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mercoledì 31 ottobre 2007

Che mondo sarebbe, senza...?

Sono quasi quattro milioni gli immigrati presenti in Italia. Lo afferma il dossier statistico sull'immigrazione realizzato da Caritas-migrantes e presentato oggi a Roma. Un numero aumentato in un anno del 21,6% e pari al 6,2% della popolazione complessiva, contro una media dei paesi Ue del 5,6%. Se i dati della Caritas fossero confermati, l'Italia balzerebbe al terzo posto in Europa sia per tasso di crescita, sia per presenze in assoluto, alle spalle solo di Germania e Spagna, che ospitano rispettivamente 7.287.900 e 4.002.500 immigrati.

Gli immigrati in Italia parlano 150 lingue diverse, sognano la cittadinanza e arrivano in massa: più di 500 mila nel 2006, con un aumento mai stato raggiunto neppure con le regolarizzazioni degli anni passati. A dare il maggiore contributo sono i Paesi dell'Est europeo, Romania in testa, di gran lunga il Paese che detiene il record di immigrati in Italia. Solo i romeni, sempre secondo la Caritas, sfiorano ormai le 600 mila presenze, un sesto del totale di tutta l'immigrazione. Al secondo posto nella classifica c'è il Marocco (387.000), al terzo l'Albania (381.000).

"Senza gli immigrati il sistema Italia si bloccherebbe", afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato alla Caritas. Il Rapporto, sottolinea il capo dello Stato, "conferma il fatto che l'Italia si presenta oggi come uno dei paesi europei più decisamente investiti dai flussi migratori. E conferma pure il radicamento di una parte consistente dei nostri immigrati: più famiglie, più nascite, più studenti, più acquisti di abitazioni, più nuovi cittadini. Conferma altresì il contributo decisivo del lavoro immigrato alla produzione di beni e servizi, al pagamento di contributi e imposte". Infine il capo dello Stato auspica che si creino le "condizioni di successo del nostro comune impegno di denuncia e di rifiuto di ogni rigurgito e nuova manifestazione di razzismo".

martedì 30 ottobre 2007

E' Arabo, mica Extra(terrestre)

Ricevo e pubblico volentieri

S
alve a tutti! Seguo sempre questo blog che mi è stato fatto conoscere da un amico, autore dell'articolo "pane al pane"...

Insegno in una scuola dell'infanzia.. e da quasi 3 anni ho una relazione con un ragazzo marocchino.. e da 3 anni mi sono avvicinata molto alla cultura e alle tradizioni del mondo arabo.

A volte faccio fatica a "sopportare", tollerare colleghe che parlano degli "extra" (perchè sappiate che nelle scuole gli stranieri sono definiti così) come se fossero solo fonte di problemi, facenti parte di famiglie disadattate e che non li seguono troppo... e bla bla bla..

Credetemi: i rospi che mando giù ogni giorno sono tanti.. A volte reagisco e rispondo a tono, facendo notare l'ignoranza profonda di chi si esprime in questo modo.. Lo faccio sull'autobus con l'autista maleducato che risponde male a un ragazzo di colore che chiede informazioni sulla fermata successiva; o con il commerciante che nel vedere un ragazzo arabo lo segue per tutto il negozio per paura di furti... o ancora con la collega ignorante che parla delle donne arabe come razza da difendere... RAZZAAAAA????

E che dire di chi mi guarda male quando mi vede in giro con il mio ragazzo e i suoi amici..La tentazione di dire "è cinese mica sordo" è una tentazione che dovrebbe venire a tutti.. se si fa notare l'ignoranza agli ignoranti forse c'è ancora speranza di poter costruire un clima diverso per gli immigrati..

Alla cara collega ricordo sempre che molte classi, se non ci fossero gli "extra", non si formerebbero, e molte di noi insegnanti non potrebbero lavorare.. inoltre farei notare che i nostri nonni sono stati emigranti in sudamerica, belgio, francia, germania.. Sono stati onesti lavoratori, ma altri no... La storia si ripete sempre, cambiano i protagonisti...

Maria Antonietta

lunedì 29 ottobre 2007

Opportunità pastorale

Qualcuno sottolinea malignamente che nella "ricorrenza non casuale della marcia su Roma e dell'avvento del fascismo" e cioè ieri, la Chiesa Cattolica ha beatificato - come preannunciato e nonostante le polemiche - tutti insieme 498 martiri franchisti, ponendoli sul percorso di una possibile santificazione. Con questa azione, la Chiesa ha rievocato in modo dirompente i ricordi di un conflitto che ancor oggi divide la Spagna. Molti di quelli dichiarati martiri erano infatti preti e suore uccisi da militanti di sinistra nell'escalation della guerra fra 1936 e 1939, poiché accusati di essersi schierati con Francisco Franco nel conflitto, scoppiato dopo un colpo di Stato del generale contro il governo di sinistra della Repubblica spagnola e la sua ascesa al potere come dittatore. "La gerarchia della Chiesa Cattolica sta perdendo un'occasione per riconoscere pubblicamente le sue responsabilità nel sostegno al golpe militare di Franco ed alla sua dittatura", ha detto l'Associazione per la Memoria Storica, che ricerca fosse comuni in cui si trovano vittime delle forze di Franco. La Chiesa, invece, insiste sul fatto che una cerimonia religiosa non va confusa con una dichiarazione politica.

Ciononostante, un gruppo di aderenti ai centri sociali ha protestato davanti a una chiesa frequentata da fedeli dell'Opus Dei a Roma e il tutto è finito in rissa all'uscita della messa. I manifestanti avevano esposto uno striscione davanti alla chiesa Sant'Eugenio in piazza delle Belle Arti con scritto: ''Chi ha ucciso, torturato e sfruttato non puo' essere beato''. Insieme allo striscione è stata esposta una riproduzione su un pannello di due metri per cinque della Guernica di Picasso. Quando i fedeli cattolici sono usciti dalla chiesa, al termine della funzione religiosa, la protesta ha provocato la loro ira. Una trentina di fedeli ha urlato e strappato lo striscione e fatto a pezzi la riproduzione del celebre dipinto. Secondo quanto riferito da aderenti ai collettivi, i cattolici avrebbero quindi ''aggredito anche fisicamente i giovani e inneggiato a Franco''. A quel punto la rissa è stata sedata dall'intervento delle forze dell'ordine. I carabinieri, precisamente l'Ottavo Battaglione Lazio che stava andando a prendere servizio allo Stadio Olimpico, ha fermato ed identificato alcune persone quindi sequestrato una cassetta su cui era stato registrato lo scontro.

Non voglio entrare nel merito della beatificazione, e tanto meno commentare la singolare rissa fuori dalla Chiesa. Voglio solo rilevare che non è la prima volta che la Chiesa prende decisioni che suscitano perplessità e malumori. Gli esempi, di questi tempi, si sprecano ma uno in particolare va ricordato: il funerale negato a Welby, con la scusa che "Si tratta di un caso troppo clamoroso", come spiegato dal viceparroco della chiesa di Don Bosco dove la vigilia di Natale dovevano svolgersi le esequie. Ricordo questo episodio perché è di cronaca recente anche tutta la polemica su Pavarotti, la sua eredità e soprattutto il suo funerale. Un lettore di Famiglia Cristiana (ma ho letto una lettera di tenore simile anche su, credo, Panorama) aveva posto sul numero 38 del 23 settembre 2007 un quesito molto semplice: "Perché Pavarotti, divorziato e convivente pubblicamente con un'altra donna, riceve in una cattedrale solenni funerali religiosi? (...) Perché altri pubblici peccatori non sono stati ammessi in chiesa? (...) Due pesi e due misure! Mi viene da pensare che la Chiesa è forte coi deboli e debole coi forti. La promessa matrimoniale "nella buona e nella cattive sorte, finché morte non vi separi" è ancora valida o si tratta di uno scherzo?". La risposta del prete è tutto un programma: "La decisione di celebrare in forma religiosa e solenne i funerali di Pavarotti ha provocato scandalo in alcuni fedeli. E' ipotizzabile che le autorità ecclesiastiche l'abbia previsto. Probabilmente hanno valutato che non concedere il funerale religioso ad un personaggio cosi in evidenza sul palcoscenico del mondo sarebbe stato uno scandalo ancora maggiore (...) No: la Chiesa non ha mai scherzato né scherza quando ripete che il matrimonio cristiano è indissolubile. (...) Una scelta di opportunità pastorale non mette in discussione la dottrina ecclesiale". Insomma, Pavarotti era troppo ricco e famoso per negargli un funerale religioso. Alla luce di questa risposta che di fatto sembra dare ragione al povero fedele disorientato, credo di poter affermare che la Chiesa ha ragione quando insiste sul fatto che una cerimonia religiosa non va confusa con una dichiarazione politica. E' solo questione di "opportunità pastorale".

