Notizie

Loading...

martedì 31 luglio 2007

La Casta

Una delle letture che hanno allietato la mia breve vacanza era "La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili", il best-seller di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, edito da Rizzoli e in classifica tra i best seller da diverse settimane. L'unica riflessione che sono stato in grado di elaborare, a libro concluso, era una risposta a distanza ad un lettore che, tempo fa, lasciò su questo blog un commento per dirmi di smetterla di "fare paragoni del cazzo, ps, mussolini, ma falla finita! voi avete dittature fondamentaliste vergognose, tu sei uno scarafaggio, e gli scarafaggi non possono parlare, nemmeno di altri suoi simili...". Aveva perfettamente ragione: quello dell'era Mussolini - seppur durata un ventennio, neanche tanto lontano - era davvero un paragone "del cazzo". Non c'era affatto bisogno di viaggiare nel tempo: basta leggere la "Casta" e confrontata alle "vergognose dittature fondamentaliste", l'Italia emerge in tutto il suo splendore di...circo. Un circo pseudo-democratico, in cui una cerchia ristretta - sempre la stessa da generazioni, e persino per vie ereditarie - approffitta dei cittadini, che - a differenza degli scarafaggi delle dittatture - possono parlare e protestare, con l'unico risultato di farsi menare ancora di più per il naso, e in perfetta legalità.
Lasciamo da parte gli stipendi e i benefit da favola, che sono - da sempre - una prerogativa di tutte le classi dirigenti, dittature e non, in tutti i paesi del mondo. Sta di fatto che tra i grandi Paesi occidentali l’Italia è quello con il numero più alto di parlamentari eletti, senza contare i senatori a vita. Gli europarlamentari italiani prendono oltre 44.000 euro più degli austriaci, ma incassano quasi il doppio dei tedeschi e degli inglesi, il triplo dei portoghesi, il quadruplo degli spagnoli. Lo stipendio di un deputato è cresciuto dal 1948 ad oggi, in termini reali e cioè tolta l’inflazione, di quasi sei volte (11.703 euro mensili). Il Quirinale costa sei volte più di Buckingham Palace. Ma a tutto questo vanno aggiunte altre chicche del tipo: il rimborso delle spese di viaggio per l’europarlamentare e i suoi collaboratori, solo per fare un esempio, viene “calcolato a forfait sul biglietto aereo più costoso, senza vincolo di documentazione”. Per non parlare della “rilevante indennità aggiuntiva per i collaboratori, di cui non solo non occorre documentare la retribuzione, ma neppure l’esistenza”. A questo punto è persino inutile girare il coltello nella piaga e ricordare come alcuni parlamentari passino le vacanze nei posti più belli del mondo, pagando 19,37 euro la camera matrimoniale o non pagando affatto, o che un piatto prelibato al ristorante del Senato costi meno di quello offerto in una mensa studentesca.
Facciamo finta che tutto questo stia nell'ordine delle cose. Ciò che invece non ci sta affatto è che alla Camera risulti che su 629 collaboratori ufficiali - con tanto di tesserino di riconoscimento - quelli regolarmente assunti siano solo 54: tutti gli altri pagati in nero (tra i 500 e i 1.500 euro) allorché i deputati addebitano, al mese, su questa voce 4.678 euro al Senato e 4.190 alla Camera. E che il Ministero del Lavoro (del Lavoro!) risponda dicendo che: "c'è l'assenza di una qualificazione normativa, cioè il parlamentare che vuole comportarsi correttamente ha difficoltà a trovare uno strumento normativo di riferimento chiaro e preciso". Cosi come non sta affatto nell'ordine delle cose che un deputato resti a Montecitorio senza essere stato eletto per tutta la durata di una legislatura, poiché si era ritrovato - grazie ad una banale svista del presidente di un seggio brindisino - i voti dell'avversario, al quale venne data finalmente ragione un mese prima delle nuove elezioni. O che un capogruppo comunale assuma come proprio staff moglie e prole. Per non parlare del complesso residenziale, affittato dalla Camera per 18 anni e per la somma stratosferica di 444 milioni di euro e mezzo, in modo tale da permettere al proprietario di ritrovarsi comodamente padrone dell'intero complesso (l'affitto copre totalmente il mutuo), senza che la Camera, alla fine, risulti proprietaria di un solo mattone.
Non posso elencare le tante "maraviglie" riportate nel libro, con nomi, cognomi e cifre. Ma vi consiglio vivamente di leggerlo. Innanzittutto vi permetterà di meglio comprendere e digerire alcuni episodi recenti. Tipo quello del parlamentare dell'UDC - quelli della Famiglia Cristiana per intenderci - finito al centro di uno scandalo a base di orgie di prostitute e droga. Dopo aver letto la "Casta", la patetica difesa del parlamentare che afferma di aver solo commesso una "leggerezza" con un' "amica" a cui aveva fatto un "regalo" (in contanti, ovviamente), perché aveva già trascorso nientepopodimeno che 6 giorni da solo a Roma, sembra una barzelletta. Leggermente meno spassosa, invece, è l'intervista - concessa a La Stampa del 30 luglio (p.10) - in cui il nostro risponde piccato - e contraddicendosi - al cronista: "Certo che mi riconosco nei valori cristiani ma che c'entrano questi con l'andare con una prostituta? E' una faccenda personale". Assai più inquietante, infine, è la proposta del Segretario dell'UDC di integrare i già sostanziosi emolumenti percepiti dai parlamentari a titolo di «ricongiungimento famigliare». Letta la Casta, si comprende meglio e si giustifica persino la bancarotta ufficiosa del Comune di Catania. Leggo, sempre su La Stampa, che da quelle parti sono riusciti ad ingaggiare una giovane 22enne, nota per essere stata Miss Eritrea, come "consulente per lo sviluppo industriale delle città". Per la bellezza di 24.000 euro. Credo fermamente che la Casta sia un'ottima lettura per gli esportatori di Democrazia de'noantri. Non è che cercate di "perfezionarla" - si fa per dire - almeno un "pochino", questa democrazia, prima di esportarla altrove?

lunedì 30 luglio 2007

Momenti (e commenti) particolari

"O Sherif è andato in vacanza o in questo momento particolare causa attivismo delle cellule terroristiche a Perugia ha preferito defilarsi".
Ho ritrovato il simpatico (e allucinante) commento sopra riportato fra quelli che non sono riuscito a pubblicare in questa settimana di assenza. Ovviamente, il fatto che io sia tornato a scrivere dovrebbe tranquillizzare il lettore in questione, evidentemente e sinceramente (sic) preoccupato per la mia sorte: sono semplicemente andato in vacanza, per meglio riflettere e tornare con nuove considerazioni sulla realtà in cui viviamo e che spesso ci sfugge. Anzi, nel corso del viaggio, passando per Colle Val D'Elsa - città di residenza dell'Imam più odiato da Magdi Allam (e per questo sicuramente terrorista) nonché sede della discussa e futura moschea (e per questo immancabile tappa di pellegrinaggio) - sono stato pure fermato dai Carabinieri per un casuale controllo autostradale. Dopo una breve sosta, la carta d'identità mi è stata restituita con tanti saluti e auguri di buon viaggio: evidentemente non avevano ancora avuto sentore dell'esposto presentato a mio carico da Adriana Bolchini, parapsicologa che si occupa del paranormale e di esoterismo, autrice di testi quali «La guida pratica alla magia bianca» e «Il manuale del perfetto cartomante», nonché ospite della trasmissione taroccata di Santoro sulle donne e l'Islam. Ovviamente mi rendo conto che rivelando di essere in Italia, io smentisca di fatto la notizia che avevo precedentemente comunicato in merito ad un mio trasferimento in America Latina. Non è affatto vero. E' che sono come Fu Fallaci: sono in esilio, ma in Italia, anzi nella mia Italia, ci torno quando e come voglio.
“Quando mi manca Firenze anzi la mia Toscana, cosa che mi accade con ancor maggior frequenza, non ho che saltare su un aereo e venirci (…) A Firenze, anzi nella mia Toscana infatti, ci vivo più di quanto si creda. Spesso, mesi e mesi o un anno di fila. Se non si sa è perché ci vengo alla Mazzini”. Oriana Fallaci.

domenica 22 luglio 2007

E poi si lamentano...

Corruzione nel cuore dell'amministrazione dello Stato. Nel terminale milanese del ministero dell'Interno, la Prefettura. Dove alcuni impiegati si facevano pagare per «regolarizzare» abusivamente gli immigrati irregolari: moltissimi, almeno 300 solo nei pochi mesi tra 2006 e 2007. Tariffe salate: 1.000 euro a pratica. Soldi detratti dai 4-5 mila degli intermediari del traffico di documenti e dai 10 mila che i committenti si facevano pagare dagli immigrati. Sono i risultati di un'inchiesta condotta dalla procura di Milano che ha portato già all'arresto di due impiegate, fino a poco tempo fa assunte in Prefettura con contratti interinali, del compagno di una delle donne e di due intermediari. Ma l'inchiesta, tra committenti su larga scala, avvocati e perfino poliziotti, conta già 12 indagati. (Leggi su Il Corriere)
A proposito: la vignetta sopra riportata è presa dal sito della Lega Nord, Sezione Rho (MI). Evidentemente ne sono orgogliosi...

