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giovedì 29 novembre 2007

Il razzismo è fra noi

Un popolo di razzisti
di Flavia Amabile, La Stampa

Il razzismo è fra noi. Non cercate scuse, non affaticatevi a tirare fuori prove di tolleranza, il razzismo è ormai radicato dentro ognuno di noi. Chi più, chi meno, ci sono razzisti attivi e razzisti passivi ma, come i fumatori, abbiamo tutti assorbito la nostra dose.

Prendiamo il delitto di Meredith. C'è Patrick Lumumba, congolese, che se ne stava buono buono nel suo pub finché un giorno una ragazza americana decise di coinvolgerlo in una storia enorme, gli costato dieci giorni di galera. E la spiegazione? 'Perchè sono nero' , dice lui. E non è l'unico a sostenerlo. Prendiamo Raffaele Sollecito, altro giovane finito in galera con l'accusa di aver partecipato all'omicidio. Giura e spergiura di essere del tutto estraneo. Ha trascorso la sera a lavorare sul pc, si era fatto toppe canne, comunque non è stato lui a uccidere Meredith, ripete. La spiegazione sul perchè sia finito in carcere? 'Perché sono terrone', afferma. Più o meno lo stesso è accaduto all'epoca dell'omicidio di Erba con Azouz, il marito della vittima, coinvolto all'inizio solo perchè tunisino e in molti altri casi ancora di cronaca nera.

Ma prendiamo anche qualcosa di meno cruento di un delitto, un'idea di quelle molto in voga nella roma veltroniana: i menu nelle scuole. Si era partiti all'inizio dell'anno scolastico con un progetto pilota, i pranzi etnici, far provare ai bambini del cibo esotico una volta al mese. Il via ad ottobre con i piatti bengalesi: riso basmati e pollo al curry. Il giorno dopo proteste da parte dei genitori preoccupati per lo scarso apporto nutritivo del pasto e da parte dei politici del centrodestra furiosi per questi 'tentativi di integrazione forzata'. Le polemiche sarebbero rimaste al livello di mamme in ansia se non fosse intervenuto l'omicidio della Reggiani, la donna stuprata e poi uccisa da un rom. E se - per sfortuna degli organizzatori del progetto - il menu di dicembre non fosse stato proprio quello romeno: involtini di riso e carne con foglie di cavolo, sformato di patate e wurstel e torta di noci al cioccolato. Si sono scatenate polemiche che andavano ben oltre degli involtini di riso e uno sformato di patate, il progetto è stato sospeso, poi - dopo lunghe sedute e compromessi - pare che infine riprenda ma solo a condizione di prevedere anche un pranzo italiano per non scontentare le mamme angosciate e i politici alle prese con gli elettorati.

Prendiamo, infine, un manifesto di Forza Nuova. C'è scritto: 'Se fosse tua madre, tua moglie o tua figlia?' su una foto di una donna aggredita da qualcuno. E poi: 'Chiudere i campi nomadi, espellere i rom. Subito!'. Sarebbe facile obiettare che - come ho scritto due post fa - la violenza in famiglia è la prima causa di morte per le donne d'Europa, non quella da parte dei rom. Sarebbe facile anche obiettare che in Italia una donna su tre ha subito violenze sempre in famiglia non da parte di un extracomunitario. Non obietterò nulla perché ho scoperto una discussione sul manifesto e sul suo contenuto proprio da parte di un gruppo di donne, una comunità di sorellanza, ovvero di solidarietà al femminile. Le trovate sul sito Sister's insieme con il dibattito che mi ha stupita. In genere sono molto schierate, fiere, attente, proprio per questo la loro discussione mi ha fatto pensare che se ammettono di star diventando anche loro un po' razziste' allora forse la sicurezza è arrivata a livelli di guardia, le donne non ne possono più e davvero non c'è molto da fare: passiva o attiva, l'intolleranza si sta insinuando fra noi.

