver letto questo commento, mi sono chiesto se il suo estensore ed io vivessimo nello stesso paese e nella stessa epoca. In un'Italia in cui persino un quotidiano della cosiddetta Sinistra pubblica la lettera di un elettore della ancor più cosiddetta Sinistra in cui si lamenta di "rischiare" (anche se lo era già a tutti gli effetti) di diventare razzista, e in cui una trasmissione della cosiddetta sinistra viene condotta da un giornalista della ancor più cosiddetta Sinistra che si è guardato bene dal pubblicare sul sito del programma anche una sola delle cento e passa email inviate alla sua redazione in appena tre giorni di protesta contro le sue trasmissioni taroccate, pare che il sottoscritto riesca a fare "bei soldi" parlando male dei razzisti, immaginati o veri che siano. Ora, a meno che il commentatore non sia davvero convinto che pranzo e cena mi siano regolarmente pagati dal Partito Comunista (esiste?), da una struttura ombra dell'ex-KGB, o dai Fratelli Musulmani oppure da Ahmadinejad in persona, non vedo proprio in che modo io possa fare tutti questi bei soldi. O forse si, un modo ci sarebbe. Basta dare un'occhiata in giro e constatare i benefici elargiti alla corte Allamita: premi cosiddetti internazionali (in contanti), finanziamenti statali, poltrone in consulte ministeriali, nonché inviti in trasmissioni in prima serata, convegni organizzati dai politici, libri e interviste e chi più ne ha, più ne metta. Non sarebbe stato più facile aggregarsi alla suddetta corte, gridare "Io amo l'Italia" e "Viva Israele", piuttosto che "provare invidia" e "cercare di ottenere visibilità" dalle pagine di un blog, parlando di razzismo? La verità è che in questa parte di Occidente, in questa Italia, rendersi conto che non tutto può essere comprato o venduto in quel grande mercato delle vacche che è l'Informazione all'Italiana, desta sgomento, scandalo e persino preoccupazione. E' forse questa, la mia colpa?
"Io chiedo con il cuore a coloro che sono contro le idiozie scritte da questo furioso demente di astenersi ad entrare in questo blog poichè cosi facendo fate il suo gioco ovvero far parlare di lui. Poichè ritengo che sia una persona assolutamente pazza ed anche estremamnete vanesia e poichè una piccola formica insignificante che cerca di fare le piroette per farsi notare asteniamo a dare anche un pur minima importanza a questo essere minuscolo, questo essere insignificante come un piccolo scarafaggio. Grazie".
Strana gente, davvero. Di questi messaggi ne ricevo una caterva. Non sono ancora riuscito a spiegarmi il motivo per cui questi fenomeni sprecano il loro prezioso tempo per ricordarmi che non sono nessuno. Invece di essere i primi a boicottare questo blog, sono sempre qui, a leggere, commentare, insultare, lanciare appelli. E poi si adirano pure - eccome se si adirano - quando non vengono pubblicati. Non vi preoccupate, io non vi censuro. Non oserei mai farlo. Io raccolgo i vostri messaggi con un procedimento di raccolta differenziata, e pubblico i vostri commenti periodicamente in un post a parte per dare alle vostre profonde riflessioni e ai vostri preziosi contributi il massimo della visibilità possibile ed immaginabile. Voi siete la testimonianza concreta di ciò che io combatto, della chiusura mentale, dei pregiudizi radicati, dell'ignoranza che si estende persino all'uso della vostra stessa lingua. Non vorrete mica essere relegati tra i commenti. Come farebbero i miei lettori ad apprezzare l'efficacia lessicale e le accuse truci dei vostri messaggi? Un vero e proprio genere trash. Una creatività degna di Andrea Sartori. Un astio degno di Stefania Lapenna. Accuse degne di Magdi Allam. Ma non crediate però che io riceva solo insulti. Mi è capitato di leggere cose bellissime su di me in giro, che mi fanno provare persino imbarazzo. Ne propongo solo due, non per alimentare il Mio Incommensurabile Ego, ma perché questi sono i miei premi, le mie onorificenze, i miei traguardi. Da scarafaggio a luce accecante. Una metamorfosi kafkiana.
"Ho avuto occasione di conoscere Sherif el Sebaie, l'autore del Blog da cui ho tratto questa interessante riflessione. È un giovane egiziano, colto (insegna al Politecnico di Torino), dall'aspetto "occidentalizzato", ha studiato in una scuola salesiana del Cairo, parla 5 lingue e collabora con diverse testate giornalistiche. È il tipico rappresentante di un cosmopolitismo intellettuale che sta crescendo nei paesi una volta del Terzo Mondo e oggi in pieno sviluppo, soprattutto culturale e civile. Un cosmopolitismo che si nutre di coraggio, cultura, apertura e interesse per gli altri, umiltà e coscienza dei propri mezzi; un cosmopolitismo che vent'anni di berlusconismo e tv commerciale in Italia hanno devastato, cancellato, bruciato in un catastrofico olocausto delle menti che ha tra le sue prime vittime gli intellettuali e i giornalisti, ormai "embedded" nel più totale senso della parola con i poteri forti. Sodomizzati da inserzionisti e sponsor, drogati da una volgarità autoreferenziale che impedisce loro di vergognarsi persino del proprio assordante e servile silenzio - che neppure percepiscono, convinti come sono di esercitare ancora informazione (!) -, nessuna delle firme oggi sugli altari (del culto della personalità) avrebbe certamente il coraggio di scrivere queste poche, chiare, semplici e immediate banalità, che nel panorama "nazistificato" in cui viviamo brillano addirittura di luce accecante".
"Musulmano "moderato" e perfettamente integrato in Italia pur non essendo affatto il modello di "buon selvaggio" o dell'immigrato "subisci, taci e ringrazia" ma e' anzi, un giusto e a volte feroce critico del sempre piu' dilagante razzismo e dell'islamofobia e della demonizzazione e criminalizzazione degli immigrati che ha luogo in Italia e nell'"Occidente" in generale. Si contrappone alla figura dell'immigrato buono alla" Zio Tom" impersonato da Magdi Allam (entrambi nati a Il Cairo ed entrambi studenti presso i salesiani della capitale egiziana) del quale e' un feroce critico: al contrario del vice-direttore del Corriere che viene accusato di far carriera e soldi cavalcando e diffondendo paure, timori, pregiudizi e razzismo nei confronti degli immigrati ed in particolar modo nei confronti dell'Islam e dei musulmani (pur dichiarandosi lui stesso musulmano), El Sebaie partendo da posizioni fortemente critiche e di chiarissima condanna nei confronti dell'islamismo radicale (e non di tutto l'Islam e di tutti i musulmani, come invece sembra far Allam), si batte per dare un'immagine dell'islam piu' vicina alla realta', smontando pregiudizi e luoghi comuni e combattendo in prima persona contro il razzismo e la xenofobia, per i diritti di cittadinanza per gli immigrati denunciando, criticando e facendosi portatore di proposte tese a favorire una vera integrazione e a sconfiggere il razzismo. Bersaglio di feroci accuse mossegli dalle aree conservatrici e reazionarie “teocon” e vicine alla destra che non gli perdonano il fatto che un “ospite” critichi e non subisca – a nome suo ma soprattutto dando voce a chi non ha voce – in silenzio le discriminazioni delle quali sono bersaglio gli immigrati e che anzi, e’ una voce critica e illuminata proprio contro queste discriminazioni e contro la mentalita’ xenofoba, etnocentrica e anche razzista piuttosto diffusa in Italia".

