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sabato 29 settembre 2007

11 settembre 1931



Omar Al-Mukhtar

Padre della patria per i libici, pendaglio da forca per il fascismo, sconosciuto per l'Italia di oggi.

di Angelo Del Boca, Nigrizia, 1 aprile 1998

Quando Omar al Mukhtar assume nel 1923, per delega di Mohamed Idris, capo della Senussia, la guida della resistenza anti-italiana in Cirenaica, ha già 63 anni e alle spalle una intera esistenza spesa ad insegnare il Corano nella moschea di Zawihat al Gsur, un villaggio agricolo tra Barce e Maraua. Il generale Graziani, che finirà per batterlo, ricorrendo ad ogni mezzo, così lo descrive: «Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia».

Per essere stato delineato dall'avversario che lo porterà al patibolo, il ritratto è sorprendentemente fedele e positivo, concorda con il ritratto che altri hanno tracciato di lui. Ma c'è una dote di Omar che Graziani sottace ed è il suo genio militare, che forse eguaglia o supera quello del guerrigliero somalo Mohammed ben Abdalla Hassan, più noto come il Mad Mullah. Omar al Mukhtar, infatti, non è soltanto uno splendido esempio di fede religiosa, di vita semplice ed integerrima. È anche il costruttore di quella perfetta organizzazione politico-militare che gli italiani riusciranno a frantumare soltanto alla fine di un decennio di lotte e utilizzando mezzi assolutamente straordinari.

Con appena 2-3 mila uomini, ma in certi periodi anche soltanto con mille, Omar riesce a tener testa a 20 mila uomini, dotati dei mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti dall'aviazione. Quasi sempre all'offensiva - lo testimoniano i 53 combattimenti e i 210 scontri che si succedono nel decennio - Omar colpisce, poi si ritira e svanisce nel nulla, creando nell'avversario, che ricerca invano una battaglia risolutiva, rabbia e un senso di frustrazione. Nella conduzione della spietata guerra per bande, Omar è favorito dalla natura impervia dei territori in cui opera e dal sostegno incondizionato delle popolazioni del Gebel Akhdar che lo riforniscono di uomini, armi, cibo e denaro. Si aggiunga che ad Omar giungono regolarmente e in abbondanza aiuti di ogni genere dal vicino e compiacente Egitto, dove hanno trovato rifugio e protezione l'emiro Mohamed Idris ed altri capi della resistenza all'Italia.

Quando, all'inizio del 1930, il regime fascista affida al generale Graziani, che già ha sottomesso la Tripolitania e il Fezzan, il compito di liquidare la resistenza in Cirenaica, il generale sa perfettamente che non riuscirà a sconfiggere Omar al Mukhtar adottando soltanto gli strumenti militari reperibili in colonia. Per vincere Omar è necessario fargli il vuoto intorno, prosciugare le sue casse, tagliare le sue linee di rifornimento con l'Egitto. D'intesa con il governatore generale della Libia, maresciallo Badoglio, e con il ministro delle colonie, Emilio De Bono, il generale Graziani organizza una serie di operazioni tese al soffocamento della ribellione.

Con la chiusura delle 49 zavie della confraternita religiosa senussita e la confisca dei suoi ingenti beni (centinaia di case e 70 mila ettari della miglior terra), Graziani toglie a Omar uno dei sostegni economici più rilevanti. Con la mossa successiva, quella di trasferire parte delle popolazioni del Gebel Akhdar verso la costa, Graziani confida di poter bloccare il continuo reclutamento di guerriglieri. Presto si accorge che quest'ultima operazione non fornisce i risultati sperati. Allora ricorre ad un estremo rimedio: quello di trasferire l'intera popolazione delle regioni montane e della Marmarica lontano dalla zona delle operazioni, per togliere alla ribellione ogni residuo sostegno. Il trasferimento, che si compie con indicibili sofferenze fra il luglio e il dicembre del 1930, riguarda oltre 100 mila libici, che vengono confinati in tredici campi di concentramento nel sud bengasino e nella Sirtica, regioni notoriamente fra le meno ospitali, dove i reclusi saranno falcidiati dal tifo petecchiale, dalla dissenteria bacillare, dalla fame e dalla quotidiana razione di botte. A guerra finita, su 100 mila confinati, 40 mila non torneranno più alle loro case.

Per tagliare infine i rifornimenti dall'Egitto, Graziani fa costruire una barriera di filo spinato, larga alcuni metri e lunga 270 chilometri, dal porto di Bardia all'oasi di Giarabub. Nell'estate del 1931, mentre viene sigillata ermeticamente la frontiera con l'Egitto, Graziani è ormai convinto che Omar finirà per cadere nella trappola. E in effetti il capo della guerriglia si trova a mal partito. Gli sono rimasti soltanto 700 uomini, poche munizioni e pochissimi viveri. Con i suoi audaci cavalieri riesce a mettere a segno ancora qualche colpo, ma l'11 settembre, avvistato dall'aviazione, viene circondato da forze soverchianti nella piana di Got-Illfù. Omar cerca ancora di portare in salvo il suo squadrone ordinandone il frazionamento. E infatti gran parte dei suoi uomini si salva. Ma lui viene colpito da una fucilata al braccio e subito gli uccidono il cavallo. Per Omar al Mukhtar è finita. Tradotto a Bengasi con il cacciatorpediniere "Orsini", il 15 settembre lo processano nel salone del Palazzo Littorio. Il processo è soltanto una tragica farsa destinata a rendere legale un assassinio. Mussolini ha già deciso per la pena capitale. Alla lettura della sentenza, che lo condanna all'impiccagione, Omar al Mukhtar non si scompone, dice: «Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare». L'indomani, carico di catene, il settantenne Omar sale sul patibolo.

Sopra, una scena tratta dal film "Omar Al Mukhtar. Il Leone del deserto", regia di Moustapha Akkad. Interpretato da Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, Raf Vallone e Anthony Quinn, che - come scrive lo stesso Del Boca - "si cala nel personaggio con estrema bravura. Il lungometraggio a colori viene proiettato nel 1982 in tutto il mondo. Salvo che in Italia, dove ancora oggi non è entrato nella normale distribuzione, perché «lesivo dell'onore dell'esercito italiano». Il lungo e incredibile ostracismo contro il film di Akkad si inserisce in una più vasta e subdola campagna di mistificazione e di disinformazione, che tende a conservare della nostra recente storia coloniale una visione romantica, mitica, radiosa. Cioè assolutamente falsa". Infatti, lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto: "Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore....Chi giudica questo film col criterio dell'attendibilità storica non può non ammirare l'ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione". (Eric Salerno, Genocidio in Libia, Roma, 2005, p. 15).

venerdì 28 settembre 2007

La legge è uguale per tutti (gli altri)

Ricevo e pubblico volentieri questa lettera inviatami da un caro amico che di professione fa l'avvocato. Da assiduo lettore silenzioso di questo blog, ha deciso di condividere con noi questa storia allucinante accaduta in un tribunale italiano. E' opportuno sottolineare, in questa occasione, che non è la prima volta che si verifica un episodio che denoti la discriminazione dei musulmani - per il semplice fatto di essere musulmani - nei tribunali della Repubblica. Già in passato un giudice della IX Sezione Penale di Milano, il Dr. Michele Montingelli, aveva respinto le testimonianze dei musulmani coinvolti nel caso (e l'ha pure rivendicato in un'intervista al Corriere del 1 maggio 2005) perché secondo lui appartenenti ad "un ambiente culturale i cui membri spesso non hanno modo di distinguersi per inclinazione al rispetto delle leggi italiane e degli obblighi dalle medesime scaturenti, quale ad esempio quello di dire, come testimoni, il vero dinanzi ai Giudici della Repubblica, essere «in re ipsa» considerata contraddistinta da determinante efficacia scagionante”. Poi - nel caso non fosse chiaro - ha stabilito pure il collegamento "ambiente culturale-religione" chiarendo che «Mi riferisco a un'area culturale dove il vincolo di solidarietà, discendente dal credo religioso, nella mia esperienza può portare a violare la legge». Ciononostante, qualcuno ha il coraggio di sottolineare che in "Occidente", tutti sono uguali di fronte alla legge indipendentemente dalla fede o dal sesso. A differenza di ciò che accade, manco a dirlo, nei "paesi islamici". Ma fatemi il piacere...
Caro Sherif
Devo confessarti che, piu' passa il tempo, piu' credo di trovarmi in un altro pianeta. Pensa che ieri, nel corso di un'udienza svoltasi presso il Tribunale di ****, mi è capitato di sentirmi dire dal Giudice in persona (!) che la mia assistita, la quale presenziava con l'Hijab, doveva togliersi il velo in segno di rispetto verso il Giudice......(Nota del sottoscritto: eppure in molte tradizioni religiose e non, proprio il coprirsi il capo è ritenuto segno di rispetto. Basti pensare a come si devono vestire le donne ammesse all'udienza con il Papa)
Dopo aver segnalato la presenza del crocifisso alle spalle dello stesso Giudice, egli ha svolto la sua rimostranza in nome dello Stato laico. Si è peraltro detto disposto a togliere il crocifisso (lui è ateo, ha detto...), a condizione che la mia assistita togliesse il velo. Il mercato è andato avanti per circa due minuti ("io tolgo il crocifisso ma lei tolga il velo") allorchè il sottoscritto, nel ruolo di "casco blu" ha fatto notare che, nell'attuale Stato e a mente della Costituzione che lo stesso Giudice è tenuto a rispettare, sono ammesse liberamente tutte le espressioni religiose, ragion per cui erano da mantenere sia il crocifisso sia il velo.
Dopo aver questionato per circa cinque minuti su Stato Laico e Stato confessionale (argomento interessante ma al di fuori completamente della causa trattata), il Giudice si è ripreso dallo stato di trance e, dando atto di responsabilità, nulla ha piu' detto ed è andato avanti, come doveroso, nella trattazione della causa sorprendentemente (attese le premese) dando ragione alla signora con l'hijab...!
Sottolineo come, ieri, in contemporanea fosse uscito l'articolo di Magdi Allam proprio sul velo islamico: un curioso processo di osmosi?
Questa è l'Italia!