mercoledì 28 novembre 2007

L'Islam e il Viral Marketing

L'ultima tecnica usata per lanciare un prodotto sul mercato è il viral marketing islamico. Di norma, il principio del viral marketing si basa sull'originalità di un'idea che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l'idea che può rivelarsi interessante per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, soprattutto via internet. È un'evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un'intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna. Il principio del viral marketing islamico, invece, funziona diversamente: non importa l'originalità dell'idea, basta farsi minacciare dal barbuto islamico di turno. A causa della fatwa, il prodotto si espande molto velocemente tra la popolazione occidentale, si assicura pubblicità gratuita sui media tradizionali e non, e l'idea - magri neanche tanto brillante - viene passata da un utente all'altro con la scusa della "difesa della libertà di espressione". Con questo sistema, autori che nessuno avrebbe degnato di una lettura sono riusciti a vendere milioni di copie, giornali sconosciuti sono diventati autorevoli quanto il New York Times, registi mediocri sono diventati delle star da spupazzare per festival e mostre, pittori che fanno vomitare sono riusciti a piazzare qualche stupida vignetta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per lanciare un film, un libro, un quadro o una danza è assolutamente necessario farsi minacciare, essere colpiti da qualche fatwa, foss'anche dal portinaio di un palazzo al Cairo.

Prendete l'esempio dell'Idomeneo di Mozart. Un anno fa, circa, la Deutsche Oper di Berlino ha sospeso lo spettacolo annunciato per una scena (ovviamente mai sognata da Mozart) in cui venivano tagliate le teste di Maometto, Gesù e Buddha (ma non di Mosè), ovviamente per paura di "attacchi islamici". Kelebek racconta molto bene la dinamica sul suo blog: "Ovviamente i musulmani che puliscono le strade della Germania, mandano avanti le fabbriche e costruiscono le case non sono i normali frequentatori del teatro dell'opera, e quindi nessuno di loro si era nemmeno accorto dell'esistenza dello spettacolo. Però, il non attacco islamico contro quello spettacolo è diventato l'ennesimo crimine da mettere in conto ai musulmani: "odiano Mozart". Poi, dopo qualche mese di campagna pubblicitaria, gli organizzatori hanno improvvisamente ritrovato il coraggio di fare lo spettacolo, diventato così un Evento mondiale, con relativi incassi". Nello stesso post vengono analizzati anche altri casi, come quello di Magdi Allam e i suoi libri, quello di Theo Van Gogh e il suo cortometraggio (finito tragicamente) e infine quello di Charles Merrill, un miliardario americano che ha bruciato in una sorta di performance un antico manoscritto del Corano, valutato circa 60.000 dollari, che era stato regalato a sua moglie - anche lei miliardaria - dal Re della Giordania. Quest'ultimo è finito nell'assoluta indifferenza dei media, forse perché - come rileva Kelebek - il miliardario "conosce lo "scandaloso" rogo di libri effettuato dai nazisti, mentre non sa che il modo più rispettoso per eliminare una copia del Corano (o della Torà) consiste proprio nel bruciarla".