martedì 19 giugno 2007

Explosive Material

"Se il nostro compito è occupare un campo profughi affollato, o impossessarci della casbah di Nablus, e se l'ufficiale cui viene affidato questo compito deve svolgerlo senza perdite da entrambe le parti, dovrà innanzittutto analizzare e raccogliere le lezioni delle battaglie del passato, studiando perfino - per quanto possa apparire scandaloso - il modo di operare dell'esercito tedesco nel ghetto di Varsavia".
Un ufficiale israeliano al quotidiano israeliano Maariv. Articolo in Ha'artez di Haim Hanebi, citato in Courier International, n. 589, 14-20, febbraio 2002. Citato in Robert Fisk, Cronache mediorientali, Ed. Il Saggiatore, p.143.
“Israele addio. Sei militarista e senz’anima”
Francesca Paci, Corrispondente da Gerusalemme, La Stampa, 8/06/2007
"Associare allo Stato d'Israele gli aggettivi “ebraico” e “democratico” equivale a produrre nitroglicerina: il paese è la versione contemporanea della Germania degli Anni '30". Chi turba così le celebrazioni sia pur problematiche del quarantennale della Guerra dei Sei Giorni non è il presidente iraniano Ahmadinejad, sommo teorico del parallelo tra sionismo e nazismo, ma un israeliano blasonato come Avraham Burg, ex presidente della Knesset tra il 1999 e il 2003, ex direttore dell'Agenzia ebraica per l'immigrazione, dirigente storico del partito laburista, ebreo ortodosso e al tempo stesso punto di riferimento della sinistra di governo. Nell'intervista pubblicata oggi dal quotidiano Haaretz sotto il titolo di «Explosive Material», materiale esplosivo, Burg, interpellato sul suo nuovo libro «Lenazeach et Hitler» (Vincere Hitler), invita i connazionali «raziocinanti» a espatriare: «Questa è una nazione militarista, non ce l'hanno ancora detto ma siamo tutti morti». Lui, per sicurezza, si è dotato di passaporto francese: ha appena votato contro Sarkozy.La reazione alle parole di Avraham Burg, annunciate ieri in tv, non si è fatta attendere: un deputato dell'estrema destra ha proposto alla Knesset di negargli la sepoltura tra i Grandi d'Israele, privilegio che spetta, per esempio, agli ex presidenti del parlamento. I forum online non parlano d'altro, la notizia rimbalza nelle redazioni, le radio hanno aperto i microfoni sulle affermazioni più forti, «definire ebraico lo Stato d'Israele è come sancirne la fine» ma anche «l'israelianeità è corpo senza anima». Il conduttore di un talk show di Canale 10, dove Burg era ospite, gli ha consigliato scherzosamente «un giubetto antiproiettile».Per capire quanto questo auto-da-fè turbi la società israeliana, accusata d'essere «un ghetto sionista di giudeo-nazisti», bisogna afferrare l'icona nazionale Avraham Burg. Cinquantadue anni, ebreo praticante, ex paracadutista ferito in missione, laureato in Studi africani alla Hebrew University e simpatizzante della prima ora di Peace Now, politico brillante ma riservato, con una casa spartana nella comunità religiosa di Nataf, vicino Gerusalemme, dove vive con la moglie francese Yael, psicologa, e sei figli: una rara mescolanza di valori tradizionali e cultura pacifista, eccentrica ma rispettata.Il padre Yosef, morto nel '99, occupa un posto d'onore nel pantheon israeliano. Nella memoria collettiva sarà sempre il leader erudito del Partito nazional religioso, che negli anni '60 e '70, sotto la sua guida, era una forza di centro, moderata, l'alleato fedele dei laburisti al governo. Tutti ricordano che durante le proteste contro il massacro nel campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, all'inizio del 1983, Yosef, all'epoca ministro dell'interno, sedeva in parlamento con il premier Begin, mentre il figlio Avraham manifestava in piazza con lo zuccotto ebraico sul capo. Fu allora che un ortodosso lanciò una bomba sui dimostranti: il giovane Burg fu ferito a una gamba e morì un coetaneo, Emil Grunzweig. Il j'accuse del ragazzo ribelle rivelatosi poi uno dei migliori presidenti della Knesset senza mai rinnegare le ragioni dei palestinesi, affonda nella religiosità profonda di Avraham Burg più che nel background movimentista. C'è la critica a una società «paranoica che costruisce muri contro le sue paure», ma anche l'attitudine ebraica all'autoflagellazione. Frasi come «è difficile capire le differenze tra il primo nazionalsocialismo e la teoria nazional-sociale israeliana di oggi» sono una doccia fredda per il Paese. Un conto se avesse parlato Lea Tsemel, l'avvocatessa israeliana che difende i kamikaze palestinesi e molti considerano una traditrice, ma Burg è diverso: è Israele.L'uomo che nel '95 guidava l'Agenzia ebraica, apprezzato per aver recuperato molte proprietà perdute dagli ebrei durante l'Olocausto, rilegge il passato: «La legge del ritorno è l'immagine allo specchio di Hitler, presuppone di accogliere chi lui discriminatoriamente considerava diverso. Ci stiamo facendo dettare l'agenda da Hitler». L'intervistatore, Ari Shavit, uno dei migliori giornalisti di Haaretz, suo compagno dagli inizi in Peace Now, lo incalza e si prende del «disertore» per aver tradito i valori dell'ebraismo: «L'ebraismo si basava sui mutamenti, il sionismo ha ucciso questa attitudine. Non c'è ebreo senza narrativa e qui non c'è più narrativa». Cosa resta, allora? «Un Paese ossessionato dalla forza, violento sulle strade, in famiglia, contro i palestinesi».Gli amici intimi non sono sorpresi, dicono che Avraham si è radicalizzato negli ultimi anni, da tempo sostiene che «il più ebreo di tutti è Gandhi» e «l'Europa è l'ultima utopia ebraica». Ma la sua Israele non lo sapeva ancora.