sabato 21 luglio 2007

Onore al merito

Per la prima volta, il mondo accademico e giornalistico, unito ad una simbolica e variegata rappresentanza di una più larga opinione pubblica, ha deciso di prendere una posizione chiara e inequivocabile contro Magdi Allam, Vicedirettore Onorario del Corriere. Docenti universitari, storici, arabisti, studiosi di religione, giornalisti e gente comune: in duecentotrenta hanno firmato un appello - pubblicato da Reset e ripreso da altri mezzi di informazione - per denunciare un certo modo di fare "giornalismo".
Per molto tempo - anche troppo - Magdi Allam ha fatto il bello e cattivo tempo in materia di Islam e Immigrazione in Italia, senza che nessuno osasse chiedergli conto di ciò andava affermando e sostenendo. I suoi critici erano (e sono) additati come terroristi o fiancheggiatori di terroristi. La scorta - assegnatagli sulla base di Dio sa quali considerazioni -brandita come status symbol e come deterrente: non si può criticare Magdi Allam perché - a suo dire - sarebbe minacciato di morte.
Ma Magdi Allam non è, o meglio non è più, un giornalista. Ha dichiarato di voler fare politica. Si appresta a fare politica. Questo significa che dovrà fare i conti con l'elettorato e con le sue critiche. Abbi quindi la decenza di dimettersi dal Corriere e di fondare il suo movimento, come aveva anticipato. La smetta di spacciare i suoi proclami e i suoi comizi per informazione giornalistica e presentazioni di saggi, e accetti di essere giudicato per le sue idee, che non sono affatto verità rivelate.
Conosco personalmente molti dei docenti e giornalisti firmatari dell'appello. Ho visto che fra di loro c'erano lettori silenziosi e non di questo blog. Per questo mi permetto di attirare la loro attenzione su un fatto importante: è giunto il momento di smettere di indignarsi perché Magdi Allam ha commesso questa o quell'altra "scorrettezza" giornalistica. Iddio, e il voto, ci salvino invece da quelle che potrebbe commettere se un giorno dovesse far parte - a qualsiasi livello - di un governo.
Detto questo, credo che sia ora di chiedere al presidente Napolitano di conferire al Prof. Paolo Branca, promotore dell'appello, l'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. E' ora di premiarlo per il suo coraggio e soprattutto i suoi sforzi a favore dell'integrazione. Mi sembra che tale onorificienza, destinata a "ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari" sia più che meritata, nel suo caso. Le adesioni vanno inviate al seguente indirizzo: meritoperbranca@gmail.com. Si prega di diffondere l'appello.
Onore al merito, e ai firmatari!
Paolo Branca, David Bidussa, Giancarlo Bosetti, Enzo Bianchi, Gadi Luzzatto Voghera, Angelo d'Orsi, Paolo De Benedetti, Nasr Hamid Abu Zayd, Nina zu Fürstenberg, Giovanni Miccoli, Marco Varvello, Alberto Melloni, Agostino Giovagnoli, Ombretta Fumagalli Carulli, Patrizia Valduga, Michelguglielmo Torri, Pippo Ranci Ortigosa, Anna Bozzo, Dario Miccoli, Isabella Camera D'Afflitto, Francesca Corrao, Ugo Fabietti, Brunello Mantelli, Sumaya Abdel Qader, Diego Abenante, Giorgio Acquaviva, Roberta Adesso, Claudia Alberico, Marco Allegra, Massimo Alone, Daniela Amaldi, Maurizio Ambrosini, Sara Amighetti, Lubna Ammoune, Michael Andenna, Giancarlo Andenna, Carlo Annoni, Caterina Arcidiacono, Barbara Armani, Monica Bacis, Pier Luigi Baldi, Anna Baldinetti, Giorgio Banti, Gianpaolo Barbetta, Roberto Baroni, Elena Lea Bartolini, Annalisa Belloni, Giovanni Bensi, Michele Bernardini, Giovanni Bernardini, Francesca Biancani, Giovanna Biffino Galimberti, Valentino Bobbio, Giuliana Borello, Franco Brambilla, Daniela Bredi, Alberto Burgio, Paola Busnelli, Maria Agostina Cabiddu, Fabio Caiani, Alfredo Canavero, Paolo Cantù, Fanny Cappello, Franco Cardini, Paola Caridi, Lorenzo Casini, Fabrizio Cassinelli, Paolo Ceriani, Maria Vittoria Cerutti, Francesco Cesarini, Michelangelo Chasseur, Antonio Chizzoniti, Franca Ciccolo, Cornelia Cogrossi, Chiara Colombo, Annamaria Colombo, Silvia Maria Colombo, Alessandra Consolaro, Giancarlo Costadoni, Antonio Cuciniello, Giovanni Curatola, Irene Cusmà, Cinzia Dal Maso, Monia D'Amico, Laura Davì, Francesco D'Ayala, Fulvia De Feo, Fulvio De Giorgi, Paolo di Giannatonio, Miriam Di Paola, Rosita Di Peri, Maria Donzelli, Camille Eid, Fabrizio Eva, Guido Federzoni, Alessandro Ferrari, Valeria Ferraro, Nicola Fiorita, Francesca Flores d'Arcais, Filippo Focardi, Daniele Foraboschi, Guido Formigoni, Ersilia Francesca, Annalisa Frisina, Carlo Galimberti, Enrico Galoppini, Laura Galuppo, Antonella Ghersetti, Mauro Giani, Aldo Giannuli, Manuela Giolfo, Fabio Giomi, Emanuele Giordana, Demetrio Giordani, Gianfranco Girando, Elisa Giunghi, Carlo Giunipero, Anna Granata, Francesco Grande, Fabio Grassi, Maria Grazia Grillo, Laura Guazzone, Rachida Hamdi, Virgilio Ilari, Massimo Jevolella, Massimo Khairallah, Chiara Lainati, Giuliano Lancioni, Filippo Landi, Angela Lano, Clemente Lanzetti, Paolo La Spisa, Raffaele Liucci, Claudio Lojacono, Silvia Lusuardi Siena, Monica Macchi, Paolo Maria Maggiolini, Paolo Magnone, Roberto Maiocchi, Diego Maiorano, Gabriele Mandel Khan, Patrizia Manduchi, Ermete Mariani, Annamaria Martelli, Paola Martino, Elisabetta Matelli, Vincenzo Matera, G. Mazzola Nangeroni, Carlo Maria Mazzucchi, Alessandro Mengozzi, Alvise Merini, Saber Mhadhbi, Ferruccio Milanesi, Stefano Minetti, Marco Mozzati, Vincenzo Mungo, Beniamino Natale, Enrica Neri, Sergio Paiardi, Francesco Pallante, Monica Palmeri, Simona Palmeri, Maria Elena Paniconi, Irene Panozzo, Michele Papasso, Daniela Fernanda Parisi, Antonio Pe, Fausto Pellegrini, Claudia Perassi, Alessio Persic, Marta Petricioli, Martino Pillitteri, Daniela Pioppi, Paola Pizzo, Alessandro Politi, Paola Pontani, Antonietta Porro, Gianluca Potestà, Rossella Prandi, Abdelkarim Hannachi, Elena Raponi, Savina Raynaud, Riccardo Redaelli, Giuseppe Restifo, Michele Riccardi, Franco Riva, Marco Rizzi, Maria Adele Roggero, Maria Pia Rossignani, Ornella Rota, Monica Ruocco, Rassmeya Salah, Ruba Salih, Brunetto Salvarani, Giovanni Sambo, Marco Sannazaro, Paolo Santachiara, Milena Santerini, Maria Elena Santomauro, Cinzia Santomauro, Giovanni Sarubbi, Federico Ali Schuetz, Giovanni Scirocco, Deborah Scolart, Lucia Sgueglia, Ritvan Shehi, Rita Sidoli, Stefano Simonetta, Piergiorgio Simonetta, Lucia Sorbera, Carlo Spagnolo, Salvatore Speziale, Stefania Stafutti, Oriella Stamerra, Giovanna Stasolla, Piero Stefani, Alessandra Tarabochia, Dario Tarantini, Maurizio Tarocchi, Andrea Teti, Massimiliano Trentin, Emanuela Trevisan Semi, Lorenzo Trombetta, Michele Vallaro, Marisa Verna, Marco Francesco Veronesi, Fabrizio Vielmini, Edoardo Villata, Franco Zallio, Patrizia Zanelli, Francesco Zappa, Luciano Zappella, Boghhos Levon Zekiyan, Ida Zilio Grandi, Raffaello Zini, Ali Hassoun, Alexander Hobel,
Giuseppina Igonetti.

venerdì 20 luglio 2007

Good bye Magdi!