L'ultimo caso della serie è quello di Selin Tamtekin, figlia di un diplomatico turco, 33 anni, 14 dei quali trascorsi a Londra. Laureata in arte allo University College di Londra, fa la gallerista a Mayfair e brinda al suo primo romanzo, "La figlia del diplomatico turco", appena uscito in Gran Bretagna e di prossima pubblicazione nella sua nativa Turchia. "Storia di sesso nell’alta società. Inno all’amore libero tra una giovane turca benestante e tanti uomini, tra cui un padrone di casa e un marinaio, sposati alcuni, e col doppio degli anni pure. A Ginevra, Londra, Istanbul, Islamabad". Il giorno dopo, la stampa britannica la battezza «Salman Rushdie in gonnella». Avrà mica ricevuto qualche Fatwa? Macché! Racconta infatti il Corriere: "Eppure nessuno ha scagliato una fatwa contro Tamtekin, né la giovane ha ricevuto minacce di morte. Che possa accaderle è un’idea di un suo amico inglese, William Cash, editore di una rivista per miliardari a Londra. Cash ha dato un party per lanciare il libro di Tamtekin alla galleria Maddox Arts, nell’esclusivo quartiere di Mayfair. «È diventata la Salman Rushdie della Turchia», ha detto. Dopo la rivelazione del suo vero nome in patria (il romanzo è firmato con lo pseudonimo Deniz Goran), «ha dovuto nascondersi», ha incalzato. La stampa britannica ha preso nota e il Times ha titolato: «Sex and the Muslim Girl», il sesso e la ragazza musulmana, paragonandola anche al regista Theo Van Gogh, assassinato in Olanda per il suo film sull’Islam". Non si capisce come abbiano fatto a tirare fuori il paragone, se non ha manco ricevuto la Fatwa agognata. Neanche una piccola piccola! Ai quotidiani che la intervistano, l'autrice dice che ha avuto relazioni con uomini più grandi e sposati: «Non suggerisco alle ragazze di fare come me, ma dovevo vivere queste esperienze per maturare». Provoca, ma si lamenta: «La stampa turca ha scoperto chi sono e mi sono ritrovata in prima pagina su tutti i giornali. Mi hanno definita una prostituta dei quartieri alti». Secondo il Times, "Tamtekin è stata «derisa» e ha causato «oltraggio» in Turchia". Però il giornalista turco Gokan Eren precisa: «I quotidiani non le hanno prestato così tanta attenzione». Secondo il Times, inoltre, Tamtekin è «la prima donna turca musulmana a pubblicare un libro esplicito sul sesso». Ma ad Eren non risulta: «Da 25-30 anni vi sono giornaliste e scrittrici turche che parlano di sesso, raccontando anche le proprie esperienze. La prima fu Duygu Asena, duramente criticata per La donna non ha nome, ma oggi considerata una grande femminista». «Si sta facendo pubblicità - osserva Emre Kizilkaya sul suo blog Istanbulian - Funziona sempre con i media occidentali: è il solito trucco dello scrittore novellino mediorientale che vive in Occidente e denuncia la propria cultura». Come dargli torto?

martedì 27 novembre 2007

Tutto cambia

L'altro giorno ho scritto un post molto breve che ha inaspettatamente suscitato forti reazioni fra i lettori. Il post era intitolato "Miracolo" e recitava: "Alleluia! Un articolo - condivisibile - di Magdi Allam!". Il riferimento era all'ultimo editoriale del Vicedirettore onorario del Corriere che denunciava il rischio per alcune giovani ragazze arabe "nate in Italia o arrivate quando erano ancora piccine, che sono cresciute e hanno studiato qui da noi, che considerano l'Italia come la loro unica vera patria di essere allontanate da un momento all'altro nel loro Paese d'origine - che non conoscono affatto e di cui non parlano la lingua - perché prive del permesso di soggiorno". Ebbene, un lettore di questo blog mi ha scritto - assieme a qualcun altro - per dirmi di aver: "veramente apprezzato il tuo consenso all'articolo di Magdi Allam perchè a quanto pare anche lui di base condivide gli stessi problemi che tu sottolinei, al di là delle visioni divergenti sulla politica estera. Spero che questa parziale condivisione di idee continui, anche perchè mi pare di capire che il vostro background culturale e formativo (e anche giornalistico) sia molto simile." Altri invece hanno scritto preoccupati sottolineando che l'articolo in questione aveva come sottotitolo: "Padri violenti e poligami" e che quindi altro non era che un escamotage per propinare di nuovo il tema della poligamia e della violenza sulle donne in linea con la versione stereotipata e pregiudiziale che viene data del mondo arabo sui media occidentali. Queste reazioni mi spingono a chiarire alcuni punti. Anche se in giro sul web vengo ritenuto un "acerrimo nemico di Magdi Allam", di fatti non lo sono. Sono un feroce critico delle idee e dei piani politici di Magdi Allam, questo si. Proprio per questo, se Allam - in un raro momento di lucidità - mostra di condividere un principio o una battaglia in cui credo, non ho nessuna difficoltà a dirlo. In questo caso, Allam sta di fatto chiedendo che ai giovani figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia, venga data la cittadinanza o quantomeno una prospettiva di vita stabile. Chi legge questo blog sa che questa è una battaglia che appoggio incondizionatamente: non è ammissibile rimandare i figli degli immigrati, che si considerano - e che sono - perfettamente italiani, in paesi "di origine" che loro non hanno mai visto o che hanno brevemente conosciuto durante le vacanze estive. I lettori si ricorderanno anche di quella serie di articoli in cui sostenevo la necessità di concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati, proprio per impedire che i genitori si accaniscano sui figli nel tentativo di trasmettere e inculcare loro modelli di vita direttamente riconducibili ai paesi di origine, nella convinzione che prima o poi saranno costretti a tornarci. Come posso, quindi, non condividere l'appello di Allam, e persino quello della "mitica" Souad Sbai di "aiutare queste ragazze e queste madri. Sono italiane come tutti gli altri italiani. Diamo loro una Carta di soggiorno a tempo indeterminato nell'attesa che possano ottenere la cittadinanza. Liberiamole dall'angoscia di un documento che sta per scadere o che non hanno mai avuto. Facciamolo prima che la disperazione prenda il sopravvento e comincino a odiarci per la nostra insensibilità?"