domenica 28 ottobre 2007

Il Sangue e la Rosa

Dalli al Pachistano
di Paola Caridi

La notizia è di quelle tradizionali della cronaca nera. Due ragazzi accoltellati, di notte, a Milano, alla fine di settembre. A leggere i resoconti, si va un po’ oltre, e si capisce subito che si tratta di una storia di “ordinario” razzismo. Un ragazzo che vende le rose, due giovani che – assieme alle loro fidanzate – contrattano per acquistar loro un fiore. E poi due “balordi”, così vengono chiamati dai giornali. Insultano il ragazzo che vende le rose, lo chiamano “pachistano di merda”. I due ragazzi intenti a comprar rose lo difendono, e si beccano le coltellate. Uno di loro è grave.
La storiaccia di cronaca nera è subito archiviata, perché i due sono “balordi”. Uno, addirittura, è un ultra del Milan già diffidato dalle autorità di polizia. Ma è davvero finita qui? Siamo proprio sicuri, almeno noi giornalisti, di non aver avuto nessuna colpa nel costruire – nel corso degli ultimi sei anni – il prototipo perfetto del nostro nemico? Straniero, extracomunitario, clandestino, immigrato. E per giunta col passaporto di un paese a maggioranza musulmana. Con l’aggravante del colore della pelle, che siccome era scuro era sospetto. Che sia vero o meno, che il venditore di rose fosse pachistano, come “pachistano” è stato bollato. E questo dovrebbe almeno far riflettere la mia categoria, dai cronisti ai direttori, dai titolisti a chi decide la priorità e soprattutto il colore da dare alle notizie. Basterebbe una semplice rassegna stampa post-2001 per vedere quanto cronaca italiana e cronaca estera, nei giornali e nei tg, siano insufflati di reportage dal pianeta dello “strano ma vero”, dell’egiziano che picchia la moglie o del pachistano che ammazza la figlia. Come se i nostri delitti passionali e le nostre violenze domestiche – di noi italiani etnici, intendo – non fossero la stessa cosa: versione dolcificata, la nostra, degli stessi delitti d’onore e degli stessi pestaggi. La Carta di Roma, proposta molti mesi fa dalla portavoce dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Laura Boldrini, è ancora allo studio, in bozza. Forse nella sua fase più delicata. La Boldrini denuncia da tempo questa stereotipizzazione dell’”altro”, soprattutto se immigrato, e soprattutto se musulmano. I due “balordi” di Milano sembrano aver recepito il messaggio, quello dell’ultimo stereotipo del “cattivo” nato nella nostra contemporaneità.

giovedì 25 ottobre 2007

Magdante Allamieri

"Aiuto, stiamo «suicidando» la lingua italiana!". L'accorato grido d'allarme è stato lanciato nientepopodimeno che dall'ex-cittadino egiziano Magdi Allam, attuale Vicedirettore onorario del Corriere della Sera. A spingerlo ad occuparsi con cotanta passione dell'idioma nazionale è stato un episodio vergognoso - macché - di gravità inaudita: "L'apparire sui tram milanesi della pubblicità della Kinder Ferrero in inglese, spagnolo e arabo". Se aggiungiamo alla suddetta pure quella della Omnitel e quella del GTT (Gruppo Trasporti Torinese) proposte - pensate un po', che vergogna - in spagnolo, arabo, inglese e addirittura cinese, emerge in tutta la sua malvagità la dimensione del complotto internazionale sponsorizzato dalle multinazionali e dallo stesso governo italiano per distruggere l'identità e la cultura dell'Italia.

Sinceramente non ho ancora capito se Magdi Allam occupa gli spazi del Corriere con questi "editoriali" perché non trova nient'altro di cui parlare (soprattutto ora che l'Islam è passato un po' di moda) o perché aspira alla carriera del comico. Un fatto però è certo: in un paese dove gli studenti universitari non riescono a sostenere con successo un esame all'acqua di rose come il Preliminary English Test, e dove la traduzione simultanea o consecutiva è un obbligo imprescindibile per qualsiasi convegno o incontro in cui si parli una lingua diversa dall'italiano, non ci voleva di certo un immigrato egiziano che afferma che "L'investimento deve essere fatto non per rincorrere le lingue dei nostri ospiti, ma per vincolare l'ospite a conoscere la nostra lingua".

Consiglierei ad Allam di leggere l'ultima ricerca del Censis. Probabilmente sarà confortato dalla lettura dei suoi "dati piuttosto scoraggianti anche sulla futura diffusione delle lingue straniere in Italia. Infatti nonostante il 68% degli intervistati sia convinto dell'importanza delle lingue per migliorare il proprio successo lavorativo, sia in termini di ricerca del lavoro che di possibilità di carriera, non c'è una forte motivazione a imparare una lingua straniera in futuro. Oltre la metà (52,9%) della popolazione infatti non ha alcuna intenzione di farlo, il 25,2% probabilmente non lo farà, mentre solo il 4% è spinto da una forte motivazione e il 17,9% forse lo farà". E lo invito a leggere molto attentamente soprattutto quando si afferma che "l'italiano è la quinta lingua "straniera" parlata in Italia" proprio grazie alla presenza degli immigrati.

Non c'è bisogno di Magdi Allam o dell'Onorevole Santanché
- che ha deciso di pubblicare "un manifesto a pagamento con una scritta in arabo che recita «Imparate l'italiano e sarete più sicuri dei vostri diritti, dei vostri doveri e del posto che vi spetta nella nostra Patria»" - per esortare l'immigrato a imparare e padroneggiare la lingua del paese di accoglienza. Dedichino piuttosto i loro encomiabili sforzi agli studenti italiani che scioperano e manifestano contro gli esami di riparazione, agli insegnanti che fanno sempre più fatica ad insegnare in una scuola che non valorizza le loro competenze, agli italiani "istruiti" che scrivono di essere andati "ha scuola" con il verbo avere, ai loro colleghi di opposizione e di governo che si inventano tempi e vocaboli che non stanno nè in cielo nè in terra. Poi comincino a riflettere se non è il caso cominciare, in un mondo sempre più globalizzato, ad abituare gli italiani a sentire e anche a vedere in giro lingue diverse.

L'anno scorso, in una conferenza stampa congiunta, il Presidente Bush, Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld hanno presentato il National Security Language Initiative che mira a istruire migliaia di statunitensi - a partire dall'asilo - in "critical need foreign languages" ("lingue estere di necessità critica"), precisamente in cinese, coreano, hindi, farsi, urdu, turco e arabo. Ma lasciamo stare da parte la sicurezza nazionale: come faranno, i giovani italiani, a competere con i loro coetanei immigrati che parlano come minimo due lingue? In Italia il 68% degli intervistati del Censis è convinto dell'importanza delle lingue per migliorare il proprio successo lavorativo, sia in termini di ricerca del lavoro che di possibilità di carriera, ma per la maggioranza non c'è una forte motivazione a imparare una lingua straniera in futuro. Per il 55,9% della popolazione italiana lo studio delle lingue a scuola è ritenuto scarso o gravemente insufficiente, mentre è adeguato solo secondo il 32,6% del campione.

Perché scandalizzarsi di fronte alla pubblicità o agli opuscoli
in lingue straniere destinati agli immigrati? Perché, come dice Allam, "un privato cittadino si accolla l'onere anche finanziario di esortare lo straniero a imparare la lingua nazionale"? Qui si superano i limiti del ridicolo: i cittadini immigrati pagano fior di tasse e non hanno nulla in cambio: i loro permessi, che durano un anno, impiegano sei-otto mesi per essere rinnovati alla modica cifra di 70 euro. I loro figli, che nascono in Italia, non sono cittadini italiani. Tutta la loro esistenza è caratterizzata dall'aleatorietà. Dare loro un opuscolo nella propria lingua è considerato eccessivo? E' forse più carino vedere il funzionario di un ufficio pubblico urlare di fronte ad un cittadino cinese appena arrivato in Italia, nella vana speranza che l'aumento del volume della sua voce contribuisca a rendere più chiare le sue parole? Una scena improponibile negli USA. Non a caso sono spesso tentato di sollevare la seguente obiezione: "Guardi che è solo cinese, non sordo"

mercoledì 24 ottobre 2007

Ammazzare gli Arabi

Corriere - Contava, e non è stato deluso, sull’ indifferenza di altri passeggeri. Ma ha dimenticato le telecamere, pur segnalate sulle metropolitane spagnole, che registrano i movimenti all’interno delle carrozze. Quella pedata tirata, con furia, a una sedicenne ecuadoriana che non gli aveva fatto nulla, costerà ora a Sergi Xavier M.M., 21 enne già pregiudicato per rapina, un nuovo processo; e in più può rivedersela su tutti i siti dei quotidiani iberici. Fino al disgusto. Lo stesso che hanno provato gli investigatori della Guardia Civil che, per tre settimane, hanno esaminato e riesaminato la scena per identificarne il protagonista principale: uno scalmanato giovanotto dalla testa rasata che, per malmenare la ragazza sudamericana, non ha ritenuto neppure necessario interrompere la conversazione al telefonino. l suo interlocutore ha seguito in diretta le fasi dell’attacco, come un altro viaggiatore, che non ha fatto una piega. Era il pomeriggio di domenica 7 ottobre e in un convoglio semideserto della metropolitana di Barcellona, Sergi parlava a voce alta al cellulare di come bisognerebbe «ammazzare gli arabi», «tagliare la giugulare», «sparare un colpo». La minorenne immigrata, seduta lì vicino, non ha detto una parola, ma gli ha lanciato un’occhiata severa. E tanto è bastato. Il ventenne si è alzato, ha cominciato a passeggiare nervosamente, a fissarla e a insultarla: «Immigrante di merda, tornatene al tuo paese». Poi è passato ai fatti: ha allungato le mani, ha cercato di colpirla. Pareva bastasse. Invece no, Sergi è tornato sui suoi passi e ha tirato un calcio mirando al viso dell’adolescente, che ha gridato e tentato di proteggersi da altri colpi. Guarda il Video

martedì 23 ottobre 2007

No alla Roccaforte Salesiana!