"Si può criticare Magdi Allam senza essere considerati terroristi? La rivista Reset, da oggi in edicola, ha promosso una raccolta di firme contro la tesi centrale di Viva Israele, il nuovo libro del vicedirettore ad personam del Corriere della Sera. Paolo Branca, David Bidussa, Enzo Bianchi, Gadi Luzzatto Voghera, Alberto Melloni, Angelo d’Orsi, Ombretta Fumagalli Carulli, Nasr Hamid Abu Zayd, Giovanni Miccoli, Marco Varvello sono solo alcuni dei firmatari di un documento pubblicato sul nuovo numero della rivista diretta da Giancarlo Bosetti il quale avverte: «Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico piuttosto che analitica e razionale, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi ». Per Bosetti «utilizzare Israele come principio di vita e l’Islam come humus del principio di morte è un errore assai pericoloso»".
Tratto da "Europa" (pagina 1). Di seguito, un articolo di Avvenire, P.25
La difesa di Israele torna a dividere. Casus belli, stavolta, l’ultimo libro di Magdi Allam «Viva Israele» (Mondadori, pagine 206, euro 17) in cui il giornalista di origini egiziane accusa numerosi intellettuali italiani di cedevolezza, anche consapevole, al pericolo islamista e di ostilità nei confronti dello stato ebraico.La risposta non si è fatta attendere molto. Dopo essere circolato fra le caselle di posta elettronica e le cattedre universitarie, un appello contro le tesi di Allam viene ora pubblicato da Reset, mensile di politica e cultura di taglio progressista, nel suo numero di luglio, con il titolo di «No al giornalismo tifoso» (e che Allam, raggiunto per telefono, non ha voluto commentare).«Intendiamo protestare fermamente davanti alla sfrontatezza di chi afferma che le università italiane "pullulano" di "docenti collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità"» si legge nel testo. «Ci pare davvero eccessivo – continua l’appello – che quanti, in sede di dibattito scientifico e civico, esprimono posizioni differenti da una pretesa unica "verità interpretativa" divengano automaticamente estranei a universali valori di civiltà o, addirittura, alieni dalla comune umanità. Una tale impostazione non è solo lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale – e molto più in linea con ideologie totalitarie – ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e scientifica e della stessa, difficile ma essenziale, missione dell’informazione giornalistica in una società plurale». Impostazione che «rischia di contribuire, purtroppo, al preoccupante imbarbarimento dell’informazione», e che alimenta «una logica da tifo calcistico piuttosto che analitica e razionale, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi e, in particolare, relativi all’Islam e alle questioni legate all’area mediorientale».Primo firmatario di questa lettera aperta è Paolo Branca, docente di lingua araba all’Università Cattolica di Milano, preso di mira da Magdi Allam per un commento ritenuto compiacente «alle invocazioni a Dio per distruggere Israele fatte dall’imam Moussa nella grande Moschea di Roma». Fra le restanti 230 firme, si contano quelle di storici come Angelo D’Orsi, Giovanni Miccoli, Agostino Giovagnoli, Franco Cardini, Alfredo Canavero, Gadi Luzzatto Voghera, Guido Formigoni e di studiosi di religioni come Gabriele Mandel, Piero Stefani, Enzo Bianchi, Massimo Jevolella, Franco Riva e Paolo De Benedetti. Oltre a questo manifesto, Reset pubblica nel suo dossier dal titolo «L’ultimo libro di Magdi Allam: un inno per la terra di David o un attacco all’Islam?» interventi di David Bidussa, Giancarlo Bosetti, Khalid Chaouki, Amara Lakhous e Massimo Campanini. A quest’ultimo, docente di storia contemporanea dell’islam all’Università Orientale di Napoli, Allam ha dedicato nel suo libro due pagine al vetriolo per affermazioni come: «Sono molti gli autorevoli intellettuali europei che, pur mantenendo il legame culturale con i Fratelli Musulmani egiziani, e all’interno di un discorso di neoislamizzazione sociale e civile, perseguono la costruzione della Wasatiyya, una "via mediana dell’islam", che esprime posizioni molto moderne e democratiche». Per Campanini, nella sua replica su Reset, «stupisce notare come Magdi Allam sembri del tutto ignorare la letteratura scientifica sulle questioni mediorientale... È la banalizzazione dell’islamismo che finge di non vedere come, all’interno dei Fratelli Musulmani, in Egitto e nel mondo arabo, vi siano correnti di pensiero e di azione che si raccolgono attorno alla parola d’ordine Wasatiyya ("giusto mezzo"). Lo studioso americano Raymond Baker ha ampiamente documentato questa realtà. E del resto si va sempre più diffondendo nella ricerca scientifica la convinzione che la radicalizzazione dell’islamismo sia dovuta anche, se non soprattutto, alla repressione cui sono stati sottoposti i movimenti moderati degli anni Cinquanta-Sessanta. È dunque sbagliato e controproducente identificare il jiadismo con i Fratelli Musulmani».
Un difensore d'ufficio di Magdi Allam (Pierluigi Battisti, ndr), invece, ribatte sul Corriere con un editoriale delirante:
"Cosa mai possono concretamente sperare le (così dicono) «centinaia di firme» apposte a un documento che si scaglia contro un libro, quello di Magdi Allam? Forse indurre l’autore ad abiurare? L’editore a ritirare il volume? I librai a disfarsene?A dichiarare fuori legge un saggio per aver violato chissà quale articolo del codice penale? Oppure, come è più probabile ma non meno inquietante, a rinchiudere il bersaglio di tanta ardente indignazione in un recinto infetto, fare terra bruciata attorno a lui, insomma a procurare un effetto intimidatorio su chi si è macchiato della grave colpa di aver scritto quel libro?"
Non meno delirante l'editoriale di Renato Farina (e chi altro, se non lui?) su Libero:
"Magdi Allam deve aver sentito una mano di ghiaccio sul collo. Duecento intellettuali, persone gentili, molto cristiane, brave di penna, cattedratici stimati, predicatori di pace, incapaci di fare del male a una mosca, hanno firmato un manifesto contro di lui. Lo sanno che cosa hanno fatto? Hanno la testa, insegnano all'università: si presume di sì. Tutti sanno che contro Allam sono state pronunciate sentenze di morte e c'è intorno a lui un vuoto sociale da macumba, al punto che è il giornalista più blindato del mondo. Tutti sanno meno loro? E allora perché si sono presi la briga di prendere in mano il foglio scritto da un arabista dell'Università Cattolica di Milano, Paolo Branca, e poi pensarci su, quindi metterci la firma, non prima di aver raccomandato l'adesione ad altri? Poi è successo che un tipo serio come Giancarlo Bosetti, ex vicedirettore dell'Unità, collaboratore di Repubblica, l'ha piazzato con enorme solennità sulla sua rivista Reset"
Il delirio tocca una vetta irraggiungibile con l'editoriale pubblicato su Il Foglio:
"Tra i firmatari c’è anche Angelo D’Orsi, uno che ha la scomunica facile quando si prova a mettere in discussione la vulgata dell’antifascismo come religione civile. Magdi Allam è abituato a vedersi scomunicare pubblicamente. Gira con la scorta, accerchiato da tre uomini armati, minacciato di morte. Cosa sarà mai un dossier polemico di Giancarlo Bosetti? L’intellettuale islamista Tariq Ramadan gli ha dato del “cristiano” in un dibattito pubblico con Daniel Pipes. Equivale all’accusa di blasfemia. Ora un appello di duecento intellettuali, pubblicato dal contenitore amatiano Reset, intende screditare il suo nobile lavoro di sradicamento della cultura della persecuzione dal nostro paese. Criticare un giornalista arabo che ha rotto con l’omertà tribale, venuto in Italia a denunciare l’infiltrazione fondamentalista nelle nostre moschee trasformate in centrali dell’odio, che scrive inni alla dignità della persona contro il negazionismo endemico che assedia come la peste una parte del mondo islamico, mettere in dubbio la sua apologia dell’occidente come destino di libertà, tutto questo è ovviamente lecito e ammissibile. Non lo è mostrificare Magdi Allam. Perché lui non è un analista qualunque, ma un pezzo importante di una guerra culturale che durerà decenni. Forse il gran censore Angelo D’Orsi pensava ad altro all’epoca, ma noi ci ricordiamo il trattamento in occidente dei dissidenti sovietici. E quest’appello ha tutto il sapore dell’umiliazione pubblica leninista".

giovedì 19 luglio 2007

Magdi, non mi prenda in giro

Estratto della Lettera aperta di Gerolamo Fazzini a Magdi Allam in occasione della manifestazione del 4 luglio contro la "persecuzione" dei cristiani in Medio Oriente. Gerolamo Fazzini è il segretario della Federazione della stampa missionaria italiana (Fesmi). La Fesmi oggi raggruppa 38 testate missionarie, tra cui l'agenzia Misna. Fazzini è anche condirettore di «Mondo e Missione» (rivista del Pime di cui è stato caporedattore dal 1994 al 1997) ed è editorialista di Avvenire, dove ha lavorato per cinque anni.
Caro Magdi Allam,
(...)
1) Trovo parziale la lettura della situazione che lei propone. “Da circa un milione e mezzo prima dell'inizio della guerra scatenata da Bush il 20 marzo 2003 (i cristiani d’Iraq – ndr) si sono ridotti a circa 25 mila”. Premesso che le cifre in nostro possesso sono assai diverse (e meno catastrofiche, per quanto preoccupanti), non le viene il sospetto che l’esodo massiccio dei cristiani iracheni in Siria, Giordania e altri Paesi sia una conseguenza diretta dell’intervento militare anglo-americano in Iraq? Non credo di essere accusabile di anti-americanismo di bassa lega se cito alcune dichiarazioni di mons. Fouad Twal, vescovo coadiutore latino di Gerusalemme. Nei giorni scorsi a Venezia, all’incontro del Comitato scientifico di Oasis (la rivista promossa dal cardinale Angelo Scola) Twal ha detto che quando è stata scatenata la guerra in Iraq non è stato calcolato chi ne avrebbe pagato il prezzo, ovvero i cristiani. Un personaggio insospettabile, don Gianni Baget Bozzo ha scritto (Tempi, 14 giugno 2007): «L’intervento americano in Iraq ha distrutto il nazionalismo iracheno (…). Ma quel regime, appunto perché autoritario, lasciava ai cristiani una libertà vigilata che ne consentiva l’esistenza». Dicendo ciò non voglio certo allungare le fila di quanti condannano la guerra in Iraq quasi rimpiangendo il tiranno di Baghdad. (*) Dico solo che la mancanza di pace nell’area ha peggiorato – e di molto le condizioni dei cristiani mediorientali, come ha giustamente osservato nei giorni scorsi anche il direttore di Asia News, padre Bernardo Cervellera. Aggiungo che mons. Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia, nel medesimo incontro di Oasis, a precisa domanda di chi scrive, ha risposto che, anche nei Paesi del Golfo persico, in misura diversa, l’onda d’urto della guerra in Iraq si ripercuote sui cristiani (in larga parte asiatici: filippini, srilankesi, indiani…) che vivono lì. Se tutto questo è vero, permetterà che io mi stupisca nel vedere tra le firme in calce al tuo appello quelle di molte persone che, a differenza di quanto fece Giovanni Paolo II, non solo non condannarono ma giustificarono e appoggiarono con forza la guerra in Iraq.
2) Leggo nel suo editoriale del 15 giugno scorso sul "Corriere". “In quasi tutti i paesi musulmani, dall'Algeria al Pakistan, dall'Indonesia alla Nigeria, dall'Arabia Saudita alla Somalia, i cristiani sono vittime di vessazioni e discriminazioni. E si tratta di una catastrofe per tutti: certamente per le vittime cristiane, ma anche per i musulmani che si ritrovano a essere sottomessi all'arbitrio di spietati carnefici e di tiranni che si fanno beffe della libertà religiosa”. Proprio perché sono d’accordo con lei, credo che - se si vuole impostare una battaglia per la libertà religiosa - essa vada fatta su un terreno laico, in quanto diritto umano fondamentale (cfr Giovanni Paolo II, discorso all’Unesco 1980 e recenti interventi di Benedetto XVI). Ben venga, dunque, l’appello a salvare i cristiani. Ma non facciamone una diatriba confessionale (i cristiani che puntano a salvare i cristiani). Oso aggiungere: salviamo (anche) i musulmani laddove essi sono minoranza in difficoltà, preda di altri fondamentalismi (penso all’idologia dell’hindutva, l’integrismo indù molto presente in India).
3) La libertà religiosa è un tema delicatissimo, proprio perché cruciale. Non può essere trattato mai in modo strumentale. Cito solo un esempio illuminante: il rapporto Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dal Dipartimento di Stato Usa e presentato al Congresso. Nel 2004 il 6° Rapporto conteneva per la prima volta dure accuse all'Arabia Saudita, dove «non esiste libertà religiosa». Non mi risulta che tra il 2003 e il 2004 la situazione in quel Paese sia precipitata in modo particolare per i cristiani. Forse, più semplicemente, la spiegazione è che i rapporti politici fra Usa e Arabia Saudita (dopo che si è scoperto che 19 attentatori dell’11 settembre erano sauditi) sono diventati di colpo meno idilliaci e, di conseguenza, Washington si è finalmente presa la libertà di criticare il governo saudita su questo fronte.
4) Mi rimane da capire la scelta della data del 4 luglio. Tutti sanno che quel giorno negli Usa si festeggia l’Independence Day. Ma perché una manifestazione come quella che lei propone si tiene proprio lo stesso giorno? Non vorrà suggerire, spero, che dobbiamo affidare agli Stati Uniti (o solo a loro) la salvaguardia dei diritti di libertà religiosa. Mi parrebbe una strumentalizzazione alquanto infelice.
Sono certo che leggerà con interesse queste note. Auguro alla manifestazione del 4 luglio, alla quale hanno aderito anche molte persone amiche e che stimo, il successo che merita. Ma, per i motivi che ho espresso, vi assisterò da lontano.
Gerolamo Fazzini

mercoledì 18 luglio 2007

Una, nessuna e centomila identità (III)