giovedì 27 settembre 2007

Che noia, che barba

Che noia, che barba, che barba, che noia. Ogni volta che si parla di musulmani in Italia, gli argomenti presi in considerazione - tanto da suscitare dibattiti e risse che durano addirittura settimane - sono identici e immutabili come la Sfinge che si erge sulla Pianura di Giza.
L'immaginazione dei giornalisti all'italiana (incluso Magdi Allam'atriciana) è talmente sterile, che non devia dai binari definiti da cinque argomenti: Terrorismo (tema assolutamente in-dis-pen-sa-bi-le quando si parla di musulmani), Moschee, Poligamia, Violenza sulle donne e Velo. Una specie di riedizione dei cinque pilastri della fede su cui si basa l'Islam (Testimonianza di Fede, Preghiera, Elemosina, Digiuno e Pellegrinaggio meccano).
I nuovi pilastri della fede mediatica sono: "Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani", "Nessuna moschea per gli indonesiani fin quando non costruiscono una cattedrale in Arabia Saudita", "Nè uno, né trino: ai musulmani piace l'Harem quattrino", "I musulmani battono le donne come i tappetini di preghiera" e, l'ultima, "il Velo è simbolo di un' ideologia “imperialista islamica” che vuole dominare il mondo". Quest'ultima, manco a dirlo, l'ha inventata il nostro impareggiabile Allam.
Possibile che un miliardo e passa di invidui di fede islamica, di cui il 20% circa arabi, che vivono nei paesi più disparati del mondo, con diverse eredità storiche e culturali, con differenti usi e costumi, all'ombra di svariati modelli politici, abbiano una vita che non devia da questi "pilastri"? Non ci sono musulmani che si accontentano di una moglie sola a cui portano i fiori ogni giorno? Neanche dieci su un miliardo e passa di esseri umani? Non c'è neanche un predicatore che parli di amore e pace durante la predica del venerdi? In neanche uno dei paesi islamici?
Alzi la mano - o lasci un commento in questo caso - chi ha sentito parlare sui media di Islam o di musulmani ed arabi abbinati a qualcos'altro (Kebab e danza del ventre a parte). La cosa dovrebbe risultare quantomeno sospetta, per un pubblico un po' sveglio: ma questo ovviamente non è il caso italiano. Qui ci accontentiamo delle trasmissioni di Santoro, dove le cartomanti discettano di diritto internazionale e le prediche vengono montate su misura. O degli editoriali di Magdi Allam che - a cadenza regolare - ci ripropina una delle cinque tematiche che ha predisposto all'uso da quanto è approdato al Corriere.
Allam fa il giornalista cosi: propone uno dei cinque argomenti, e dopo qualche settimana passa al successivo. Quando l'intero ciclo finisce, comincia di nuovo con il primo: tanto i lettori hanno già dimenticato di cosa si parlava alcuni mesi prima. Dopo le moschee, la poligamia, siamo quindi tornati al velo, argomento non certo nuovo per il l'indefesso Vicedirettore Onorario del Corriere. Ed è tornato a parlane per dirci che il velo portato dalle signore che vediamo spesso per strada strattonate dalla prole è nientepopodimeno che un simbolo di un' ideologia “imperialista islamica”. Ammazza o'.

mercoledì 26 settembre 2007

La tenda beduina

Beduino, un assiduo lettore - nonché occasionale e soprattutto brillante commentatore - di questo blog, ha deciso di inaugurare un diario personale. Una decisione che non può che rallegrarmi poiché ogni voce nuova che si aggiunge in rete è un arricchimento per la blogosfera nel suo complesso, e in particolare per quella "italo-arabo-islamica", che di persone attive e impegnate ne vanta davvero poche. E una notizia confortante in un clima in cui la tentazione di fare il "salto della quaglia" è sempre più forte per chi si è sempre occupato onestamente di Islam. E non mancano, in giro, segnali preoccupanti in questo senso. Ne consigilio quindi la lettura, poiché già dalla presentazione è un sito che promette bene.
Nel suo post iniziale infatti, il nostro amico ricorda che "Non è la prima volta che decido di scrivere quello che penso in rete. L’ho fatto altre volte, anni fa avevo un sito “turistico” sulla Giordania, sono stato per molto tempo un membro attivo del forum di Allam poi abbandonato per “irrimediabile xenofobia” di buona parte dei suoi frequentatori e mancanza di neutralità del moderatore stesso (nickname abed79 per chi volesse cercare i vecchi post datati 2004), ho anche avuto una breve esperienza con un blog in precedenza, giusto un paio di settimane e poi l’ho chiuso perché non avevo tanto tempo a disposizione".
E poi si presenta: "Chi sono? Nessuno, ma nel mio piccolo ho una fortuna, che però negli ultimi anni si sta trasformando in una maledizione, quella di avere un DNA misto, nelle mie vene scorrono globuli italici affiancati da quelli arabi in completa armonia, senza distinzione di razza, cultura o religione!Perché sta diventando una maledizione? Beh, basta guardarsi attorno, ormai per i musulmani rischi di diventare troppo “occidentalizzato” perché magari non sei d’accordo su tutto quello che succede da quelle parti, per gli occidentali sei “integralista” perché dici che i palestinesi sono le vittime e non i carnefici nel “mitico” conflitto mediorientale…"
Il nostro amico augura che questo sia "l’inizio di un lungo percorso di confronto e dibattito con tutti, musulmani, cristiani, atei, destra, sinistra, leghisti, stalinisti, in sintesi tutti. L’unica regola? La buona educazione, esprimere opinioni e non insulti, rendersi conto che l’interlocutore è prima di tutto un essere umano come te, poi viene tutto il resto. Il nome del blog, la tenda beduina, non nasce per caso. Personalmente ho un grande amore per il deserto, è un luogo come pochi dove rilassarsi e meditare. Il silenzio, il cielo stellato, il rumore del vento e soprattutto la tenda. Casa dei beduini, ma anche circolo di confronto e dibattito dove i capi tribù si uniscono e parlano dei loro problemi, tra profumo d’incenso e bicchieri di tè bollente, perché la discussione rimanga sempre amichevole. Che sia di buon auspicio per questo blog…".
Ce lo auguriamo anche noi. Buona fortuna, Beduino!

martedì 25 settembre 2007

Integrazione alla fiorentina

Non molto tempo fa, il Sindaco Domenici ha voluto zittire l'intellettuale Asor Rosa che si era negativamente espresso sulla "questione lavavetri" affermando che "È un bene che gli intellettuali dibattano di politica e di pubblica amministrazione. Purché si informino: sono disponibile a mandare fax ed email con la documentazione sulle politiche sociali del Comune di Firenze". Devo dire che cercherò al più presto di informarmi anch'io, poiché l'altro giorno ho ricevuto invece la "fotografia" delle politiche sociali e di integrazione della Regione Toscana. Trattasi di una foto scattata da Kelebek e che ben illustra la scarsa attenzione riservata, in particolare, agli immigrati arabi residenti in Italia.
Sui manifesti della Regione che pubblicizzano il "progetto per le gestanti e le madri in gravi difficoltà per prevenire l'abbandono dalla nascita", la scritta in arabo presenta infatti un doppio errore, tale da risultare totalmente incomprensibile. Come ben sapete, l'arabo è una lingua composta da un semplice alfabeto di 28 lettere. Si scrive da destra a sinistra, e ogni lettera dell'alfabeto si lega alla precedente ed è legata alla successiva, un po' come nella scrittura corsiva. La scrittura "a stampatello" non è prevista, poiché le lettere devono obbligatoriamente legarsi le une alle altre nella composizione delle parole: non esiste differenza tra maiuscole e minuscole, né tra stampato e corsivo.
Ebbene: non solo le scritte in arabo del manifesto sono riportate con sconnesse e incomprensibili lettere isolate, ma sono persino riportate - e quindi devono essere lette - da sinistra a destra. E' come se avessero riportato la scritta "le madri in gravi difficoltà", scritta in corsivo, come " 'A T L O C I F F I D I V A R G N I I R D A M EL". La lingua dell'Integrazione nella Regione Toscana, evidentemente. O forse retaggio della presenza di Leonardo Da Vinci, abituato a stilare i suoi appunti scrivendo al contrario. Peccato che sia un po' difficile, per una madre "in grave difficoltà" girare con uno specchietto per poter decifrare i manifesti della Regione, per di più dovendo anche mentalmente procedere con la "legatura" dei caratteri.
Ora, uno sbaglio simile è assai frequente quando non si è dotati di un software che prevede la scrittura in arabo: nel procedimento del copia-incolla, anche partendo da un documento dove la frase è stata scritta correttamente, c'è il rischio di ritrovarsi con la frase scritta in modo sconnesso e riflesso al contrario nel nuovo documento. La domanda quindi è: non hanno nemmeno pensato di fare vedere la bozza a qualcuno che legge l'arabo, prima di mandarla in stampa? L'errore non denota tanto una completa ignoranza della lingua araba, quanto l'indifferenza, il menefreghismo e la mancanza di sensibilità nei confronti delle madri arabe. E' un bene che i politici dibattano di integrazione e immigrazione, purché si informino: sono disponibile a mandare fax ed email con la frase corretta da riportare sui manifesti della Regione Toscana.