lunedì 18 giugno 2007

Ayaan, la Talebana Infingarda (V)

"La sua risposta mi fece riflettere, forse per me era giunto il momento di aiutare gli olandesi a capire, non si trattava solo di Koole. (...) Alcuni opinionisti dalla stupidità irritante (soprattutto individui che si definivano arabisti, ma che a quanto pareva non sapevano praticamente nulla sulla realtà del mondo islamico) scrissero risme di commenti (sull'11 settembre, ndr) I loro articoli erano tutti concentrati sull'immagine dell'Islam che aveva salvato Aristotele e inventato lo zero, imprese risalenti agli studiosi medievali, oltre otto secoli fa; dell'Islam come religione di pace e tolleranza, lontana dalla violenza. Erano tutte favole che non avevano nulla a che fare con il mondo reale che conoscevo". Ayaan Hirsi Ali, L'Infedele, p. 301.
"Sulla CNN e su Al-Jazeera, cominciarono a passare le registrazioni di vecchie interviste a Osama Bin Laden. Erano piene di giustificazioni alla guerra totale all'America (...) Seduta là, in una bella casa, a Leida, cittadina splendida come un dipinto, quelle cose mi sembrarono del tutto inverosimili, i vaneggiamenti di un pazzo. Ma le citazioni di Bin Laden (dal Corano, ndr) continuavano a risuonare nella mia mente. (...) Non volevo farlo, ma a quel punto non potevo più tirarmi indietro: presi il Corano e l'Hadith e cominciai a leggerli, a studiarli pagina per pagina. Odiavo farlo, perché sapevo che avrei trovato le stesse parole di Bin Laden, e non volevo mettere in dubbio la parola di Dio. Però sentivo il bisogno di chiedermi: gli attentati dell'11 settembre derivavano da una vera fede nel vero Islam? E se cosi fosse stato, cosa pensavo io dell'Islam?" Ayaan Hirsi Ali, L'Infedele, p. 302.
"Nell'ottobre del 2002 volai in California. Era la prima volta che andavo negli Stati Uniti, e mi accorsi quasi subito che i miei pregiudizi sull'America erano del tutto infondati. Mi aspettavo di trovare gretti conservatori e gente grassa armata fino ai denti, poliziotti molto aggressivi e razzismo sfacciato: una caricatura di una caricatura. Invece vidi persone che vivevano vite ben organizzate, che facevano jogging e bevevano caffè" . Ayaan Hirsi Ali, L'Infedele, p. 328.
Leggi la Prima Puntata - Leggi la Seconda Puntata - leggi la Terza Puntata - Leggi la Quarta Puntata.
Con questa puntata, si conclude l'analisi della figura di Ayaan Hirsi Ali, una giovane di origine somala, naturalizzata olandese con l'inganno, già deputato dell'Aia e attualmente membro di un influente Think Tank neoconservatore vicino a Bush negli Stati Uniti, nonché autrice di un' autobiografia - intitolata L'Infedele (Ed. RCS) - che ha scalato le classifiche di vendita anche in Italia. Nelle puntate precedenti abbiamo visto come la signorina Ayaan è riuscita, con la truffa, ad ottenere, perdere e quindi riavere la cittadinanza olandese e tutti i benefici derivanti dallo status di rifugiata. Abbiamo visto come la fanatica neo-atea ha voluto indurre i credenti musulmani a riformare la loro religione inscenando una puntata televisiva che qualunque credente o quanto meno persona rispettosa della sensibilità religiosa avrebbe giudicato offensiva. Una provocazione sconsiderata che è costata la vita al regista, Theo van Gogh: una responsabilità che persino il piccolo figlio del regista ucciso era riuscito a cogliere: "Decisi - è Ayaan che sta scrivendo - di mandare al figlio di Theo un regalo per Sinterklaas, il Babbo Natale olandese, che porta i doni il 5 dicembre. Due settimane dopo, il pacchetto tornò indietro ancora chiuso. Il figlio di Theo non voleva ricevere nulla da me" (P.370). I risultati della sua azione avevano provocato disordini ancora più ampi: nella piccola e pacifica Olanda, per la prima volta, "nel fine settimana erano state incendiate quattro moschee e due chiese, ed era stato appiccato il fuoco ad una scuola elementare musulmana, a Uden, vicino Eindhoven" (p. 362).
Questi disordini dimostrano quanto siano pericolose le persone come la Ayaan Hirsi Ali e la sua versione "italiana", Magdi Allam. Quest'ultimo è stato definito, direi a ragione, da Ferdinando Imposimato, Giudice Istruttore nel Processo Moro e nell'attentato a Giovanni Paolo II come una persona "che alimenta l'odio e il conflitto tra Cristiani e Musulmani" e da altri persino come "terrorista" e, in chiave ironica, persino "Kamikaze". In effetti, costoro - pur innalzando i vessilli della Sicurezza dell'Occidente - sono i primi alleati dei fondamentalisti che dicono di voler combattere. Sono proprio loro, con le loro sconsiderate azioni, con le loro sfacciate provocazioni, con la loro virulente retorica mascherata da buoni propositi - a fornire loro gli allibi per aizzare le masse e guadagnare consensi. Sono loro a mettere in pericolo la Sicurezza dell'Occidente promuovendo il pregiudizio, la diffidenza, la paura fino a spingere le fazioni più esaltate di ambo le parti ad intraprendere una vera e propria guerra civile. Eppure essi dicono agli occidentali che li vogliono aiutare a capire una realtà che conoscono bene. Ma è davvero cosi? Niente affatto. Prendiamo in considerazione la Hirsi Ali: dice di conoscere perfettamente la realtà islamica - la realtà misogina, violenta, terrorista in cui è cresciuta - eppure non aveva letto il Corano e i detti di Maometto fino all'11 settembre del 2001. Non aveva mai sentito i "versetti violenti" citati da Bin Laden. Ma nonostante questo, si permette pure di dare lezioni agli opinionisti "dalla stupidità irritante", agli "arabisti", e cioè a persone che conoscono molto bene le realtà di cui parlano.