Leggi la Prima Puntata - Leggi la Seconda Puntata
In realtà, non mi sono mai vergognato di ciò che sono. Anzi, ne sono particolarmente orgoglioso. Nascere in una famiglia mista, poter contare su una buona educazione cosmopolita sono elementi di ricchezza, altro che motivo di vergogna. Non ho mai invidiato quelle persone sicure della propria cosiddetta identità, le ho sempre compatite: la diversità è ricchezza, l'isolamento è povertà. Proprio per questo al trattamento razzista che qualcuno ha tentato di riservarmi, ho sempre risposto con la superbia, secondo me pienamente giustificata. Chi è costui? Chi crede di essere? Come osa? L'ho spesso ripetuto su questo blog: nascere in Italia, o in Europa, è un fatto puramente casuale. Uno scherzo del Destino. Non può essere scambiato per un messaggio divino o per un'investitura di superiorità razziale, intellettuale o altro. C'è gente che nasce nei paesi più sperduti e più arretrati di questo pianeta e che per onestà, moralità, educazione vale centomila europei. Il luogo di nascita - e la cittadinanza che a volte ne consegue - non sono elementi di merito o di demerito. Sono solo scartoffie. Fosse per me le abolirei perché non dicono nulla dei loro portatori. Quanti italiani all'estero hanno la cittadinanza italiana solo in virtù del fatto che qualche loro bisnonno era italiano? Quanti stranieri hanno la cittadinanza greca anche se non sanno dire neanche "buongiorno" in greco? Quanti asiatici, indiani, africani, europei hanno la cittadinanza americana o canadese? Se la cittadinanza dovesse equivalere ad "Identità", tutto questo non sarebbe accaduto. Eppure accade. Ed è giusto che sia cosi.
Proprio per questo rido di gusto, quando sento Magdi Allam parlare, pontificare, aizzare il suo pubblico di rimbambiti. Lui è proprio l'ultimo a dover parlare di identità e cittadinanza. Figlio di una famiglia esclusivamente egiziana e musulmana, cresciuto in una scuola salesiana, emigrato in Europa dover aver finto un suicidio, possessore di un permesso di soggiorno che è stato rinnovato con la truffa e l'inganno ed oggi invece è tutto un cianciare del "nostro paese", dei "nostri valori" e della "nostra identità". Di quale paese sta parlando costui? Di quali valori? Di quale identità? A rigor di logica, Allam dovrebbe essere esclusivamente egiziano. Il suo essere italiano è un fatto puramente burocratico, soggetto persino ad interrogazioni parlamentari. I suoi sostenitori continuano ad indicarlo come "Il giornalista egiziano", "musulmano", "arabo", eppure sono più di vent'anni che è cittadino italiano sulla carta. Ciononostante, lui continua a vergognarsi di ciò che è, a combattere ogni espressione del mondo da cui proviene, a tentare di mettere limiti, vincoli ed ostacoli a coloro che vorrebbero emigrare o prendere la cittadinanza italiana, magari senza ricorrere a trucchi e documenti falsificati. Magdi Allam è la prova vivente che non esiste un concetto chiamato identità: il fatto che un egiziano, musulmano, diventato italiano per caso, si erga a fautore di una cosiddetta identità nazionale italiana, cristiana ed occidentale è la riprova che non è mai esistita. Per inventarla, difenderla, promuoverla, farne una bandiera, si è dovuto persino ricorrere ad un extracomunitario immigrato appena vent'anni fa in Italia. Ecco, quella è la conclusione a cui sono arrivato tempo fa: non esiste nessuna identità. E Magdi Allam ha provato la correttezza e la logicità della mia convinzione. Mi chiamo Sherif: non sono egiziano, non sono greco, non sono italiano, non sono francese. E nel contempo io sono tutto questo, sono il risultato dell'incontro - anche fortuito, anche superficiale, anche lontano nel tempo - di tutte queste nazionalità, queste scuole, e delle tre confessioni monoteiste. Sono un essere umano, che ha vissuto molte vite, che ha avuto molte esperienze e che ha fatto proprie molte identità. Io ho una, nessuna e centomila identità.

martedì 17 luglio 2007

Una, nessuna e centomila identità (II)

Leggere la Prima Puntata
Quando Randa Ghazi parla del rischio di rimanere "incastrati nel mezzo di due mondi, col rischio di essere rifiutati da entrambi", parla di un rischio concreto. Fino a quando non ho frequentato l'asilo, a casa - con mia madre, con mia nonna e mia sorella - parlavo solo ed unicamente greco. La mia conoscenza dell'arabo era scarsina, un limite che sarebbe venuto meno frequentando la scuola francese, dove l'arabo si studiava comunque nei progammi ministeriali, giocando con i compagni nel grande cortile alberato, oppure guardando la televisione e leggendo i giornali locali. Non avevo mai visto l'Europa fino all'età di 15 anni, né ho avuto l'opportunità di vivere in quell'Egitto che alcuni decenni fa assomigliava all'Europa e che nel frattempo era completamente scomparso, lasciando nel quartiere dove abitavo la sua eredità di palazzi e ville italiane e belghe, ingiallite dalla sabbia del deserto e dallo smog. Ma l'Europa l'ho vissuta nei ricordi di mia nonna, nei racconti di mia madre e soprattutto sui testi scolastici, dove erano raffigurati paesaggi innevati, raccolte di ciliegie, negozi parigini e piazze viennesi. D'estate, al mare, leggevo Topolino e Paperino rigorosamente in francese. Più avanti sarebbe stato Le Figaro Magazine e, persino le riviste di gossip parigino, come Paris Match. Mi sono sempre sentito "europeo", una sensazione alimentata anche dalle critiche che mia nonna era solita rivolgere alle tradizioni e alle abitudini egiziane. Ma erano delle critiche amorevoli, soprattutto. O divertite. L'Egitto di inizio secolo in cui mia nonna era emigrata era radicalmente diverso, da quello che avrebbe visto in seguito. La sua delusione, per una certa involuzione dei costumi e della mentalità, era tutto sommato comprensibile e persino condivisa da molti egiziani.
Il mio primo viaggio fuori dall'Egitto fu in Francia, il secondo in Grecia e il terzo in Canada. Poco tempo dopo, mi sarei trasferito in Italia. Ma fu solo in Italia che mi accorsi che non ci sono sentimenti che tengano, quando si tratta di pratiche burocratiche, passaporti, visti e quant'altro. Potevo anche sentirmi "europeo" ma di fatti ero esclusivamente egiziano agli occhi dei funzionari dell'aeroporto. Avevo un passaporto egiziano e come tale sarei stato trattato, cioè con quell'atteggiamento di finta superiorità e di sufficienza con cui alcuni funzionari tendono a trattare gli extracomunitari, facendosi scudo delle loro divise. I cittadini europei - o meglio, quelli che avevano cittadinanze europee - potevano varcare le porte in fretta: fui costretto a fare una lunga fila sotto la scritta "Non UE citizens", con funzionari che sbraitavano e davano tranquillamente del "Tu" a tutti. Arrivato allo sportello, però, l'atteggiamento fu radicalmente diverso, non appena ebbi occasione di pronunciare due parole: il funzionario, convinto che mi ero sbagliato, mi indicò l'ingresso riservato ai cittadini italiani. Poi si rese conto del colore del passaporto che gli stavo porgendo. Bastarono quelle due parole, comunque, per costringerlo a chiedermi dove ero vissuto, dove avevo studiato, come mai parlavo l'italiano cosi bene. Forse non ero europeo, sulla carta, anche se ne avrei avuto diritto. Ma di certo avevo tutte le carte in regola per obbligare chi avevo di fronte a trattarmi con dignità. Fu all'aeroporto, che colsi l'aria che tirava in Italia. E mi feci subito una promessa: in questo paese, nessuno si sarebbe permesso di trattarmi con sufficienza solo perché ero cittadino egiziano.
Forse era quella, la mia identità? Quella sancita dai documenti che portavo nel portafogli? Ero tentato a crederlo. Il mio passaporto e il mio nome e cognome mi indicavano come egiziano, come arabo e persino come musulmano. Ma io ero anche a metà greco, avevo studiato da ragazzino in una scuola francese e in seguito ho vissuto cinque intensi anni in una scuola italiana. Tutto questo non concorreva forse a forgiare la mia identità? All'orizzonte si presentava la famosa crisi identitaria, che in realtà non c'è mai stata perché l'ho superata molto in fretta. In teoria avevo due scelte: quella di far finta di essere ciò che non sono e cioè italiano. O quella di tornare indietro e pretendere di essere solo egiziano. E cosi sono giunto alla stessa conclusione a cui è arrivata la protagonista del romanzo di Randa Ghazi, mentre rifletteva sulla sua identità: "Quante volte mi sono sentita fottuta­mente diversa? Quante volte ho avvertito il disagio nelle persone, o il disagio in me, l'incapacità e l'impossibilità di renderli pienamente partecipi di quello che sono? Quante volte mi sono detta "pensa se un giorno mi svegliassi e mi ritrovassi in una bella famiglia italiana, uguale a tutti quel­li che mi stanno intorno. O, nel caso opposto, in una bella famiglia egiziana, in Egitto. Ma almeno uguale agli altri"? E quante volte mia madre mi ha detto di non vergognar­mi di quello che sono? La realtà è che io non me ne vergogno, ma non riesco ad accettarlo pienamente. Sono sempre lì, tesa verso l'integrazione perfetta, l'assi­milazione più totale. Senza rendermi conto che forse alla fine è un miraggio lontano. Tu ti sforzi e fai di tutto per avvicinarti, ma più ti avvicini più perdi qualcosa di te, e anche se sembra sempre più vicino, non ci arrivi mai. E l'unica soluzione, alla fine, rimane tornare indietro. Quando ti rendi conto che non raggiungerai mai la meta, ti volti e torni indietro. Ma quando ti giri di nuovo a guar­darla, non c'è più, perché in realtà forse non c'è mai stata. Non vorrei mai rischiare di correre dietro a un miraggio. Perderei qualcosa di me". (Leggi la Terza Puntata)

lunedì 16 luglio 2007

Una, nessuna e centomila identità (I)