Da ex-allievo salesiano, mi capita di cercare notizie sulla storia dell'Istituto dove ho frequentato le Superiori, giù al Cairo. L'altro giorno ho recuperato un articolo pubblicato sul Bollettino Salesiano del Febbraio 1927 che riporta la cronaca della posa della prima pietra della scuola in questione. Leggendolo, non ho potuto che fare la seguente riflessione: se a quei tempi, al Cairo, ci fosse stato un personaggio come Magdi Allam, attuale Vicedirettore Onorario del Corriere della Sera, la Scuola Salesiana del Cairo dove sia io che lo stesso Allam abbiamo studiato non avrebbe mai visto la luce. Come minimo, infatti, egli avrebbe promosso un referendum contro "la Cittadella salesiana" e la svendita del territorio e dell'indentità dell'Egitto. Per fortuna, all'epoca - e ancora oggi - non abbiamo in Egitto giornalisti come Magdi Allam che alimentano sui quotidiani nazionali "l'odio e il conflitto tra Cristiani e Musulmani" (Questo è infatti il parere di Ferdinando Imposimato, Giudice Istruttore nel Processo Moro e nell'attentato a Giovanni Paolo II sul personaggio).

Per l'occasione vorrei raccontare questo interessante e divertente anedotto riferitomi da una fonte altamente qualificata: durante una visita ufficiale all'Istituto Salesiano del Cairo, un esponente di primo livello del governo italiano ha chiesto ai suoi accompagnatori se questa scuola riusciva nell'intento di insegnare la lingua italiana ai giovani egiziani. Qualcuno ha avuto la sventurata idea di rispondere: "Eccome no! Anche Magdi Allam è stato nostro allievo!". L'ignaro interlocutore pensava di fare colpo menzionando il "pezzo grosso" sfornato dall'Istituto. Invece è stato gelato dalla risposta dell'esponente del governo italiano: "Questo non depone mica a vostro favore. Significa infatti che qui non insegnate la tolleranza". Credo che quella sia stata l'ultima volta in cui Allam è stato ricordato come insigne ex-allievo dell'Istituto. Ho infatti la netta impressione che sia bastato quell'episodio per condannare Allam alla
damnatio memoriae.

CAIRO (Egitto). La posa della prima pietra dell'erigenda Casa dei Salesiani.

Bollettino Salesiano. Febbraio 1927

Il desiderio da tanto tempo accarezzato e perseguito lungamente con tenacia, di avere, anche in Cairo, come in altre città dell'Egitto, una casa Salesiana, s'incammina finalmente sulla via della realizzazione.

Il governo egiziano ha voluto, con encomiabile atto di generosità, cedere a prezzo di favore all'Opera Salesiana un appezzamento dì terreno (14.700 mq.) nel quartiere nuovo, che avrà un bell'avvenire, e precisamente sulla strana di Rod-el-Farag.

Il nuovo istituto sarà destinato all'educazione morale e intellettuale della gioventù.

La pietra fondamentale è stata posata il 7 novembre col cerimoniale di uso reso anche più solenne dalla presenza del Maresciallo d'Italia Luigi Cadorna, il quale, con la distinta Dama Marchesa Paternò, moglie di S. E. il ministro d'Italia in Egitto, che fu madrina, si degnò fungere da padrino.

La cerimonia s'iniziò con la Messa al campo celebrata da Don Michelangelo Rubino, superiore della Casa Salesiana al Cairo. Subito dopo, S. E. Mons. Giulio Girard, Vescovo e Vicario Apostolico del Delta del Nilo, che tanto incoraggiò la fondazione del nuovo istituto, accordando ai Salesiani ampia facoltà di missione nel nuovo quartiere dove non esiste ancora chiesa o scuola, tenne una breve allocuzione dichiarandosi lieto di presenziare la cerimonia per l'inizio di un'opera in cui egli vede l'aiuto della Provvidenza.

Parlò quindi il rev.mo D. Puddu, direttore, della Casa Salesiana di Porto Said, per rispondere a Mons. Vescovo e per ringraziare gl'intervenuti numerosissimi, fra cui figuravano il Superiore dei Missionari di Lione, il Superiore dei Missionari dell'Africa Centrale col Padre Tappi, che non cessò mai d'incoraggiare i Salesiani a stabilirsi in Cairo.

Dopo un breve esordio, Don Puddu espose in sintesi la vita e l'opera di Don Bosco e concluse rivolgendo un reverente saluto al Re, al suo Primo Ministro Benito Mussolini, a S. E. il Ministro d'Italia in Egitto, marchese, Paternò, a Cadorna, alla Medaglia d'Oro Ressi, alle Associazioni italiane di Cairo, e un pensiero di alta devozione a S. S. il Papa e di sentito ringraziamento al Re Fuad e al Governo Egiziano per la loro liberalità verso i Salesiani, alla contessa e contessina Cadorna per il grande onore portato con la loro presenza alla solenne cerimonia. Dopo le felicitazioni all'oratore si svolse la cerimonia della posa della prima pietra. Il Vescovo, Mons. Girard benedisse il masso che scavato dal Grappa, il monte sacro della guerra d'Italia, servirà sulle rive ospitali del grande Nilo a fare da base ad un nuovo edificio salesiano in cui s'insegnerà alla scuola di D. Bosco sai futuri uomini di domani, a sostenere le pacifiche lotte del lavoro e della virtù.

Terminata la cerimonia il comm. Don Michele Rubino prese la parola per ringraziare tutti gl'intervenuti e specialmente gli ospiti cospicui, le autorità egiziane per aver onorato la fausta cerimonia con la loro presenza, la Colonia italiana, augurandosi che l'Opera salesiana in Cairo abbia a svilupparsi e a dare quei frutti che dallo zelo e dall'attività dei figli di Don Bosco è lecito sperare.

Nella cerimonia resero importanti servigi i nostri ex-allievi, già costituitisi in Comitato al Cairo in numero di 15o. Essi moltiplicarono le premure per la buona riuscita della festa e misero anche mano alla borsa.

lunedì 22 ottobre 2007

Civis romanus sum. E allora?

"Caro Sherif,

E' ammirevole la passione che ci metti, la cosa strana è che non hai ancora capito molto di come funzionano le cose, come le vorresti tu è diverso. Tu parli di cittadinanza, addirittura! Non lo sai che è quasi impossibile averla? E perchè poi? Con il disprezzo che esprimi nei confronti degli italiani - guardano solo le cose firmate, non vogliono lavorare, sono razzisti, sono dei bamboccioni, carogne e anche sfruttatori -, ora, dico io, è così importante accomunarsi con questa gente? Non è meglio tenersi la propria cittadinanza, la propria religione, deridere gli italiani, disprezzarne le donne e pregare Allah che li fulmini o che li convertisca in massa?
Caro sherif, non hai ancora capito che gli italiani non amano lo straniero in casa, - in vacanza è diverso - non ne capiscono e non vogliono capire la sua cultura, se ne sbattono della sua religione e sono lungi dall'accettarla. Tutti quelli che dicono il contrario se messi alla prova sulla lunga distanza diranno le stesse cose. Gli ci vuole un pò di tempo magari. Insomma, che ve ne fate della cittadinanza se poi state abbarbicati a tutta quella cultura petrosa che non ha prodotto nulla nemmeno negli ultimi 500 anni? Se vi sembra poco...Ciao. Civis romanus sum".

L'inquietante autore di questo delirante commento è intervenuto sotto l'articolo che rendeva nota su questo blog la storia di un immigrato giordano laico, in Italia da 26 anni, sposato con un'italiana, a cui è stata rifiutata la cittadinanza in base alla seguente, bizzarra, motivazione: "è rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Ho deciso di dare a quel commento la massima visibilità possibile per sottolineare alcuni concetti molto semplici. So benissimo come funzionano le cose, e so altrettanto bene che in Italia è praticamente impossibile ottenere la cittadinanza. Non a caso ho sottolineato negli articoli precedenti che "I dati dell'Istat dicono che le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni". Il motivo per cui sono "poco frequenti" mi sembra evidente, alla luce del caso del signore giordano. Detto questo, ciò non vieta che ci si adoperi per cambiare lo stato delle cose e vedere, finalmente, riconosciuti agli immigrati regolari, residenti in Italia da decenni, un diritto fondamentale: quello alla sicurezza. Spesso e volentieri si parla di immigrazione e sicurezza come se fossero due facce della stessa medaglia, come se l'immigrazione fosse un problema di ordine pubblico e non un fenomeno sociale con i suoi pregi e i suoi difetti. E ancor più spesso si parla di sicurezza facendo riferimento agli abitanti autoctoni del paese d'immigrazione, come se gli immigrati rappresentassero solo una minaccia.