Ora, la domanda sorge spontanea: se la Hirsi Ali è cresciuta in una realtà dove si predica quotidianamente l'odio, e dove l'indottrinamento alla violenza è moneta corrente, come mai non aveva mai sentito i versetti citati da Bin Laden? Possibile che sia rimasta immersa per una vita nella "cultura della morte", senza che sia stato citato nemmeno un - e dico un - versetto ad essa ineggiante? E se conosce cosi bene la realtà islamica, come mai non aveva letto il Corano o i detti di Maometto fino all'11 settembre del 2001? La risposta è molto semplice: perché queste persone non solo non hanno mai vissuto queste realtà orribili di cui parlano, ma esse non conoscono nemmeno tanto bene la fede che vorrebbero spiegare agli occidentali. Questo spiega anche la loro particolare avversione al mondo accademico che confuta - puntualmente e scientificamente - tutte le balle che vanno raccontando in giro. Lo stesso Allam è cresciuto e ha studiato in una scuola salesiana e cattolica - la stessa in cui ho studiato io, tra l'altro - ma in un'epoca in cui la religione non era nemmeno prevista come materia scolastica. Ha dovuto prendere lezioni private da chissà quale docente per avere una conoscenza quantomeno superficiale della fede di cui oggi sarebbe "un profondo conoscitore". L'ha raccontato nella sua ultima autobiografia. Ed è proprio per questo che oggi tenta di screditare il mondo accademico che di queste tematiche si è sempre occupato. Ora, io non voglio dire che nel Corano non ci sono i versetti di cui parla la Ali. Ci sono eccome, cosi come ci sono brani particolarmente truci nell'Antico Testamento. Ma la maggioranza dei musulmani li vive e li legge allo stesso modo in cui i cristiani e gli ebrei recitano i "Salmi violenti" durante le funzioni. Non chiedono la loro abolizione ma non li applicano nemmeno. O quantomeno li calano nel loro contesto storico, interpretandoli alla luce dei fatti e dei protagonisti di 1400 anni fa. Altrimenti ci sarebbero milioni e milioni di terroristi in giro. Cosi come non nego la presenza dei fondamentalisti, o il terreno che hanno guadagnato ultimamente. Ma se lo hanno guadagnato, è anche grazie alla Ali e a Allam.
Questa sostanziale ignoranza e superficiale conoscenza delle realtà di cui parlano fanno si che persone come la Hirsi Ali e Magdi Allam, passino da una interpretazione superficiale e pregiudizale della loro fede e delle loro culture e patrie d'origine, ad una altrettanto superficiale e pregiudiziale interpertazione delle loro realtà di immigrazione e adozione. La Hirsi Ali era convinta che negli Stati Uniti ci fossero "grassoni armati fino ai denti", poi vi ha visto delle persone che "fanno jogging e bevono il caffè". Magdi Allam - lo racconta lui stesso nel suo ultimo libro - andava in giro con la Keffiah con chi gridava morte agli Ebrei, ed oggi vede in Israele un faro della Civiltà contro la Barbarie. Invidui che non sono in grado di vedere le cose obiettivamente, di approffondire - anche in chiave autodidatta - la loro realtà di provenienza e quella di adozione. Non vedono le sfumature, i colori grigi: per loro è tutto nero o tutto bianco, ci sono solo gli estremi, nessuna via di mezzo, nessun compromesso. E questo è molto grave, perché - di fatti - queste persone sono prive di una vera e propria identità. Sono strumenti funzionali a certe politiche di destra pronte a sacricarli quando si rendono conto della pericolosità del gioco che stanno intraprendendo. Sono delle banderuole al vento, basta che leggano qualche rivista o che scoprano determinati aspetti positivi nella loro realtà di adozione per cambiare considerazioni. Ma forse un'identità tutto sommato ce l'hanno, e sono io quello che sbaglia. Ed è quella riassunta da Samuel Huntington nel suo saggio sullo Scontro tra le Civiltà: "Come spesso accade con gli ibridi o i convertiti, tra i più accesi fautori della civiltà universale (occidentale, ndr) troviamo intellettuali emigrati in Occidente, per i quali tale principio fornisce una risposta del tutto soddisfacente alla domanda di fondo: "Chi sono io?". "Schiavi negri dei bianchi", così Edward Said ha definito tutti questi emigrati". Fine