L'anno scorso ho ricevuto alcune bellissime email da parte di un giovane lettore, un ragazzo nato in Italia da un padre egiziano (proveniente da Luxor) e una mamma italiana (originaria della Sicilia). Mi ha raccontato un po' di cose di sè, e una delle sue lettere mi ha particolarmente colpito, e infatti l'avevo pubblicata a suo tempo sul blog: "Alcuni padroni di case da affittare danno precise disposizioni di non affittare a stranieri, immigrati e figli di stranieri. Ieri, dopo aver risposto alla domanda "Sei straniero?" con un: "Sono Italiano, di origine egiziana, questo non dovrebbe essere un problema..." mi sono sentito dire "Invece lo è". Questa gentile signora priva di tatto, ha poi detto che "Non ci sarebbero problemi per me, ma la padrona non vuole stranieri, comunque poi vediamo". Io ho disdetto l'appuntamento, non voglio avere a che fare con questa gente... magari per te niente di nuovo sotto il sole, a me era capitato solo altre due volte. Sentirsi definito un problema, per quello che si è, ferisce; se il modo - per quanto sdegnoso - fosse stato diverso non avrei fatto una piega, cose del genere succedono spesso, ma sentirmi dire che la mia origine è un problema ...beh è un pò diverso. Questa cosa non è la prima volta che la sento: Wahid, un amico di amici, di origine palestinese, assolutamente ateo, si è più volte sentito dire uno sprezzante: "Quindi saresti mussulmano..." per telefono mentre cercava casa".
Ci sarebbe molto da dire, ovviamente, sui padroni di casa che non vogliono affittare agli stranieri, e che - in questo caso particolare - non vogliono affittare ad un italiano, seppur di origini straniere. Ma si tratta di un problema particolarmente grave e con ricadute talmente negative, che mi riservo di affrontarlo in un'altra sede. Ciò che mi preme di sottolineare in quest'occasione, è il dramma identitario di questo ragazzo, e di migliaia di altri giovani come lui. Sono italiani a tutti gli effetti: spesso e volentieri sanno poco o nulla dei paesi di origine dei loro genitori, magari li hanno visitati durante le vacanze e quindi li hanno percepiti come luoghi di piacevole villeggiatura e nulla di più, parlano un arabo stentato o non lo parlano affatto. Sono nati in Italia, come nel caso sopra descritto, hanno vissuto tutta la vita qui, parlano l'italiano con le inflessioni locali ma il loro nome e cognome, le origini dei genitori, la confessione che hanno ereditato, l'aspetto fisico, il colore della pelle, li condannano ad essere considerati da parte di una buona fetta della società italiana come "stranieri". Con le inevitabili conseguenze spiacevoli che ne derivano: dall'esclusione dai posti di lavoro alla difficoltà di trovare casa, dalle battute sarcastiche a scuola agli atteggiamenti di vera e propria discriminazione.
In un'altra email, il giovane mi ha chiesto se: "Data la sua doppia origine, si è mai posto domande sulla propria identità? Le chiedo questo anche perchè il suo avatar, splendido tra l'altro, lascia trasparire una forte identità africana prima ancora che araba. Io nonostante sia fisicamente non identificabile come arabo o africano, sento forte l'identità che mi lega all'Egitto e all'Africa, e in special modo alla regione di Luxor da cui la mia famiglia proviene". Mi sono venute in mente le email di questo lettore mentre leggevo l'ultimo romanzo di Randa Ghazi. Randa ha esordito, un anno dopo l'11 settembre e all'età di 15 anni, con "Sognando Palestina" (2002), un romanzo che ha riscosso un sucesso incredibile e che è stato tradotto in 15 paesi. Recentemente è tornata con "Forse oggi non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista". Racconta la storia di una ragazza, italiana di origine egiziana, milanese di 23 anni, che va all'università, esce con le amiche e flirta con i suoi coetanei. Tutto normale. O quasi, perché lei è musulmana. Crede nella pace ma entra ogni giorno in guerra per difendere le sue idee. Una guerra in cui l'ironia viene usata come arma per stare tra due mondi senza appartenere veramente a nessuno dei due. E infatti, ad un certo punto, l'autrice spiega una realtà durissima, con cui hanno fatto o devono fare i conti tutti i giovani di doppia nazionalità o doppia origine, come il sottoscritto: «Ma sai qual' è il rischio? Che finisci per non essere accettata da nessuno, veramente. Rischi di rimanere incastrata nel mezzo. Nessuno qui ti percepirà mai fino in fondo come italiana. E se continui a snobbare e criticare le tradizioni e la forma mentis degli arabi e dei musulmani in generale, anche loro inizieranno a percepirti come diversa. E così sarai diversa da tutti». (Leggi la Seconda Puntata)

domenica 15 luglio 2007

Femminismo all'Italiana

Far finta che il «caso» non esista, stavolta, è davvero impossibile. Basta alzare gli occhi durante il check- in in aeroporto, o accendere la tv. Loro sono lì, che aspettano. Donne, donne, donne. In formato gigantesco, sembrano uscite da un film di Fellini. Scollature profonde, sguardo malizioso. Sono lì per convincere: a comprare una valigia, a scegliere una nuova tariffa per il cellulare. Oppure, semplicemente, per «intrattenere». Succede in Italia, patria della bellezza femminile — e del suo sfruttamento. Perlomeno è questa, secondo il Financial Times, l’immagine che colpisce chi arriva nelle nostre città: corpi (inutilmente) scoperti che ammiccano dai cartelloni stradali, ragazze di nulla vestite che ancheggiano nei varietà. (...) La prova sta tutta nella foto che domina la pagina: una Elisabetta Canalis oversize, cellulare all’orecchio, china a guardare negli occhi l’ignaro passante — sempre che il suo sguardo non sia stato già calamitato dalla scollatura messa in risalto da un ridotto bikini rosso. È un’immagine dell’ultima campagna Tim. E da oggi, per gli inglesi, è il simbolo dell’ «arcaicità» del popolo italiano. (...) «Ma le donne protestano, eccome - si infervora la giornalista palestinese Rula Jebreal (che un ospite non identificato, nell’ultima puntata di Annozero, definì "gnocca senza testa", ndr) - Il punto è che abbiamo bisogno del Ft per commentarlo, come se la questione non fosse palese; il mondo intero ci osserva e ride, e i nostri media ignorano il problema. L’Italia critica spesso il mondo arabo e musulmano, ma quando si tratta di guardare al ruolo delle donne nei media, in politica, dicono "ah no, è un’altra cosa". L’ultimo stadio è la mancanza di diritti, è vero. Ma il primo gradino è spingere una donna a spogliarsi e stare zitta per apparire». (Il Corriere)
A proposito della Canalis, segnalo - innanzittutto - questo mio vecchio pezzo, che è sempre attuale. E vi raccomando di leggere la seguente intervista, rilasciata dalla stessa a Max. Esilarante il passaggio in cui afferma che «All'inizio di Mai dire martedì ero spaesata. Loro sono molto selettivi. Non ti permettono di fare la bella gnocca che va in tivù. Devi trovarti un ruolo, mostrare personalità. La sera tornavo a casa depressa. Ho fatto schifo, pensavo». E ci credo, che era depressa. Ma a quanto pare, l'hanno presa lo stesso, in Tv.

sabato 14 luglio 2007

No permesso? No Party! (II)

Leggi la Prima puntata
In Italia, sono tutti bravi a dire a che gli extracomunitari hanno solo "diritti". Peccato che questi "diritti" si sciolgano come neve al sole al primo vaglio ravvicinato. Ha ragione, il ministro Amato, quando afferma che 70 euro per rinnovare un permesso di soggiorno sono un salasso per gli extracomunitari. Ma, per quanto mi riguarda, i 70 euro sono ingiustificati soprattutto alla luce della qualità del servizio che viene loro offerto in cambio. Perché il rinnovo del permesso di soggiorno, per di più se lautamente pagato in contanti, è innanzittutto un servizio - e quindi un diritto - dell'immigrato, oltre che un suo dovere. L'immigrato è tenuto a rispettare le leggi dello stato, e regolarizzare la sua presenza rinnovando il permesso, ma lo Stato - in cambio - è tenuto ad offrire un servizio adeguato. Questa seconda parte, normalmente, sfugge sia al governo che all'opinione pubblica: il permesso di soggiorno è appunto un "permesso", e quindi qualcosa che viene gentilmente e generosamente concesso come beneficenza. E l'extracomunitario dovrebbe accontentarsi del solo fatto che gli viene concessa questa "beneficenza". Beneficenza un corno! Intanto gli extracomunitari regolari lavorano, e quindi pagano le tasse. In cambio di queste tasse non hanno nessun diritto elettorale, e se proprio vogliamo citare qualcuno, che sia James Otis (1725-1783), politico di Boston che affermava: "La tassazione senza rappresentanza è tirannia". Ma senza ricorrere alla retorica di Otis, basta il famoso solgan "No taxation without representation" per rendersi conto che gli extracomunitari sono pienamente legittimati a chiedere quantomeno un servizio decente per il rinnovo dei permessi.
Se lo scopo della convenzione siglata dal Ministero degli Interni con le Poste italiane era quello di velocizzare le pratiche di rinnovo, e allegerire il carico di lavoro incombente sulle forze dell'ordine, ebbene, questo scopo è miseramente fallito. Il rinnovo del permesso di soggiorno con la nuova modalità comporta ritardi inconcepibili. Anche perché chi ha stilato la convenzione ha disposto che l'extracomunitario mandi la famosa raccomandata con la richiesta all'attenzione del Questore della città dove risiede presso un indirizzo ubicato a Roma. Avete capito bene: il sottoscritto, per esempio, dovrebbe mandare la richiesta di rinnovo al Questore di Torino, ma presso Viale Trastevere, a Roma. A Roma, qualcuno - presumo - riprende la busta, la apre, la guarda, la richiude e la rispedisce a Torino, dove viene materialmente esaminata. Ancora mi sfugge l'utilità di questo passaggio, ma pazienza. L'unica cosa che so è che questo viaggetto ritarda la pratica di alcuni mesi. Qualcuno parla addirittura di un passaggio intermedio a Milano: tutto è possibile. Poi uno pensa che, avendo mandato la richiesta di rinnovo via posta, gli venga risparmiato il pellegrinaggio in Questura. Macché! L'extracomunitario si reca in Questura per due volte: una per farsi prendere le impronte, l'altra per ritirare il permesso. E il personale delle forze dell'ordine è sempre lo stesso. Tanto valeva non cambiare il sistema, allora. Prima, infatti bastava andare in Questura una volta per presentare la richiesta e farsi prendere le impronte, e l'altra per ritirare il permesso. Adesso si è aggiunto anche il pellegrinaggio alle Poste!
E mica tutti gli sportelli delle Poste sono abilitati, all'invio della benedetta raccomandata. Macché! Solo lo "Sportello amico" (Si noti la terminologia) è preposto a questa funzione. Allo sportello amico viene consegnata una busta con la striscia gialla (e meno male che non è una stella, o una mezzaluna) che viene rispedita, dopo averla compilata e integrata con la documentazione, pagando solo ed unicamente in contanti (niente bancomat, assegni o denti d'oro). Ma anche la compilazione non è da poco: affinché la domanda risulti leggibile al lettore ottico del Ministero, è preferibile che venga compilata al computer. Ma non qualsiasi computer: deve essere quello del patronato o di una Acli. E cosi, ai tre viaggi in Questura e alle Poste, si è aggiunto anche quello al Patronato. Ora, inutile sottolineare le lunghissime attese presso i Patronati e le Questure. L'aspetto tragicomico è che l'extracomunitario, per recarsi in Questura, riceve una raccomandata che gli intima di presentarsi alle ore 8:39 o 10:42 (si noti la precisione) per il rilascio delle impronte mentre una volta giunto sul posto gli viene consegnato un numerino (e la convocazione? Boh!), che - se tutto va bene - gli permette di entrare alle 17:30, 18:00. In altre parole, l'extracomunitario è costretto a perdere almeno tre giornate lavorative, ad aspettare sei o più mesi un permesso che dura un anno o due, a non poter uscire dal paese durante questo periodo, e in cambio di tutti questi "diritti" - perché qualcuno ha la faccia tosta di definirli cosi, in questo paese - paga anche 70 euro. Ovviamente protestare è "sputare nel piatto", è comportarsi da "ospiti prepotenti" e "Anche gli italiani sono schiacciati dalla Burocrazia". Ebbene, se così è, propongo di estendere questi "diritti" a tutti cittadini italiani desiderosi di rinnovare le proprie carte d'identità o passaporti. Se nessun protesterà, e solo allora, farò Mea Culpa.

