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venerdì 31 agosto 2007

Allam, che cavolo mi combini?

Il ministro della propaganda nazista Goebbels era solito dire: "Una bugia ripetuta più volte diventa una mezza verità". L'editoriale odierno di Magdi Allam sul Corriere ne è la conferma.
Leggo sull'editoriale in questione che "l'articolo pubblicato il 22 agosto dal Riformista con il titolo «Caso Higazi. Ma la fatwa dov'è?», a firma di Paola Caridi" è stato "riportato integralmente da due siti italiani di spiccata simpatia islamica".
Non so a quali siti si riferisca esattamente, ma posso legittimamente pensare che almeno uno di questi sia quello del sottoscritto, che ha già avuto il disonore di finire - con tanto di link e citazioni - sul suo penultimo libro "Io amo l'Italia". Sito che corrisponde, tra l'altro, al secondo risultato della ricerca (che produce pochissimi risultati) dell'articolo della Caridi su Google.
Mi fa piacere di annoverare Magdi fra i miei affettuosi e silenziosi lettori. Ma vedo che non riesce a trarne profitto, come altri hanno fatto nel corso di questi anni. Allam infatti si chiede - dopo aver ribadito le farneticazioni sulla fatwa che non c'è (e infatti confermo che non c'è mai stata) - "come si fa a negare la persecuzione e l'esodo a cui sono sottoposti i cristiani in Egitto, documentato da fatti e da cifre incontestabili?".
Ebbene, ho ricevuto proprio l'altro ieri una email da parte di una signora italiana convertita all'ortodossia copta e sposata ad un cittadino egiziano di fede copta che ripropone più o meno lo stesso quesito. Ho promesso alla signora che avrei risposto su questo blog. E, nel farlo la settimana prossima, risponderò anche all'ex-cittadino egiziano Magdi Allam.
Primo Levi, un giorno, si è chiesto : "Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?". Oggi credo sia il caso chiedersi quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione delle cavolate propinate quotidianamente da Magdi Allam.

giovedì 30 agosto 2007

Valent: in Italia niente uguaglianza

Intervista alla portavoce della Lega islamica antidiffamazione
Valent: “Korchi vittima di una faida interna”
Il Giornale dell'Umbria, di Francesca Bene
PERUGIA - Gli islamici in umbria sono circa 25mila, 13 le moschee attive. Una delle più frequentate era quella di Ponte Felcino. Qui venivano a pregare fedeli da buona parte della provincia. Tutta questa gente, così legata al proprio imam, Mostapha el Korchi sembra scorparsa dopo il suo arresto. Nessuno che abbia alzato la propria voce per difendere un uomo, talmente stimato, da essere stato eletto capo della comunità religiosa e che era in procinto di diventare “l'emiro” delle moschee comprese tra il Perugino e l'Alta Valle del Tevere. Nessuno…Tranne una persona: Dacia Valente, ex europarlamentare del Pci, italo-somala ed oggi a capo della Lega islamica antidiffamazione. La sua appare l'unica voce fuori dal coro. L'abbiamo raggiunta nel suo
attico romano per chiederle cosa ne pensa dell'operazione antiterrorismo che il 21 luglio scorso ha portato all’arresto di el Korchi e dei due guardiani della sua moschea. "Ho - guardato le carte - ha spiegato la Valent e non riesco a spiegarmi su quali indizi si fonda la custodia cautelare in carcere".
In sede di Riesame sono state depositate migliaia di pagine frutto di due anni di indagini.
"Si migliaia di pagine web, a cui possono accedere tutti".
Ci sono anche registrazioni in cui l'imam incita i suoi fedeli all'odio verso gli occidentali e invita a seguire l'esempio dei kamikaze.
"Non si può mettere in carcere una persona perché è antiamericana. In questo Paese c'è libertà di pensiero e di parola".
L'arresto è stato effettuato in base all'articolo 270 quinquies, che prevede la detenzione per l'addestramento al terrorismo.
"Sì, è una legge che legittima i processi alle intenzioni".
Per i legislatori si tratta di prevenzione. E la legge non è nata per un capriccio, ma sulla scia degli attentati terroristici delle Torri gemelle, di Londra e Madrid.
"Credo che dietro l'arresto di Mostapha el Korchi, di Driss Safika e Mohamed el Jari, ci sia dell'altro".
Ovvero?
"Una guerra per il controllo delle comunità musulmane perugine"
Una guerra tra chi?
"All'interno del mondo islamico, naturalmente. Negli ultimi tre anni el Korchi ha attirato a sé molti fedeli e ha tolto all'imam storico di Perugia, Abdel Qader, il monopolio della predicazione in Umbria".
L’indizio più forte a carico di Korchi è il ritrovamento di tre fusti pieni di sostanze chimiche “rubati” alla Gesenu.
“I fusti sono stati trovati dopo gli arresti, quindi gli arresti non possono basarsi su questo dato di fatti che comunque va chiarita”
Come si spiega il silenzio dei musulmani umbri di fronte a questi arresti?
"La gente ha paura. Un islamico può essere in Italia da 30 anni, ma viene sempre considerato un cittadino di serie B".
Quindi secondo lei l'uguaglianza in Italia non esiste?
Solo sulla carta. La realtà dei fatti è un'altra cosa.

mercoledì 29 agosto 2007

Dounia Ettaib e il Sushi Halal

Sicuramente tutti voi ricorderete Dounia Ettaib. Dounia era una giovane sconosciuta di nazionalità marocchina che combatteva la burocrazia per ottenere la cittadinanza italiana fin quando non è balzata agli onori della Cronaca in quanto Minacciata (secondo la sua denuncia in piena mattinata e nel bel mezzo di Viale Jenner a Milano da parte di due ceffi che purtroppo non sono stati ancora rintracciati). Fu in quel momento che scoprii che la giovane Ettaib era nientepopodimeno che la "leader delle donne marocchine in Italia", carica ricoperta fino a tempi neanche tanto lontani dalla mitica Souad Sbai, un'intraprendente signora che invocava - dall'alto di un impeccabile italiano (sic) - esami di lingua italiana per tutti gli immigrati. Peccato che mi siano sfuggite le elezioni in cui è stata eletta Ettaib: doveva essere un gran bello spettacolo, davvero. Mi riferisco all'affluenza di centinaia di migliaia di donne marocchine residenti in Italia covenute per le votazioni. Uno spettacolo che avrebbe sicuramente tappato la bocca a chi affermava che le donne islamiche in Italia sono sottomesse e segregate (come Souad Sbai, ad esempio).
Ebbene, la giovane Ettaib - diventata in meno di 48 ore cittadina italiana con tanto di scorta - è stata ospite del recente Meeting di Comunione e Liberazione che si è svolto a Rimini, significativamente inaugurato da Magdi Allam sotto l'egida dello slogan "Salviamo i cristiani". Il suo intervento non era in programma, ma il PezzoGrossoMagdiAllam ha assolutamente preteso la sua presenza. Chissà che spettacolo, con le loro scorte riunite. Se quella di Allam già rassomigliava a quella del Gran Moghul, assieme a quella di Ettaib, probabilmente eguagliava solo il seguito di Francesco Sforza in occasione del matrimonio con Bianca Maria, figlia illegittima di Filippo Maria Visconti. Ettaib, dal palco, ha ringraziato Allam con un tono emozionatissimo, da strappa-lacrime. Non poteva essere altrimenti: il palco del Meeting di Comunione e Liberazione è ambitissimo. Un must per ogni politico o aspirante tale. Non mi meraviglia che non ci fosse Souad Sbai, ormai declassata (era infatti presente all'ultima edizione del Meeting) e a quanto pare fuori dai piani politici di Allam.
A differenza di Allam, che non perde occasione per ricordarci come la violenza sia insita nella natura stessa della religione islamica, la Ettaib ci teneva a dire che l'Islam è una religione di pace, che non invita a perseguitare i cristiani o gli ebrei. Peccato però che ogni tanto si lasciasse sfuggire frasi come "perché, nei paesi musulmani, uno deve arrogarsi il diritto di imporre una religione? Oppure uno non è libero di vivere la propria religione, la propria fede?", e altre cose (incluso un feroce, ridicolo e delirante attacco all'Egitto (dal minuto 32 della registrazione) in cui ha affermato che le donne cristiane egiziane sono costrette a convertirsi "perché frequentano le università" (sic)), cose che - dette cosi, generalizzando e senza fare i distinguo del caso - hanno totalmente vanificato lo sforzo costruttivo con cui era partita. Ho avuto la sensazione che la Ettaib volesse accontentare tutti, ma proprio tutti: sia quelli che credono in un Islam pacifico, che quelli che sostengono l'idea di un Islam violento. Insomma: un'altra moderata last-minute.
Ovviamente, quelli convinti della sola natura violenta dell'Islam potevano benissimo rinfacciare a Ettaib la sua scarsa conoscenza della religione islamica. Come ben sapete, infatti, questo tipo di pubblico tende sempre a gareggiare con l'interlocutore di turno citando, a fronte dei versetti coranici pacifici menzionati, altri versetti decontestualizzati e malinterpretati, presentati come incitamento alla violenza e all'odio. Temo però che, se lo avessero davvero fatto, Ettaib non avrebbe saputo per nulla difendersi e probabilmente si sarebbe nascosta sotto il palco, nonostante abbia infarcito il suo breve discorso di citazioni coraniche e di detti di Maometto a dimostrazione della natura pacifica dell'Islam (tra una generalizzazione e l'altra, of course). La sua conoscenza della religione islamica è, purtroppo, davvero scarsa. Lo dimostra un episodio che sembrerebbe insignificante, ma che è davvero grave per chi se ne intende, anche superficialmente, di religione e storia.
Nel corso del suo intervento, Ettaib ha infatti voluto sottolineare la natura aperta dell'Islam citando un detto di Maometto (Dal minuto 33 della registrazione) : "Mi ricordo in un hadith (detto di Maometto, ndr): il profeta diceva "Se volete la cultura, andate a cercarla nell'estremo oriente, riferendosi al Giappone". Al Giappone??? Ebbene, adesso provate a seguire il mio ragionamento fino in fondo. Sembra una questione insignificante, ma non lo è. Innanzittutto perché il citatissimo hadith non parla genericamente di "Estremo Oriente" ma dice testualmente: “Cercate la scienza foss’anche in Cina”. Proprio cosi: Cina. Non Estremo Oriente. E tanto meno Giappone. Va beh, direte voi, che differenza fa? Dopo tutto hanno tutti gli occhi a mandorla! Cina, Giappone, che differenza vuoi che faccia? (Tipico ragionamento da analfabeti)
Una grande differenza. Innanzittutto perché l'hadith in questione non è qualche detto oscuro da rintracciare in un polveroso volume, ma uno dei detti più famosi (e tradotti) di Maometto. Accompagna il musulmano in ogni testo scolastico, di religione o di letteratura araba, dall'asilo fino all'università. Lo potete vedere tracciato sulle mura degli edifici scolastici, pronunciato nelle prediche delle maestre infuriate, insomma: è impossibile non conoscerlo a memoria. I termini "Cina" e "Giappone" in italiano sono vicinissimi a quelli arabi, quindi non si può attribuire l'errore ad un lapsus. E tanto meno alla scarsa conoscenza dell'italiano: Ettaib mi sembra molto più preparata della Sbai, almeno sul fronte linguistico. E poi, ammesso e non concesso di averlo dimenticato, basta un minimo di conoscenze storiche per escludere assolutamente il Giappone. Ai tempi di Maometto, e molti secoli dopo, l'unica regione dell'Estremo Oriente che poteva avere legami commerciali che sfioravano l'Arabia tramite la via della Seta nonché la fama di un paese ricco e all'avanguardia tanto da giustificare un'eventuale riferimento era la Cina. Il Giappone, invece, era un'isola abitata da pescatori e fortemente influenzata in primo luogo dalla civiltà cinese.
Questo cosa dimostra? Dimostra che persino l'eventuale difesa della buona immagine dell'Islam è in mano a dilettanti allo sbaraglio. Ci dobbiamo accontentare di gente che afferma che le cristiane sono costrette a convertirsi in Egitto perché frequentano le università (e non, invece, perché in alcuni casi si innamorano dei compagni di università e scappano dalle famiglie cambiando religione suscitando le ire della Chiesa locale, tra l'altro autorizzata a cercare di convincerle a ripudiare l'Islam e tornare alla fede di origine) e che Maometto invitava la sua gente a cercare la cultura in Giappone (sic), in barba a qualsiasi superificiale conoscenza religiosa e storica. Uno non pretende mica la presenza o il discorso dell'accademico di turno, ma un minimo di preparazione, un cenno di cultura generale, un pizzico di prontezza di spirito o - come minimo - la dignità di stare zitti. Ma come si fa a chiedere a Ettaib di non affrontare discorsi che lei non è in grado di sostenere con un'intera platea di boccaloni che si consumano le mani applaudendo?