domenica 17 giugno 2007

Palestina, morte di uno Stato

L'Analisi che avrei voluto scrivere io. Barbara Spinelli, La Stampa
Cercare le ragioni di una follia omicida è sempre impresa equivoca, anche se aiuta a capire quel che succede. Nell’immediato rischia di scompigliare l’azione, addirittura di paralizzarla: subito dopo l’attentato dell’11 settembre, ad esempio, il governo Usa decise di reagire immediatamente invece di ricostruire il perché dell’omicidio di massa, e in questo fu sostenuto da un gran numero di Stati, non solo alleati. Ma poi viene sempre il momento in cui conviene mettersi al lavoro e provare a comprendere la genesi della violenza: per evitare errori futuri, per apprendere qualcosa dalla storia che si fa, per capire che di tale storia non siamo oggetti ma soggetti, capaci di scelte libere, difficili e non caotiche. Se c’è del metodo in ogni follia dobbiamo studiare l’uno e l’altra: follia e metodo, violenza e sua ragion d’essere. Questo vale anche per la guerra civile dell’ultima settimana a Gaza. Rinunciare a studiarne la genesi è qualcosa che va bene in una logica di guerra, dunque in una logica di comodità o di caos: lo scrittore David Grossman spiega molto bene come guerreggiare sia un atto quasi naturale per troppi Paesi, culture, religioni. «Ho la sensazione che nessuno cominci veramente una guerra: le guerre si continuano. La pace, quella è una cosa che si deve cominciare», dice in un’intervista a Repubblica, «alle volte bisogna agire contro i propri istinti per cominciare a dare fiducia agli altri». Non solo: il rifiuto di esplorare le ragioni conduce a conclusioni fuorvianti. La conclusione cui si è giunti, dopo l’assalto di Hamas alle strutture di comando di Fatah a Gaza, è stata: ogni ipotesi di due Stati indipendenti (israeliano e palestinese) è finita per sempre col nascere di poteri palestinesi antagonisti. Questa volta davvero Israele non avrebbe più interlocutori. Questa volta davvero sarebbe inconcepibile una Palestina araba: governata da Hamas, essa degenererebbe in base terrorista. È la tesi esposta venerdì sul Corriere della Sera da Magdi Allam. È quello che effettivamente si può credere, se lo sguardo non va oltre l’ultimo anello della catena di eventi. Ma se si guarda alle ragioni della follia, si arriverà a una opposta e ben più inquietante conclusione. Se c’è follia omicida è perché la creazione d’uno Stato palestinese è già da molto tempo divenuta impossibile, non viceversa. Più tale creazione veniva auspicata, negli ultimi decenni, più si agiva per impedirla. Tutti gli attori l’hanno ostacolata: i governi israeliani con la politica di insediamenti che ha fatto seguito a una guerra - quella del ‘67 - che per molti aveva creato la vera Israele biblica; i Palestinesi con l’ambiguità sul destino di Israele il giorno che fosse nato il loro Stato; le potenze tutrici infine - Usa, arabi - che non hanno pesato sui loro protetti risolvendone le ambiguità. Nell’88 l’Olp ha annunciato di voler creare uno Stato non nell’intera Palestina ma nelle terre occupate, e fu un primo progresso anche se Arafat dovette riconoscere più esplicitamente Israele, un mese dopo. La vecchia posizione, favorevole a una Palestina unificata comprendente i tre monoteismi, era, pur con nebulosità, finalmente abbandonata: i dirigenti palestinesi avevano capito che il sionismo non era una religione ma un movimento nazionale. Su quella base nacque il processo di pace, tra i primi Anni 90 e il 2000: un decennio che molti oggi giudicano aureo, ma che in realtà sancì l’impossibilità pratica di uno Stato palestinese, screditando in tal modo Fatah, interrompendo la sua maturazione e aprendo spazi enormi a Hamas. La tragedia palestinese si consuma in quel decennio, non in questi giorni. Si consuma a causa degli equivoci palestinesi, e s’infrange completamente su una pratica di annessione territoriale cui è stato dato il nome, beffardo, di Processo di Pace. L’annessione continuava infatti la guerra del ‘67: nell’aureo decennio gli insediamenti raddoppiarono, passando da 200 mila coloni a circa 400 mila. E il controllo israeliano si fece sempre più capillare: sulle fonti d’acqua, sul movimento delle persone, sul reticolato di strade che connettono i centri israeliani e son riservate solo a loro. A ciò si aggiunga il muro di separazione, il moltiplicarsi di punti d’accesso che rendono umiliante l’ingresso dei palestinesi in Israele. Il ritiro da Gaza nel 2005 non ha impedito che gli attributi sovrani (confini, vie d’accesso) restassero israeliani. Chiunque parli, scriva e decida su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est farebbe bene a dotarsi di una carta geografica. Vedrà una sorta di denso pulviscolo stendersi sui territori: una miriade di puntini, ognuno di quali è un insediamento israeliano più o meno fortificato. Qualsiasi Stato funzionante - basato cioè sulla continuità geografica, sul controllo del territorio, sul monopolio della forza - gli apparirà una beffa assurda. C’è da divenir folli a guardare quella carta. Certo, Hamas è responsabile degli eccidi di questi giorni: ci saranno ragioni nella sua follia, ma follia omicida resta pur sempre. Rashid Khalidi, storico della Palestina e professore a New York, evoca altri fallimenti delle classi dirigenti palestinesi: l’incapacità di predisporre strutture statali, la non consapevolezza dei limiti della violenza, l’inettitudine nell’amministrare i territori e di capire la forza locale di Hamas. Inoltre manca nei Palestinesi ogni sforzo storico revisionistico: sforzo presente in Israele, dove tanti miti sono stati messi in questione. Ma sentieri analoghi sono percorribili quando c’è uno Stato, quando ci sono archivi centrali, quando si è in presenza di una forte narrazione ufficiale da contestare: condizioni che non esistono in regime d’occupazione. L’impossibilità di uno Stato palestinese è il non-detto degli ultimi decenni, non degli ultimi giorni: è la politica israeliana di annessione dei territori. Il fondamentalismo ha accentuato tale impraticabilità - l’Islam politico ha senso del potere, non senso dello Stato e dei confini - e proprio per questo Israele l’appoggiò, per indebolire l’Olp di Arafat e rallentarne l’evoluzione. A queste manchevolezze degli attori locali si affiancano quelle delle potenze retrostanti, in particolare dell’America. Allo stesso modo in cui Washington finanziò e addestrò Al Qaeda contro l’Urss, in Afghanistan, e oggi asseconda di nuovo il fondamentalismo sunnita per far fronte agli sciiti in Iraq e Iran, l’uso della religione come sostituto della politica è quel che ha dilatato il disastro palestinese e numerosi altri disastri. La radice di questo comportamento è antica, risale ai tempi del mandato britannico in Palestina dopo la prima guerra mondiale: per dividere i palestinesi e controbilanciare il loro movimento nazionale, Londra diede alle istituzioni islamiche il potere ma non la forza del comando, il pieno controllo sul denaro pubblico ma non l’accesso a un potere statuale (Rashid Khalidi, The Iron Cage, Boston 2006). Celebrare oggi la fine dei due Stati in Palestina non annuncia dunque novità sostanziali. Serve a nascondere responsabilità ben più diffuse, a non vedere la lunga storia dell’odierna catastrofe. È inutile, anche, presentare l’uccisione dello Stato palestinese come vittoria d’un campo, come rivincita di chi mai credette nel negoziato: la rivincita non insegna nulla, e far chiarezza su Hamas è inane se non si fa chiarezza su tutto. Anche parlare di tragedia non ha senso, perché la tragedia classica ha ingredienti che qui mancano in quasi tutti: la scoperta di sé, il riconoscimento del proprio limite, la catarsi. Certo il fallimento palestinese è profondo. Ma considerarlo fatale e non pensare a un ricominciamento significa cedere all’istinto bellicoso e respingere quel che Grossman ci dice: «Esiste sempre una scelta nella vita». Se non ci sarà Stato palestinese le cose non miglioreranno, ma si complicheranno grandemente. Le classi dirigenti palestinesi torneranno all’originario progetto, che prevedeva uno Stato binazionale. Bush stesso ha favorito questo sviluppo: proprio lui, che per la prima volta nella storia americana aveva auspicato la creazione di due Stati nel 2002, scrisse poi una lettera a Sharon, il 14 aprile 2004, che rendeva tale creazione del tutto impraticabile. In essa dava a Israele assicurazioni unilaterali, senza comunicarle ai Palestinesi: assicurazioni sul ritorno dei rifugiati; e assicurazione che le colonie israeliane nei territori sarebbero state considerate «nuove realtà createsi sul terreno», di cui tener conto in futuri accordi. Il diritto internazionale ne patì, perché esso giudica «inammissibile l’acquisizione di territori con la guerra» (preambolo e primi due articoli della carta Onu). Lo Stato palestinese finisce allora, e nel decennio precedente. Quella lettera fu un atto di follia senza spargimento di sangue, ma non senza relazione con le follie di oggi.