giovedì 12 luglio 2007

No permesso? No party! (I)

«Settanta euro per rinnovare il permesso di soggiorno, un vero salasso per gli extracomunitari che sono davvero disperati e che contestano questo assalto alle loro tasche già vuote e ai loro bilanci impossibili per la precarietà spesso del lavoro». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, in un’intervista al Tg1. «Io mi sono trovato a gestire una convenzione già firmata tra ministero dell’Interno e Poste Italiane - ha ricordato il titolare del Viminale - che definisce l’impegno delle Poste per trattare queste domande. Le Poste hanno fatto anche investimenti per questo, ma alla fine chi paga è l’extracomunitario. Chi ha una famiglia di 4 persone e deve rinnovare i permessi di soggiorno spende 280 euro, spesso mezzo stipendio quando lo stipendio c’è, davvero troppo». «La procedura» ha aggiunto, «va rivista al più presto e dal Premier sono venute indicazioni in questa direzione. Voglio che questa procedura venga rivista, bisogna trovare il modo di farlo rapidamente. Con le circolari posso porre rimedio ai ritardi: ho firmato una circolare che consente, anche col cedolino delle Poste, di essere in regola anche se il rinnovo non è arrivato. Questo tranquillizza anche quando gli extracomunitari devono spostarsi».
In effetti, in Italia si verifica un fenomeno molto strano. Una coalizione di partiti votati da metà degli elettori fa capire agli immigrati, anche in maniera piuttosto chiara ed eloquente, che non sono il benvenuto. Ma quando si tratta di rinnovare loro il permesso di soggiorno, il governo - indipendentemente dal colore politico - impedisce loro materialmente di lasciarlo, applicando nei loro confronti una specie di condanna collettiva agli "arresti domiciliari" entro i confini nazionali. Il Ministro Amato, quando dice che col cedolino delle poste (che certifica l'avvenuto deposito della domanda di rinnovo del permesso, ndr) gli immigrati si sentono tranquilli quando devono spostarsi si riferisce, in realtà, agli spostamenti dentro l'Italia. Gli spostamenti fuori dall'Italia, invece, non sono contemplati. O meglio, sono contemplati da una circolare che permette all'extracomunitario di lasciare l'Italia e rientrarvi, almeno in teoria, con il solo cedolino. Dico "in teoria" perché, a volte, le forze dell'ordine presenti alle frontiere fanno finta di non aver mai sentito parlare della circolare in questione. E questo accade mentre il personale della questura assicura agli immigrati che con il cedolino possono andare ovunque, e rientrare altrettanto tranquillamente.
In effetti, fino a quando non è stata emessa la circolare in questione per la prima volta, con il solo cedolino non si poteva assolutamente rientrare in Italia, in nessun caso. L'ha imparato, sulla propria pelle, un mio amico libanese. Va in Questura, presenta domanda di rinnovo, prende il cedolino e chiede se può tornare in Libano per le vacanze. Gli rispondono di andare tranquillo e godersi le vacanze. Lui ci va, e al ritorno viene fermato allo scalo di Milano. Avendo in mano il solo cedolino, non può entrare. Confinato nell'aeroporto, il ragazzo chiama un avvocato che va fino a Milano, si fa firmare una delega, ritorna e si presenta in Questura per ritirare il permesso originale, che nel frattempo era già pronto. Non glielo danno. E cosi il ragazzo viene rimpatriato per il Libano, e costretto a rifare la domanda per un visto di ingresso. Tra una balla e l'altra, ci ha messo sei mesi e ha perso buona parte dell'anno accademico (studiava in Italia). Oggi, invece, pare che sia consentito uscire dalla riserva italiana nel periodo delle vacanze. Ma se voi foste al posto di un extracomunitario, vi fidereste? Lo straniero si sente tranquillo solo se rimane in Italia, mentre viene rinnovato il suo permesso. E siccome ci vogliono sei-sette mesi circa per rinnovare un permesso che è valido per soli dodici, lo straniero ci rimane per tutto l'anno, in Italia. E questo nonostante lui sia disposto ad esaudire, seppur temporaneamente, il desiderio di molti italiani che lo invitano a "tornarsene nel suo paese". (Leggi la Seconda Puntata)

mercoledì 11 luglio 2007

Tradizioni siculo-pakistane

Ragazzo siciliano travestito da donna spagnola, Wilhelm von Gloeden (1856–1931)
«Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. Ma c'è una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere il contrario. Dobbiamo uscire da questa tradizione». A sottolinearlo è stato il ministro dell'Interno Giuliano Amato nel suo intervento al convegno su Islam e integrazione. L'ex premier ha ricordato come solo fino agli anni '70 in Sicilia c'erano costumi e tradizioni non molto distanti da quelli che ora in Italia sono importate dagli immigrati di alcuni gruppi musulmani. «Dobbiamo evitare di imputare a Dio - ha detto il responsabile del Viminale - il Dio dei cristiani e dei musulmani, che in realtà è lo stesso, ciò che è da imputare invece agli uomini». Secondo Amato quando parliamo degli immigrati, in particolare dei musulmani, bisogna evitare di considerarli dei «blocchi umani» piuttosto che singole persone. «Non esiste il concetto noi contro gli altri - ha precisato - Se lo deve cacciare fuori di testa tutto l'Occidente: ognuno di noi è diverso e questo è importante soprattutto quando si parla di Islam». Amato avverte: «Sono una minoranza ma comunque sono troppi, mi spiace dirlo, i miei concittadini che in nome dei valori cristiani vogliono respingere gli altri». Frasi che scatenano una ridda di reazioni, soprattutto tra i politici siciliani. La prima a replicare è l'ex ministro di Forza Italia Stefania Prestigiacomo: «Il ministro Amato deve chiedere scusa ai siciliani, oppure lo querelo». (Il Corriere)

Allam se ne deve andare!

«Magdi Allam fomenta l'odio religioso, chiediamo agli azionisti del Corriere della Sera di licenziarlo da Vice Direttore». Si è aperta con questa dichiarazione del Consigliere Luigi Tranquillino, dai banchi di Rifondazione comunista, l'ultima seduta del Consiglio provinciale. In aula ieri si discuteva del piano rifiuti, ma, a quanto pare, Tranquillino si sarebbe alzato all'improvviso per pronunciare un discorso contro il giornalista del Corriere. Discorso che è proseguito, con una serie di insulti ad Allam, definito uno «scortato» «legato a Cia e Mossad». Immediata la condanna del capogruppo in Provincia di Forza Italia Bruno Dapei: «Solo alle nostre vibratissime proteste (lo stesso regolamento consigliare vieta tassativamente episodi simili) il Presidente del Consiglio Ortolina, ad intervento chiuso, ha preso le distanze dalle inqualificabili parole dell'esponente comunista». «Noi per primi - prosegue Dapei - siamo convinti che la battaglia politica, anche in aula, possa assumere caratteri forti. Altra cosa è un vile attacco, premeditato e perpetrato "a freddo" non contro un uomo politico ma un inerme cittadino colpevole solo delle sue coraggiosissime prese di posizione pubbliche su scottanti temi sociali». Fonte: Libero