martedì 28 agosto 2007

Marito musulmano? Licenziate!

La Nato ha licenziato due donnne olandesi colpevoli di aver sposato due tunisini musulmani. Lavoravano in una base operativa tedesca e il loro legame è stato ritenuto pericoloso per l'Alleanza. Ricorso in arrivo. (La Stampa)

Pane al Pane

Essere musulmani Cattivi non richiede più di un sorriso! Eh si, ogni volta che accompagno mio padre in banca, dal panettiere, alle poste, non posso fare a meno di imprimermi nella mente le facce dei presenti nel vedere mio padre entrare.
Sarà per rispetto di una persona adulta, sarà per istinto di sopravvivenza, ma i presenti fanno sempre un mezzo passo indietro. E quando intravedono il sorriso di mio padre, tra la folta barba che gli copre il viso, ecco che le arcate sopraccigliari si fanno più curve e gli sguardi cominciano a intrecciarsi e le facce dubbiose che non riescono a comprendere il senso di un tale sorriso.
Ma io lo so perchè mio padre fa paura, non è per l'abito da imam che indossa ne tanto meno per la folta barba. Mio padre fa paura semplicemente perchè quando fa la sua apparizione, i presenti intravedono l'incarnazione di una figura famigliare già vista altrove; quindi il dubbio si mischia a ricordi remoti e non è più possibile essere certi della buona fede di sta "persona". Ma un attimo..!! Dove possono aver già visto mio padre? Ahh si, ora ricordo. Per facilitarvi il compito vi dico che inizia con T e finisce per V (ho già detto troppo). "La fabbrica dei Musulmani Cattivi per eccellenza". E' lì che gli impiegati, le nonne ecc.. hanno imparato a riconoscere mio padre. Tra le tante belle trasmissioni educative che offrono ai loro carissimi telespettatori italiani, trovano anche il tempo da dedicare a mio padre, che gentili!!!
Mio padre tornerà domani dal panettiere con il sorriso sulle labbra perchè convinto che quel mezzo passo indietro sia segno di rispetto, e dal loro canto i presenti interpreteranno il suo sorriso come un messaggio ambiguo. E il musulmano Minacciato?!? Sinceramente, alzi la mano chi pensa che un musulmano possa essere minacciato. Appunto!Basta trovare il modo di invertire i ruoli e cioè, da minacciato a Cattivo.
Puoi vantare delle presunte parentele con Bin Laden, certo, ma è un pò difficile da credere, da tempo non si è fatto sentire (chi sà che fine ha fatto!). In alternativa, puoi vantarti degli amici della Moschea (strategia che funziona per i più giovani come me), sono tanti, sono grandi e, sopratutto, sono Cattivi. Gentile fratello sherif, vuoi davvero essere minacciato??? adeguati agli schemi della TV, cerca di non elevarti troppo sopra gli standard. Altrimenti rischi di non essere riconosciuto dalla gente. Essere "colti" a volte è davvero svantaggioso, tranne per "Allam" ovviamente.
Con questo ti saluto e saluto con affetto tutti i lettori, a cui rivolgo questo messaggio: quando vedete mio padre entrare dal panettiere, non abbiate paura!! Vuole solo comprare il pane.
Salam
Tarek F.

lunedì 27 agosto 2007

Pezzo Grosso e la casta dei Minacciati

In questo paese, per salire agli onori della cronaca, i musulmani devono appartenere ad una delle seguenti categorie: quella dei musulmani Cattivi o quella dei musulmani Minacciati.
I musulmani Cattivi, per essere davvero Cattivi, con tanto di C maiuscola, hanno un'infinita e variegata gamma di opzioni a loro disposizione, basta scegliere l'azione giusta da compiere: buttare un crocefisso dalla finestra, murare una Madonnina, rapire Gesù Bambino oppure - se abbastanza creativi - vantare improbabili amicizie con Bin Laden. Quelli Minacciati, invece, hanno una sola opzione: quella di essere minacciati, appunto. Ma siccome in questo clima di telecamere nascoste, trasmissioni montate, e conseguenti eventuali espulsioni, è difficile trovare in Italia qualcuno - per fortuna - che abbia il coraggio di andare in giro a minacciare i Minacciati, questi, spesso e volentieri, le minacce se le devono importare dall'estero oppure inventarle di sana pianta.
Questo sembra essere - per esempio - il caso del capostipite dei Minacciati in Italia: Magdi Allam, detto anche Er Minacciato. Come ben sapete, Magdi Allam ha la fama di essere uno Minacciato. E non un Minacciato qualsiasi. E' il più Minacciato di tutti, in Italia. Il Minacciato Assoluto. Tanto che gira - a nostre spese - con una corte degna del Gran Moghul: auto blu, camionette cariche di carabinieri, e tra i sette e i dieci uomini di scorta. Quando però provi a chiedere ad Allam chi l'ha minacciato esattamente, risponde come segue (Magdi Allam, Io amo l'Italia, p.138) : "Da chi sono minacciato? Sono consapevole di non essere al corrente di molte minacce, di cui sono invece informati i servizi segreti". Nella speranza che non siano quelli di Pio Pompa, nel cui archivio segreto è stato ritrovato anche un dossier intestato a "Magdi Allam", volete scommette che non ce lo diranno? Non si chiamano mica "segreti" per caso...
Poi, come esempi di minacce di cui può invece parlare, Allam elenca fatti gravissimi: la IADL ha aperto un sito con l'indirizzo "Magdiallam.it", il presidente dell'UCOII gli ha detto "Non vogliamo avere a che fare con te", e Pietrangelo Buttafuoco - caporedattore di Panorama - lo ha invece erronamente presentato come "copto". Qualcuno avrebbe persino descritto un suo attacco come "colpo di coda di uno scorpione", e siccome Maometto - nel deserto dell'Arabia - ha detto che era lecito uccidere gli scorpioni nel periodo del pellegrinaggio, quando non è lecito uccidere gli animali, ebbene, signori, anche questa è una minaccia. Belle minacce, direte voi.
Ecco spiegato il mistero della "Fatwa che non c'è". Allam è fatto cosi: qualunque cosa può prestarsi a fare da minaccia. Anche le critiche ai suoi libri, lo sono. E a che servono le minacce? Ad avere le scorte. E a che servono le scorte? Lo dice molto bene questo pezzo pubblicato sul sito Altopiano 7 comuni in occasione della visita di Allam per la presentazione del suo libro: "Guarda che scorta, sarà un pezzo grosso.." diceva la gente sull’Altopiano di fronte alle tre auto-blu con lampeggiante, sei-sette guardie armate con giubbotto antiproiettile, auricolari e camionetta dei carabinieri al seguito. Ma il pezzo grosso è Magdi Allam..."
Converrete con me che non è del tutto pacifico, poi, scoprire che tutti i Minacciati Musulmani d'Italia si rivelino in seguito o siano già da prima, ottimi amici del PezzoGrossoMagdiAllam. Sarà perché tra Minacciati ci si capisce. O perché si è minacciati per contagio. Il bello, poi, è che quando chiedi che cosa hanno fatto queste persone nella loro vita, il motivo per cui sono diventati testimonial del cosiddetto Islam moderato, perché vengono spupazzati in giro per convegni, presentazioni, trasmissioni, consulte, o il perché trovino ben presto sponda nelle case editrici, nelle richieste di finanziamenti, ecc, la risposta è: "Ma ovvio! E' perché sono Minacciati!". Già: sembra quasi una Casta.
Ma perché scrivo di tutto questo? Ebbene, lo ammetto. Voglio essere Minacciato anch'io. Faccio fatica a capire perché non riesca a far parte di questa fortunata categoria. Anche perché le minacce che conservo tra i commenti suonano molto più gravi di quelle che ricevono loro. Roba tipo: "ATTENTO, PRIMA O POI TI BECCO PER STRADA, MUSULMANO DI MERDA, APPESTATO, BASTARDO". L'ultima invece recita: "Sherif tornatene a casa. Tu qui sei uno straniero mussulmano non hai diritto prima o poi ve la faremo pagare come agli arabi siciliani ed ai turchi a Lepanto. Aspetta e vedrai. Cazzi tuoi se rimarrai". Eppure non godo dei benefici concessi dallo Stato ai Minacciati! Qualcuno me lo sa spiegare? Sarà perché sono extracomunitario? Razzismo! Razzismo!