lunedì 24 settembre 2007

Il lupo travestito d'agnello

L'altro giorno, un commentatore di questo blog mi ha posto la seguente, allucinante, domanda: "sei sicuro che nessuno degli esaltati che ci sono tra i tuoi correligionari non leggano il messaggio ultimo del tuo post ma percepiscano solo il tono da chiamata alla lotta?". Trattasi, evidentemente, della versione islamicamente riveduta e corretta delle parole rivolte da Mazza, Direttore del Tg2, a Beppe Grillo, colpevole di aver sollecitato centinaia di migliaia di cittadini a protestare pacificamente in piazza: "Ma cosa accadrebbe se un giorno all'improvviso, un pazzo, uno squilibrato, ascoltate quelle accuse contro Tizio o Caio all'improvviso, un brutto mattino premesse il grilletto?". La mia risposta è quella di Grillo: "E se ti sparasserso nel c***?". Siamo arrivati all'assurdo. Dovrei essere "sicuro" che i miei messaggi, le mie accuse - perfettamente lecite e pacifiche - non contengano un "tono" di chiamata alla "lotta", per paura di aizzare qualche "esaltato". Ebbene, mettiamo le cose in chiaro: tutti i miei post hanno contenuto, contengono e conterranno una chiamata alla lotta. E non una lotta qualsiasi, bensì una lotta spietata e senza quartiere agli approfittatori, ai disinformatori, ai razzisti, agli xenofobi e vi risparmio il resto dell'elenco. E non ho nessuna paura o remora nel farlo, e nel rivendicarlo anche. Perché stiamo parlando di una lotta fatta di parole, scritti ed ironia. Di una lotta basata sui fatti, sui dati oltre che sull'esperienza diretta. Stiamo parlando di una lotta che ha ben presente le leggi, nazionali ed internazionali, entro cui opera ed agisce e che si guarda bene dal deviare da esse. Di una lotta delimitata, da un lato, dal senso della responsabilità e, dall'altro, dai limiti della libertà di espressione.
Qualcuno, l'altro giorno, mi ha chiesto se non temevo di ricevere denunce per quello che scrivo sul blog. No, non temo nè le denunce, nè gli esposti né qualsiasi altro espediente possano escogitare per zittirmi. Innanzittutto perché ritengo che sia diritto di ogni cittadino ricorrere alla Legge qualora si sentisse offeso. In secondo luogo perché ho una grande fiducia nella magistratura. In terzo luogo perché non parlo a vanvera: soppeso bene l'effetto di ogni mia parola, le interpretazioni e le eventuali conseguenze prima di pubblicarla. E, infine perché so che non sono e che non sarò mai solo nella mia lotta, portata avanti in assoluta buonafede. Quando ho deciso di aprire un blog e trattare le tematiche con cui ci confrontiamo ogni giorno, ero perfettamente consapevole del fatto che non stavo per intraprendere una lotta contro una determinata fazione politica, specifici movimenti, o un settore dell'opinione pubblica. Nemmeno contro determinati individui. Bensì contro un Sistema, e vi assicuro che è molto peggio. A volte ho l'impressione di essere un Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. Di camminare sulle orme di Frank Serpico. Mi guardo attorno e concludo che non c'è speranza: tanto non cambierà mai nulla, né in materia di immigrazione e cittadinanza, né in materia di diritti per gli stranieri e tanto meno per ciò che riguarda l'immagine dei musulmani in Italia. Perché per ora, il Sistema, con i suoi fondi, le sue televisioni, le sue case editrici, il suo regime di censura occultata, è molto potente. Troppo potente.
Ecco perché denuncio da questo blog, ora e adesso, chiaramente e inequivocabilmente, coloro che vorrebbero descrivere quelle poche voci che svelano il marciume in cui ci dibattiamo come "cattivi maestri" o, peggio, come figure vagamente ambigue e quindi potenzialmente pericolose. Da tempo ormai è in corso un'opera di paziente e logorante diffamazione e deligittimazione di chiunque tenti di opporsi al Sistema, e questo vale anche nell'ambito della cosiddetta "Questione islamica" (sic). Il repertorio è sempre lo stesso, ma portato avanti ogni volta da un nuovo e magari insospettabile individuo, spinto dai propri, indicibili, interessi materiali o psicologici, dai rancori e dalle invidie, a volte persino da motivi futili e sinceramente imbarazzanti. Si comincia sempre piangendo l'Islam tanto carino e il tempo che fu. Poi si passa alla denuncia dell'esistenza di un improbabile complotto nazifasciocomunicattoislamista, una combutta di interessi che legano l'estrema destra e l'estrema sinistra al mondo islamico. Poi si passa alla diffamazione di quelle poche voci che si rifanno a questa o quell'altra parte politica ma che sono appunto unite dall'onestà e dal carisma intellettuale. E magari ci si straccia pure le vesti perché un giorno si è persino condiviso qualcosa, con loro. Qualcosa di giusto, indipendentemente da tutto. Perché è proprio questo, l'aspetto sconvolgente: quelle stesse persone, non molto tempo prima, erano in prima fila a parlare bene dell'Islam e a difendere i musulmani e le musulmane. Ovviamente però, quando cominciano a buttare fango a destra e a manca, non lo fanno mai per cattiveria, o per interessi personali. Lo fanno solo perché delusi dalle loro esperienze e perché "interezati-a-zalvare-i-boveri-musulmani-ghe-meritano-di-biù". In realtà vogliono semplicemente privarli di quelle poche voci colte, informate e carismatiche che sfidano il Sistema con grande coraggio e abnegazione, magari ricorrendo pure all' ironia o alla provocazione. Ecco perché bisogna stare attenti: spesso il lupo si traveste d'agnello. E non sempre lo si riconosce a distanza.

domenica 23 settembre 2007

32 giorni per 44 vite

L'11 settembre scorso avremmo dovuto festeggiare anche questo.

sabato 22 settembre 2007

Le Schiave del Lato B

La giuria tecnica del concorso di Miss Italia ha affidato al suo portavoce il gravoso compito di annunciare al mondo che "Per giudicare, noi abbiamo bisogno di vedere anche i 'dietri', non solo davanti". A sostenerlo anche il presidente di giuria di venerdì sera, il motociclista Max Biaggi (perché non hanno chiamato Valentino Rossi? Boh..), il quale ha sostenuto che questo servirebbe per una maggiore "completezza nella valutazione". E il portavoce, a sua volta ha aggiunto una considerazione profonda: "Anche il lato B è importante". Mike Bongiorno, reduce dalla lite in diretta con la co-presentatrice, protesta: non si può fare perchè in precedenza così non è stato per altre concorrenti già eliminate e che quindi potrebbero in tal caso rivendicare lo stesso «diritto» ovvero "rimettere tutto in gioco". Questa patetica vicenda mi ha riportato in mente un altro episodio, accaduto recentemente: una ragazzina sedicenne di Cassino, di ritorno da una serata al pub tra amici a bordo del suo motorino, si è trovata costretta a rallentare d'improvviso mentre percorreva lo stradone alla periferia della città. Al centro strada, infatti, c'erano diversi automobilisti che stavano fermi a contrattare il prezzo con alcune giovani prostitute dell'Est. La ragazza ha quindi frenato in attesa che la situazione si normalizzasse. Ma, riporta Repubblica, "i suoi abiti leggeri e le sue forme procaci hanno però ingannato chi ieri sera aveva intenzione di trascorrere una serata all'insegna del proibito. Dei clienti, forse poco pratici della zona, l'hanno pesantemente importunata offrendole denaro e pregandola più volte di salire sulla loro auto". La ragazza "Una volta arrivata a casa in lacrime ha raccontato ai genitori quanto accaduto. Immediatamente è stata allertata la Polizia e gli agenti della Divisione Anticrimine di Frosinone e quelli del Commissariato di Cassino, in base ad alcuni elementi forniti dalla ragazza, stanno cercando di rintracciare gli autori della bravata".
E' difficile, per chi è nato e cresciuto in un ambiente che almeno apparentemente salva le forme come è quello mediorientale, commentare vicende simili. Si rischia di passare per fondamentalisti islamici, se non terroristi di Alqaida. Anche se quelli di Alqaida, guarda caso, preferiscono sempre parlare di Bush, Blair, Iraq, Neoconservatori, bombe, tasse e mai di cose più piacevoli come le minigonne, le vallette e il lato B dell'altra metà del cielo. Dopottutto, forse non gliene frega niente, del "modo di vita occidentale" o della sua "religione" (ammesso che il Cristianesimo c'entri con il lato B), ma molto della sua politica, con buona pace di Fu Fallaci che era preoccupata di vedere "al posto delle minigonne ci ritroviamo il chador, al posto del cognacchino il latte di cammella". Ne era talmente preoccupata, Fu Fallaci, al punto che per smuovere gli "smollacioni" che non si contrappongono agli "invasori islamici" ha deciso di ricorrere al "perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v'importa neanche di questo, scemi?". Apurato quindi che il fondamentalismo e il terrorismo non c'entrano nulla, uno rischia di passare - nella migliore delle ipotesi - come bachettone. Ma che volete? Non dipende mica dal Corano: tutta colpa della mia educazione famigliare e scolastica. Che sono tutto fuorché coraniche. Sono semplicemente Salesiane. Ebbene, lasciatemelo dire: questo Occidente è un vero e proprio Harem, dove le schiave vengono esposte in una maniera più oscena che al mitico mercato di Istanbul.
Se ne parlava, l'altro giorno, nell'ambito del Festival Torino Spiritualità. Nel corso di un incontro avente per argomento il velo islamico, Manuela E. B. Giolfo, preparatissima docente di Lingua e Letteratura araba presso l'Università degli Studi di Torino, ha evocato una sacrosanta realtà: "siamo proprio sicuri che in Occidente non esista un velo che impone alle donne di adeguarsi ad un determinato modello, quello delle pubblicità e della televisione, che difficilmente si ritrova nella realtà? Siamo proprio sicuri che una donna occidentale non si ritrova costretta a vestirsi in un certo modo, a truccarsi in un certo modo, magari a operarsi pure in un certo modo, mandando in giro segnali di seduzione che in realtà non corrispondono alla sua volontà?". Ebbene, la risposta è no. E questo lo si evince benissimo nell'ansia di tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani, di adeguarsi ad un determinato "stile", ad una determinata "forma" esteriore. Persino Pocahontas (sic), la squillo protagonista della famosa vicenda dell'On. Mele, ebbe a dire: "Questo mio seno prorompente è opera di un chirurgo. Dopo l'intervento mi sono sentita più sicura e ho cominciato a frequentare persone importanti e danarose". Io stesso sono rimasto sconvolto, quando - invitato da un amico - mi sono ritrovato in un locale molto chic dove bellissime ragazze erano sedute sui divani, per poi alzarsi in gruppo per ballare non appena veniva diffusa una musica molto "eloquente", in modo da far apprezzare il loro "lato B" e non solo, e quindi farsi richiamare dagli interessati. Ecco perché mi indigna, in questo panorama, l'isteria riguardante il velo islamico, che oggi più che mai rappresenta una libera scelta della donna islamica e non un'imposizione. Con quale coraggio, si chiede ad una ragazza musulmana di abbandonare il suo velo, se desidera metterlo, quando le sue coetanee vanno in giro all'alba "con abiti leggeri" al punto tale di essere scambiata per una prostituta, senza i che i suoi genitori abbiano nulla da ridire e senza che le forze dell'ordine ricordino loro, in via amichevole, le loro responsabilità educative? Ma che possono fare, i genitori, poverini? Le loro figlie oggi sono schiave a tutti gli effetti. Schiave, psicologicamente o materialmente, di un sistema che vuole apprezzare solo il loro "lato B".