martedì 10 luglio 2007

Cittadinanza Prêt-à-porter

Alcuni giorni fa è stata concessa la cittadinanza - e la scorta, ci mancherebbe altro - a Dounia Ettaib, "leader delle donne marocchine in Italia". Io ero convinto, fino a tempi recenti, che la "leader delle donne marocchine in Italia" fosse Souad Sbai, portavoce ufficiosa di Magdi Allam nella Consulta Islamica del Ministero degli Interni e presidente dell'Associazione delle Donne Marocchine in Italia. Evidentemente mi sbagliavo. Di leader ce n'erano addirittura due: Souad Sbai, e la sua Vice Dounia Ettaib, appunto. Non so perché ma ho la netta impressione che, un giorno, le povere donne marocchine - e più in generale islamiche - in nome delle quali si accapigliano un po' tutti in Italia, avranno più leader che diritti.
A Dounia Ettaib, la cittadinanza - e la scorta, ci mancherebbe altro - è stata concessa perché ha denunciato di essere stata aggredita, in piena mattinata e nel bel mezzo di Viale Jenner a Milano, da due ceffi che l'avrebbero minacciata dicendole che "la bellezza non dura in eterno". La minaccia sarebbe conseguente alla protesta - a cui la stessa Ettaib aveva partecipato - di fronte al tribunale che giudica gli assassini di Hina, la ragazza pachistana uccisa dai famigliari. Dei due ceffi, però, nessuna traccia finora. E non ci sono nemmeno dei testimoni, a quanto pare. In compenso però, tutti hanno attaccato - forse per la contiguità fisica del luogo - la moschea che ha sede in Viale Jenner. In attesa quindi di appurare la dinamica dei fatti, il governo ha deciso di concedere la cittadinanza - e la scorta, ci mancherebbe altro - a Ettaib.
La giovane Ettaib vive in Italia da vent'anni, esattamente dall'età di 9 anni. E' sposata con un italiano e ha un figlio nato in Italia. La sua richiesta per la cittadinanza giaceva in Prefettura dal lontano 2003. Ci è voluta, pensate un po', l'aggressione - ancora al vaglio degli inquirenti - e l'editoriale di nientepopodimeno che Magdi Allam, per smuovere ministri, presidenti di regioni, deputati e senatori di Destra e Sinistra e chi più ne ha più ne metta, tutti a favore della concessione della cittadinanza a Ettaib in quanto riassume "l'impegno etico del nostro Paese (Si, è Allam che scrive) a schierarsi dalla parte di tutte le donne coraggiose che osano sfidare, pagando in prima persona, l'estremismo islamico".
Della questione è stato addirittura direttamente investito il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, su interessamento dell' On. Santanché. Nel giro di 24 ore, e con la promessa di concludere il tutto entro una settimana, la cittadinanza è stata concessa. Ora, col rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni tipo "Sei un amico di Alqaida", più che l'aggressione - su cui indagano tuttora le forze dell'ordine - io trovo più vergognoso il fatto che una richiesta di cittadinanza avanzata da parte di una persona che vive in Italia dall'età di 9 anni, sposata con un cittadino italiano e con un figlio italiano, rimanga a prendere la muffa per quattro anni nei corridoi della Prefettura.
Mi sento di consigliare alle migliaia di cittadini immigrati che hanno maturato le condizioni necessarie per la concessione della cittadinanza, che hanno sempre lavorato duramente, che hanno sempre rispettato la legge e pagato le tasse, che magari hanno figli o coniugi italiani, ma che non hanno mai avuto l'opportunità di fare i leader e assumersi il gravoso onere della battaglia contro l'estremismo islamico in Italia a fianco di Magdi Allam, e che tuttora aspettano una risposta, forse invano, alle loro richieste di cittadinanza, di recarsi in massa a Viale Jenner, e farsi aggredire, foss'anche a pagamento, da due o tre barbuti per dare una spinta alle proprie pratiche che giacciono senza speranza da chissà quanti anni negli archivi. Quasi quasi la metto su io, un'agenzia turistica del genere.

lunedì 9 luglio 2007

Chiamiamola pure Invidia

Tutti ricordano, immagino, la famosa diatriba sul Crocifisso, innescata in Italia da un personaggio reso famoso da Porta a Porta & Co., ma addebitata sul conto di tutti i musulmani residenti nella Penisola. Politici, insegnanti, religiosi, media, quando non impegnati a togliere frettolosamente i crocefissi dalle aule scolastiche per non "offendere la sensibilità degli islamici", erano tutti impegnati a strillare: "Nessuno tocchi il crocifisso! Il crocifisso rimanga dov'è! Guai se provano a toglierci il crocifisso! Se togliamo il crocifisso, ci ritroviamo con la mezzaluna!", e via dicendo. Un gran caos che, nel corso degli anni, ha diffuso la leggenda metropolitana secondo cui "gli islamici vorrebbero toglierci il crocifisso". A giudicare dalla sollevazione generale, uno era persino propenso a credere che il crocifisso fosse altamente tenuto in considerazione negli ambienti scolastici. Ora, invece, abbiamo finalmente capito perché tutti si sono ampiamente spesi per conservare il crocifisso nelle classi: per permettere agli studenti di prenderlo a bastonate. A Rovigo, un’intera classe, o quasi, dell’Istituto per geometri di corso del Popolo, ha incitato un gruppetto di compagni che, dopo aver staccato il crocifisso dal muro lasciando attaccato un biglietto con la scritta «Torno subito», hanno infierito sull’effigie del Cristo con un bastone di legno fino a farla a pezzi. «Finiscilo, forza finiscilo». Il tutto, ovviamente, filmato dagli immancabili videofonini per mostrare la «grande impresa».
Come succede spesso in questi casi, molti sono pronti a liquidare il fatto come un "episodio isolato". Cosi come lo erano i casi del ragazzo rumeno manganellato dai compagni italiani nel bagno, quello del ragazzo down aggredito in classe sotto gli occhi dell'insegnante, o le violenze di gruppo - anche di natura sessuale - sui compagni/e o con gli insegnanti, e via dicendo. Tanti, troppi, casi "isolati" che però denotano una realtà inequivocabile: la seconda generazione di italiani è completamente allo sbando. Il rispetto per il docente, il concetto di assunzione di responsabilità, l'idea di poter essere bocciati - solo per fare qualche esempio- sono per loro totalmente inconcepibili. Contano le griffe, la ricarica del cellulare, il Grande Fratello, le veline e il futuro da calciatori. Sono sicuro che ora nei commenti si alzerà il coro di italioti che negano spudoratamente l'evidenza: "Non-è-vero-i-nostri-giovani-sono-tutti-puliti-bravi-educati-e-fanno-volontariato-guarda-piuttosto-gli-spacciatori-per-strada". Peccato che proprio quei giovani siano, spesso e volentieri, i loro principali clienti. E a sentire gli insegnati - e ne ho sentito parecchi in questi anni - il panorama che emerge non è proprio roseo. Sento continuamente parlare di giovani disgustosamente irresponsabili, e di genitori che aggrediscono verbalmente, legalmente e persino fisicamente i docenti che tentano di rimettere in riga i loro figli allo sbando. Poi hanno il coraggio di lamentarsi dell'extracomunitario che non cede il posto alla vecchietta sul pullman.
Quella dell'extracomunitario che non si alza sul pullman, poi, è un'altra delle fisse degli abitanti del Bel paese. L'ha raccontata persino quel Poverino de Sinistra su La Repubblica: "Altro giro sul tram, affollato. Sale una vecchietta, si avvicina ad una ragazza di colore, la più vicina all'entrata e seduta tra altre 2 persone anziane e, gentilmente, le chiede il posto: prima non risponde e poi, all'insistenza dell'anziana biascica un "vaffanc.. vecchia puttana". Il vecchietto seduto si alza per darle il posto: io intervengo per dire che non è giusto, lei è giovane e può benissimo alzarsi per una vecchietta. Quella si alza, mi guarda, dice qualcosa e poi mi sputa la gomma americana che ciancicava: l'ho presa per il colletto e l'ho sbattuta fuori dal tram, alla fermata. Tutti ad applaudire ma io mi sono vergognato come un ladro per la mia reazione ed alla fermata successiva sono sceso". Ebbene, anch'io ho assisitito ad un episodio simile sul pullman. Sale una vecchietta, si avvicina ad una ragazza di colore e le chiede il posto. Peccato che abbia accuratamente evitato di chiederlo ad una fila di baldi giovani seduti prima e dopo la ragazza in questione. La ragazza ha fatto finta di niente e poi, di fronte all'insistenza dell'anziana, le ha chiesto - in un italiano stentato - come mai non lo chiedeva agli altri giovani seduti sul pullman. Mica tutti i mezzi sono come quello su cui è salito il Poverino, con l'intera parrocchia ultra-ottantenne a bordo. A questo punto è scoppiata una specie di sommossa sul mezzo, con tutti che strillavano allo scandalo e al sacrilegio. Come osava, quella lì, a rifiutare il posto alla vecchietta. Il fatto che poteva anche chiederlo a qualcun altro si è perso nel mezzo della baraonda. La ragazza ha borbottato, probabilmente qualche insulto, in inglese. Non mi è mai capitato di vedere immigrati col permesso di soggiorno, spingersi fino al punto di dare della puttana o di sputare la gomma sui cittadini italiani nei pullman. Praticamente è stata costretta con la forza ad alzarsi. Quando è scesa la fermata successiva, si è levato un coro di sollievo. E tutti a commentare liberamente, lodando la vecchietta che ha fatto alzare quella negra che sicuramente non aveva pagato il biglietto. Come si sa, infatti, i negri non possono che vivere di "espedienti".
Ora, io mi chiedo perché tutti questi signori, tanto solerti a condannare e a stigmatizzare la maleducazione degli extracomunitari, tra l'altro spesso e volentieri alimentata proprio dalle loro provocazioni ed atteggiamenti discriminatori, non spendono metà del loro tempo ad educare i propri figli. Magari eviteranno che in futuro la loro prole sia costretta a svolgere i lavori che "gli italiani non vogliono più fare" mentre quelli degli extracomunitari ricoprono incarichi dirigenziali e di primo piano. Perché il rischio è proprio questo: mentre ai giovani italiani non viene negato nulla, tranne la buona educazione, i figli degli extracomunitarti - a cui viene negata persino la cittadinanza del paese in cui sono nati e cresciuti - come minimo parlano due/tre lingue, studiano, si applicano, e vogliono superare e persino risarcire i loro genitori che hanno faticato non poco per permettere loro questa nuova vita. Spesso e volentieri mi viene il sospetto che tanto acrimonia nei confronti degli immigrati e tanta paura nel concedere ai loro figli la cittadinanza derivi proprio da una sensazione di inferiorità degli autoctoni sul piano dell'impegno professionale ed etico. Possiamo chiamarla invidia?