domenica 26 agosto 2007

Bufale e moschee

Moderne, mistiche, "sabaude": ecco le moschee di Porta Palazzo
In tv la falsa "khoutba" a favore di Al Qaeda
di Angela Lano, La Repubblica
"Abbiamo promosso solidarietà arte e la scuola per imam" In corso Giulio Cesare c´è la più attiva: svolge cento iniziative "per partecipare alla vita di questo Paese" In via Cottolengo quella che fu di Bouchta, finita nella bufera dopo il servizio di "Anno Zero".
Moschea della Pace. Corso Giulio Cesare 6. Un venerdì di preghiera. Alcuni fedeli stanno arrotolando i tappeti che poco prima erano distesi nel cortile per accogliere le prosternazioni in direzione della Mecca. Assieme a quella di via Saluzzo, è la moschea più frequentata di Torino: qualche centinaio di persone, ragazzi, uomini e donne. «È stata aperta nel 1996 da Mustafa Abousaad - racconta il responsabile, ´Abdel-Aziz Khounati - Una delle nostre prime iniziative è stata la partecipazione, una domenica, a una "raccolta del sangue". Volevamo dimostrare ai torinesi, agli italiani in genere, che il nostro sangue scorre anche nel loro, e viceversa. Era un modo per sentirci parte integrante della nazione italiana». L´Istituto islamico di corso Giulio Cesare ha affrontato un lungo cammino di integrazione, passando da posizioni integraliste (nella gestione precedente a quella attuale) ad aperture verso la società civile torinese e alla promozione o adesione a numerose iniziative di tipo interreligioso: visite guidate per gli studenti; collaborazione con il Centro interculturale del Comune di Torino, con ricercatori universitari, con il Comitato Interfedi durante le Olimpiadi del 2006; allestimento della scuola domenicale di arabo per i bambini maghrebini e di italiano per le donne. «Una delle iniziative più importanti cui abbiamo preso parte - sottolinea Khounati - è stata la 1ª Biennale di Arte islamica organizzata dal Centro di Studi Ibn Sina, che ha visto la nostra moschea aprire le sue sale ai cittadini e cooperare con la sinagoga e con il Sermig. Inoltre, a luglio abbiamo organizzato la prima "scuola per imam" d´Italia, un´iniziativa unica nel suo genere e che ha riscosso un notevole successo di pubblico. Il nostro obiettivo, infatti, è quello di far crescere la comunità musulmana, di spingerla a tenere posizioni equilibrate, aperte alla modernità, e di renderla propositiva nei confronti della società italiana».La moschea della Pace fa riferimento alla scuola di pensiero islamico At-Tawhid wa al-Islah (Unicità e Riforme), un movimento marocchino che ha molto seguito in patria e da cui provengono molti membri del partito Adala wa Tanmiya (Giustizia e sviluppo, l´unico partito musulmano ammesso nel Parlamento del Marocco). Khounati, tuttavia, sottolinea la «totale autonomia» del suo istituto rispetto al suo Paese: «Siamo proiettati nella vita quotidiana italiana, non in quella marocchina». Fino a un anno fa, la moschea aderiva all´Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni islamiche in Italia), ma ora è parte dell´Umi (Unione dei Musulmani in Italia), di cui ´Abdel Aziz Khounati è presidente.A Torino e provincia i musulmani sono quasi 40 mila, ma le «moschee» cittadine non raggiungono la decina. Non si tratta di strutture architettoniche in vero stile islamico, quanto piuttosto di negozi, appartamenti, magazzini ristrutturati in cortili di quartieri popolari, prevalentemente a San Salvario e Porta Palazzo. Le più vecchie sono quella di via Berthollet, conosciuta poi come la «moschea dei somali e delle donne», e quella di corso San Martino, entrambe chiuse. Quest´ultima è stata trasferita, qualche anno fa, in corso Regina Margherita 192, ed è diretta dal commerciante marocchino Mohammed El-Idrisi. Idrisi vive a Torino da circa quarant´anni ed è sposato a un´italiana: è conosciuto tra i musulmani piemontesi anche per il suo stile quasi sabaudo di persona schiva e che rifugge la ribalta, ma anche per il suo rifiuto verso ogni tipo di «politicizzazione» della religione. Se alla moschea di corso Giulio Cesare va il primato dell´attivismo interreligioso e delle iniziative «pilota», a quella di via Cottolengo, At-Tawhid (l´Unicità), negli ultimi anni spetta il primo posto per visibilità mediatica. In passato grazie al protagonismo del suo ex responsabile, il marocchino Bouriqi Bouchta, espulso nel settembre del 2005, la scorsa primavera grazie alle «bufale» della trasmissione Anno Zero, che raccontò a milioni di italiani di aver scoperto «volantini di Al-Qaeda» e di aver registrato una khoutba, predica, «jihadista», a cura dell´imam Mohammad Kuhaila. Tutte notizie, sembra proprio, senza fondamento. Poco oltre la Dora, e già in Barriera di Milano, e precisamente in via Chivasso 10, troviamo l´Associazione islamica delle Alpi, diretta dal commerciante ´Abderrahim Braidih, un marocchino che vive in Italia da molti anni. Non si tratta di una vera moschea, quanto piuttosto di un centro culturale, dove un centinaio di musulmani si ritrovano per gli incontri di preghiera, per lo studio dell´italiano, dell´arabo e dei testi sacri, e per organizzare attività sociali. È un´organizzazione di tendenze pacifiche e nonviolente, legata al movimento marocchino Al-Adala wa al-Ihsan (Giustizia e carità). Tra le caratteristiche di questa comunità, molto unita e attiva socialmente e nel sostegno reciproco, vi è l´aspetto «mistico»: oltre alle preghiere canoniche, infatti, recitano il dhikr, una sorta di mantra in cui ripetono frasi o parole del Corano accompagnate dall´iperventilazione ventricolare. Come nella tradizione sufi. «Per noi sono fondamentali la giustizia, la disciplina, la preghiera, la spiritualità e le buone opere - spiega Braidih - Chi vuole unirsi a noi deve condividere i nostri principi etici e morali e rigettare ogni forma di violenza e di estremismo, che non sono consone all´islam». I musulmani che frequentano i luoghi di culto torinesi non sono certo la maggioranza dei circa 40 mila cittadini provenienti da paesi islamici: al venerdì, giorno di preghiera comunitaria, soltanto un 10-15 per cento prega in moschea, mentre la percentuale sale al 30-35 durante il periodo di ramadan, il mese sacro di astensione e digiuno del calendario islamico, o nelle festività principali - Eid Al-Fitr e Eid al-Adha. In quei giorni, migliaia di fedeli affollano le mega-strutture messe a disposizione dall´amministrazione comunale, lasciando riecheggiare nell´aria le invocazioni e i versetti del Corano, come in uno dei tanti paesi della mezzaluna. (22 agosto 2007)

sabato 25 agosto 2007

Perugia, non devi aver paura

Pubblicato su QN (Il resto del Carlino - la Nazione - Il Giorno)
STAMATTINA (10 agosto, ndr) il tribunale del Riesame ascolterà Mostapha El Korchi (nella foto), imam della moschea di Ponte Felcino arrestato con l’accusa di «addestramento con finalità di terrorismo internazionale». L’imam, difeso dagli avvocati Diana Iraci e Luciano Ghirga, è pronto a negare tutte le accuse che gli vengono mosse in seguito al blitz compiuto il 21 luglio dalle forze dell’ordine. Ieri, intanto, si è levata forte la voce della «Islamic anti-defamation league», l’associazione che difende il ‘buon nome’ dei musulmani in Italia. La portavoce nazionale dell’organizzazione, l’ex deputato Dacia Valent, ha scritto una lunga lettera dedicata proprio al capoluogo umbro e alla vicenda di Ponte Felcino. «Cara Perugia—dice la Valent — qualche settimana fa ti sei svegliata e ti hanno raccontato che tre uomini progettavano di uccidere e terrorizzare persone innocenti, avvelenando gli acquedotti e facendo esplodere bombe. Estranei ‘pericolosi’ che pur vivendo tra le tue mura complotterebbero per farle crollare, perché ti odierebbero. Quante parole hanno usato per terrorizzarti, eh? Ma le parole ormai sono solo parole: oggi chiamiamo progresso il mercato e missioni di pace le guerre, i profughi sono diventati clandestini e la progressiva perdita delle nostre libertà civili la chiamiamo sicurezza. La storia di questi tre ‘terroristi’ è anche la tua storia, è quella dell'umanità che cammina ogni giorno per le tue strade e i tuoi vicoli. E i piedi consumati dalla vita che passano, nella fatica quotidiana del lavoro, sulle tue pietre sono solo piedi umani. Uguali agli innumerevoli piedi che da secoli ti regalano il loro peso, a volte lieve a volte greve. Spesso l'incontro tra italiani e stranieri è difficile proprio perché le frustrazioni degli uni si riversano sugli altri. Perché questo sistema di vita, costruito per garantire privilegi a chi non potrà mai essere toccato da insicurezza e povertà, è fatto in modo che lo scontro si svolga sempre tra i più poveri. Un detto recita: ‘la paura mangia l'anima’. In Italia questa paura sta mangiando la nostra anima: la paura del terrorista, del musulmano, ma anche del comunista, dell'anarchico, dell’antimperialista e di chiunque pensi in maniera diversa e lo dica. E a forza di farcela mangiare, l’anima, la stiamo perdendo». La Valent continua: «E ve lo dico io come: cedendo alla paura, cedendo al terrore che vuole farci vedere terroristi ad ogni angolo delle nostre città. Una paura che ci porta ad accettare l’abbattimento delle nostre libertà civili sull’altare di una sicurezza davvero malata. Affermare che un Abdul non ha il diritto di visitare i siti internet che decide di visitare o di aderire a una determinata visione del conflitto mondiale, solo perché “Abdul” è musulmano, apre la strada a che domani questo diritto venga negato anche al resto di noi. Io non ti chiedo, Perugia, di assolverli prima che la magistratura, la coraggiosa magistratura che rende il nostro un paese nobile e democratico, abbia finito il suo lavoro. Una cosa però è sicura: è stata questa magistratura a dire chiaramente che nulla fa pensare che gli arrestati volessero compiere azioni contro il paese che li ospita. Ti chiedo di pensare a loro come fratelli, Perugia, di pensarli come figli, ti chiedo di sentire i desideri di quest’umanità oggi forse straniera ma da domani parte della tua storia futura. Ti chiedo di sentire l’ingiustizia di un processo condotto sui media e non nei tribunali. Ti chiedo di essere la città di tutti. Anche la nostra. E te lo chiedo in nome di quello che per tutti noi è uno solo: Dio. Abbi cura di te, Perugia cara, anzi, abbi cura di tutti noi».