venerdì 21 settembre 2007

La moschea? Volenti o nolenti

(Cliccare sulla foto per ingrandire)
La moschea prevista a Bologna non si farà, almeno per ora. Il sindaco Sergio Cofferati ha fatto marcia indietro sulla costruzione del luogo di culto che ha acceso un fuoco di polemiche rinviando la discussione ad ottobre. Evidentemente si è spaventato una volta saputo del maiale che Calderoli intendeva portare sul terreno e quindi ha deciso di prestare maggiore ascolto ai pensionati bavosi e alle casalinghe disperate che hanno deciso di passare il loro tempo libero manifestando contro l'Islam e i musulmani. Oppure si è lasciato convincere dalla scusa dell' oleodotto della Nato, che passa nelle vicinanze e che probabilmente non è seppellito decine di metri sotto terra, ma a pochi centimetri dal pavimento della costruenda moschea. Sembra che gli esperti, come Magdi Allam, abbiano affermato che c'era il rischio che l'oleodotto venisse danneggiato a forza di essere martellato, cinque volte al giorno, dalle teste dei fedeli inginocchiati a terra per pregare Allah. E cosi, l'esecutivo di Cofferati ha annullato la prima proposta di giunta sulla costruzione della moschea per avviare un "iter di confronto partecipato" con i cittadini e le associazioni preoccupate dalle conseguenze di un eventuale terremoto dovuto alle testate degli islamici.
Ma stiamo scherzando? Un "iter di confronto partecipato"? L'esito è scontato già in partenza: sarà un secco no alla costruzione del luogo di culto islamico. E come potrebbe essere altrimenti, con le trasmissioni taroccate che affermano che nelle moschee si predica l'odio e con gli "esperti" (sic) che affermano che la costruzione di una moschea "avrà delle pesanti ricadute sul piano della sicurezza, del valore degli immobili e della convivenza?". La domanda quindi è un'altra: cosa si farà, invece, una volta incassato il "No" degli abitanti? Rimarrà tutto come prima, con i musulmani che pregano in piena strada, bloccando le entrate dei palazzi e dei negozi, o negli scantinati suscitando le paure e i timori della popolazione che non sa cosa "complottano" li dentro? Io sono fermamente convinto che laddove viene decisa la costruzione di una moschea, questa deve essere portata avanti senza la consultazione dei residenti, delle associazioni e di tutti gli altri. Deve essere avviata, portata avanti e ultimata alla faccia degli abitanti e delle loro proteste, che devono invece ritrovarsi davanti ad un fatto compiuto, ad una realtà irremovibile.
Ovviamente qualcuno sarà pronto a sottolineare che questa non è democrazia. Forse la democrazia prescrive che i parlamentari debbano essere scelti dalle segreterie di Partito e non dai cittadini? No. Eppure si fa. Forse la democrazia prescrive che si distribuiscano manganellate e insulti urbi et orbi ai partecipanti alla manifestazioni contro il G8? No. Eppure si fa. Forse la democrazia prescrive che uno studente venga stordito e ammanettato da quattro poliziotti solo perché ha fatto una domanda troppo lunga o scomoda? No. Eppure si fa. Qualcuno mi sa spiegare allora perché si deve consultare l'intera popolazione, aizzata da gruppi di estremisti scalmanati con il sostegno dei mezzi di informazione alla Santoro, prima di costruire un luogo di culto per accogliere i fedeli costretti a pregare negli scantinati, nei garage e nei sotto-scala? Perché si tratta di musulmani? Perché i musulmani devono pregare nelle catacombe? Perché la Curia sostiene la necessità di "ridimensionare" il luogo di culto, forse temendo di fare una figuraccia ritrovandosi con una moschea strapiena di Dhimmi islamici appena al di là della strada?
La via da perseguire è una sola, ed è quella seguita dal Comune di Colle Val D'Elsa, dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, e dalla comunità islamica locale guidata dall'Imam Feras Jabareen: andare avanti, buttare fondamenta e innalzare l'edificio alla faccia di quelli che pensano che facendo le salsicciate e le maialate sul terreno impediranno il diritto dei musulmani di pregare in una struttura decente. Quando sono stato a Colle Val D'Elsa recentemente, davanti al cantiere della Moschea che procede velocemente, ho previsto il futuro dell'Italia: un paese dove convivono fedi diverse, dove i musulmani hanno il diritto di pregare in un luogo di culto realizzato con cristalli trasparenti, mentre i loro bambini giocano con i bambini di altre fedi nel parco realizzato davanti ad essa. Ed è di fronte a quel cantiere che si può toccare con mano la realtà: mentre da una parte vengono innalazate strutture possenti di cemento armato, destinate a durare nel tempo, dall'altra parte della strada c'era il campo dei "protestanti": un'esile tendina che a malapena stava in piedi, appesantita da due cartelli sballotati dal vento. Coloro che si ostinano a voler impedire la piena integrazione dei musulmani - processo che passa anche attraverso il rispetto del loro diritto a pregare in un luogo di culto di cui non vergognarsi - scompariranno come quella tenda, spazzati via dal vento della Storia e dall'aria dell'inevitabile cambiamento.

giovedì 20 settembre 2007

Meglio tardi che mai

Il 31 agosto scorso, il Prof. Ugo Bardi, docente di Chimica all'Università di Firenze nonché Presidente e Fondatore di ASPO-Italia (Association for the Study of Peak Oil and Gas) ha definito questo blog "Una ricca sorgente di informazione sul mondo islamico italiano e internazionale, ben al di là delle fesserie che la stampa ci propina tutti i giorni". Questo giudizio autorevole mi lusinga molto, aggiungendosi a quelli di numerosi altri accademici - sparsi in più di una trentina di atenei - che ho avuto il piacere e l'onore di conoscere, virtualmente o dal vivo, proprio attraverso questo sito. Quello del Prof. Bardi, però, è un giudizio del tutto particolare: innanzittutto perché ha commemorato, il 31 agosto, una data che avrei dovuto ricordare anch'io: il mio primo articolo su di un blog risale infatti alla fine di agosto del 2004. E in secondo luogo perché ho rintracciato questo piacevole parere l'11 settembre scorso, guardando i referrer di questo sito. 11 settembre: un'altra data che questo blog avrebbe dovuto commemorare adeguatamente: proprio quel giorno infatti - e non chiedetemi come o perché - è stata raggiunta la quota di 1000 articoli pubblicati da quando mi sono trasferito su questo indirizzo, il 30 giugno del 2005. Ebbene, tre anni e più di 1000 articoli dopo, mi sembra doveroso ringraziare tutti coloro che mi leggono in silenzio, coloro che commentano, coloro che mi mandano email, coloro che mi mandano commenti deliranti e coloro che mi tengono d'occhio. Meglio tardi che mai, neh?

mercoledì 19 settembre 2007

Scortiamo il Maiale (II)