In realtà anche gli immigrati regolari hanno bisogno di sicurezza. E non stiamo parlando di quella contro gli scippi, le rapine, gli stupri, tutti reati che colpiscono pure gli immigrati anche se non viene detto e tanto meno pubblicizzato, specie se a commettere il reato in questione è un italiano. Nè stiamo parlando di quella finalizzata ad evitare a chi è sfuggito da regimi dittatoriali, guerra e fame, di vedersi un giorno rimpatriato con la forza nello stesso contesto da cui è fuggito a costo di grandi sacrifici. Stiamo parlando di una sicurezza intesa come diritto alla stabilità. Chi ha deciso di emigrare in un altro paese, di intrecciare rapporti di solidarietà con i suoi abitanti, di costruirvi un'intera esistenza, di farvi nascere i figli e di contribuire con la sua fatica e le tasse a farlo progredire, ha diritto di sentirsi finalmente tranquillo nel paese che ha scelto. Cosi come trovo assurdo che ai figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia venga negata la cittadinanza, non concepisco che si continui a "permettere" ad una persona di risiedere in un paese per trenta, quarant'anni pur continuando a sfruttare la sua forza lavoro e il suo contributo all'economia del paese. Cosa significa, negare la cittadinanza ad una persona che vive da tre o quattro decenni in Italia, in modo continuativo, regolare e pacifico? Significa che non lo si accetta. Che non si vuole che si senta parte di una comunità. Che si ha in mente di sbatterlo, magari una volta diventato anziano, nel suo paese di origine, distruggendo la sua vita, i suoi affetti, privandolo del contesto a cui si è faticosamente abituato. La cittadinanza serve quindi proprio a questo. E' un riconoscimento di accoglienza e di apprezzamento per il contributo offerto al paese. E quindi garanzia di inviolabilità dell'esistenza di una persona.

Detto questo, respingo le deliranti accuse rivoltemi del "disprezzo" che nutrirei nei confronti degli italiani. Solo una persona in malafede può far passare la denuncia del razzismo come fenomeno sempre montante in Italia con una generalizzazione applicabile a tutti gli italiani indistintamente. E solo una persona con cattive intenzioni può scambiare una legittima, rispettosa (e soprattutto per nulla diversa da ciò che pensano molti italiani doc) critica di alcuni aspetti della politica e del costume in Italia, con un un generico auspicio che Allah fulmini chissà chi o chissà cosa. Mentre solo una persona stupida può - nello stesso articolo in cui mi accusa di disprezzo nei confronti degli italiani - dipingere l'Italia e il popolo italiano in termini che di fatto accreditano la stessa visione che mi si accusa falsamente di propagandare. "Gli italiani non amano lo straniero in casa", e quindi sono inospitali, "in vacanza è diverso", quindi superficiali. "Non ne capiscono e non vogliono capire la sua cultura", quindi ignoranti e pure felici di esserlo. "Se ne sbattono della sua religione e sono lungi dall'accettarla", e cioè pure intolleranti. Tutto falso, ovviamente. Perché se così fosse, al Corso di Cultura e Lingua Araba da me tenuto non si sarebbero iscritti a centinaia ogni anno. Non è affatto vero che gli italiani non sono interessati alla cultura e alla religione altrui. Sono i mezzi di informazione che non offrono loro questa possibilità, impegnati come sono a demonizzare, diffamare e distruggere.

Ma soprattutto solo una persona con un infimo livello culturale può concludere un commento in cui si auto-insulta, riportando la locuzione latina "Civis romanus sum", ovvero "sono cittadino romano". L'espressione indicava infatti l'appartenenza all' Impero Romano e sottintende, in senso lato, tutti i diritti e i doveri connessi a tale stato. L'Apostolo San Paolo, nato da una famiglia ebraica in Cilicia e cioè in Asia Minore (attuale Turchia) - e quindi un perfetto extracomunitario secondo i parametri odierni - potè appellarsi a questo principio per essere processato a Roma. Tale cittadinanza veniva concessa, fra l'altro, anche a chi aveva speso una cospicua parte del patrimonio personale per costruire una casa a Roma, a chi aveva portato a Roma frumento per un certo numero di anni e chi aveva macinato grano a Roma per anni. Tutte cose che gli stranieri ripropongono in Italia, seppur in chiave moderna: pagando mutui e lavorando nelle fabbriche e nei campi. La Constitutio Antoniniana del 212, concedeva la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell'impero, così da incrementare l'introito proveniente dal pagamento delle tasse, accogliendo nel diritto romano persino tradizioni e istituzioni orientali. Se invece il detto è stato riportato per emulare lo spirito fascista, come sembra emergere dal commento stesso, ricordo che una circolare del 38 considerava gli egiziani "ariani" anche se da valutare "caso per caso". Seppur con la dovuta incertezza relativa agli inconsapevoli egiziani, quindi, e più in generale a tutta questa "imbecille attività mentale che può solo suscitare un sentimento di ironica commiserazione" - come scrive Michele Sarfatti - credo che anche un cittadino egiziano per metà di origini greche, come il sottoscritto, possa dichiarare "Civis romanus sum". E perché no?

domenica 21 ottobre 2007

Impronte culturali ed etniche

"Attraversate il quartiere italiano di una qualsiasi grande città e non mancherete di trovarvi in mezzo alla Camorra e alla Mafia"

Didascalia della foto del quartiere italiano a New Orleans su un giornale di inizio secolo.

"E' assodato che laddove sorgono le moschee tutt'attorno si sviluppa il degrado sociale e crolla il valore degli immobili".

Tratto da un editoriale di Magdi Allam, Corriere della Sera.

"Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli"

Oriana Fallaci, parlando della cultura islamica in La Rabbia e l'Orgoglio

"Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. È un sardo. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante me deve essere tenuto in considerazione come attenuante"

Sentenza di un giudice tedesco nei confronti di un immigrato italiano colpevole di aver rapito, picchiato, violentato e torturato la fidanzata. Correva l'anno di grazia 2007.

venerdì 19 ottobre 2007

Preferisco i delinquenti

"E' rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Con questa bizzarra motivazione è stata respinta la richiesta di cittadinanza di un signore giordano residente in Italia da 26 anni, laureato presso un'università italiana, e sposato con una cittadina italiana. Dico "bizzarra" poiché trovo del tutto assurdo che per concedere la cittadinanza ad un immigrato regolarmente soggiornante in Italia da decenni, ed ivi giunto tramite i normali canali dell'immigrazione legale (studio, lavoro ecc) e non come richiedente di asilo politico o religioso, sia necessario accertare prima che egli abbia effettivamente abbandonato le tradizioni d'origine. "Bizzarra" perché il signore in questione continua a risiedere tuttora in Italia, e a rivendicare la cittadinanza promuovendo cause ed appelli, nonostante un secondo parere negativo della Questura l'abbia persino qualificato come "persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica", senza fornire ulteriori dettagli o prendere provvedimenti di altra natura. "Bizzara" anche perché l'interessato, per dimostrare l'infondatezza di queste accuse, e in particolare quella secondo cui sarebbe "rimasto legato alle tradizioni d'origine", non solo ha affermato in un appello pubblico che è un "laico che non frequenta le moschee" ma è arrivato al punto di ricordare, nel suo ricorso al Tar (che tra l'altro gli ha dato ragione), che "in data 27 ottobre 2004" ha ottenuto "la licenza inerente la vendita, nel suo ristorante, di bevande alcoliche, il cui consumo non è considerato pratica propria del mondo islamico, ed anzi è in contrasto con alcune prescrizioni religiose dello stesso".

La Questura avrebbe dovuto evitare - a qualsiasi costo - l'uso della formula comunicata all'immigrato richiedente, che cosi come viene riportata rappresenta un gravissimo precedente e una ancora più grave violazione della coscienza individuale e degli stessi diritti umani. Trovo infatti davvero spiacevole che una persona sia costretta a pubblicizzare sui giornali e nei tribunali intime scelte morali, esponendosi magari anche alle critiche e al rimprovero della comunità di origine e dei famigliari nei paesi di provenienza, pur di ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto automatico, concesso dopo un accurato controllo amministrativo che di certo non può sconfinare in considerazioni di altra natura. Ai tempi dell' Inquisizione gli Ebrei obbligati a convertirsi al Cristianesimo dovevano esporre la carne di maiale in bella vista affinché gli inquisitori cattolici si convincessero dell' autenticità della loro conversione permettendo loro di continuare a vivere in Spagna. Come non ravvisare quindi gli estremi della violenza e costrizione psicologica nei confronti di chi si trova obbligato a specificare che non frequenta moschee (come se la semplice frequentazione delle moschee fosse indice di pericolosità) o ad affermare che serve alcolici in violazione dei propri precetti religiosi, pur di ottenere una cittadinanza? Fino all'altro giorno pensavo che per accontentare i fautori dell'integrazione all'italiana bastasse risiedervi da tanti anni, sapere perfettamente l'italiano, essere incensurati, versare le imposte ed essere a favore dell'incontro tra fedi ed etnie. Ora invece scopro che è necessario addirittura rescindere ogni legame con le tradizioni d'origine e con il proprio "mondo". Si vuole che arabi, africani e cinesi vadano in giro a dire "noi occidentali", buttando nella pattumiera millenni di storia, cultura e civiltà proprie. Una pura illusione: nessuno - tranne gli approffittatori in malafede - può sradicare le tradizioni insegnate e inculcate sin dall'infanzia. Chi afferma di esserci riuscito e va in giro a dire "noi occidentali" cerca solo di titillare l'orgoglio e la convinzione di superiorità dei propri interlocutori. Le tradizioni di origine - seppur in diversa misura e con diverse gradazioni - fanno intrinsecamente parte della storia personale di ogni essere umano. Possono essere modificate o aggiornate. Possono essere arricchite e integrate con nuove tradizioni, specie quando si immigra. Possono essere criticate o anche abbandonate in parte. Ma è del tutto impossibile cancellarle con una spugna dal profondo della propria coscienza.