Alcune delle affermazioni e delle battaglie di Allam potrebbero essere condivise dal sottoscritto se venissero presentate con un po' più di decenza. E potrei persino prendere in considerazione l'idea di parlarne bene, se decidesse di adottare una linea univoca, al posto di contraddirsi ogni volta che le cose non vanno nella direzione da lui auspicata. Il vero motivo per cui non mi sbilancio più di tanto sulle cause apparentemente condivisibili proposte di volta in volta da Allam è la confusione del contesto in cui vengono proposte, la debolezza degli argomenti che vengono portati a loro sostegno e la scarsa credibilità del promotore. Chi si fa paladino di una causa dovrebbe goder di credibilità, altrimenti finisce per danneggiare la causa stessa: e chi meglio di Allam per danneggiare una causa? Ha ragione il lettore quando sottolinea che il mio "background culturale e formativo (e anche giornalistico)" è molto simile a quello di Allam. Proprio per questo sono in grado di capire quando tenta di rifilare una patacca. Ma anche un lettore italiano sarebbe in grado di farlo: basta che legga l'Allam di appena 4 anni fa, quello che non aspirava a diventare "Ministro dell'immigrazione" con Forza Italia e che non andava a ritirare premi a Tel Aviv. Prendete per esempio la manifestazione "Salviamo i cristiani del Medio Oriente": nell'editoriale in cui la annunciava, Allam aveva sostenuto che "Più in generale, in quasi tutti i paesi musulmani, dall'Algeria al Pakistan, dall'Indonesia alla Nigeria, dall'Arabia Saudita alla Somalia, i cristiani sono vittime di vessazioni e discriminazioni". Ebbene, pensate che il 1 ottobre del 2003 - proprio sul suo forum - Allam rispondeva ad un lettore che denunciava la "persecuzione" dei cristiani dicendo: "le sue conoscenze sulla realtà dei cristiani in Medio Oriente sono sbagliate. I cristiani sono parte integrante della realtà del Mondo arabo e del Medio Oriente. Ovunque godono della libertà di culto, con la sola eccezione dell'Arabia Saudita". Ho scoperto quella risposta ed altre ancora recentemente, nel periodo in cui il sito del Corriere veniva aggiornato graficamente. Adesso putroppo non è più possibile risalire ai contributi vecchi più di un anno fa, ma io ho conservato tutto. Ebbene, Allam ci dovrebbe spiegare che cosa è cambiato dal 2003. Non può dire che c'è stato l'11 settembre 2001, poiché la sua risposta al lettore risale a due anni dopo l'11 settembre. Non può dire che ci sono stati cambiamenti politici, poiché governi e governanti del mondo islamico sono sempre gli stessi, e la loro politica nei confronti dei cristiani non è cambiata. Anzi, in molti casi, proprio a causa delle pressioni statunitensi, le politiche nei confronti delle minoranze sono addirittura migliorate. Dov'è, quindi, questa "persecuzione" allargata per cui Allam ha inscenato una manifestazione (tra l'altro fallita) a favore dei cristiani? Oppure è solito cambiare versione ogni due anni, cosi come ha fatto con la sua truppa di musulmani moderati, diventati quasi tutti, nel giro di pochi mesi, scalmanati integralisti dissimulatori? Un lettore sotto il post "Miracolo" affermava: "dopo la tempesta, la (temporanea) riconciliazione. Bene, vedremo se e quanto dura...". Durerà fino alla nuova versione di Allam sul tema della cittadinanza ai figli degli immigrati. Non mi faccio nessuna illusione.