venerdì 24 agosto 2007

Allam e la Fatwa che non c'è

Avevo già anticipato la montatura di Magdi Allam sul caso di Mohamed Hegazi, il musulmano che si è convertito al cristianesimo e che ha fatto causa allo Stato egiziano per risolvere un semplice problema burocratico relativo alla sua carta d'identità. Ora, abbiamo la conferma: Suad Saleh, indicata da Allam come autore della fatwa che ha condannato a morte Hegazi cade dalle nuvole. La sua unica colpa è di aver risposto ad una domanda posta nel corso di una trasmissione televisiva sul punto di vista della tradizione risalente a 1400 anni fa sull'apostasia (non considerata reato in Egitto). Ma Magdi Allam, autore di cosiddetti "saggi" su Saddam Hussein basati sugli articoli di Gente e sui pareri degli astrologhi, probabilmente non l'ha capito. O forse vuole che la signora faccia la cialtrona e si inventi la tradizione e la storia di sana pianta in base a criteri da lui inventati. O forse avrebbe preferito che si rivolgesse ad una cartomante per sapere come rispondere. Vallo a sapere... In ogni caso, ci voleva ben poco per capire che si trattava dell'ennesima montatura: l'avete mai vista, voi, una donna che emette una fatwa nel mondo islamico? Ovviamente no. Ma tanto i boccaloni che seguono Allam non sanno mica distinguere fra un nome arabo maschile ed uno femminile. Quindi se leggono "Suad" e poi "fatwa" subito immaginano il barbutissimo Imam che sbraita sputacchiando. Mi chiedo: ma Allam crede davvero che siano tutti sempliciotti come i suoi affezionati lettori?
Caso Hegazi. Ma la fatwa dov'è?
di Paola Caridi, Il Riformista
Mercoledi' 22 Agosto 2007
Al Cairo cadono dalle nuvole. Studiosi d’islamismo e persone della maggioranza silenziosa che segue l’islam politico moderato. Nessuno sa nulla della fatwa di Al Azhar contro Mohammed Hegazy, il 25enne egiziano convertitosi al cristianesimo nove anni fa, che ha richiesto la modifica della sua appartenenza religiosa sui documenti d’identità. Perché, finora, nessuna fatwa è stata emessa. E cadono dalle nuvole anche quando si spiega che sui giornali italiani, invece, il caso sta montando come panna. Sulla stampa egiziana, anche su quella indipendente – invece – poco si legge. E quello che si legge, a dire il vero, è decisamente moderato. Molto più moderato di quanto successo per casi analoghi, negli anni recenti. Tra la gente, poi, sembra che in pochi si straccino le vesti. Nessun furor di popolo aleggia attorno al caso Hegazy, che anzi tutti, a cominciare dalle autorità copte, vogliono tenere basso. Interrogandosi anche se Mohammed Hegazy, che si sarebbe convertito a 16 anni, in piena adolescenza, non sia in cerca di pubblicità. C’è stato addirittura dieci giorni fa un incontro ad altissimo livello, nella chiesa copta egiziana, tra tre vescovi (compreso il segretario del capo dei copti, Pope Shenhouda III) sul dossier Hegazy. Risultato: altissime fonti copte hanno dichiarato al primo giornale indipendente egiziano, Al Masri el Youm, che la chiesa prende le distanze dagli estremisti e da quelli che chiama “missionari”, dichiara di non aver niente a che fare con la questione, e afferma anzi di aver chiesto al primo avvocato di Hegazy di rinunciare al suo mandato. Non si vogliono urtare i sentimenti dei “fratelli” di altra fede. Difficile, poi, riuscire a trovare la fatwa che sarebbe stata emessa da Soad Saleh, la preside del collegio islamico femminile dell’università di Al Azhar al Cairo. Della fatwa si è avuta notizia dai giornali italiani, a cavallo di Ferragosto. E a dire il vero, le imprecisioni erano lampanti. La prima, anzitutto. Soad Saleh non è un uomo, non è un rettore, come ha scritto Repubblica. Perché il rettore di Al Azhar è un uomo, peraltro indicato dalla presidenza egiziana. Soad Saleh è una signora con tanto di velo, una delle poche studiose donne di Al Azhar, con un curriculum di tutto rispetto, una delle telepredicatrici più famose d’Egitto, conservatrice ma fino a un certo punto. Tanto da essersi beccata le minacce degli integralisti radicali per aver detto che il niqab, il velo integrale, non è prescritto dal Corano. Ebbene, Soad Saleh – sentita al telefono ieri sera dal Riformista – ha detto di non aver emesso nessuna fatwa. Ma di aver solo espresso una opinione sul caso Hegazy di carattere giuridico, chiarendo cosa dice la sharia riguardo all’apostasia, in risposta a una domanda su di una tv egiziana. Sui giornali italiani, invece, erano state riportate frasi di seconda mano, riportate da un settimanale d’assalto come Al Dustour, ri-riportate dall’agenzia di stampa spagnola, e poi non si era saputo più niente. L’unica cosa che salta agli occhi, dal dibattito egiziano, è semmai la moderazione. In un paese dove le frizioni tra musulmani e copti non datano dall’11 settembre, e in cui le tensioni sulle reciproche conversioni tengono banco a intervalli regolari. I copti, insomma, accusano i musulmani per le conversioni forzate. I musulmani fanno altrettanto. Il mufti Ali Gomaa, la più alta autorità musulmana a livello nazionale, ha, anzi, destato scalpore alla fine di luglio per aver scritto la seguente frase non sul sito ufficiale delle fatwe. Bensì sul forum dedicato alla fede dal Washington Post. “La domanda fondamentale per noi è se una persona che è musulmana possa scegliere un’altra religione che non sia l’islam. La risposta è sì, può farlo, perché il Corano dice “a te la tua religione, a me la mia” (109:6) e “chi vuole, lascia che creda, e chi vuole, lascia che non creda” (18:29)”. Solo a Dio, nel giorno del giudizio, spetta la punizione, ha scritto ancora Ali Gomaa. Questo sì, e non il caso Hegazy, ha suscitato parecchia sorpresa. E a dargli man forte sono stati altri studiosi, interpellati qui e là. Per i quali non si dovrebbe semmai porre la questione di indicare il proprio credo religioso sui documenti d’identità. Ma – a proposito - la fatwa, dov’è? Prima di far rompere i rapporti tra Al Azhar e le università italiana, forse bisognerebbe sincerarsi che ci sia.

giovedì 23 agosto 2007

E’ la stampa, bellezza

La foto - risultata poi un fotomontaggio - realizzata dalle due cugine di Chiara Poggi dopo il suo barbaro assassinio, e finita persino sui rotocalchi con tanto di descrizione delle circostanze in cui sarebbe stata addirittura scattata, è diventata una specie di tormentone mediatico. Il padre delle gemelle respinge tutte le accuse ed insinuazioni rivolte alle figlie, e nega qualsiasi valenza investigativa da ascrivere all'episodio: «Da lomellino con i piedi per terra dico che se basta questo a far nascere un sospetto di omicidio, allora Kafka era un dilettante». Ovviamente sarà l'inchiesta a far luce sulla faccenda in generale e su questo episodio in particolare, per cui mi astengo dall'esprimermi in merito. Mi preme sottolineare però altre dichiarazioni del padre: «Le mie figlie sono state bersaglio di giudizi malevoli, in contraddizione anche con il codice deontologico giornalistico e con la legge sulla privacy» e poi «Fotomontaggio è una parola brutta; semplicemente le mie figlie volevano avere un ricordo insieme a Chiara. Sono andate da un fotografo di Garlasco e gli hanno chiesto se fose possibile: a questo punto vorrei venire dalla vostra parte con un microfono in mano a chiedere cosa c'è che non va».
In un certo senso, il padre delle gemelle ha ragione: cosa c'è, che non va? L'informazione italiana è tutta un sistema truccato, falso, basato sulle manipolazioni e le manomissioni. I musulmani che vivono in Italia ormai lo sanno benissimo che basta un montaggio tagliuzzato, una traduzione falsificata, con il giusto contorno di personaggi discutibili, per farli passare per demoni e tagliagole. Altri invece sanno che bastano le stesse cose per far carriera e costruire fortune. Questo sistema, minato alla base, difettoso in partenza, di cui abbiamo avuto un assaggio (l'ultimo di una serie) con la puntata della trasmissione di Anno Zero sull'Islam (a breve su questo blog un altro esempio, se possibile ancora più grave), pretende di mettere alla gogna due adolescenti che - se non hanno altri interessi di mezzo - probabilmente volevano solo ciò che desiderano percentuali sempre più elevate di adolescenti italiani: diventare famosi. Possibilmente subito. Scrive il cronista del Corriere: "cosa, meglio di due cugine dell'assassinata che si truccano prima delle interviste e poi allungano il curriculum all'operatore di Mediaset?"
Dall'alto di quale reputazione ed obiettività, quindi, vengono processate dai media? Ha ragione il padre quando chiede ai giornalisti di venire dalla loro parte con un microfono e chiedere cosa c'è che non va. E' tutto, che non va. Ecco perché trovo debole il suo riferimento al "codice deontologico giornalistico" e alla "legge sulla privacy". C'è un codice deontologico giornalistico in Italia? Esiste un Ordine? Davvero? Con quei titoli insultanti, tipo "Italiani, non sposate gli islamici"? Con le accuse a raffica ad Azouz Marzouk, il marito tunisino indicato ingiustamente come autore della strage di Erba? Con la totale indifferenza nei confronti degli attentati alle moschee, alle macellerie islamiche, alle proprietà dei musulmani in Italia? Con gli immigrati sbattuti sui giornali solo ed esclusivamente quando commettono reati (anche presunti)? Con gente che collaborava coi servizi che continua a scrivere scemenze tutt'oggi sui quotidiani? E la legge sulla privacy? Solo ultimamente il Garante ha condannato testate e canali televisivi per violazione della privacy dei musulmani in questo paese. Prima di allora era (e lo è tuttora) tutto un via vai di telecamere nascoste, finti musulmani/e in giro per le strade, con annessi reportage e servizi insignificanti, con il solito corredo di falsificazioni e manomissioni, tesi ad alimentare l'antislamismo. E qualcuno ha il coraggio di invocare la Privacy, in queste circostanze?
La prospettiva di vedere Paola Cappa, una delle cugine protagoniste della vicenda, fare la giornalista, magari a fianco di qualche Vicedirettore o presentatore di prima serata, non è del tutto lontana. Ha tutte le carte in regola per fare questo mestiere all'italiana, e riuscirci pure. D'altronde, in questo paese combinarla o spararla grossa, o con superficialità, è sempre foriero di sfolgoranti carriere. Basta leggere le interviste che concede in giro: "Sono molto predisposta a scrivere, sa? Sono quasi una giornalista. Studio comunicazione allo Iulm. Ho fatto una specie di praticantato all'Informatore Lomellino, il settimanale di Mortara. Articoli su Natalie Wood, sulla prima bomba a raggi X, su personaggi storici. Mi hanno dato anche una rubrica, "Accadde oggi" (...) "Montano foto finte e fotografano verità montate: Paola Cappa non ha mai dato una riga all'Informatore Lomellino, smentiscono i responsabili del settimanale («sì, la conosciamo, ma non ha scritto niente»). E il suo memoriale sulla cugina assassinata, «non voglio sfruttarla », in realtà è bell'e pronto: lo pubblica il settimanale Oggi, già in edicola".
Un memoriale memorabile: il fotomontaggio è descritto come "un'immagine bella e pura che difendo come un mio tesoro personale e che mi accompagnerà sempre. E' lo splendido ricordo di una notte irripetibile, in cui ne abbiamo combinate di tutti i colori". Ancora più interessanti le circostanze in cui la foto sarebbe stata fatta: "Una delle cose più divertenti era la sera prima di uscire, (...) Una sera l'abbiamo sfidata. «Dai», le abbiamo detto, «mettiti un bel top colorato che ci facciamo fare qualche bella foto». E quando lei ha preso dal cassetto quella camicetta rossa (risultata poi un asciugamano colorato di rosso al computer, ndr), io e Stefania subito ne abbiamo scelta una dello stesso colore. È nata così la foto che io e mia sorella abbiamo portato davanti alla casa di Chiara, il giorno in cui l'hanno massacrata". Il gesto di portare il fotomontaggio davanti alla casa viene descritto anche come "un gesto che abbiamo fatto con la massima spontaneità, che forse avremmo dovuto evitare. Nel ciclone di questi giorni abbiamo letto e sentito di tutto. In quell'immagine, dove eravamo tutte vestite allo stesso modo, c'è stato addirittura chi ha visto la prova di un legame morboso. Di morboso io vedo solo la volontà di speculare su una tragedia". Già.
E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Niente.
Perlomeno in Italia.