Trovo davvero ridicolo che si chieda agli immigrati di "slegarsi" dalle tradizioni d'origine e dai propri riferimenti culturali e religiosi nello stesso momento in cui si fa di tutto pur di far loro capire che non sono i benvenuti in modo definitivo sul territorio della Repubblica, e che la loro permanenza - per quanto lunga - è destinata comunque a concludersi con il ritorno nel paese di origine. Nel Bel Paese è tutto un cianciare di immigrati che "devono avere mente e cuore in Italia e non nei paesi di origine" quando persino i loro figli, nati e cresciuti all'ombra della cultura italiana, non sono e non possono dirsi cittadini italiani a tutti gli effetti, bensi rischiano in qualunque momento di essere deportati nei paesi di origine (che nel migliore dei casi sono stati occasionali mete di vacanze in compagnia dei genitori). L'aleatorietà della condizione dell'immigrato in Italia, che va da un permesso di soggiorno all'altro, da una carta di soggiorno all'altra, favorisce tutto tranne che l'abbandono delle proprie tradizioni culturali e l'adesione totale ad un modello puramente italiano (ammesso che ne esista uno e che sia un bene per l'Italia l'epurazione in toto degli altri aspetti culturali d'importazione). Tale aleatorietà, prima o poi, spinge l'immigrato a cambiare aria. Quanti miei ex-compagni dai Salesiani, studenti splendidi che hanno proseguito gli studi in Italia, con buona padronanza della lingua ed ottime prospettive di lavoro, hanno comunque deciso di trasferirsi in altri paesi, da loro ritenuti più accoglienti? Tanti. Troppi. Diceva Talleyrand “Preferisco i delinquenti ai cretini perché almeno i primi ogni tanto si riposano”. Sembra che l'Italia non voglia immigrati davvero integrati, che possano contribuire allo sviluppo del paese. E siccome gli immigrati per bene non sono cretini, lasciano che l'Italia continui a convivere con i delinquenti, d'importazione e non.

giovedì 18 ottobre 2007

Continuo a mangiare spaghetti

Caro Sherif,

Il caso che riporti non mi sorprende. Mio padre non mi ha rivolto la parola per un anno dopo che ha saputo che il mio nuovo fidanzato e futuro (ora attuale) marito è palestinese/giordano. Mia madre, le mie amiche e i miei amici hanno iniziato una vera e propria campagna di terrore. "Ti rapirà i figli e li porterà dai suoi genitori ad Amman". "Ti chiederà di lasciare il lavoro e spolverare le cornici con i versetti del Corano che attaccherà sulle pareti di casa". "Sarà geloso fino alla paranoia"... insomma: un incubo.

A lavoro i miei due capi non perdevano occasione per fare battute sul burqa ("vedrai che te lo caccerà in testa a forza"). Ogni giorno era un parlare di quella signora americana sposata con un medico iraniano. Emancipato e gentile, apparentemente. Poi un giorno decide di tornatre in Iran. E allora picchia la moglie, rapisce la figlia ecc...Quando è stata uccisa Hina era uno stillicidio continuo. Quando hanno mostrato i due bambini figli di quella palestinese kamikaze un pontificare sulla violenza e l'odio che divora i palestinesi. E poi le lezioncine sul Corano e i libri della Fallaci che mi venivano prestati perchè li leggessi (e io ho letto il primo delirante volume:"La rabbia e l'orgoglio"). Una mia carissima amica, di sinistra, "liberale", laureata in filosofia ha iniziato a commentare negativamente il fatto che prendessi lezioni di arabo, ascoltassi musica araba, andassi in vacanza "per ben due volte di seguito" in paesi arabi.

Ricorda il film "Indovina chi viene a cena?". Uguale. Mio padre di forte convinzioni socialiste, polemico con i dogmi della chiesa Cristiana tanto da spingermi all'età di soli sei anni a fare domande scomode alla suora che mi faceva catechismo, mio padre dicevo, ha iniziato a predicarmi l'intramontabile adagio "moglie e buoi dei paesi tuoi". Non solo, ora è convinto delle sue radicatissime radici cristiane. Parla a mala pena con Ibrahim. Nei nostri discorsi lo nomina solo di rado, come se fosse una realtà scomoda da cancellare. Nessun regalo di compleanno per lui, Natale, anniversario. Il nostro matrimonio è stato stile Las Vegas perchè mio padre si è rifiutato di pagare anche un solo euro di rinfresco. Fino all'ultimo non voleva venire...

Capisco quindi benissimo quel ragazzo. Io che non mi sono convertita ma che semplicemente ho colto l'occasione d'oro che il mio amore (Ibrahim) mi offriva: di conoscere una parte di mondo, una lingua e una cultura che fino all'altro ieri consideravo maschilista, retrograda e violenta. Ora leggo anche Emil Habib, ascolto Um Kaltoum e Fairouz e mangio cous cous come fossero spaghetti. Non avrò pace fino a quando non sarò riuscita a scovare e leggere Anton Shammas "Arabeschi" (fatalità: la bibliografia araba e palestinese in particolare da noi è tutta fuori catalogo e impossibile da reperire negli scaffali di una qualsiasi libreria).

Ma continuo a mangiare Spaghetti, a vedere i filmoni americani, ad ascoltare musica inglese e yankee (la mia preferita) e a leggere i romanzi di Grossman e Ames. E soprattutto continuo a lavorare con tutto l'appoggio di mio marito.

Paola

mercoledì 17 ottobre 2007

Delitti "siculo-pakistani"

Tratto da La Repubblica

C'è stato un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui somigliavamo moltissimo agli odierni "altri". Convivevamo serenamente con tradizioni che oggi troviamo inaccettabili. Ne abbiamo trovato una piccola ma agghiacciante dimostrazione sfogliando, nell'emeroteca della Biblioteca nazionale, la raccolta del Giornale d'Italia del 1951. La ricerca riguardava tutt'altro argomento, ma quel titolo, benché di dimensioni modeste, si faceva notare, "cantava" come dicono i vecchi caporedattori. Anche se si trattava di un canto lugubre: "Impicca la figlia per ragioni d'onore". Occhiello: "Un atroce delitto". Luogo e data: "Palermo, 27 marzo 1951". Nell'articolo, una quarantina di righe non firmate, si raccontava una tragedia avvenuta il giorno precedente a Scicli. Protagonisti, tale Giuseppe Grimaldi, padre omicida, e la figlia quindicenne Maria Teresa la quale, "pur nella sua giovane età si era data alla prostituzione clandestina".

Testo: "La giovane, senza alcun freno, scappata di casa, aveva generato la triste collera del padre il quale, ligio ai principi dell'onore, umiliato e offeso dalla condotta corrotta della figlia, incapace di correggerla, dopo aver tentato in tutti i modi di sottrarla al male, non ha saputo contenere la propria collera che è esplosa nel raccapricciante delitto". Il cadavere della ragazzina pendeva da un albero poco distante dalla casa di famiglia. Il padre omicida l'aveva esposto alla pubblica vista per rendere manifesta la propria responsabilità. Aveva agito, infatti, per ragioni che riteneva, se non condivise, almeno comprese dalla comunità. Non solo da quella locale. "Per ragioni d'onore", chiariva infatti il titolo (redatto a Roma, nella redazione centrale del quotidiano). E queste 'ragioni d'onorè non erano richiamate solo per chiarire al lettore l'atteggiamento psicologico dell'assassino. Erano condivise, fatte proprie dal giornalista e dal suo giornale, come risulta evidente dalla frase conclusiva dell'articolo: "L'omicida è mutilato di guerra, decorato di Medaglia d'argento al valore militare conseguita nella campagna di Spagna del 1937". Un uomo onorabile, dunque.

Nessun accenno, né nell'articolo, né nel titolo, agli uomini che avevano approfittato della ragazzina. Né al momento in cui "si era data alla prostituzione clandestina". Anche se l'insistenza sui vani tentativi fatti dal padre per "sottrarla al male" faceva intuire che la "condotta corrotta" era cominciata da tempo. Quando, cioè, la ragazzina era una bambina. Oggi gli anonimi clienti della "sfrenata giovane" verrebbero definiti stupratori e pedofili. Nel nostro ieri venivano trattati, da un giornale nazionale, come l'anonima clientela di una giovane depravata. E la notizia del sacrificio umano compiuto dal padre - che oggi avrebbe riempito per giorni le prime pagine - occupava due colonne in cronaca. Eravamo così.