Leggi la Prima Parte
Magdi Allam - l'uomo più scortato d'Italia - ha scritto un editoriale intitolato "Il «maiale day» non fa ridere" per commentare le ultime esternazioni di Calderoli. Per un attimo ho pensato che in un sussulto di dignità avesse deciso di rispondere per conto dei musulmani offesi dalla provocazione. "E' inaccettabile l'offesa gratuita e generalizzata nei confronti di una religione": sacrosanto, grande Magdi. "A me non è piaciuta affatto e considero incivile la proposta di indire delle «mostre per i maiali più belli» sui terreni destinati a ospitare delle moschee". Meraviglioso, non c'è che dire. "Proprio ieri, guarda il caso, coincideva l'inizio sia del Ramadan, il mese del digiuno islamico, sia del Capodanno ebraico". Acuta osservazione, anche noi ce n'eravamo accorti. Ma tanto ardore non era mica per difendere la sensibilità e la spiritualità dei musulmani o degli Ebrei. No, era per difendere l'onore del maiale. Prosegue infatti Allam: "Povero maiale! Alla becera strumentalizzazione di Calderoli hanno fatto seguito tutta una serie di battutacce sull'innocente suino dei politici che misurano il loro impegno pubblico con la quantità di parole, sensate o meno, riversate alle agenzie di stampa". Ora, è successo che anch'io in passato abbia difeso il simpatico maialino dalle strumentalizzazioni, memore dei tre porcellini della Disney che hanno allietato la mia infanzia. Era ovviamente un espediente ironico, e quindi forse anche quello di Allam lo è. Invece no.
In risposta ad un lettore del suo delirante forum che osserva che "Sul maiale e la "porcata" di Roberto Calderoli non sono d'accordo con Magdi Allam: non sono d'accordo che sia offensiva di una religione, neanche se un'altra religione (l'ebraismo) la pensa allo stesso modo" e che prosegue con una raffinattezza intellettuale senza precedenti, affermando "carne di porco? è cibo prelibato per tanti, che non si sognano minimamente di sgozzare chicchessia, ma - semmai - di berci su un bel bicchiere di lambrusco", ecco Allam che risponde. Risponde, - pirsonalmente di pirsona - per dire che "c'è stato un grosso malinteso. Il mio disaccordo con Calderoli, condiviso da politici di destra e di sinistra, non è sul fatto che avrebbe genericamente invocato il maiale facendo riferimento all'islam (...) Non è quindi una difesa dell'islam che considera, al pari dell'ebraismo, la carne suina impura. Ma è una condanna di un gesto intenzionalmente oltraggioso dell'islam in cui i maiali vengono strumentalizzati". Insomma: Allam non si cura della sensibilità degli Ebrei e dei Musulmani, ma di quella dei maiali. Evidentemente si trova a suo agio a difendere i maiali piuttosto che gli Ebrei e i musulmani. Questione di affinità intellettive, evidentemente. Io per esempio, pur non avendo nulla contro i simpatici maialini, non mi sognerei mai di sprecare un paginone del Corriere per difenderli mentre Ebrei e Musulmani vengono offesi durante il primo giorno delle loro festività. Piuttosto mi adopererei per concedere una scorta al maiale. Tanto oggi la danno a cani e porci: mai a chi ne ha davvero bisogno, come Marco Biagi. Ora che dire anche in questo caso? Sono affermazioni che qualificano da sole chi le ha dette. E il giornale che gli permette di scrivere queste porcate. Ma che volete? Nel suo ultimo editoriale, l'ex-cittadino egiziano Magdi Allam ha scritto: "Per cortesia: occupiamoci di noi occidentali". Lui, che di occidentale ha solo un pezzo di carta ottenuto con la frode. Sapete che vi dico? Allam mi ricorda il piccolo negretto del famoso aneddotto. Dopo che si è imbrattato la faccia con la farina, corre dai genitori, dalla sorella, dalla zia, dai vicini gridando: "Vedete, sono diventato bianco". Ovviamente tutti hanno da fare e nessuno gli presta attenzione. Al che, immancabilmente, segue la sua riflessione: "Aò! Non sono neanche due minuti che sono bianco, e già questi negri mi stanno sul C**o!"

martedì 18 settembre 2007

Scortiamo il Maiale (I)

Il Vice Presidente del Senato della Repubblica italiana, Roberto Calderoli, ha proposto un maiale-day: sfilate di maiali da organizzare nei luoghi dove è prevista la costruzione di moschee. E per avanzare questa proposta, ha scelto il primo giorno di digiuno del Ramadan, coincidente anche con l'inizio dell'anno Ebraico. Che dire? Nulla. Sono esternazioni che si commentano da sole, qualificando chi le ha fatte. E che la dicono lunga soprattutto sul paese che gli ha affidato una delle più alte cariche dello Stato. E poi sono sinceramente stufo non tanto di queste esternazioni quanto del coro di prese di distanza e critiche che immancabilmente seguono. Un vero e proprio teatrino: se veramente il mondo politico prende le distanze da Calderoli, non lo avrebbe portato ad occupare, in veste di Vice presidente, lo scranno della più alta istituzione democratica del paese. Ma anche perché mentre Calderoli propone “Concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli da tenersi nei luoghi dove chiunque pensi di edificare non un centro di culto, ma il potenziale centro di raccolta di una cellula terroristica", il Segretario dell'UDC, Casini - che sarebbe un moderato del Centro - afferma che "ci sono troppi luoghi di culto che non sono tali, ma zone dove si prolifera e si fa propaganda di terrorismo", di fatto dando ragione a Calderoli.
Quelle di Calderoli non sono semplici provocazioni o insulti: sono veri e propri attentati alla sicurezza dello stato. Sono espliciti inviti alla devastazione e al saccheggio rivolti agli estremisti e ai terroristi. Questi ultimi non vedono l'ora di trovare una scusa per spacciarsi per difensori dell'Islam e l'Onorevole Calderoli che fa? Gliela serve su un piatto d'argento. Con una mela in bocca, per di più. Da ministro mise in bella mostra una maglietta recante le famigerate vignette che raffiguravano il Profeta Maometto. I risultati si sono visti: il Consolato italiano in fiamme, preso d'assalto da una folla inferocita. Con un bilancio di 11 morti e più di una ventina di feriti. Calderoli, oltre ad essere corresponsabile morale di queste vittime, è responsabile soprattutto del saccheggio e della devastazione di una sede diplomatica italiana all'estero, di una parte del territorio italiano. Ha messo gli interessi italiani e gli stessi cittadini italiani residenti all'estero in pericolo. Mi chiedo di cosa si occupano, al Senato. L'On. Calderoli fa parte di un movimento che è tornato ad offendere il Tricolore. Che chiama alle armi e allo sciopero fiscale. Ora, invece, lancia la proposta del Maiale-Day nel primo giorno del Ramadan, pochi giorni dopo che Bin Laden è tornato a farsi vivo. Un tentativo esplicito a ripetere il disastro della prima volta, visto che se n'erano già apprezzati i risultati. Ebbene, l'articolo 285 del Codice Penale stabilisce che "Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto atto a portare la devastazione, il saccheggio (c.p.419) o la strage (c.p.422) nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con l'ergastolo". Leggi la Seconda Parte.

lunedì 17 settembre 2007

Un cambiamento dal basso

La settimana scorsa ho moderato un incontro sulle tematiche dell'immigrazione e dell'integrazione a cui hanno partecipato l'Assessore all'integrazione del Comune di Torino, l'Assessore alle pari opportunità della Provinca di Torino, il Presidente dell'Arci Nazionale e numerosi membri delle svariate comunità straniere residenti nella città (Marocco, Perù, Senegal, Romania e altre ancora). Durante l'incontro, che si è tenuto nell'area dibattiti della Festa dell'Unità a Torino, si è parlato delle solite problematiche legate all'essere immigrati in un paese come l'Italia e in una città come Torino. Non mi voglio dilungare sul contenuto degli interventi che sono stati tutti molto interessanti e costruttivi, con un particolare riferimento alle responsabilità dei media "di sinistra" nella situazione attuale. Voglio invece soffermarmi su una considerazione che mi ossessiona da un po' di tempo e che ha trovato conferma nell'eccezionale partecipazione al V-Day indetto da Beppe Grillo per promuovere un disegno di legge su cui rimango comunque critico (mi spiegherò meglio in un'altra sede).
Chi aspetta speranzoso che siano i governi "romani" - di Destra o di Sinistra- a cambiare lo stato delle cose in Italia, e in particolare ciò che riguarda l'immigrazione, è un povero illuso. E' del tutto evidente che è del tutto impossibile che venga fuori un disegno di legge decente sull'immigrazione e sulla cittadinanza - e se dovesse accadere diversamente, mi scuso in anticipo - da un governo dove un Ministro impegnato come Ferrero passa per essere un "estremista" mentre i sindaci "moderati" se la prendono con i lavavetri. Figuriamoci se ciò accadde in presenza di un'opposizione che ricatta coi numeri al Senato, blocca i provvedimenti e allunga i tempi delle riforme auspicate. E chissà cosa accadrà se la Sinistra dovesse cadere o non vincere le prossime elezioni. E' anche in previsione di questa infausta possibilità che credo che sia giunta l'ora di smettere di pensare, sollecitare o sognare le soluzioni calate dall'alto per prediligere invece quelle che partono dal basso. Impegnandosi innanzittutto nelle realtà locali. Facendo politica nella vita di tutti giorni. E ciò vale anche per gli extracomunitari privi di diritti di voto.
Il concetto caldeggiato ieri da Beppe Grillo, secondo cui i normali cittadini dovrebbero entrare in politica, cominciando ad influire sull'esito delle elezioni comunali con le liste civiche, può trovare una variante anche per ciò che riguarda gli extracomunitari. In Italia si parla tanto di politica e anti-politica ma gli extracomunitari sono ufficialmente neutri. Non possono votare o essere candidati, e se i partiti dovessero scomparire, non farebbe loro né caldo né freddo. Ciononostante, il "voto che non c'è" non può continuare a fungere da scusa per giustificare l'immobilismo. I cittadini extracomunitari il voto non ce l'hanno ma lo possono benissimo influenzare: magari recuperando i voti degli elettori italiani politicamente disinteressati o confusi ma non per questo insensibili alle problematiche degli immigrati che frequentano per quindi incanalarli nella giusta direzione. Oppure sostenendo, consigliando e, ove possibile, persino finanziando i candidati - di qualunque colore essi siano - che dimostrano particolare attenzione alle richieste attuali e future degli immigrati (ovviamente sarà molto più facile trovarli a Sinistra). Insomma, gli interessi della categoria "Immigrati" vanno anteposti a qualsiasi altra considerazione, incluse quelle politiche.
Dal momento che i cosiddetti servizi e ancor più cosiddetti diritti legati all'immigrazione in Italia fanno schifo al marocchino come al cinese, al peruviano come allo stesso italiano convivente con una cittadina dell'Est, è indispensabile anche che cadano le barriere etniche, religiose, culturali che dividono gli extracomunitari - esattamente come quelle politiche che dividono gli italiani - per creare strutture che si adoperino per il bene comune, senza essere necessariamente collegate a doppio filo con i partiti. Ma c'è anche bisogno di un impegno stabile e concreto in tutte le realtà e in tutti i contesti, anche quelli più piccoli e apparentemente insignificanti. Se domani uno studente straniero potrà essere eletto nel Consiglio di Amministrazione di un ateneo italiano, è perché il sottoscritto - prima di lui - si è candidato ed è stato eletto negli organi chiamati a riformare il regolamento elettorale. Il Sistema nazionale attuale, che non concede all'immigrato diritti o dignità se non quelli di lavorare e pagare le tasse, non potrà mai essere abbattuto dal Sistema stesso. Bisogna quindi - metaforicamente parlando - minare le sue stesse fondamenta, corroderlo dal basso. Per introdurre un cambiamento nella società, bisogna scardinarla. E per farlo, la via maestra è una sola: partire dalle realtà locali.