mercoledì 22 agosto 2007

Hegazi, e il pericolo islamocinese

"Mentre in Egitto un 25enne di nome Mohamed Hegazi viene condannato a morte perché cristiano, nel silenzio colpevole delle istituzioni della Repubblica, il cui governo si limita a farfugliare timide prese di posizione, a Roma, nel cuore della cristianità, nasce una nuova moschea, questa volta a piazza Vittorio. In un quartiere già infestato dalla strabordante invasione di stampo cinese, ora nasce a fianco di una parrocchia un nuovo luogo di culto che ospiterà chissà quanti fondamentalisti, come se non bastasse la moschea che c'è a Roma nord. Non ci si vuole rendere conto che i cittadini romani non ne possono più di tanto buonismo e saggezza vorrebbe che si imponesse uno stop prima di andare avanti. Quanti altri imam devono predicare terrorismo in Italia?".
Francesco Storace, La Repubblica
Per quanto riguarda il caso del Sig. Mohamed Hegazi. Ebbene, nonostante quanto viene affermato in Italia, per quanto mi risulta egli non è stato condannato a morte da nessuno, tanto meno dall'Università di Alazhar: a sostenere tale versione sono individui e organizzazioni, soprattutto di ex-cittadini egiziani, di estrazione e stampo neoconservatore all'estero. Solo un Imam, secondo la rete Alarabiya, ha fatto causa per far dichiarare Hegazi non aderente all'Islam, una causa che - ironicamente - coincide con i desideri dello stesso Hegazi. In Egitto l'abbandono dell'Islam non è considerato un reato punibile né con la morte né con il carcere e il governo permette persino alle autorità ecclesiastiche di avvicinare e convincere i cristiani che hanno abbracciato l'Islam a tornare sui loro passi, e quindi - tecnicamente - di abbandonare appunto l'Islam. Il sig. Hegazi ha solo avuto un problema burocratico - in Egitto di certo non mancano (solo per fare un esempio, una vedova che deve ritirare la pensione per la prima volta deve presentare anche un certificato controfirmato da due impiegati pubblici che affermano è ancora in vita (!), anche se si presenta in persona e con tanto di carta d'identità) - derivante anche dal fatto che è la prima volta in assoluto che viene avanzata una richiesta simile alle anagrafi locali. Per questo il sig. Hegazi ha fatto una causa allo Stato e ha nominato un avvocato. Se si sentisse tanto minacciato da un clima talmente ostile, di certo non l'avrebbe fatto, per di più facendosi fotografare e concedendo interviste. Va detto però, che ultimamente sono emersi sulla stampa egiziana alcuni dettagli curiosi sulla vita del Sig. Hegazi: è passato dall'ideologia marxista a quella islamista (numerosi quotidiani egiziani affermano di essere in possesso di documenti scritti a mano in cui Hegazi loda Ayman Al Zawahiri, leader di AlQaida) e si è convertito al cristianesimo solo dopo che i suoi genitori si sono rifiutati di aiutarlo economicamente a sposare una giovane ragazza. Fonti egiziane sostengono che è possibile che abbia appositamente scatenato questo caso proprio per ottenere asilo politico all'estero con annesso assegno di mantenimento. Gli unici, finora, ad aver preso le distanze dal sig. Hegazi sono i suoi genitori: il padre, in particolare, ha fatto causa per farlo dichiarare incapace di intendere e di volere. Anche il padre della moglie auspica il suo divorzio. Ora, c'è solo da aspettare che la giustizia egiziana prenda il suo corso, senza interferenze esterne, evidentemente interessate a danneggiare l'immagine del paese all'estero strumentalizzando private tragedie famigliari, e possibilmente ancor più interessate a mettere in pericolo proprio la vita del sig. Hegazi istigando qualche integralista ad ucciderlo.

lunedì 20 agosto 2007

Duisburg. Nel solco della tradizione.

Una favoletta consolatoria che molti italiani raccontano o ascoltano ben volentieri recita più o meno cosi: "Quando emigravamo noi, rispettavamo le leggi e ci comportavamo da ospiti per bene. Mica come questi qua che arrivano adesso da noi!". Che tutti gli italiani, nessuno escluso, fossero rispettosi delle leggi e ospiti perbene nei paesi in cui emigravano lo dimostra ovviamente il fatto che negli Stati Uniti dovettero imbastire un'intera "Sezione Italiana" presso la polizia di New York. Il loro comportamento esemplare spinse persino il "New York Herald" a titolare nel 1903: "Lo Stivale scarica i suoi criminali negli Stati Uniti. Le statistiche dimostrano che la feccia dell'Europa meridionale si riversa sulla porta della nazione in orde rapaci di fuorilegge senza coscienza" (Cosa Nostra, A History of the Sicilian Mafia, di John Dickie). Dello stesso parere era gran parte del popolo egiziano (Magdi Allam escluso, of course), con una piccola differenza: la feccia dell'Europa meridionale si riversava sulla porta del Palazzo reale. La corrottissima corte di Re Farouk (deposto nel 1952) era composta infatti quasi interamente da italiani specializzati nella ruffianeria. Colpa loro se ha perso il trono. Non è mica casuale se persino il Console italiano dovette scrivere in patria per lamentarsi di chi riusciva ad "indurre giovani donne a emigrare in Egitto con la speranza di essere collocate a servizio, ma in realtà per essere gettate nella malavita". Tra l'altro, sempre al Cairo, nel 1927, fu un autista italiano - tale Eduardo Moramarco - e il suo amico, tale Grimaldi Dagaro, ad assassinare, con la complicità di altri immigrati europei (uno presumibilmente italiano privo di documenti e l'altro greco), il ricco uomo d'affari di religione ebraica Solomon Cicurel, proprietario della catena di negozi Cicurel, all'epoca famosa quanto le Galleries Lafayette di Parigi e Selfridges a Londra. Ovviamente, in quanto "intoccabili", non furono soggetti alla legge egiziana ma estradati e processati di fronte alla corte d'assise di Ancona. Chissà con quale esito. Negli Stati Uniti, invece, erano più furbi. Non si facevano mica menare per il naso: nel 1890, i siciliani sospettati dell'omicidio del Capo della Polizia di New Orleans, David Hennessy, furono linciati per strada.
Quanto sopra riportato si prefigge di ricordare a coloro che lo hanno dimenticato - e sono in tanti oggigiorno - che l'immigrazione italiana negli altri paesi del mondo (incluso l'Egitto, diventato oggi - pensate un po' - paese di emigrazione verso l'Italia) era tutt'altro che pura, candida e scevra di fenomeni di feroce criminalità e deviazione. Il massacro di Duisburg, in Germania, in cui sei italiani hanno trovato la morte nell'ambito di una faida scatenata in Italia da futili motivi è tutt'altro che un fatto isolato: esso si iscrive a pieno titolo in una lunga tradizione di fatti ed episodi che vedono coinvolti mafiosi, assassini, truffattori e criminali tutti di cittadinanza italiana. Sconvolti? Indignati? E perché mai? Forse perché abituati all'altra favola - quella degli italiani brava gente - e per questo totalmente indisposti ad accettare l'idea di un immigrato che è contemporaneamente criminale, assassino e - Orrore! Sacrilegio! - italiano? O perché sempre disposti, invece, a scambiare questa cruda e nuda realtà storica, comune a ogni fenomeno immigratorio, per un'inqualificabile, indecorosa, insopportabile ed offensiva generalizzazione a danno dell'intero popolo italiano? Io non credo di generalizzare quando dico che per lungo tempo molti immigrati europei sono venuti nei nostri paesi - si, quelli arabi e musulmani - per fare i loro sporchi comodi e poi andarsene in totale immunità ed impunità. E per questo, oggi, veniamo ricambiati con insulti, diffamazioni ed offese. Spero che non venga qualcuno a dirmi che anche in Italia gli extracomunitari godono dell'immunità: non mi risulta che in Italia valgano leggi egiziane, o che i domicili degli egiziani siano inviolabili o che gli egiziani non paghino le tasse come succedeva invece con gli italiani in Egitto fino a tempi neanche tanto lontani. Un po' di decenza, please.
In realtà, a generalizzare e ad offendere gli italiani sono essenzialmente altri italiani, soprattutto politici. Dopo il massacro di Duisburg, nel momento in cui era (ed è) alto il rischio che in Germania comincino a pensare che tutti gli italiani sono mafiosi, e quindi applicare loro la logica mediatica che si è soliti applicare in Italia a tutti gli immigrati, il segretario dei Radicali Rita Bernardini non ha trovato nulla di meglio da dire che «Rilevo che attorno a questi Palazzi (romani, ndr) la lingua che si parla sempre di più è il napoletano, nei locali bar e ristoranti. Sono ingressi recenti, e centinaia di migliaia di euro sono spesi in ristrutturazioni di locali che non sono certo mal messi. Fatevi un giro nelle vie intorno al Palazzo, in via Torre Argentina o a Largo Sant’Eustachio, ad esempio, e vedrete che ci sono molti locali che sono stati rilevati, non so se dalla camorra. La cosa, da cittadina, mi insospettisce, perché non insospettisce anche i magistrati? Perché non si fanno indagini serie?». Sono d'accordo con Rita Bernardini: i cittadini onesti dovrebbero chiamare la polizia ogni volta che sentono qualcuno parlare in napoletano o calabrese. Per quanto mi riguarda, va tutto bene finché si lasciano gli immigrati extracomunitari - che lavorano e forse per questo vengono quotidianamente insultati e diffamati - in pace. Ma il prossimo che viene a dirmi che gli extracomunitari si devono prima integrare in Italia, lo mando dalla Signora Bernardini a prendere un corso accelerato di integrazione all'italiana. Strana gente: vede il permesso di soggiorno nell’occhio/tasca del fratello ma non il napoletano all'angolo.