E' quanto, all'inizio dell'estate, aveva ricordato Giuliano Amato durante un convegno su Islam e integrazione: "Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. E' una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere il contrario". La battuta suscitò reazioni indignate. Così Amato dovette tornare sull'argomento per esplicitare quanto gli ascoltatori sereni avevano già capito: "Da figlio di famiglia siciliana, da bambino, ho conosciuto una Sicilia che, insieme alle tante cose positive che amavo, era anche la tradizione cui ho fatto riferimento". Secondo la consolidata regola della politica-spettacolo - corroborata dal più recente dilagare del neoirrazionalismo declamatorio - la questione fu accantonata nello stesso istante in cui gli strepiti rischiavano di dover diventare un ragionamento. Ma una riflessione su come eravamo ieri - un istante fa per i tempi della storia - ci farebbe molto bene. Rileggiamo i nostri giornali degli anni Cinquanta e Sessanta. Ricordare come eravamo significa anche constatare come siamo cambiati, tutto sommato rapidamente, e dunque considerare la possibilità che anche gli altri, come noi, possano rapidamente cambiare.

martedì 16 ottobre 2007

Sicurezza di Stato

Per evitare il gigantismo dell'assemblea comunitaria europea, è stata prevista una riduzione del numero degli eurodeputati. L'Italia è il paese più penalizzato di tutti, con ben sei eurodeputati in meno. Il governo italiano ha definito "molto serio" il problema che cancella la storica parità con altri paesi, come Francia e Gran Bretagna. L'Italia, in particolare, contesta il nuovo sistema di calcolo che è fondato sul numero di residenti in ogni paese, a prescindere dalla loro cittadinanza. Particolarmente privilegiati da questo conteggio sono risultati infatti Francia e Gran Bretagna, che - a parità di popolazione autoctona munita di cittadinanza - hanno un tasso di immigrati più alto dell'Italia. Ecco quindi un'altra dimostrazione della falsità della leggenda metropolitana secondo cui l'Italia sarebbe "satura di immigrati" al punto da far gridare allo scandalo non appena si sussura del disegno di legge predisposto dal Ministro Amato che porta da 10 a 5 anni il tempo necessario per gli stranieri residenti per ottenere la cittadinanza. In realtà si fa tanto rumore per nulla: l'abbassamento della soglia temporale non cambia neanche di una virgola l'esito negativo con cui si concludono puntualmente le richieste di acquisizione di cittadinanza da parte degli immigrati regolarmente residenti nel Bel Paese.

Dal 1996, anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell'ambito della rilevazione sulla popolazione straniera residente, stando al rapporto Istat, esse sono state complessivamente circa 182 mila. Stimando, in base ai dati disponibili di fonte ministero dell'interno, le concessioni fino al 1995 in circa 33mila 600, si ottiene un totale di 215mila cittadini stranieri che, fino al 2006, hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Nel 2006 sono stati registrati solo 35.266 nuovi cittadini italiani, la maggior parte dei quali per matrimonio. Nel 2003, ci sono state addirittura solo 13.000 concessioni, e nell'84% dei casi fu appunto per matrimonio con un italiano. I dati dell'Istat dicono quindi che le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni. Eppure più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio. Un articolo firmato da Antonio Maglietta, giovane militante di Forza Italia, commenta entusiasticamente questi dati: "Il rapporto dell'Istat non rileva nessun difetto legislativo nel processo di naturalizzazione tale da giustificare la proposta governativa di portare il termine della residenza continuativa a 5 anni in sostituzione degli attuali 10. Perché, allora, il governo vuole questa modifica, se la maggior parte degli stessi stranieri (quindi i diretti interessati) decide di non acquistare la cittadinanza italiana nemmeno dopo 10 anni?"

In realtà, il difetto legislativo c'è eccome. Ma fanno tutti finta di non vederlo. Il problema della concessione della cittadinanza in Italia è che si tratta appunto di una concessione e non di un diritto. Uno può vivere anche quarant'anni in Italia, essere un cittadino esemplare, non avere precedenti penali, versare regolarmente le tasse per poi vedere respinta la sua richiesta di cittadinanza senza tanti complimenti. Spesso e volentieri nessun organo competente è disposto ad snocciolare le ragioni che portano a questa decisione. Oppure la si giustifica con fumose "ragioni di sicurezza", senza spiegare al povero immigrato di turno il motivo per cui egli continua a risiedere legalmente sul territorio nonostante sia ritenuto pericoloso. Qualche immigrato volentoroso, a forza di richieste di chiarimenti e di ricorsi, riesce a svelare l'arcano, col rischio di rimanere fortemente mortificato. Leggiamo quest'accorata lettera indirizzata al Presidente della Repubblica e pubblicata sull'inserto multietnico "Metropoli" del quotidiano La Repubblica (14/10/2007). Il suo autore è un cittadino giordano residente da anni a Torino e che combatte per ottenere la cittadinanza. La sua unica colpa, stando al suo racconto, sembra essere quella di aver fondato un'associazione culturale conosciuta a Torino più per i menù a base di cuscus accompagnati da spettacoli di danza del ventre che per i brevi corsi di arabo frequentati da cittadini italiani. Mi auguro che la Questura provveda a chiarire nel dettaglio - per la sua tranquillità e quella dei cittadini italiani e degli immigrati regolari - i motivi per cui ha respinto la sua richiesta.

"Sono nato in Giordania. Ho 46 anni. Da 26 anni risiedo legalmente a Torino. Nel 1981 ho avuto il primo permesso di soggiorno per motivi di studio. Nel 1987 mi sono laureato in architettura presso il Politecnico di Torino. Nel 1996 ho ottenuto la specializzazione in Tecnologia dell'architettura. Nel 1999 ho conseguito il dottorato di ricerca in Pianificazione territoriale e mercato immobiliare presso La Sapienza di Roma. Nel 1997 ho fondato l'associazione culturale italo-araba Petra. Dal 2002 sono proprietario del Ristorante Petra sempre a Torino. Sono sposato con un'italiana che è medico pediatra. Sono un laico, non frequento moschee. Ho chiesto nel 2005 la cittadinanza italiana. L'ho fatto perché mi sento già cittadino italiano, condivido profondamente i valori ai quali è ispirata la costituzione, credo nella democrazia, nella libertà, nella legalità. Nei limiti delle mie forze mi sono sempre battuto per questi valori. E l'ho fatto soprattutto perché amo questo paese che mi ha dato la possibilità di studiare e lavorare, dove ho trovato tanti amici e la compagna della mia vita. La mia domanda è stata rifiutata perché secondo la Questura di Torino sarei "rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Ho presentato ricorso al Tar che mi ha dato ragione. Dopo due anni, la risposta è stata nuovamente negativa. Perché sempre secondo la questura, "permangono motivi che fanno ritenere il sig. Safran persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica". Quali motivi? Mi rivolgo a Lei (al presidente della Repubblica, ndr) perché non è ammissibile che una discriminazione sulla base della sola provenienza geografica e culturale sia operata dalle istituzioni. Credo nel suo intervento".

lunedì 15 ottobre 2007

Nelle catacombe dell'Islam

Ci sono dei musulmani che praticano la Taqiya in Italia? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzittutto definire il suddetto termine, traducibile in italiano come "paura, stare in guardia, circospezione, timore di Dio, santità, ambiguità o dissimulazione". Il termine indica la possibilità di rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l'adesione ad un gruppo religioso e praticarne i riti di nascosto per sfuggire ad una persecuzione. La Taqiya è quindi circoscritta all'ambito della fede dichiarata e della sua professione pubblica, ed è esclusivamente finalizzata a preservare la vita del fedele e garantire la sua sopravvivenza in un clima ostile. Secondo i propagandisti dell'odio anti-islamico in Occidente, invece, la Taqiya andrebbe oltre la sfera spirituale, e sarebbe addirittura utilizzata dagli estremisti come strumento di lotta politica per diffondere ed affermare le loro idee nei paesi occidentali. Questo è ovviamente falso, ed è dimostrato dal fatto che a ricorrere a questa pratica - in chiave puramente spirituale - sono stati innanzittutto i primi musulmani, perseguitati violentemente dai meccani politeisti, quindi gli stessi gruppi minoritari islamici - quali gli Sciiti ed i Kharigiti - nei periodi di tensione con il mondo islamico sunnita ed infine dai moriscos spagnoli che, dopo la Reconquista, dovettero confrontarsi con la conversione forzata al Cristianesimo da dimostrare con pratiche come mangiare maiale o non circoncidere i figli. Proprio quest'ultimo periodo storico ricorda che il principio della Taqiya non è un'esclusiva dell'Islam. Nell'Ebraismo, la Halakhah (la legge religiosa) prevede, durante le persecuzioni, la violabilità di tutti i precetti ad eccezione della proibizione dell'idolatria, dell'incesto e dell'assassinio. Infatti, molti ebrei sefarditi - i Marrani - mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli al giudaismo. Una volta fuggiti dal clima ostile però, sia i musulmani che gli ebrei che hanno dovuto nascondere la propria fede, hanno ripreso a praticarla in pubblico.