sabato 15 settembre 2007

Fuck you, Fallaci

Oriana Fallaci (29 giugno 1929 – 15 settembre 2006)
di Rina Gagliardi, Liberazione, 13 aprile 2002.
Confesso di non aver mai letto un libro di Oriana Fallaci: di romanzi e saggi da leggere - classici o moderni che siano - prima (e invece) dei suoi ne ho sempre individuati un'infinità. Chissà fino a quando questa libertà di scelta sarà consentita: dopo lo straripare de La rabbia e l'orgoglio, che effettivamente trovi in mano quasi a chiunque, vengono in mente incubi da Brave New World del mai abbastanza compianto Aldous Huxley. Un mondo prossimo (o presente?) nel quale gli articoli, i pamphlet e i romanzi della Nostra son diventati testi obbligatori di lettura in tutte le scuole del regno: di modo ché bambine e bambini assumano il turpiloquio, e la violenza verbale, come sovrana lingua letteraria e, soprattutto, imparino fin dalle elementari a diffidare del tormento del dubbio, ad aborrire l'assillo critico, a precludersi il gusto della ricerca. Un timore che trova cupa conferma nel numero di Panorama da ieri in edicola: contiene l'ultimo "manifesto" dell'Oriana e - ahimé - abbiamo dovuto leggerlo. Intanto, possiamo giurarci: è solo un essai, un'anticipazione ben montata (alla quale non vorremmo contribuire neppure per una parte infinitesima) del prossimo best-seller della Rizzoli o della Mondadori (che invece non leggeremo). Si tratta di un aggiornamento della solita tecnica del j'accuse, questa volta il tema è l'antisemitismo: di esso vengono incolpati tutti, ma proprio tutti, coloro che non piacciono alla Fallaci (a Panorama, alla destra, e così via): vale a dire, la sinistra, i palestinesi, la Chiesa cattolica, la Francia, l'Europa. il movimento pacifista. Non ci sono argomenti, ma solo acidità, insulti, infamie piccole, medie e grandi. Non ci sono analisi, ma conati di vomito. Non ci sono proposte, ma grida scomposte, bizzarramente condite di pretese morali. In futuro - se ci sarà un futuro migliore dei tempi attuali - un testo come questo potrebbe essere utilmente studiato come un documento a suo modo esemplare della decadenza culturale dell'occidente.
Eppure, la Fallaci non ha sempre sofferto degli attuali furori oltranzisti. Nel pieno del Sessantotto, per esempio, era tutta dalla parte del movimento: si trovò a vivere in prima persona la strage della Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico, dove rimase ferita ad un braccio. Si scoprì, certo, che quel colpo non era stato poi così accidentale, ma accortamente guidato alla meta - intanto, però, l'episodio fece gran scalpore, la causa degli studenti ne guadagnò in tutto il globo terracqueo, e i libri della Fallaci fecero un balzo. In quegli anni e in quelli successivi, insomma, la Nostra era socialista, progressista, schierata a sinistra: così era il trend, la moda, l'egemonia, se vogliamo scomodare una parola nobile. Ma Il vero tic della Fallaci, forse la chiave di volta delle sue giravolte politiche e dei suoi così detti "scandali", è sempre stato uno spasmodico bisogno di far parlare di sè. Perciò si è travestita da Personaggio che si sente investito dal sacro fuoco di una missione - la missione di se stessa. Un ego talmente smisurato che, accoppiato a una grande astuzia, a uno spiccato senso del business, nonché alle relazioni "giuste", è spesso in grado di determinare il massimo dell'effimero, cioé il successo della cronaca. Chissà se, anche per lei, verrà il giorno in cui chiedersi se ne valeva davvero la pena: non sembra che tutto questo fragore, tutto questo piacere di indossare comodi elmetti, tutto questo rotolarsi nella più vieta volgarità da cortile - e tutti questi soldi abilmente mercanteggiati - le abbiano regalato grandi felicità.
Intanto, un'autrice che vivacchiava in fondo alle classifiche e che rischiava di passare nel dimenticatoio, con un paio di colpi magistrali ha risalito di botto la china. Questa sua ultima fatica usa il consueto artificio retorico di una frase che si ripete, all'infinito, all'inizio di martellanti e raccapriccianti capoversi: "Io trovo vergognoso.... ", tuona la scrittrice. L'intero manifesto poggia su questa ossessiva ridondanza, su una Prosopopea senza fine, su una vera e propria cacofonia stilistica - sembra di ascoltare uno dei pezzi peggiori del peggior Mascagni. E di che si vergogna, la Fallaci? Per esempio, del "corteo di individui che vestiti da kamikaze berciano infami ingiurie a Israele... e pur di rivedere gli ebrei nei campi di sterminio, nelle camere a gas, nei forni crematori.... venderebbero a un harem la propria madre". E ancora: si vergogna "degli studenti palestinesi che spadroneggiano nelle università europee", dei "soliti parassiti che sfruttano la parola Pace", dell' Osservatore romano, della sinistra che ha dimenticato il contributo degli ebrei all'antifascismo, "del signor (si fa per dire) Arafat... eterno bugiardo... eterno terrorista... ". Vi bastino frasi di questa tenore - tutto il resto è in sintonia - che si possono ascoltare al bar, se si ha voglia di andare al bar, o nei congressi di base, se se ne fanno, del partito di Bossi. Colpisce soltanto, verso la fine, un passaggio autobiografico: "Con gli israeliani ho litigato spesso, di brutto, in passato... " Quale delicata modestia! Con chi volete che interloquisca la Nostra, se non con interi popoli, Stati, governi? Che cosa di meno può distribuire se non assoluzioni, condanne, vendette, diritto alla vita e alla morte?
Dicevamo: tutto ruota attorno a un senso dell'Io così grande, che viene davvero da chiedersi come una persona possa fare a convivere con una se-stessa di questa entità. Si spiega così - forse - il delirio d'onnipotenza di cui è preda, la furia distruttiva che scaglia addosso ai suoi molti avversari, il desiderio di morte da cui si lascia pervadere, il radicale disprezzo per gli altri e per le altre. Chi pensasse che questo velenoso micromanifesto di incitamento alla violenza - verso i popoli, le civiltà, le culture, le persone - offre un buon servizio alla causa israeliana, si sbaglia radicalmente: nel già tragico clima che viviamo ogni giorno in Medio oriente, un testo come questo non serve proprio, come ha detto autorevolmente Giulio Andreotti. Cioè serve solo a seminare razzismo e incultura, ad aggiungere intolleranza a intolleranza, odio a odio. "Io trovo vergognoso... " ripete ad ogni riga. Ma si tratta di un lapsus: in realtà, va letto "Io mi trovo vergognosa... " E come darle torto? Fuck you, Fallaci.
Nota: Ringrazio il noto portale di informazione Canisciolti per aver riproposto, nella sua homepage e nella rubrica "In Evidenza", l'articolo intitolato "Cattivi maestri" pubblicato ieri su questo blog.