domenica 19 agosto 2007

Calda estate

Dopo l'ennesimo attentato contro una moschea in Italia, pubblico volentieri il comunicato stampa di Stefano G. Ingala, Responsabile Cittadini Immigrati del Partito della Rifondazione Comunista a Biella.
In questa estate così calda (non solo per le alte temperature estive) la stampa, quasi quotidianamente, ci informa che si vanno moltiplicando attacchi incendiari ed esplosivi - di matrice razzista e fascista - diretti contro le moschee e i cittadini di religione islamica presenti nel nostro Paese.
Questi atti ignobili non sono altro che la manifestazione pratica delle teorie strampalate sulla presunta arretratezza dell'Islam e degli islamici, sulle presunte colonne terroristiche di matrice islamica, che giornalisti ed intellettuali, conservatori e ignoranti, ogni giorno vomitano dai giornali e telegiornali, creando un clima di intolleranza e fornendo l'alibi alle azioni infami di qualche imbecille che, ritenendosi portatore o depositario di chissà quale superiore civiltà, si permette di aggredire persone inermi e pacifiche.
L'Imam Hamid Zariate, (colpito a Milano, ndr) vive con la famiglia nella provincia di Biella, ed è molto noto tra la comunità islamica locale. Fortunatamente, in questo attentato, ha avuto la peggio solamente l'automobile. Le cosa poteva avere un risvolto più drammatico. Rifondazione esprime solidarietà all' Imam Hamid Zariate e alla comunità islamica biellese, sempre aperta ed impegnata in un percorso di maggiore integrazione nel territorio e con la popolazione biellese.
Stefano G. Ingala
Responsabile Cittadini Immigrati
Partito della Rifondazione Comunista Biella

venerdì 17 agosto 2007

Peter Pan? In galera!

(...) Le nostre classi dirigenti da anni usano i media per convincerci che il problema per il fisco in Italia, non sono gli alti redditi (gli stipendi faraonici, le liquidazioni da nababbi, i cachet miliardari, le ville e gli yacht) perché toccando le grandi fortune un ristretto numero di fortunati, non inciderebbero in alcun modo sulla fiscalità generale. Quindi dall'altro non sarebbe giusto tassarli pesantemente e dall'altro sarebbe ininfluente perseguirne l'evasione. Il problema, ci viene detto continuamente, “è un altro”, è lo stato sprecone da tagliare, sono i pensionati che si ostinano a non crepare, i giovani precari che vorrebbero asili nido per farsi una famiglia. E poi, perché levare 1.000 € a uno quando è così facile levare un € a mille?
Ebbene Valentino Rossi si incarica di smentire tante bugie così goebblesianamente ripetute dalle nostre classi dirigenti e di darci una chiave di lettura realista del problema. Infatti è proprio di ieri la notizia che la Finanza ha materialmente recuperato dall'inizio dell'anno 1.1 miliardi in più di evasione fiscale. Ebbene è evidente che questo ammontare di denaro (del quale siamo tutti contenti) è perfettamente confrontabile con quanto richiesto a Rossi, una multa da oltre 110 milioni. E allora scopriamo che anche un oligarca come Rossi non solo non sparisce, ma da solo vale il 10% di tutti i baristi che hanno scordato lo scontrino e i professionisti che non hanno emesso fattura.
In Italia ci sono cinque milioni di precari. Certo, i 60 milioni di evasione contestati all'oligarca Rossi potrebbero essere facilmente diluiti su di loro: un €uro al mese per un anno per cinque milioni di precari fanno giusto giusto i 60 milioni che permetterebbero a Peter Pan di stare con Campanellino sull'Isola che non c'è a fare brun-brun con la moto. Forse non se ne accorgerebbero neanche i precari se gli sottraessero un €uro, e forse la maggior parte di loro pagherebbe volentieri per vedere lo spensierato Rossi vincere una corsa. Forse molti precari non vedono nell'evasore Rossi il simbolo di un'ingiustizia da sanare, ma soltanto uno di loro che ha realizzato l'American dream neoliberale. Forse. Ma per quanto riguarda i cittadini italiani, non è importante sapere se i commercialisti di Rossi abbiano trovato la gabola giusta per farla franca. Perché qui la questione non è se Rossi ha evaso o meno il fisco. Di sicuro ha guadagnato miliardi e non ha pagato nulla. La questione è se i suoi fiscalisti riusciranno a fargliela fare franca o no.
Io so che Rossi è italiano, ha sponsor italiani e deve la stragrande maggioranza della sua fortuna al pubblico italiano. Vuole farmi credere che sui soldi guadagnati in Italia come testimonial di Telecom Italia non debba pagare le tasse in Italia? Perché quello che è sicuro è che lui quei soldi non li ha versati a nessuno fisco, né italiano, né inglese, né di Paperopoli. Di Paperopoli ha parlato lui, nel testo che gli hanno scritto per avvalorale e indulgere al personaggio fanciullesco. Il testo del monologo è professionalmente ineccepibile - con tanto di primo piano alle mani - e non è un caso che Rossi metta sullo stesso piano la sua vita privata, la storia con una soubrette, la necessità di star tranquillo per poter vincere le corse, con l'evasione fiscale, facendo finta di non capire e cercando di fare in modo che il pubblico non capisca la gravità della situazione. MINIMIZZARE, ordinavano al Minculpop di fronte alle notizie sgradite.
Ma non dobbiamo più minimizzare. E' al nostro ospedale, alla nostra scuola, alla nostra università, al nostro pronto soccorso che l'evasore fiscale Valentino Rossi sta rubando milioni di €uro. Sono i nostri pompieri che non hanno i soldi per spegnere gli incendi, i nostri magistrati che devono portarsi da casa la cancelleria, la nostra Polizia stradale che non ha la benzina per pattugliare le strade. Rossi si è salvato, se n'è andato a Londra e ci prende pure in giro. Che abbia frodato il fisco e sia alla fine condannato a pagare, oppure abbia solo fregato il fisco, e allora ne esca immacolato, la sostanza è la stessa: si è messo al di fuori di questa comunità. Per me che a Londra ci resti, tra pirati e profittatori. In Italia il suo posto è la galera.

giovedì 16 agosto 2007

Il Memri, Allam e la Disinformazione

E' disponibile in rete il mio articolo sulla disinformazione attuata dal Memri e da Magdi Allam sulle questioni riguardanti il Medio Oriente e l'Islam in Italia. Il testo è stato pubblicato il 6 aprile scorso sul secondo numero di AIDEM, nuovo trimestrale di critica dei media diretto da Giulietto Chiesa e Adalberto Minucci.
Nell'incandescente e frenetico clima mediatico del dopo 11 settembre, segnato, tra l'altro, dagli attentati di Londra e Madrid e dalle guerre in Iraq e Afghanistan, nasce e si acuisce l'interesse del mondo occidentale per il mondo arabo e più in generale per il mondo islamico. Tale interesse si scontra, però, con la carenza di giornalisti occidentali esperti del settore, con la scarsa reperibilità di fonti di prima mano e con la barriera linguistica. Pochi sono, infatti, i giornalisti che si sono occupati specificatamente di Medio Oriente prima di quella data, e ancora più rari sono coloro che parlano la lingua araba, persiana o turca e che quindi sono in grado di rintracciare, tradurre e commentare le notizie provenienti dal Medio Oriente. In effetti, eccettuate le due famose reti satellitari di Aljazeera e Alarabiya, che si sono lanciate internazionalmente – anche in lingua inglese nel primo caso – solo sull'onda dell'11 settembre, la limitata distribuzione dei giornali arabi in Occidente ha costretto chiunque fosse interessato ad analizzare i media arabi – ammesso che ne capisse la lingua, ovviamente – a servirsi di internet. Ma nel 2001 erano ancora pochi i giornali presenti sul web e nessuno di questi era in versione pdf quindi quasi sempre gli articoli erano organizzati per indici tematici. In questo modo si perdeva l'impaginazione che rappresenta uno strumento essenziale per capire l'importanza che viene data alla notizia, le scelte informative del giornale e la carica emotiva trasmessa al lettore. Questa situazione ha costretto e/o permesso a molti giornalisti occidentali – fra cui redattori di quotidiani, conduttori di trasmissioni televisive, ecc – di trasformarsi miracolosamente in esperti di Islam e Medio Oriente, pur non sapendo nulla dei paesi del Medio Oriente, della loro cultura o della loro lingua. Per riuscirci, questi stessi giornalisti si sono trovati costretti a rivolgersi ad un intermediario esterno – gratuito, molto attivo e facilmente accessibile – per le traduzioni: il Memri, acronimo che indica il Middle East Media Research Institute (Istituto di Ricerca Mediatica del Medio Oriente) con base a Washington e uffici di recente apertura (2002) a Londra, Berlino, Tokyo e Gerusalemme. Leggi il resto su Megachip