Alcuni affermano che nel Cristianesimo non vi è alcun riferimento alla Taqiya, ma questo è falso. Come dimostrato su questo blog un anno fa, fu Cristo stesso il primo ad insegnare il principio della Taqiya ai propri discepoli quando disse, in Matteo 10, 16: "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani". Ovviamente Cristo non predicava la dissimulazione a fin di male, bensì la prudenza per conservare la fede e la vita. E infatti il Cristianesimo - tra catacombe, messe segrete, e iscrizioni dal doppio significato - è sostanzialmente sopravissuto ed è persino prevalso proprio grazie alla tanto vituperata dissimulazione, che sarebbe più corretto chiamare "istinto di sopravvivenza". Che la Taqiya fosse legittimata essenzialmente per salvarsi la vita dal rischio di torture intollerabili, è dimostrato dal fatto che viene tramandata in ambito islamico attraverso la storia di uno dei primi convertiti dell'Islam. Il giovane Ammar vide mettere a morte con inaudita crudeltà prima la madre e poi il padre che si rifiutavano di rinnegare la nuova fede e quando toccò a lui essere torturato, egli rinnegò l'Islam. Una volta rilasciato, si è quindi recato piangendo disperato dal Profeta Maometto, il quale lo calmò dopo essersi assicurato della solidità della sua fede nell'intimo della coscienza. Ma quando le persecuzioni si fecero ancora più forti e crudeli, e vennero a mancare le protezioni tribali, Maometto non scelse la strada della Taqiya, né invitò i musulmani a "tramare nell'ombra", bensi li esortò ad emigrare - prima nell'Etiopia cristiana quindi a Medina - dove, seppur in povertà e lontano da casa, erano liberi di professare la loro fede e seguire i dettami della propria religione anche nella quotidianità, senza essere costretti a nascondersi o a mentire.

Una volta chiarito che la Taqiya è un atteggiamento di natura puramente spirituale che non ha niente a che fare con la politica, in quanto circoscritto alla scelta di non professare pubblicamente la propria fede per paura di ritorsioni, rispondiamo al quesito: esistono dei musulmani che praticano la Taqiya in Italia? La risposta è si. Ma, sorprendentemente, a praticarla non sono gli immigrati musulmani che professano la loro fede alla luce del sole (seppure nei garage e nei sottoscala) "desiderosi di trasformare l'Italia in una Repubblica islamica" (sic), ma alcuni cittadini italiani convertiti all'Islam che temono, una volta resa pubblica la loro nuova fede, di ritrovarsi socialmente emarginati, licenziati dal posto di lavoro, denunciati per terrorismo o con un parente morto per lo choc, in un clima che loro - autoctoni - percepiscono come ostile e persecutorio. Mesi fa, uno di loro mi ha scritto per rendermi partecipe del suo dramma interiore: "Lo sa che quando sono diventato musulmano alcuni "amici"(persone che credevo amiche) mi hanno del tutto ignorato? Gente con la quale sono cresciuto e che ha paura di me... Alcuni mi hanno anche sputato in faccia!!! E non porto barba lunga 3 metri o che.. e questo è l'Occidente moderno e pacifista?? Vabbè!! Sarà.. (...) La mia Italia è cambiata, gli italiani sono cambiati...non sono più quelli di una volta!! (...) Sicuramente si prova una sensazione orribile...da un giorno all'altro vieni ignorato, considerato un primitivo, pazzo, maschilista (questo non manca mai..) (...) Sinceramente temo molto di più la reazione dei miei familiari perchè ancora all'oscuro di tutto!!! Mia madre è una persona troppo sensibile...per tale motivo sono costretto a fare un salto in Inghilterra (come per l'Eid) e a non praticare la mia religione in italia al 100%".

domenica 14 ottobre 2007

Italiano per un (altro) giorno

Dopo le Primarie per le Politiche,
quelle per il Partito Democratico

Grillo: una bomba a tempo!

Un brano tratto dall' interessante articolo del Prof. Fulvio Vassallo Paleologo dell'Università di Palermo, intitolato: "l'antipolitica di Grillo, una bomba a tempo"

Beppe Grillo ha gettato la maschera. I rom che arrivano dalla Romania sarebbero una "bomba a tempo". Non si distingue neppure tra criminalità romena che non proviene dai rom e rom rumeni che sono arrivati in Italia perchè nel loro paese sono vittima di ogni sorta di soprusi e privati dei più elementari diritti civili. (...) Adesso che il capopopolo del “vaffanculo” se la prende anche con i Rom rumeni, siamo ancora più convinti che occorre fare quadrato attorno agli immigrati, ed ai Rom in particolare, articolando come associazioni sul territorio tutte le iniziative di difesa fisica e legale dei campi, perchè non si ripetano più i raid assassini di Livorno e di Brescia, sollecitando politiche locali capaci di inclusione e di tutela dei soggetti più vulnerabili, come donne e bambini, esposti agli attacchi incendiari ed alle facili denunce dei professionisti della comunicazione. Ed anche Beppe Grillo, come Alberto Ronchey, fa parte di questa casta. Non risponderemo a Grillo con gli stessi termini che lui usa per i politici che attacca, strumentalizzando un malcontento del tutto giustificato, ma distogliendo la protesta dall’unico sbocco che potrebbe avere in un sistema democratico, quello politico e partecipativo. Il populismo di Grillo, che si scaglia adesso contro i rom costituisce una vera e propria bomba a tempo per la democrazia italiana. Sarebbe tempo che i cittadini che non vogliono farsi abbindolare dalle battute di un comico riescano a trovare il senso dello stare assieme attorno ad un progetto politico di trasformazione della società e di difesa dei soggetti più deboli. La presenza dei Rom in Italia, lasciata proliferare per anni senza alcuna seria politica di intervento sociale, al punto che l’Italia è stata censurata anche dal Consiglio d’Europa, serve ancora una volta a distogliere l’attenzione dalle vere insicurezze che affliggono gli italiani, la insicurezza nel lavoro, la insicurezza nell’abitazione, la insicurezza nella fruizione del diritto alla salute e ad un ambiente sano. Le facili ricette di Grillo che si rivolgono contro gli ultimi arrivati solo in nome della sicurezza dei cittadini, favoriscono il perpetuarsi di quei rapporti di forza e di quello stato violento con i deboli e sempre flessibile con i poteri forti, che reprime il vero dissenso sociale, massacra l’ambiente e riduce la spesa sociale. (...) Il 20 ottobre a Roma, risponderemo anche agli attacchi di Beppe Grillo, per una nuova sinistra europea, per i migranti e per i precari, per i pensionati e per quelli che un lavoro non lo cercano più, per la coesione sociale e l’inclusione degli immigrati, contro chi alimenta le paure sul tema sicurezza, con il risultato oggettivo di mantenere i migranti in condizioni di schiavitù e di praticare dumping salariale a danno di tutti i lavoratori. Il 20 ottobre, a Roma, può costituire una occasione importante per esprimere una posizione di forte critica rispetto ai risultati del governo Prodi, senza affidare per questo il proprio destino al qualunquismo di chi cavalca le paure del momento per creare attorno a se un movimento d’opinione che – se si continuerà in questa direzione- alla fine gioverà solo alle forze più retrive e reazionarie del nostro paese.

sabato 13 ottobre 2007

Fine Ramadan

Tremiamo nel leggere Allam

Il seguente brano è tratto dal magazine Formiche. Pubblicazione che non gode del finanziamento pubblico all'editoria e non è organo di alcun partito o movimento politico, Formiche è una rivista che si occupa di politica, economia, esteri e società. Nata nel 2004 come bimestrale, oggi ha periodicità mensile. Formiche è, piú in generale, un progetto culturale ed editoriale che si è arricchito con una collana di libri (in collaborazione con Marsilio), una trasmissione radiofonica (Radio24) e interventi sui principali quotidiani italiani. Animatori di quest'iniziativa sono un gruppo di giovani trentenni con passione giornalistica e civile.