lunedì 26 novembre 2007

La mala educación

"Oltre il 5 % dei giovani sniffa cocaina in Italia, ai primi posti proprio per i consumi giovanili". Lo dice il rapporto 2007 dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze. "Tornassi indietro non mi farei tante canne. Mi sono intontito per giorni e giorni e adesso capisco che non avere il cervello lucido non mi ha aiutato a dimostrare la mia innocenza". Lo ha dichiarato Raffaele Sollecito, accusato assieme ad altre due persone dell'uccisione della studentessa inglese a Perugia. "Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: «Hai mai visto un tuo amico ubriaco?». Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l’8,4% aggiunge: spesso. Un’altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì." Il dato compare nell’ultima ricerca della Società dei pediatri presieduta da Pasquale Di Pietro. "Nel 2002, il 17,4% degli adolescenti non aveva mai avuto un rapporto occasionale, nel 2007 questa percentuale è scesa al 7,7%". È questa la fotografia della sessualità giovanile scattata dal rapporto Eurispes-Telefono Azzurro. "In Italia ci sono bambini che giocano a dadi e che pagano i loro debiti organizzando la baby-prostituzione". Lo ha denunciato il Ministro Amato in a Benevento. "Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa", è il titolo del libro di Marida Lombardo Pijola, che ha scoperchiato il mondo delle discoteche pomeridiane: «Se fai la cubista sei una donna. Non più una ragazzina. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. E puoi farti pagare...». Alla più tradizionale delle domande: «Cosa vuoi fare da grande?», le bambine intervistate dalla Società dei pediatri hanno messo al primo posto: voglio fare il «personaggio famoso: la velina, la cubista, la show girl, la ballerina».Tolta questa prospettiva, rimane il vuoto: al secondo posto delle preferenze delle bambine c'è un disarmante: «Non lo so». L'ultimo numero di Panorama è addirittura intitolato "Generazione degenerata". Viene quindi spontaneo chiedersi di chi è la colpa?