mercoledì 15 agosto 2007

Vuoti a rendere

di Massimo Gramellini, La Stampa
La notizia che la compagna di bisbocce romane dell’onorevole Mele diventerà un’attrazione dell’imminente stagione televisiva ha gettato parecchi genitori nello sconforto più cupo. A cosa sono serviti anni di sacrifici per dare un’istruzione alla prole, se poi la fortuna arride sempre e soltanto a chi si segnala per vicende violente o cafone? Invece che a medicina o ad architettura, sarebbe stato meglio iscrivere i ragazzi a un corso accelerato di estetica della mutanda e filosofia del nulla: docenti Corona, Costantino e la Lecciso. Eppure c’è un po’ di giustizia a questo mondo. Magari non nelle aule di tribunale e negli uffici di certe procure. Ma nei santuari del consumismo. Là dove il fumoso Famoso, premiato dall’Auditel e venerato da minoranze urlacchianti a favore di telecamera, si sottopone all’unica prova che conta: quella del mercato. Entrate in una jeanseria e chiedete quante magliette e slip di Corona hanno venduto negli ultimi mesi. Poi passate da un negozio di video e domandate se il film del tronista Costantino ha ottenuto più o meno spettatori di una partita di C2. Infine, fate un giro in una di quelle discoteche che affittano come ospiti d’onore la Lecciso e gli altri cloni che la tv produce a getto continuo, con l’unico requisito che non sappiano fare niente. Vi imbatterete in una scoperta interessante. Gli italiani, fin quando c’è da rincretinirsi gratis, sono i più avidi divoratori di scemenze del mondo. Ma appena si tratta di pagarle, le scemenze, diventano saggi come un santone (indù, ché per quelli nostrani quest'estate marca male).
Nota del sottoscritto: Non so quante magliette e slip di Corona sono stati venduti negli ultimi mesi, ma sarebbe interessante sapere invece quante copie vendono le riviste tipo Chi e similiari, che sulle foto vendute da Corona e Co campano tutto l'anno. Leggo sul sito della Mondadori che "Chi rappresenta uno dei fenomeni editoriali più importanti degli ultimi anni, con una diffusione in continua crescita". Sarebbe interessante quantificare proprio questa diffusione e crescita per vedere se Gramellini ha ragione o meno. Quanto alle discoteche, sono stato più volte testimone delle scene di delirio collettivo all'annuncio della presenza del "Famoso/a" di turno. Tra l'altro non credo che una discoteca sarebbe disposta a sborsare 15.000 euro ad un cosiddetto VIP se non fosse sicura di ricavarne almeno il doppio. Gramellini si è dimenticato della prima regola del mercato: a domanda corrisponde offerta. E difficilmente chi offre/si offre lo fa per beneficenza.

martedì 14 agosto 2007

Le Mele marce

Certo che c'è da sbudellarsi dalle risate, nel leggere la cronaca italiana di questi tempi. Leggo ora che Francesca Zenobi detta Pocahontas (un attimo che mi riprendo dalle risate) - la squillo con tanto di quinta rifatta che quasi ci ha rimesso la pelle in una serata infuocata a base di sesso e droga (e con tanto di amica russa) con l'Onorevole (!) Cosimo Mele - si considera "religiosa" ed afferma che ora ne ha "bisogno più di prima, Dio alla fine salva sempre le persone come me". Evidentemente tra "religiosi" ci si intende: anche Mele, guarda caso deputato dell'UDC (quelli della Famiglia Cristiana, appunto) aveva in alta considerazione i valori religiosi nel nome dei quali lotta politicamente. Tant'è vero che ha risposto ad un cronista de La Stampa con la seguente domanda retorica: "Certo che mi riconosco nei valori cristiani ma che c'entrano questi con l'andare con una prostituta? E' una faccenda personale".
Nel caso di Pocahontas (sic), le sembianze di Dio sono abbastanza definite. Misteri della Fede. Per dimostrarlo, sgrana il rosario in un'intervista al Corriere: "Lucignolo, su Italia 1, era già tutto deciso, qualcuno li ha bloccati. E La7, credo per Markette. E Sky, ci vado la settimana prossima. Poi c'è il sogno: l'Isola dei Famosi con la Ventura, oppure il Grande Fratello, chi non ci andrebbe". Poi fa l'elenco dei Profeti di Nuovo e Vecchio Testamento: "So che si è fatto vivo anche Corona. Lele Mora lo conosco per vie traverse, magari mi prendesse", "Silvio Berlusconi tutta la vita. Ma non credo che ci verrebbe. Perché è vincente, quello che tocca diventa oro. Fini mi piace, ha classe, cultura. E D'Alema, è intelligente e furbo, sexy no. Se potessi togliermi lo sfizio però mi prenderei Casini, bello è bello, che gli vuoi dire. Ho qui una sua foto in costume". Pura poesia, non c'è Testo biblico che tenga. Quel "Prenderei Casini" - immagino in senso biblico appunto - ha una tale forza evocativa che l'intero capitolo della Genesi, Mele proibite incluse, svanisce.
E cosi, nella prossima stagione televisiva, sappiamo già che saremo costretti a sorbirci l'ennesima squillo con il seno rifatto. Almeno quella sappiamo che mestiere fa effettivamente, e come ci è arrivata in Televisione. Una sincerità disarmante che mette a nudo questa società e i veri valori su cui si regge: "Mi sono trovata nel posto sbagliato con la persona sbagliata. Se adesso me ne viene qualcosa di buono me lo prendo, sarei un'idiota se non ne approfittassi". Il cronista che la intervista le dà praticamente ragione: "Fabrizio Corona dopo il carcere macina più soldi di prima, l'ex banchiere Gianpiero Fiorani fa il vitellone in Sardegna". Già: sembra che il carcere -e magari qualche condanna, en passant - sia un must per far carriera. Non si capisce perché gli unici a rimetterci siano i musulmani che finiscono in galera per terrorismo. Forse perché dopo vengono assolti, e per questo subito dopo espulsi. Non gli danno manco il tempo di fare un'intervistina, un book fotografico, qualche autografo...
Ho sempre avuto il sospetto che gli spacciatori extracomunitari smerciassero roba scadente, e che proprio per questo tutti se la prendessero con loro. E infatti Pocahontas ci spiega che invece "I politici portano roba forte, dinamite". Avete capito? I furbacchioni si tengono la roba buona per loro: un altro privilegio! Gli ingenui invece sono pure convinti che Mele si sia dimesso. Dimesso? Macché! Come dice Pocahontas (sic): "lui ha ancora il suo lavoro strapagato ed è tornato a casa dalla moglie". E infatti ora l'Onorevole, dopo essere passato al gruppo Misto, si difende a spada tratta: "Pagavo 220 euro a notte (per l'albergo, ndr), se ricordo bene. Duecentoventi euro, per chi conosce Roma e i suoi prezzi, non sono un'enormità. E poi, guardate, non devo mica sentirmi in colpa se faccio una vita a quattro o cinque stelle: perché io lavoro tanto, mi faccio un culo così... ». E chi ha mai pensato di metterlo in dubbio? Che l'Onorevole fosse abituato a "farsi culi cosi" - e anche qualcosina di più -per il suo elettorato è ormai fuori discussione.
E meno male che hanno pure tentato di trasformare questa farsa nell'ennesimo privilegio: "un contributo per il ricongiungimento famigiliare", addirittura. Fortunatamente, la Mamma dell'Onorevole ci rassicura, e tranquillizza chi vede nello scandalo che l'ha travolto la fine della sua carriera politica: "Il futuro non ci spaventa. Se pure Cosimo dovesse chiudere con la politica, lui un lavoro ce l'ha. Il fratello Carlo ha una ditta di calcestruzzi, potrà dare una mano a lui. E poi la volete proprio sapere una cosa? Se lascia la politica, mi fa un favore. Quel mondo non mi piace". Già. Ma il vitalizio continueremo a pagarglielo lo stesso. E con i vitalizi che c'hanno, gli Onorevoli (!), il lavoro è un optional. E poi perché non si ricicla in Tv? Il Fisco ha scoperto solo ora che Valentino Rossi ha evaso le tasse per 60 milioni di euro. Due milioni di qua, tre milioni di là, e per fare cosa? Spot pubblicitari fra la performance insignificante di una squillo e l'altra. Già: anche lui rischia di rimetterci la pelle. Strano paese, l'Italia. La Casta mena i cittadini per il naso, e tutti annuiscono felici e contenti. E poi si fanno in quattro per denunciare la corruzione e le dittatture in paesi che distano migliaia di chilometri. O per discettare della morale religiosa altrui. E guardare le Mele marce, in casa? No, eh?

lunedì 13 agosto 2007

Si può criticare Magdi Allam?