sabato 16 giugno 2007

Le volgari menzogne di Magdi Allam

Ricevo e pubblico volentieri la seguente email, inviata dal Prof. Massimo Campanini, per rispondere alle "volgari menzogne e insulti" a lui rivolti da Magdi Allam nel suo ultimo libro, intitolato "Viva Israele".
Cari amici,
Nel suo ultimo libro (Viva Israele, Mondadori), subito segnalato con entusiasmo da Chiaberge sul Sole 24 Ore, l'autore (Magdi Allam, ndr) mi accusa: 1) di antisemitismo; 2) di fingere di ignorare il pericolo islamista. Ma il peggio è che scrive letteralmente. "Il caso del prof. Campanini non è l'unico. L'Università italiana pullula di professori cresciuti all'ombra delle moschee dell'UCOII, simpatizzanti coi Fratelli Musulmani, inconsapevolmente o irresponsabilmente collusi con la loro ideologia di morte". Ora, è tempo che le volgari menzogne e gli insulti abbiano termine. Per quanto mi riguarda chiederò a un avvocato se esistano i margini per una denuncia per diffamazione. Per intanto invio a voi, pregandovi nei limiti del possibile di farla circolare, una doverosa risposta pubblica: 1) siccome viviamo in un paese in cui vige la libertà di parola, ribadisco il mio dissenso nei confronti della politica mediorientale di Israele, ma per questo né posso e debbo essere tacciato di antisemitismo, né sostengo di volere la distruzione dello stato ebraico; 2) siccome viviamo in un paese in cui vige la libertà di parola, ribadisco il mio dissenso nei confronti della politica mediorientale dell'amministrazione Bush. Quanto è successo e sta succedendo in Iraq e Afghanistan è una pessima prova di democrazia o probabilmente non è democrazia affatto. 3) sui Fratelli musulmani ho sostenuto e ribadisco che l'organizzazione è profondamente radicata nella società civile dei paesi arabi dove svolge attività assistenziale e caritativa. Liquidarla superficialmente come puramente terrorista è storicamente falso e politicamente pericoloso. I Fratelli Musulmani si articolano in moltissime correnti, alcune estremiste altre che sono tradizionaliste e conservatrici, ma niente affatto terroriste. Tutto questo ho documentato e documento scientificamente nei miei molti libri e articoli citando fonti primarie e letteratura critica. D'altro canto non mi risulta che Tariq Ramadan (che è consigliere di Tony Blair) o Rashid Ghannushi (che vive a Londra) siano stati inquisiti e meno che meno condannati da magistrature occidentali democratiche. Il mio lavoro è un lavoro scientifico che può essere dimostrato in qualsiasi momento; quello di Magdi Allam una virulenta e gratuita polemica personale neppure sostenuta dall'eloquenza ciceroniana. Vi ringrazio dell'attenzione.
Massimo Campanini
Di seguito l'appello promosso da SeSaMo, la Società italiana per lo studio del Medio oriente contemporaneo. Per sottoscrivere l'appello, inviare entro il 20 giugno una mail con nome, cognome e qualifica all'indirizzo sesamo@unict.it
Lunedi' 11 Giugno 2007 Senza entrare nel merito delle accuse specifiche rivolte nell'ultimo libro di Magdi Allam a singoli colleghi noti a chiunque si interessi di questioni relative al Medio Oriente e all'Islam non solo come ricercatori seri e qualificati, ma persino come persone coinvolte in svariate forme di impegno civile, intendiamo protestare fermamente davanti alla sfrontatezza di chi afferma che le università italiane "pullulano" di docenti "collusi con un'ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all'essenza stessa della nostra umanità". Ci pare davvero eccessivo che quanti, in sede di dibattito scientifico e civico, esprimono posizioni differenti da una pretesa unica “verità interpretativa” divengano automaticamente estranei a universali valori di civiltà o, addirittura, alieni dalla comune umanità. Una tale impostazione non solo è lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale – e molto più in linea con ideologie totalitarie - ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e scientifica e dalla stessa, difficile ma essenziale, missione dell'informazione giornalistica in una società plurale. Tutto ciò rischia di contribuire, purtroppo, al preoccupante imbarbarimento dell'informazione in un paese come il nostro che già si trova a pagare un prezzo troppo alto alle varie forme di partigianeria che lo travagliano. Già abbiamo visto sentenze discutibili coinvolgere colleghi noti per la loro serietà ed equilibrio nell'affrontare il tema dell'Islam, con addirittura condanne penali che prevedono la pena detentiva. Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico piuttosto che analitica e razionale, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi e, in particolare, relativi all'Islam ed alle questioni legate all'area medio-orientale. La libertà di ricerca ne paga il prezzo, schiacciata tra opposti estremismi interpretativi, e non solo. Ci auguriamo che tali tendenze trovino presto voci più equilibrate e meno partigiane a contrastarle, e che queste trovino a loro volta ascolto nel mondo dell'informazione, in quello politico, in quello culturale e in quello religioso.