domenica 8 luglio 2007

Allam allontana Pace e Sicurezza

Leggendo il tuo libro vedo allontanarsi pace e sicurezza
di Amos Luzzatto, Il Riformista del 18 giugno 2007, pag. 1
Caro Magdi,
Ho letto con grande attenzione il tuo recente libro Viva Israele che, come è stato giustamente rilevato da più di una persona, se il titolo deve riassumere il contenuto di un testo, meriterebbe piuttosto il titolo di “Israele viva”, per distinguere il sostegno alla sopravvivenza di questo Stato dal sostegno allo Stato stesso inteso come strumento di difesa della civiltà: a pagina 193, l’affermazione che «Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale che, più di altre civiltà, incarna la sacralità della vita e la libertà della persona» mi porta a giustificare il titolo. Al tempo stesso però mi costringe a sollevare alcuni problemi, che ti sottopongo schiettamente, contando sull’amicizia e la stima che mi manifesti in appendice al tuo scritto.
La tua affermazione fa uscire il dibattito dagli scontri personali nei quali era caduto. E questo forse anche in seguito alla tua chiamata in causa di personalità italiane che parrebbero essere, secondo il tuo scritto, ciecamente filoislamiche, mentre mi risulterebbe che siano state portate in giudizio con motivazioni esattamente opposte. Io credo che si tratti invece di un dibattito che investe ampie problematiche culturali e politiche che minacciano di travolgerci e che dobbiamo approfondire finché siamo in tempo.
Permettimi per prima cosa di eccepire sulla tua affermazione che presenta la cosiddetta "civiltà occidentale" come quella che «più di altre civiltà incarna la sacralità della vita e la libertà della persona». Se dobbiamo escludere da questa civiltà lo sterminio delle popolazioni amerinde, le deportazioni di masse di schiavi in condizioni disumane dall’Africa al di là dellAtlantico, se considerassimo le guerre di religione, i roghi dell’Inquisizione, i misfatti dei colonialismi, i totalitarismi e le loro vittime, alla stregua di parentesi oscure, puri incidenti di percorso da non includere fra i fasti di questa civiltà, temo che ne resterebbero solo periodi molto limitati. Certo, ogni gruppo umano, ogni "civiltà", preferisce ricordare ed esaltare le proprie (rare) fasi felici, sottovalutando nel contempo i capitoli degli orrori; facendo poi esattamente l`inverso quando si tratta di valutare la storia degli "altri".
Questa modalità che, a essere generoso, potrei chiamare proprio-centrica, viene particolarmente esaltata quando si tratta di un sistema di giudizio fondato su principi indiscutibili, dati per veri sempre e dovunque, autentici dogmi che si pongono a un livello superiore rispetto a qualsiasi altro enunciato. Modalità che non sono materia di confronto o di reciproche concessioni, dunque nemiche del dialogo. Ai nostri giorni, sono state le ideologie ad essere accusate di tali colpe e siamo felici, spesso orgogliosi (fuori luogo) quando possiamo affermare che oggi le ideologie sono cadute e non sono più determinanti nella nostre società. (Da quanto tempo? E dove, per la precisione?) Ma ben prima delle "ideologie" non sono forse state le religioni ad assumere tale ruolo? (sia pure con la precisazione che le religioni cercavano nella trascendenza il loro punto di partenza, mentre le ideologie lo cercano nei valori dell’uomo, singolo o associato. La differenza però è minore di quanto appaia, perché l’impossibilità del dialogo porta inevitabilmente e comunque alla violenza).
Leggo che tu sei di fede musulmana per quanto non praticante. Io, contrariamente a molti ebrei, cristiani, musulmani, credo che questo non solo sia possibile, ma che sia molto più diffuso di quanto si sia disposti a credere. La "fede", se e quando esiste, interviene quando il raziocinio, nella ricerca della spiegazione della spiegazione, nella sua regressione all’infinito, decide a volte di fermarsi, a volte cedendo allo sconforto, altre volte sconfinando verso la fiducia in ciò che non possiamo dimostrare. Non è detto che si tratti di una operazione sempre e solo individuale né che sia una costante storica: ma è molto diffusa e non può essere scartata scrollando le spalle. La religione privilegia invece le pratiche (le forme di culto, la preghiera, i digiuni, i divieti), che richiedono la presenza di due cose intimamente collegate: una comunità organizzata e le sue guide spirituali. Se la fede confina con la Filosofia, la Religione (sto parlando di tutte le religioni) è un fenomeno strettamente sociale, che però tende a fare della Fede la sua unità di misura.
La prima domanda è dunque questa: "la Religione" deve pervadere di sé tutto il dominio della società organizzata oppure le vengono imposti o si auto-impone determinati limiti? È una domanda che pervade da alcuni secoli il pensiero dell’Europa e degli insediamenti che essa ha figliato. A tutt’oggi non conosciamo una risposta definitiva accettata da tutti. Ma sappiamo che per alcune società (quelle governate dagli integralisti, senza ulteriori aggettivi) la risposta reale è negativa (la religione deve pervadere tutto) anche se qualche volta mimetizzata da una certa retorica; altre società rispondono invece che devono esistere dei limiti e si compiacciono di questa affermazione avanzata. Tranne poi a non riuscire a definire questi limiti, che vuol dire predicare bene e razzolare male; oppure confinare nelle nebulose "radici" cristiane che, quando diventano addirittura "giudaico-cristiane" si avvolgono di una nebbia fitta.
Questa è, secondo me, la sostanza della debolezza con la quale l’Europa affronta le culture e le religioni extra-europee. È una debolezza che per molte generazioni è stata mascherata dalla forza materiale delle armi e della tecnologia; oggi tale maschera sta cadendo. Se le cose stanno così, caro Magdi, io trovo nel tuo libro una dovizia di particolari, preziose citazioni, anche un forte desiderio di pace e di sicurezza con l’angosciante sospetto che l’una e l’altra vadano allontanandosi. Senza conoscere tutti i particolari, lasciami dire che a grandi linee non ho trovato grosse novità.
Ma adesso la domanda cogente è questa: a fronte dello tsunami di odio e di violenza che sta montando attorno a noi, a fronte della tendenza di ciascun gruppo religioso o ideologico di scivolare nell’autoreferenzialità che nega il principio stesso del dialogo, ... che fare? Il lavoro educativo e informativo va fatto ma si tratta di costruzioni a lungo termine. La difesa dalla violenza è una risposta naturale, a breve termine, ma non risolutiva. Sempre meno mi convince quanto mi diceva un caro amico israeliano molti anni fa parlando del conflitto con i palestinesi: «la soluzione è che non ci sia alcuna soluzione». Parrebbe quasi che, tragicamente, al di fuori della guerra, l’umanità non sappia programmare altro. Clausewitz diceva che la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi. Io, molto più modestamente, mi sento di affermare che la guerra è la sepoltura della "politica". E allora? Vogliamo allargare il nostro dibattito? Certamente, ma senza attendere le delibere dell'Onu.

sabato 7 luglio 2007

Riflessioni utili

Sul domandare
Non male respondit, male enim prior ille rogarat
Non ha risposto male: male, infatti, l'altro aveva posto la domanda
Noli rogare, quom impetrare nolueris
Non domandare quando non vorresti ottenere (Seneca)
Sull'insegnamento
Homines dum docent discunt
Gli uomini, mentre insegnano, imparano
Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla
Lunga è la strada dei precetti, breve ed efficace quella degli esempi (Seneca)
Sugli amici
Ita amare oportere, ut si aliquando esset osurus
E' opportuno essere amici come se si fosse, prima o poi, destinati a diventare nemici
Non aqua non igni locis pluribus utimur quam amicitia
L'acqua e il fuoco non ci sono utili in più circostanze che l'amicizia (Cicerone)
Idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia est
La salda amicizia consiste nel volere e non volere le stesse cose
Neque irasci, neque admirari, sed intelligere
Non arrabbiarsi, non stupirsi, ma comprendere
Sul silenzio
Non minus interdum oratorium esse tacere quam dicere
Talora non è meno eloquente il tacere del parlare (Plinio)
Brevis esse laboro: obscurus fio
Mi sforzo d'essere conciso: divento oscuro (Orazio)
Nolite iudicare, ut non iudicemini
Non giudicate, per non essere giudicati
Sulla calunnia
Audacter calumniare, semper aliquid haeret.
Calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato (Plutarco)
La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile. Che insensibile sottile, leggermente dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sotto voce sibillando, va scorrendo, va ronzando, nelle orecchie della gente. S'introduce destramente, e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar. Dalla bocca fuoriuscendo, lo schiamazzo va crescendo: Prende forza a poco a poco, scorre già di loco in loco, sembra il tuono, la tempesta, che nel sen della foresta, va fischiando, brontolando, e ti fa d'orror gelar. Alla fin trabocca, e scoppia, si propaga, si raddoppia e produce un'esplosione. Come un colpo di cannone, un tremuoto, un temporale, un tumulto generale, che fa l'aria rimbombar. E il meschino calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello, per gran sorte va a crepar (Rossini - Il Barbiere di Siviglia)
E se non puoi la vita che desideri
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo per quanto sta in te
non sciuparla nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea.
Costantinos Kavafis

venerdì 6 luglio 2007

Magdi Allam dà i numeri

"Una manifestazione contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente: sono alcune centinaia di persone ad aver accolto stasera l'invito del vicedirettore del "Corriere della Sera" Magdi Allam". (La Repubblica)
"E per capire di che umore e sentimenti fosse la folla (un migliaio di persone), riunitasi nella storica piazza delle vittorie uliviste bastava ascoltare gli applausi ai politici presenti alla serata" (La Stampa, 5 luglio, p.17)
"Ora però passiamo alla critica dei cristiani italiani. Dove erano? Ieri sera c'erano a dir tanto un migliaio di persone. E gli altri? Io sono venuto giù da Milano in auto, e tornato su la notte perchè dovevo lavorare il giorno dopo. E sono un laico. Mi domando perchè i cristiani non "sentano" le ingiustizie subite dai loro fratelli in giro per il Medio Oriente o in Cina". (Un partecipante alla manifestazione di Allam).
"È con questi interrogativi che verso le 22 di ieri ho preso la parola di fronte a migliaia di persone, formalmente desiderose di salvare gli altri, i cristiani perseguitati nel mondo, di fatto per riscattare se stessi, i propri valori e la propria identità, violati e traditi dal dilagare del relativismo culturale e religioso" (Editoriale di Magdi Allam su Il Corriere della Sera).
Precisazione: Desidero ringraziare la famiglia di un noto miliardario saudita che ha messo a mia disposizione un jet privato per raggiungere il luogo dove attualmente mi trovo. Posso solo dire di essere da qualche parte in America Latina e che la mia non è una latitanza. Ho solo deciso di cambiare il panorama su cui si affacciano le mie finestre dopo aver visto l'esposto (e la lettera) con cui Adriana Bolchini Gaigher, parapsicologa che si occupa del paranormale e di esoterismo, autrice di testi quali «La guida pratica alla magia bianca» e «Il manuale del perfetto cartomante», nonché ospite della trasmissione taroccata di Santoro sulle donne e l'Islam, intende obbligarmi a pagarle un cospicuo risarcimento per "diffamazione".