Viva Israele ma si può criticare Magdi Allam
Il Trentino, di Tiziano Marson
Prendiamo, per esempio, Oriana Fallaci, una che spaccava il mondo in due. Grandissima e scomoda, e quindi amata e odiata, condivisa o stroncata, letta o ignorata secondo ogni personale punto di vista. L’opinione pubblica si è divisa, i lettori emozionati, l’informazione ha esercitato il suo normale diritto di critica: è quello che normalmente accade in un paese appassionato e civile. Ora risulta invece che lo stesso diritto sia messo fortemente in dubbio nel caso in cui l’autore si chiami Magdi Allam. Il quale - sotto una testatina, che forse per involontaria ironia si chiama «Confronti» - nell’inserto locale del «Corriere della Sera» provvede a trasformare direttamente «il legittimo diritto-dovere di critica in un’inaccettabile campagna denigratoria» nei suoi confronti. E su questo, seminando qua e là i nomi dei colpevoli da perseguire, chiede l’intervento dell’Ordine dei giornalisti per «una flagrante violazione della deontologia professionale». Aderiamo volentieri anche noi a questo appello all’organismo di autocontrollo professionale. Per favorire il lavoro dei colleghi ricostruiamo qui alcune circostanze: ci sembrano utili per valutare il lavoro nostro ma naturalmente anche quello dell’autorevole collega Magdi Allam.
Il vicedirettore del «Corriere della Sera», che vive sotto scorta dopo le minacce ricevute per le sue posizioni sul fondamentalismo islamico, da alcuni anni viene invitato in regione per presentare il suo ultimo libro. Quest’estate tocca a «Viva Israele». I lettori sanno di cosa si tratta perchè, fin dal giorno della sua uscita in libreria, il volume è stato oggetto di recensioni, dibattiti, polemiche, appelli, televisione e porta a porta, come giustamente si conviene a un autore che fa discutere e meglio ancora vende tanto. Per questo, quando è arrivato il momento di riparlarne alla vigilia degli appuntamenti qui in Trentino, Pusteria e Badia, ci è sembrato più utile arricchire quanto era già noto con un ulteriore elemento di riflessione. E’ nata così un’intervista con Moni Ovadia, artista di famiglia ebraica, il quale ha ribadito ciò che aveva già detto anche personalmente ad Allam, e cioè che il titolo «Viva Israele» gli sembrava uno slogan da squadra di calcio: «Parliamo naturalmente di un Paese, di una nazione. Se con il titolo si intende che Israele ha diritto all’esistenza, alla stabilità e alla sicurezza, sono d’accordissimo. Ma cosa vuol dire viva Israele? Vuol dire abbasso i palestinesi? Allora non sono d’accordo».
Si può dissentire da Moni Ovadia, ma questo è il suo pensiero. Magdi Allam poteva rispondergli con l’intervista che il nostro giornale gli aveva subito proposto. Invece, apriti cielo! Colpevoli del delitto mediatico di lesa maestà, è partito contro di noi un fuoco sincronizzato di artiglieria verbale e cartacea: sparavano falangi di «allamiani», corrieristi di complemento, nuovi lettori da tutta Italia - guarda un po’ - di un giornale letto in Trentino-Alto Adige, e perfino il povero sindaco di Levico portato sul palco a condividere il disgusto generale. Fino all’attacco finale dello stesso Autore, il quale intravede perfino nel pacato ragionamento del ricercatore universitario Stefano Fait «la riprova del pregiudizio ideologico». Chi ha avuto modo di toccare lo stile, il tono, il linguaggio dell’intervento sul «Corriere» ha potuto farsi un’idea della natura del caso. E voltare pagina. Di più, va solo segnalata la rimozione forzata su richiesta dello stesso Allam di un moderatore sgradito - era l’autore dell’intervista a Ovadia - alla presentazione del libro oggi a Brunico.
Ecco i fatti, che consegniamo ben volentieri all’attenzione dell’Ordine dei giornalisti, e soprattutto dei nostri lettori. I quali, a differenza del vicedirettore ad personam del «Corriere», possono valutarli conoscendo bene la nostra lunga pratica di giornalismo equilibrato, non fazioso, in una terra che richiede un esercizio quotidiano di confronto tra culture diverse. La storia stessa della testata e la sua appartenenza editoriale e culturale, la qualità delle opinioni sui temi caldi della religione e dell’estremismo ci mettono al riparo da insensate strumentalizzazioni ideologiche. Non è nemmeno il caso di entrare nel terreno su cui vorrebbe portarci Magdi Allam: la sua Verità, il Bene e il Male, l’Occidente e la Morte. Il problema di oggi è semplicemente questo: si può dire viva Israele e criticare il signor Magdi Allam? E’ ancora lecito esprimere libere opinioni, senza necessariamente demonizzare o mostrificare? E’ un atto di intimidazione dare voce anche a chi dissente civilmente dalle posizioni radicali del vicedirettore del «Corriere»? Si tratta evidentemente di domande retoriche ma a ben guardare molto attuali. Tanto da spingere un gruppo di 200 (duecento) docenti universitari e intellettuali a sottoscrivere un appello contro un’altra delle invettive di Magdi Allam, secondo il quale le università italiane - almeno siamo in buona compagnia - pullulano di docenti «collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale...».Ecco come replica ad Allam l’appello dei duecento: «Una tale impostazione non solo è lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale - e molto più in linea con ideologie totalitarie - ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e dalla stessa, difficile ma essenziale, missione dell’informazione giornalistica in una società plurale». E ancora, sempre rivolti ad Allam: «Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi e in particolare relativi all’islam e alle questioni legate all’area mediorientale. Ci auguriamo che tali tendenze trovino presto voci più equilibrate e meno partigiane a contrastarle». Sottoscriviamo.

domenica 12 agosto 2007

Il Cavaliere e la Mezzaluna

Il Corriere, di Alberto Pinna
Sull'elicottero di Silvio Berlusconi che ha preso terra all'isola d'Elba per una sosta tecnica (pranzo e ripartenza immediata, l'altra domenica) c'era una bella e giovane signora bruna, occhiali scuri, generosa scollatura. Gli scatti di un reporter, lo scoopdelsettimanale Oggi: una nuova bagattella del Cavaliere?Il «giallo» sulla donna dell'elicottero è durato un giorno (...) il mistero è stato chiarito: nessuna bagattella, la donna era Michelle Nouri, giornalista e autrice del libro La ragazza di Baghdad. Silvio Berlusconi ha sempre avuto un occhio di riguardo per le (belle) giornaliste. La Nouri (nata a Praga, padre iracheno, madre cattolica) lavora per Tempi, settimanale vicino a Comunione e Liberazione. Ha chiesto e ottenuto un'intervista; Berlusconi le ha dedicato quasi un'intera giornata, l'ha ospitata sull'elicottero, in giro per l'Italia. All'ora di pranzo la sosta all'isola d'Elba. (...) Michelle Raghdde (in iracheno, Chiaro di Luna) Nouri ha 34 anni, sguardo di fuoco, grinta e fascino; ha vissuto fino all'adolescenza in Irak, poi si è trasferita a Praga; è in Italia dall'età di 18 anni. «Si dedica alla diffusione del dialogo interculturale fra islam e cattolicesimo» è scritto sul suo sito internet. La "ragazza di Baghdad" ha vinto il premio Mezzaluna d'oro quale libro dell'anno. La lunga intervista realizzata in elicottero e all'Elba verrà pubblicata sul numero di Tempi che uscirà per il Meeting di Comunione e Liberazione, a Rimini dal 19 agosto, al quale Berlusconi — che ieri non era a Portorotondo: è volato ancora una volta, pare, a Milano per far visita alla madre malata — ha promesso di essere presente.

sabato 11 agosto 2007

Silenzio! Ciak! Si Prega!!

La Repubblica, Luca Bolognini
Non si può entrare in una moschea con telecamere nascoste e trasmettere immagini degli imam a colloquio: è lesivo della privacy. Per questo il Garante ha condannato Sky a cancellare un servizio andato in onda a febbraio e poi inserito sul sito dell'emittente. In sovrapprezzo, ha condannato il Corriere della Sera a eliminare dagli archivi un articolo di Magdi Allam che dava conto del contenuto del filmato. Abou Imad (imam di viale Jenner a Milano), Kahchia Brahim (Varese) e Mohamed Ben Mohamed (Centocelle) erano stati avvicinati da due giornalisti di Sky, una somala e un iracheno, che si erano finti marito e moglie, per un consulto religioso sull'uso del velo. E tutti e tre, imam di moschee considerate a rischio di infiltrazioni integraliste, oltre a consigliare l'uso del niqab, il velo integrale «in questa società immorale», si erano lasciati andare a commenti duri verso l'occidente, auspicando la nascita di partiti musulmani che cercassero di imporre la sharia, la legge islamica. II servizio, intitolato "Un velo fra noi", era stato trasmesso la sera del 1° febbraio nella trasmissione "Controcorrente" condotta da Corrado Formigli su SkyTg24, preceduto da un'anticipazione di Magdi Allam sul Corriere. Quindi il filmato era stato messo sul sito www.skylife.it. I tre imam, furibondi, avevano subito fatto ricorso al Garante per la privacy, che gli ha dato ragione. Sky è stata condannata a pagare 800 euro e a levare il filmato dal sito (cosa già avvenuta), Rcs a pagarne 200 e a cancellare l'articolo dall'archivio. «Ma non è una sentenza che limita il diritto all'informazione — dice l'avvocato dei religiosi, Domenico TambascoSemplicemente si sanziona l'uso di immagini prese senza permesso e si ribadisce un principio che spesso ci stiamo dimenticando, che anche le moschee sono luoghi religiosi tutelati dalla legge».
PS: A proposito di prediche "anti-occidentali" e relative traduzioni, si rimanda al significativo precedente della puntata di Anno Zero del 29 marzo scorso. Si ricorda che questa è la seconda condanna inflitta dal Garante della Privacy a Magdi Allam. E meno male che in un articolo pubblicato da La Padania due anni fa, il sottoscritto era indicato - falsamente, of course - come uno che "non ha esistato a pubblicare e-mail private, IP e dati personali delle “vittime”, facendosi beffa della legge sulla privacy e della legalità". Ovviamente mai pubblicato email private, ma solo quelle da me ricevute e contenenti insulti, minacce o velate pressioni. Email, quindi, ufficialmente e legalmente di mia comproprietà. Sono stati pubblicati - tra l'altro raramente - solo gli IP dei dementi che mi hanno promesso violenze sotto casa, o che usano i computer del loro posto di lavoro per mandare impronunciabili insulti. Naturalmente mai pubblicato "dati personali" di nessuno. Non avrei nemmeno i mezzi per intercettarli, per cui se ho mai pubblicato il nome di qualcuno, o qualche altro dato "personale" è solo perché lui stesso l'ha messo a disposizione in giro sulla rete. E, infatti, si dà il caso che il sottoscritto non sia mai stato condannato dal Garante. Magdi Allam, invece, si. Addirittura per ben due volte. Una per aver pubblicato una mail a lui non destinata, e un'altra per aver anticipato un servizio di guardoni di cui appurare l'autenticità. Credo sia lecito, a questo punto, affermare che se qualcuno si fa "beffa della legge sulla privacy e della legalità" in Italia, questi è proprio Magdi Allam.