venerdì 15 giugno 2007

Ayaan, la Talebana Infingarda (IV)

Leggi la Prima Puntata - Leggi la Seconda Puntata - leggi la Terza Puntata
"Ingaggiai un avvocato, il quale mi disse che, se avevo usato il nome Ali, nome di nascita di mio nonno, conosciuto come Magan, i dati indicati nel modulo non erano falsi. Stilò anche una relazione che prendeva in esame la legge somala, dimostrando che avevo diritto di utilizzare, come cognome, qualsiasi nome dei miei antenati uomini. Non essendo in grado di produrre i certificati di nascita di mio nonno, di mio padre e di mia madre, come richiesto, ottenni una dichiarazione firmata da mio fratello la quale confermava che mio nonno Magan era stato chiamato Ali alla nascita. Mi sembrava tutto una farsa"
Ayaan Hirsi Ali, L'Infedele, p.379
Non è difficile capire perchè la Ayaan Hirsi Ali sia un personaggio inattendibile. Come si può ritenere attendibile una persona che pretende di impartire delle lezioni di interpretazione religiosa a milioni di credenti, quando è la prima a dichiarare di non credere in alcuni dei più elementari precetti religiosi, come l'esistenza di Dio, l'Aldilà, il Giudizio Universale, la resurrezione dei corpi? Anzi, ha ragione Lorraine Ali quando su Newsweek dice che la "Hirsi Ali è più un'eroe tra gli islamofobi che tra le donne musulmane. Questo è problematico, se si considera che ella descrive sé stessa come un'infedele che combatte per i diritti delle donne islamiche, per l'illuminazione dell'Islam e per la sicurezza dell'Occidente. Come puoi cambiare la vita delle tue ex-sorelle, e lavorare per la riforma, quando hai forgiato una carriera sulla rinuncia alla religione e sull'insulto rivolto ai suoi fedeli?". Ma per rendersi conto dell'inattendibilità della Hirsi Ali non è necessario immergersi nella teologia e nella spiritualità, basta rimanere con i piedi ben saldi per terra, e considerare le cose da un punto di vista puramente mondano. Alla signorina Ali è stata ritirata la cittadinanza olandese quando si è scoperto che per ottenere lo status di rifugiata aveva fornito un nome e un'età falsa, inventando tutta una storia di costrizioni e abusi famigliari che non trovava riscontro nella realtà. Questi fatti sono stati in parte confessati dalla stessi Ali, in parte svelati dai famigliari rintracciati da una trasmissione olandese e in parte ammessi persino dallo stesso fratello che ha fatto da "anagrafe" (sic) per permetterle di conservare la cittadinanza olandese. Ed è così che è arrivato prima il verdetto che la cacciava dal parlamento, quindi dalla sua stessa casa, ove rischiava "di mettere in pericolo" e di "deprezzare gli appartamenti" dei vicini con la sua presenza minacciata dal fondamentalismo islamico e infine dall'intero paese.
Fu in quell'istante che la Ali decise di accettare l'offerta di un Think Tank neoconservatore statunitense. La cittadinanza olandese, invece, riuscì a recuperarla solo grazie alle pressioni politiche e a quel cavillo legale rintracciato in qualche sperduta legge somala che teoricamente la autorizzava ad usare il nome di "uno qualsiasi degli antenati maschi" nei documenti ufficiali. Un po' come essere prescritti per essere scambiati per innocenti. Ma la Ali non è innocente, è abituata alle farse: ha letteralmente rubato il posto di una persona che probabilmente lo meritava più di lei, e ha sfruttato le strutture di uno stato ospitante (e lei sì che era un'ospite, con tanto di sussidio di disoccupazione, affitto e corsi gratuiti) per fare carriera. Lei stessa racconta di essersi sentita in colpa quando un rifugiato si diede fuoco in mensa quando gli venne comunicato il respingimento della sua richiesta di asilo. Ma come si può essere così ipocriti? L'ipocrisia raggiunge il suo culmine quando la Ali afferma che la religione islamica è all'origine di tutti i mali del mondo. Rispondendo al presidente del partito laburista olandese, di cui faceva parte, che commentava gli attentati dell'11 settembre dicendosi "sorpreso che tutti siano convinti che ci sia di mezzo l'Islam", lei ha avuto la sfrontatezza di rispondere: "Ma c'è di mezzo l'Islam. E' tutto radicato nella fede. Questo è l'Islam". Cosa che ovviamente il politico ha respinto con indignazione: "Ayaan, certo, queste persone saranno pure musulmane, ma sono un gruppo di pazzi. Anche tra noi cristiani ci sono gli estremisti, che interpretano la Bibbia alla lettera. La maggioranza dei musulmani non crede a queste cose. Affermare questo significa denigrare una fede che rappresenta la seconda religione al mondo, civilizzata e pacifica". Fu in quel momento che una lampadina si accese nella mente della Ali: avrebbe costruito la sua fama mediatica, la sua carriera politica, la sua posizione sociale e la sua fortuna materiale confutando proprio quella risposta. (Leggi la Quinta e Ultima Puntata)