venerdì 14 settembre 2007

Cattivi Maestri

Come era prevedibile, la Fallaci è tornata dall'Oltretomba in occasione del primo anniversario della sua morte. E' tornata, come è vissuta d'altronde, sotto forma mediatico-commerciale: mostre e servizi, articoli ripubblicati e foto inedite, brani di interviste tenuti nel cassetto per l'occasione, e via dicendo. Un coro unico, tutto teso ad elogiare le virtù e i miracoli di Santa Fallaci di New York, la "più grande scrittrice italiana di tutti i tempi", la "giornalista che ha vissuto la guerra sulla propria pelle", la donna che "ha intervistato i potenti della Terra, anzi la Storia in persona". Tutto vero, per carità: non sarò di certo io a negarlo. Ma di qua a spacciare i suoi ultimi deliri per una mera provocazione culturale o un'innocente critica al costume italiano - quindi banalmente arginabile con un semplice scambio di opinioni - ce ne vuole. La vera eredità della Fallaci, infatti, non sono le sue inchieste, le sue interviste e i suoi romanzi, bensì quella trilogia dell'Odio che ha sdoganato nel Bel Paese, con la complicità del più grande gruppo editoriale italiano (RCS), il razzismo e la xenofobia. Uno sdoganamento di cui potremo valutare gli effetti disastrosi solo con il passare del tempo. Esattamente come le radiazioni conseguenti all'esplosione di un'arma tattica nucleare: lente, ma letali. Perché a differenza delle sue produzioni letterarie di vario genere, quella trilogia continua ad ispirare - ancora oggi - terroristi, assassini, promotori dell'odio e fautori dello scontro tra le civiltà.
Le cronache recenti hanno dimostrato, senza alcuna ombra di dubbio, che attorno agli scritti della Fallaci si è sviluppato un mondo che ha fatto dell'illegalità e dell'odio, del razzismo e della xenofobia, la sua ragion d'essere. Il servizio segreto parallelo "DSSA", indagato dal 2005 e il cui fondatore - Gaetano Saya - è stato rinviato a giudizio per propaganda di idee fondate sulla superiorità e l'odio razziale, si ispirava direttamente ai suoi scritti. Lo dimostra un documento interno ove è chiaramente menzionata, pubblicato dal sottoscritto addirittura nel 2004: un anno prima che finisse nel mirino delle forze dell'ordine. Roberto Sandalo, ex-terrorista di Prima Linea che "si è visto abbuonare dalla giustizia italiana ben 110 reati tra cui tre omicidi", sorpreso e smascherato l'altro giorno dalla IADL (leggere kelebek) mentre manifestava "contro l'islamizzazione dell'Europa" in compagnia di Adriana Bolchini Gaigher, casalinga-cartomante già ospite della trasmissione taroccata di Anno Zero sull'Islam a Torino (Vedi articolo del sottoscritto su Il Manifesto e epilogo), dichiara con orgoglio in un'intervista rilasciata a Repubblica di ieri che a convincerlo a riciclarsi in chiave anti-musulmana sono stati gli scritti della Fallaci. Olindo Romano, il mostro di Erba che ha sgozzato, assieme alla moglie, tre donne e un bambino legge in carcere "specialmente romanzi e la trilogia di Oriana Fallaci. Uno dei libri l’ha restituito sottolineato e scarabocchiato nelle parti che parlavano di rabbia e rancore". I movimenti razzisti e xenofobi che operano in un'Italia in cui sono sempre più frequenti gli attacchi alle moschee e ai luoghi di incontro dei musulmani, la venerano come un'eroina e adottano la sua stessa retorica, spesso e volenteri citando interi capitoli. Cosa ci vuole, quindi, per rendersi conto del nefasto ruolo giocato da quella donna?
Altrettanto nefasto è il ruolo che gioca Magdi Allam, che come la Fallaci imperversa sullo stesso quotidiano (e non solo) oltre che su tutte le reti televisive nazionali (praticamente a reti unificate). In questi giorni anche lui si vanta dell'amicizia con la Fallaci, ricordandola con accorato affetto negli incontri e in articoli appositamente confezionati per tramandarne il Culto. Eppure a leggere l"Apocalisse" della scrittrice, ed in particolare i passaggi tutt'altro che gentili che ha dedicato ad Allam senza nemmeno concedergli la dignità di menzionare il suo nome, non sembra proprio che i rapporti fra di loro fossero cosi cordiali. Magari mi sbaglio: peccato che la Fallaci non sia viva, per confermare la natura del suo rapporto con l'aspirante discepolo. Perché anche attorno alla figura di quest'ultimo e al suo cosiddetto "impegno culturale" si addensano nubi che non presagiscono nulla di buono: nell'appartamento segreto usato dai Servizi Deviati del Sismi per confezionare balle e commissionare articoli falsi sui quotidiani, venne rinvenuto un dossier a lui intestato di cui, purtroppo, non sono stati resi pubblici i contenuti. Un suo editoriale sul Corriere, pubblicato appena un mese dopo essere volato a Tel Aviv per ricevere un premio di 250.000 dollari circa (si rimanda al mio articolo su Il Manifesto), è la traduzione pressoché integrale di un comunicato del Memri, l'Istituto di traduzione fondato da ex-agenti del Mossad la cui credibilità è stata completamente smontata da inchieste di quotidiani come The Guardian, Le Monde Diplomatique e i Servizi del Comune di Londra (mio articolo su Aidem)
E non può che destare preoccupazione il fatto che una sigla terrorista finora sconosciuta - il cosiddetto "Fronte cristiano combattente" abbia appiccato il fuoco con delle molotov alla sede dell'associazione umanitaria Islamic Relief, condannando a morte il suo direttore a nome di un sedicente "tribunale cristiano", sei giorni dopo un editoriale infuocato di Allam in cui puntava il dito proprio contro l'Islamic Relief. Cosi come non può lasciare indifferenti il fatto che l'ex-terrorista di Prima Linea di cui ho scritto poco fa, risulti membro di un gruppo che si ispira chiaramente oltre agli scritti della Fallaci, anche agli scritti di Allam di cui vengono persino ripresi i contenuti nell'intervista rilasciata a Repubblica: secondo lui, infatti, ogni quattro giorni, una moschea sorgerebbe in Italia mentre gli attentati ai luoghi di culto potrebbero essere "regolamenti di conti" tra musulmani. Ipotesi che Allam ha avanzato sul Corriere, pur rifiutandosi di esprimersi chiaramente (sic) in attesa dei "riscontri degli investigatori". Riscontri di cui si è invece altamente fregato quando gli stessi investigatori esprimevano perplessità sulle sempre più numerose denunce di presunte minacce avanzate da Dounia Ettaib, la giovane marocchina che ultimamente lo accompagna in molte presentazioni e convegni. E che dire del giudizio di Ferdinando Imposimato, Giudice Istruttore nel Processo Moro e nell'attentato a Giovanni Paolo II, che lo definisce come uno "che alimenta l'odio e il conflitto tra Cristiani e Musulmani"? Santo Cielo: cosa ci vuole, di più, per qualificare Fu Fallaci e Allam come Cattivi Maestri? Una Shoah per la comunità islamica?

giovedì 13 settembre 2007

Il Piromane e la Chiave

Due giorni fa, a Bruxelles - sede del Parlamento Europeo - un gruppo di esaltati di Destra ha tentato di inscenare una manifestazione "contro l'islamizzazione dell'Europa". L’appuntamento era stato organizzato dalle associazioni anti-islamiche della rete Sioe, il partito di estrema destra fiammingo Vlaamms Belang, per commemorare il sesto anniversario dell'11 settembre. Non più di cinquanta persone, fra le quali, ovviamente, non poteva mancare il simpatico e folcloristico Onorevole Borghezio, detto anche "il Piromane Verde". La manifestazione, di stampo chiaramente provocatorio e xenofobo, era stata preventivamente vietata dal lungimirante Sindaco di Bruxelles, Freddy Thielemans. "Uomo avvisato, mezzo salvato", si direbbe in simili casi. Evidentemente, però, i manifestanti erano convinti di trovarsi in Italia, e quindi hanno tentato lo stesso di portare a termine la manifestazione, seguendo il percorso da loro stabilito: dalla piazza antistante il Parlamento europeo per arrivare a Rond point Schuman, cuore del quartiere comunitario.
Come era prevedibile, non sono nemmeno riusciti a partire: un nutrito gruppo di poliziotti in tenuta anti-sommossa li ha ammanettati con sicure di plastica e caricato sui cellulari della polizia con destinazione Palazzo di Giustizia. Incluso l'Onorevole Borghezio, caricato di forza su una camionetta e finito nelle galere sotterranee di Bruxelles. "Ce ne hanno date per sette", ha dichiarato indignato l’esponente del Carroccio. Poi, quando la festa è finita, è stato rilasciato con tutti gli onori del caso. Appena uscito, Borghezio si è affrettato a dichiarare che "Quella di oggi è la dimostrazione che siamo nell'Euro-Arabia", che il suo arresto era "un’inammissibile violazione del diritto di espressione e della libertà personale nonché delle norme a garanzia dell’immunità parlamentare" e soprattutto a ringraziare il governo italiano. Perché il governo italiano - diamogliene atto - al posto di scusarsi a nome del proprio popolo, come avrebbe dovuto, con il governo belga per aver mandato al Parlamento Europeo simile esemplare della finissima arte diplomatica italiana, si è premurato invece di inoltrare - udite, udite - su indicazione del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, e tramite l' ambasciatore d'Italia in Belgio, Sergio Maria Siggia, una protesta ufficiale "riguardante le modalità con le quali è stato tratto in fermo l’europarlamentare leghista Mario Borghezio".
Si dà però il caso che l'Onorevole Borghezio abbia passato solo sei ore nelle patrie galere belghe. Consideriamole una specie di abbuono: avrebbe dovuto passarne esattamente 1920, di ore. Tante sono quelle corrispondenti ai due mesi e venti giorni della condanna definitiva emessa a suo carico dal Tribunale e dalla Corte d'Appello di Torino e confermati il 5 settembre del 2005 dalla Cassazione che l'ha riconosciuto irrevocabilmente colpevole di incendio aggravato da "finalità di discriminazione" per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati rumeni a Torino. Nel paese dei balocchi che è l'Italia, la pena è passata da una riduzione all'altra e quindi è stata finalmente commutata in 3.040 euro di multa. Tutto sommato all'Onorevole era andata meglio nel '93, quando prese una multa di sole 750.000 lire per aver picchiato un bambino marocchino. Potete capire la sua disperazione, poverino, con lo stipendio (e la pensione) da europarlamentare che si ritrova (e che si ritroverà). A tutto ciò aggiungiamo pure un bel po' di imputazioni che spaziano dall' attentato alla costituzione e all'unità dello Stato alla creazione di un unità paramilitare fuorilegge, passando per la resistenza a pubblico ufficiale: si è salvato nei primi due casi per le modifiche della legge approvate appositamente dalla "Casa delle Libertà" (il plurale è d'obbligo) nel gennaio 2006 e, nell'ultimo caso, dalla sentenza della Cassazione che ha disposto nel 2004 - tre mesi prima della sua elezione all'Europarlamento - un nuovo processo d'appello dopo quello che lo ha condannato a 4 mesi e 20 giorni di reclusione.
Per fortuna, comunque, l'Onorevole Borghezio non ha deciso di andare a New York per manifestare senza autorizzazioni contro l'islamizzazione dell'Europa. Pensate che negli Stati Uniti sono riusciti ad infliggere una pena di 14 anni e mezzo di galera ad uno che ha buttato una molotov inespolsa su una moschea. Una molotov inesplosa, non so se mi sono spiegato: non un pagliericcio con tanto di immigrato romeno salvatosi per miracolo, un attimo prima che il fuoco lo raggiungesse. Questo mi fa legittimamente pensare che se avessero sorpreso l'Onorevole a guidare una manifestazione vietata, con i precedenti che si ritrova, sarebbe finita peggio: la politica italiana avrebbe perso un grande e insostituibile statista. Altro che sei ore di fermo: in attesa del solerte - quanto inutile - intervento del governo italiano per chiedere la clemenza del Governatore statunitense di turno, l'Onorevole Borghezio sarebbe stato abbastanza fortunato se avessero deciso di tenersi almeno la chiave della sua cella come ricordo.