U
n anno fa, noi di Formiche abbiamo avuto l'incredibile onore di intervistare il premio Nobel per l'economia Amartya Sen. In una Mantova assolatissima, il grande professore con il cuore diviso tra occidente e oriente, ci raccontò uno dei suoi primi ricordi nella città di Londra, dove ha studiato, insegna e vive tuttora. "La mia landlady era una donna sola, bianca e molto conservatrice - ci raccontó sorridendo - ed era anche molto educata e rispettosa della privacy. Aveva accettato di ospitarmi perché si trovava in un momento di grande difficoltà economica, e si era vista arrivare questo indiano, scuro scuro rispetto ai tratti eterei ai quali era abituata. Non mi aveva detto nulla e, anzi, era sempre affabile e gentile. Notai, peró, che ogni volta che uscivo dal bagno dopo aver usato la vasca per le mie abluzioni, lei correva su per le scale ad ispezionare la stanza. Non chiesi nulla, finchè non vidi che il suo non era un atteggiamento casuale. Allora, incuriosito, le chiesi perché controllava il bagno dopo il mio utilizzo della sua vasca vittoriana. In modo molto sereno e senza tergiversare, mi rispose che era seriamente preoccupata che io potessi stingere e macchiarle la sua magnifica e bianchissima vasca. Io non le dissi nulla. Era stata onesta e gliene ero grato. Non era razzista, era semplicemente molto preoccupata. Dopo circa un mese, durante la colazione, con un gran sorriso stampato sulle labbra mi disse che non avrebbe piú controllato la vasca, perché - evidentemente - gli indiani non stingono! Poi si versó il thè ed io continuo ad avere di lei e di quegli anni un magnifico ricordo". La storia del professor Sen ci torna in mente oggi che si riapre il dibattito burqa-non burqa. E ci torna in mente perché quell'antico ricordo del Nobel indiano, in realtà era il preludio alla sua teoria economica piú importante, basata sul concetto di "multiculturalismo". Il multiculturalismo non è l'integrazione o la tolleranza tout-court, ma è altro. È esattamente quello che ha fatto quella signora apparentemente un po' razzista. Il multiculturalismo non è aprire scuole islamiche, come invece credono anche nella democratica e liberale Inghilterra, ma è - secondo Amartya Sen - quella filosofia e quelle politiche che evitano di frazionare gli individui e ridurli ad una sola dimensione. Ragazzini di famiglie musulmane che vanno in scuole islamiche, come possono percepirsi "altro" all'infuori della loro religione? Eppure sono necessariamente anche "altro", ma se non gli viene insegnato, il loro futuro sarà per forza basato sulla logica ferrea del settarismo e dell'intransigenza. Dunque, permettere di aprire scuole islamiche a Londra non è un atto di tolleranza, bensí un atto di chiusura. La chiusura di quella determinata comunità in una bolla etichettata e quindi solo apparentemente "sicura". Il burqa in Italia non puó essere indossato, e questo non perché i musulmani sono pericolosi, ma perché lo dice la nostra legge. Dobbiamo sempre essere tutti identificabili, in qualsiasi momento. Il dibattito, dunque, si dovrebbe ridurre solo a questo. Non è una questione di valori, di democrazia, è - molto banalmente - una questione di legalità e, anche e soprattutto, un approccio corretto al "multiculturalismo". Tremiamo nel leggere gli anatemi di Magdi Allam, che parte dal burqa e arriva a mettere sotto lo stesso velo terroristi e seguaci del corano. Questa è l'antitesi perfetta del multiculturalismo. Il burqa è proibito, ma possiamo sempre insegnare alle donne musulmane che esistono altri approcci alla "femminilità" e che possono tranquillamente vivere la loro dignità di donne anche senza quella gabbia che impedisce di coglierne gli sguardi. Certo, è un processo molto più lungo e anche più difficile, ed è molto piú semplice fare le lotte di quartiere contro il diverso. Da Formiche, per nostra natura, andiamo passo dopo passo, mollica dopo mollica e alla fine riusciamo a riempire il magazzino per l'inverno. I teorici della scontro tra civiltà alla Magdi Allam cantano, in realtà, come sterili cicale e prima o poi, si sa, l'estate passa.

venerdì 12 ottobre 2007

La Dignità del Lavoro

L' articolo di due giorni fa sul rapporto tra giovani italiani, cittadini immigrati e mondo del lavoro ha suscitato un dibattito molto vivace, soprattutto dopo la pubblicazione di una lettera/commento che descriveva accuratamente la situazione in molti ristoranti italiani che usfruiscono - e spesso abusano - della manodopera egiziana. Ritengo l'argomento particolarmente interessante, soprattutto se esaminato alla luce dell'indagine Makno che, per conto del Ministero degli Interni, ha fotografato la realtà dei tre milioni di stranieri che vivono in Italia. Stando al noto istituto di ricerche sociali e di mercato, il mondo dei lavoratori immigrati è caratterizzato da un'istruzione medio-alta, conoscenza di due-tre lingue, e tre immigrati su quattro hanno un lavoro. Tra chi ha un'occupazione "la maggior parte" ha un contratto regolare: il 25 per cento è pagato a ore, il 16% svolge un'attività autonoma. La stima dei lavoratori a nero è di circa 76 mila. Le occupazioni più diffuse sono operaio, badanti, colf a ore, cameriere. Tra quelle autonome: negoziante, artigiano e ristoratore. Ieri, in risposta alla lettera sui ristoranti, un commentatore ha affermato che "tutti questi bravi ragazzi (egiziani, ndr) che affollano le cucine per 4 soldi sono più o meno dei crumiri- parola desueta ma valida, ed i crumiri, si sa, non sono mai piaciuti a nessuno". Tale ragionamento ha trovato il favore di molti altri commentatori che sottolineano come "gli egiziani che vengono in Italia a fare i cuochi portano via lavoro agli italiani con la loro concorrenza sleale, visto che sono disposti a fare da "schiavi" per i padroni dei ristoranti, cosa che GIUSTAMENTE tanti italiani non sono più disposti a fare" e qualcuno si chiede persino come "come fa un uomo di sinistra come lei, Sherif, a difendere un atteggiamento che è praticamente lo stesso dei vecchi e vituperati crumiri?".

Osservazioni, queste, a cui l'autrice della lettera sui ristoranti ha risposto ponendo una domanda cruciale: "Perche' dobbiamo SEMPRE criticare l'immigrato che lavora per un prezzo minore e senza regole invece di puntare il dito sui datori di lavoro che sfruttano questa opportunità?". La risposta, secondo me, è molto semplice: perché è molto più conveniente così. O, forse, perché si teme di guardare la realtà in faccia, di indagare a fondo. Per favore, non prendiamoci per i fondelli. Il fatto che un immigrato accetti di fare il pizzaiolo a 1500/2000 euro, mentre un italiano lo farebbe solo a 2500/3000 non è l'unico motivo per cui è difficile trovare un italiano nella cucina di un ristorante. La verità è che in Italia imperversa un clima simile a quello che da anni vige in Arabia Saudita, paese richissimo dove la disoccupazione giovanile è alle stelle solo perché gran parte dei lavori disponibili non sono considerati "all'altezza" degli autoctoni. Spesso e volentieri ricevo su questo blog inviti - in quanto egiziano - ad andare a fare "il pizzaiolo". Presumo lo debba considerare come un insulto, come se questo lavoro fosse un mestiere degradante o infamante. E' questa la cultura che deve essere sradicata dalla mente dei giovani italiani, se vogliono davvero trovare lavoro. Mi ricordo di un sondaggio in cui le mamme italiane- ripeto, le mamme - sognavano per i figli un futuro da "calciatore, velina" o di "presentatore televisivo". Tutte le altre professioni - quelle più comuni ed umili - come appunto la colf a ore, la badante, il cameriere, il ristoratore non erano nemmeno considerate "adatte" al livello di istruzione fornito ai figli e ai loro sogni di veloce arricchimento.

Un commentatore di questo blog individua la soluzione di questo problema affermando che "con un po' più di ignoranza italiana ufficializzata (intendo: gli ignoranti in Italia abbondano, peccato che il pezzo di carta che l'ideologia comunista gli ha voluto l'abbia ufficialmente "cancellata") non avremmo bisogno di negri e muslim per fare quei lavori". Ma il problema non è il pezzo di carta affibbiato ai giovani dall'ideologia comunista (sic). L'istruzione è un diritto, e in quanto tale deve essere garantito a tutti. Ma assieme all'istruzione, anche quella più raffinata, va inculcato anche il principio secondo cui tutti i lavori - inclusi quelli più umili, purché onesti - sono dignitosi. Detto questo, va anche aggiunto che spesso e volentieri le richieste - ma sarebbe il caso dire "pretese" - dei giovani italiani non hanno nulla a che vedere con le lotte sindacali, i diritti dei lavoratori o altri nobili principi ma molto con l'indisponibilità a rinunciare alle cose inutili senza le quali non si è "accettati" dal gregge. Sto parlando delle scarpe firmate, del cellulare ultimo modello e delle mutande griffate da esibire ogni sabato sera in discoteca. Qualsiasi lavoro che non permetta questo standard "minimo" di vita, viene escluso a priori. Agli immigrati tutto questo importa ben poco. Hanno famiglie da mantenere nei paesi di origine. L'indagine Makno afferma che il 40% di loro vorrebbe tornare a casa. E mettere su un' attività con i propri risparmi. Ma chi pensa che l'immigrato sia disposto ai sacrifici solo per questo si sbaglia. Crumiri? Ma per favore...Anche agli immigrati piacerebbe prendere 2000/3000 euro al mese per fare i lavori che gli italiani non farebbero neanche se venissero pagati altrettanto: tornerebbero a casa più in fretta. Ma non lo possono pretendere, nemmeno se regolari. Perché grazie all'attuale legge sull'immigrazione, al "regolare" che viene in mente di pretendere le stesse cose a cui aspirano gli italiani, è garantito solo il licenziamento e la conseguente espulsione. Da uomo di Sinistra, difendo quindi il diritto degli immigrati a pretendre un trattamento equo nel mondo del lavoro. Senza subire spiacevoli conseguenze. Ma non ci sono mica i padroni a ricattarli. Per conto loro, ci pensa la legge dello Stato.