giovedì 14 giugno 2007

Una moneta falsa chiamata Allam

Sospendo per un giorno la serie di articoli su Ayaan Hirsi Ali, per pubblicare questa mitica recensione- oserei dire persino definitiva - (ma seguirà comunque anche la mia e - vi prego - smettetela di invocarla ogni giorno) dell'ultimo libro, intitolato "Viva Israele", del suo malriuscito equivalente "italiano": Magdi Allam. Quest'ultimo ha tra l'altro indetto ultimamente una "manifestazione" a favore dei "cristiani perseguitati in Medio Oriente", citando Papa Benedetto - che rappresenta una minoranza esigua dei cristiani mediorientali, quelli cattolici appunto - e vantando l'adesione di illustri politici quali gli On. Santanché, Sandro Bondi, Roberto Maroni e Alfredo Mantovano. Mancano all'appello gli On. Borghezio e Calderoli ma sono sicuro che recupereranno presto. Peccato che sia proprio Allam a ricordarci, nel suo "appello", che "Il caso più grave è quello che colpisce i cristiani in Iraq. Da circa un milione e mezzo prima dell'inizio della guerra scatenata da Bush il 20 marzo 2003, si sono ridotti a circa 25 mila". Si prega di notare il "prima della guerra scatenata da Bush". Ma torniamo alla mitica recensione. Fa un certo effetto vedere che a dare a Magdi Allam del falso, traditore e nemico non sia un Fratello musulmano ma un intellettuale e un giornalista di successo, israeliano ed ebreo: Gad Lerner. Un giorno Allam aveva concluso la sua "lettera aperta" all'intellettuale svizzero di origine egiziana Tariq Ramadan dicendo: "Signor Ramadan, esca dal suo torpore ideologico, scenda dal suo scranno fatto di schizofrenia identitaria e di megalomania messianica, si riconcili con se stesso e con la maggioranza dei musulmani per quello che sono, persone semplici, perbene, dotate di buonsenso, che aspirano come tutti gli altri a vivere. Vivere. Vivere. Vivere. Signor Ramadan, viva e lasci vivere". Converrete con me che, a questo punto, fa un certo effetto leggere invece la chiusura di Lerner, che - dopo aver elegantemente preso in giro il "faraonico Sturm und Drang" di Allam e la sua "enfasi fideistica", gli si rivolge dicendo: "Per carità, lasciaci continuare a essere (noi ebrei, ndr) quel che siamo!". A Lerner va la mia più totale e incondizionata ammirazione.
La differenza fra traditori e transfughi: lettera a un levantino (come me)
Magdi Allam, arabo, esprime nel suo libro un’identificazione totale con Israele. Che a me, ebreo, dà disagio.
Caro Magdi Allam, ho ricevuto tuo nuovo libro Viva Israele (Mondadori) con una dedica affettuosa che naturalmente ricambio. Mi rendo conto che ci hai messo l’anima, e che da uno come me ti attenderesti gratitudine per una dichiarazione d’amicizia, o meglio d’identificazione assoluta con la sorte del popolo ebraico e dello Stato d’Israele, che – nonostante le ottime intenzioni – mi lascia addosso invece un senso di disagio. Dapprima ho pensato che fosse solo una questione di tono. Per motivare la riconversione di un arabo egiziano alle buone ragioni universali d’Israele, la civiltà contro la barbarie, la vita contro la morte, autoproclami te stesso titolare di una nuova fede assoluta e incrollabile. Nobile e coraggioso è il tuo nuovo pensiero guida – la sacralità della vita – per il quale hai prescelto due portabandiera affiancati del calibro d’Israele e della Chiesa di Benedetto XVI. Più naturalmente un punto cardinale di riferimento: l’Occidente. Qui il confronto con l’infedele che ti scrive è impari. Posso solo inchinarmi al cospetto della tua rinascita spirituale. Fede assoluta e incrollabile? Tanto fragile, scettica, incoerente è la mia povera fede di povero mortale, da farmi avvertire estraneo il tuo faraonico Sturm und Drang. Lo so che ho torto, ma in tutto quel po’ po’ di enfasi fideistica che esibisci, a me viene da cogliere il suono posticcio della moneta falsa. Perché? Non ho alcun diritto di farti il processo alle intenzioni. Posso solo esprimerti solidarietà per le minacce recate alla tua sicurezza personale dagli islamisti che denunci ogni giorno sul Corriere e in Tv, mettendoci la firma e la faccia. E allora? E allora non è questione di tono, tu devoto io infedele, tu coraggioso io fifone.
Noi abbiamo più o meno la stessa età. Come tanti altri siamo arrivati entrambi in Italia per caso, dalla nativa sponda Sud del Mediterraneo. Quella guerra fulminea che Israele vinse in sei giorni quarant’anni fa, nel 1967, spezzando la tenaglia degli eserciti arabi che tentavano di distruggerlo, e conquistando vasti territori ancor oggi in larga misura purtroppo occupati, rappresenta un culmine emotivo della nostra adolescenza. Forse un giorno scriverò anch’io la mia Israele del ’67, la partecipazione minuto per minuto al conflitto, la famiglia tutta salva, la visita stupefatta – con mio padre – ai luoghi della vittoria miracolosa dallo stretto di Tiran fino al Golan, imbattendomi per la prima volta nelle case di fango dei profughi palestinesi in Cisgiordania, e dappertutto una voce flautata che cantava Jerushalaim shel zaav, cioè «Gerusalemme d’oro». Hai fatto bene a raccontare il Cairo nei giorni della sconfitta, con gli occhi di un ragazzino nazionalista. Perché l’umiliazione e l’infelicità araba che ne scaturirono sono fattori potenti di una guerra in cui siamo tuttora immersi. Né mi turba il tuo tradimento nei confronti di un’ideologia panaraba zeppa di menzogne. Il mio amico Alexander Langer mi ha insegnato la necessità del tradimento quando si tratta di rompere la gabbia della compattezza etnica. Ma non per saltare armi e bagagli dall’altra parte del muro, bensì per costruire ponti, favorire l’interscambio e la comprensione reciproca, incoraggiare l’autocritica fra la propria gente. Diceva Alex: abbiamo bisogno di traditori ma non di transfughi. È il senso di complicità che avvertivo quando mi accompagnasti nel ’98 ad Algeri. Portavo nella prima serata televisiva italiana una denuncia dell’integralismo islamico che all’epoca non ti vedeva ancora sensibile come oggi. Ma eravamo, io e te, qualcosa di antico da cui non si sfugge con i proclami e con le finte metamorfosi: due levantini. Sì, proprio gente di Levante, dai fenici alle repubbliche marinare, dai mercanti ai caravanserragli su e giù per le città cosmopolite di qui e di là del mare. Sanguemisti. Cabibbi. Gente d’outre-mer. Bastardi, per fortuna. Accomunati da una levantinità che solo gli ignoranti di storia mediterranea possono additare come una tara. In effetti quel che mi ha dato più fastidio, nel tuo Viva Israele, Magdi, è che pure tu, come tanti nostri nemici, esalti una presunta, mai avvenuta, metamorfosi degli ebrei. Finalmente combattenti. Avamposto della guerra occidentale in difesa della sacralità della vita. Per carità, lasciaci continuare a essere quel che siamo! Certe mascherate sono troppo pericolose in tempo di guerra!
Gad Lerner