Ramadan Karim

I miei migliori auguri di buon Ramadan
ai lettori musulmani di questo blog.

mercoledì 12 settembre 2007

Un passo indietro, un balzo in avanti

Da tempo vado sostenendo che il futuro dell'Italia multietnica, e in particolare della comunità islamica in essa residente, cambierà nell'istante in cui i giovani decideranno di superare ogni ostacolo e abbattere ogni vincolo - burocratico, famigliare, psicologico - per impegnarsi in prima persona e prendere in mano le redini del proprio futuro. Chiariamoci: i genitori immigrati che vivono in Italia hanno fatto e dato molto, sono emigrati lasciando case e famiglie nel paese di origine, sono arrivati in Europa e hanno lavorato duramente, hanno sopportato pazientemente soprusi e discriminazioni pur di dare ai propri figli una casa, un'istruzione, una vita e un futuro migliore. E in questi ultimi anni, in un contesto a loro particolarmente ostile, si sono sobbarcati anche le problematiche e le esigenze delle proprie comunità, cercando di fare del loro meglio. Ciononostante, questi genitori hanno dei limiti, che sono quelli dell'età ma anche e soprattutto quelli culturali e linguistici. I figli, invece, nati in Italia o ivi arrivati da giovani, no: ecco perché è necessario che i genitori facciano un passo indietro, e diano spazio ai propri figli. E' quello che io chiamo "un passo indietro per un balzo in avanti".
Perché questi giovani, cresciuti tra due mondi, che parlano l'italiano alla perfezione (spesso e volenteri con inflessioni dialettali) che studiano nelle scuole e nelle università italiane, che lavorano nelle aziende e nei negozi italiani e che hanno amici e compagni italiani, sono - a tutti gli effetti - cittadini italiani. Anche se la legge si ostina tuttora a negare loro la cittadinanza giuridica: una situazione innaturale condannata dai dati e dalle statistiche e che prima o poi cambierà. Quei giovani diventeranno cittadini con tanto di passaporto e certificato elettorale: potranno votare, si potranno candidare, ricopriranno incarichi prestigiosi e diventeranno classe dirigente di questo paese, piaccia o meno a chi si considera minacciato. Minacciato da chi, poi? Non certo da chi è emigrato e ha messo radici in questo paese, ma da chi si è impegnato sui banchi scolastici e ha dato il meglio di sè sui luoghi di lavoro per dimostrare che essere straniero non è sinonimo di inferiorità. Da chi ha dovuto vivere sulla propria pelle e superare in piena adolescenza problematiche che i coetanei italiani non si sognerebbero mai di affrontare. Da chi parla più lingue, conosce più culture ed è attrezzato a vivere in un mondo sempre più globalizzato e concorrenziale.
L'altro giorno ho pubblicato su questo blog una lettera in cui un gruppo di giovani, maschi e femmine, "tutti studenti di diverse città d'Italia", prende spunto da uno scritto qui pubblicato per scendere in campo e difendere la propria comunità e soprattutto il proprio futuro in questo paese. Come non rimanere commosso nel vedersi destinatario di un messaggio che si prefigge di mettere in pratica ciò che vado teorizzando e mettendo in pratica io stesso da anni? Come non rimanere entusiasta nel vedersi recapitare una semplice email che però anticipa il vento del cambiamento? Quella lettera - per chi non l'avesse ancora capito - è il segno della svolta epocale che sta per investire questa società e questo paese. Quella lettera è il manifesto di una generazione che per troppo tempo è stata costretta a stare zitta. E' il proclama del "nuovo che avanza", e irrompe, senza che nessuno - ma proprio nessuno - possa fare nulla per rallentarlo o fermarlo. E' la nuova Italia, quella in cui gente diversa potrà costruire qualcosa di grande insieme. E tengo a precisare che non mi sono fatto prendere dall'entusiasmo. Non sto affatto esagerando. Sto parlando di una realtà concreta, di un dato di fatto inequivocabile e fra non molto sarà lo sviluppo degli eventi a darmi pienamente ragione.
Gli amici che mi hanno scritto la lettera chiedono se sia da considerarsi "utile ed efficace, una protesta scritta, come quella intrapresa per "anno zero". Certo che lo è: se il sottoscritto non si fosse mosso, non avesse denunciato su agenzie e giornali la bufala di Santoro sull'Islam torinese, e non avesse messo in guardia e informato dell'accaduto politici, giornalisti, e gente comune con cui è venuto a contatto in ogni occasione, probabilmente la responsabile di quel servizio sarebbe rimasta al suo posto. Invece si è dimessa. Probabilmente ne avrebbe sfornato un altro. Adesso, invece, Santoro ci penserà almeno tre volte, prima di fare una puntata sull'Islam a Torino e non solo. Da Libero a Repubblica, lo scoop di Anno Zero è stato completamente smontato, e assieme ad esso la reputazione di Santoro tra molti elettori di Sinistra. Per quanto mi riguarda, quella era una battaglia vinta. Ma combattere una battaglia è meraviglioso indipendentemente dal risultato conseguito. Ovvio, sarebbe meglio uscirne vittoriosi, ma anche se ciò non accaddesse, un dato rimane fermo: abbiamo provato, fatto ciò che era nel nostro potere e nel novero delle nostre possibilità, e quindi possiamo dormire con la coscienza tranquilla.
Come vincere una battaglia, senza averci nemmeno provato? Rimanere immobili, senza fare niente, mentre viene fatta a pezzi la nostra immagine, la nostra esistenza e il nostro stesso futuro, oltre ad essere profondamente umiliante è foriero di disgrazie peggiori. Ecco perché ha senso fare anche le cose semplici o apparentemente insignificanti: è il segnale che esistiamo, che non moriremo in silenzio. Perché quando arrivano le disgrazie, non c'è tempo per il pentimento, e per l' "avrei potuto fare" e l' "avrei potuto dire". Mi si chiede quindi consiglio, ma è proprio quello che è stato messo in pratica con quella lettera, il primo consiglio che mi sentivo e che mi sento ancora di dare. Quello di essere protagonisti, di impegnarsi in prima persona, di mettersi in gioco. E. Burke diceva: "Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione". Su questo blog è riportato un detto di Goethe che recita: "Il mondo va avanti solo a causa di quelli che si oppongono". Basta tenere a mente queste due massime per andare avanti con sempre maggiore forza e vigore.

lunedì 10 settembre 2007

Allons enfants de la Patrie

BismiLah
(Nel nome di Dio, ndr)
Salam alaykum wa rahmatu Llahi wa barakatuhu
(La Pace su di voi e la misericordia di Dio e le sue benedizioni, ndr)
Gentile fratello Sharif,
A nome di tutti noi jazaka Llahu khayran (che Dio ti ricompensi con il Bene, ndr) per la volontà e l'impegno che dimostri nel cercare di rendere visibili alcune questione che riguardano la nostra comunità islamica.
Il nostro è un appello e una richiesta. Un appello per chi vuole portare avanti il messaggio di pace dell'islam e della buona convivenza e una richiesta, a lei personalmente, per aiutarci in questo cammino.
Siamo tutti studenti di diverse città d'Italia. Dopo aver letto il suo articolo "Si credono patrioti" abbiamo deciso di rivolgerci a lei con la ferma intenzione di contribuire attivamente a difendere i nostri luoghi di culto e non solo.
Quindi per prima cosa le chiediamo se una protesta scritta, come quella intrapresa per "anno zero", sia utile ed efficace. Poi le chiediamo consiglio, avendo lei più anni ed esperienza, su future iniziative che possiamo intraprendere insieme.
Inchallah (Se Dio vorrà, ndr) aspettiamo sua risposta in merito.
Seguono firme
Di seguito, la mia risposta.

Nazisti Ebrei (!)

Nazisti ed ebrei. Apparentemente un ossimoro. Purtroppo una triste realtà con cui ha dovuto fare per la prima volta i conti l'attuale stato d'Israele. La polizia ha scoperto una cellula neonazista composta da almeno otto immigrati provenienti da Paesi ex sovietici, tutti tra i 17 e 19 anni, accusati di aver organizzato attacchi contro ebrei ortodossi, stranieri, punk, gay e tossicodipendenti. Avrebbero anche sfregiato una sinagoga di Tel Aviv. (...) Nessuno degli otto arrestati è figlio di madre ebrea, ma hanno avuto diritto alla cittadinanza israeliana perché hanno almeno un nonno ebreo, come previsto dalla legge. (...) Il gruppo manteneva stretti legami con altre organizzazioni neonazista in Germania e in altri Paesi europei. (Leggi su Il Corriere)