Sicuramente dei genitori. Lo afferma anche Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra dell'età evolutiva: «Sono stati mamma e papà che hanno voluto che succedesse, si sono dati da fare per diversificare il modello culturale che loro avevano ricevuto. Hanno accelerato le capacità di socializzazione dei loro figli. Hanno tolto loro il senso di colpa, il senso della paura. Basta provare, per credere. Basta entrare in una qualsiasi seconda media d'Italia e capire che è impossibile far sentire in colpa questi ragazzi o mettere loro in qualche modo paura". Ma la colpa è anche degli insegnanti e del mondo della scuola che continua imperterrito a tollerare la presenza di personaggi inqualificabili al suo interno, invece di attivarsi per cacciarli a pedate. In questi ultimi anni, sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, è stato un fiorire di casi di insegnanti coinvolti in scandali a sfondo sessuale: quella che viene palpeggiata dagli studenti, quella che organizza le orge con gli alunni, quella che fa la pronostar di notte, quella che racconta in diretta le sue avventure di concubina. Insegnanti che - per egocentrismo, bisogno di denaro, vendette personali - gestiscono blog e forum dove sbandierano le loro esperienze sessuali camuffandole da racconti autobiografici alternati ad altre amenità e che, una volta scoppiato l'inevitabile scandalo, si affrettano a etichettare i loro siti con nome e cognome, quasi a voler rivendicare le malefatte con cui hanno travolto vite, comunità, organizzazioni e istituzioni pubbliche. E che magari, in perfetto stile italiota, si atteggiano pure da capopopolo, improvvidandosi censori e distributori di patenti di legittimità per cause che non hanno niente a che spartire con loro.

Il caso della Pornoprof di Pordenone è esemplare. L'insegnante in questione, sposata e con figli, era già stata rimossa una volta dall'istituto di istruzione media dove insegnava dopo che i suoi alunni avevano tappezzato la scuola con le sue foto hard scaricate da un sito web pornografico. Ma "rimossa" è un termine che non corrisponde al vero, perché in realtà la Pornoprof era stata semplicemente trasferita ad un Centro Territoriale Permanente per insegnare italiano agli adulti extracomunitari. Avete capito? Gli scarti della scuola italiana - per usare un eufemismo - vengono scaricati sugli extracomunitari desiderosi di imparare la lingua del paese di accoglienza: ma che razza di esempi si vuole dare agli immigrati che intendono stabilirsi in questo paese? E poi c'è anche chi si lamenta dei pregiudizi e degli stereotipi che gli immigrati si portano dietro sulla condizione femminile in Occidente. Ebbene, la signora in questione - a dimostrazione del fatto che il suo trasferimento non è servito a un bel nulla - di ritorno dalla Fiera dell'eros a Berlino, ha diffuso su internet un video in cui girava col sedere completamente scoperto e i seni fuori, fotografata e palpeggiata nelle parti intime da decine di uomini. Ora che è stata sospesa ancora una volta, pare che il cosiddetto popolo del web sia insorto, invocando le libertà individuali "un docente va valutato solo sulla base del suo comportamento a scuola" e scusanti di vario tipo "Poverina. Era precaria", come se la precarietà fosse una incentivo all'esercizio della pornografia. Ma siamo fuori? Ognuno è libero di vivere la propria sessualità come meglio crede, ma diffondere i video delle proprie prodezze su internet non è "vita privata". Pubblicare post in cui si descrive la propria vita sessuale per filo e per segno non è "vita privata". Per un educatore questo comportamento pubblico, anche se avviene fuori dall'orario scolastico, si riflette automaticamente sul proprio ruolo anche a scuola. Come può un alunno rispettare un' insegnante che si comporta in questo modo? L'avvocato della Pornoprof ha persino osato affermare che «La mia cliente è provata, siamo di fronte a un tentativo bello e buono di discriminazione. È come se la gente lamentasse che un docente è gay o musulmano». Eh no, caro, discriminare un docente gay che è stato magari visto passeggiare con il proprio compagno non ha nulla a che vedere con l'indignazione per un comportamento scandaloso esercitato pubblicamente a scopo esibizionistico o per mera sete di denaro. E, se è vero che si deve combattere contro qualsivolgia tipo di discriminazione, il prendersela con qualcuno per la sua fede non c'entra un bel nulla con queste faccende a sfondo sessuale. Lasciate l'Islam e anche le battaglie per o a nome dell'Islam fuori dalle vostre porcherie.

sabato 24 novembre 2007

I primi? In Italia

Un gruppo di neonazisti ha inciso una svastica sul fianco di una ragazza di 17 anni che era intervenuta in soccorso di una bambina di sei anni extracomunitaria maltrattata dai quattro estremisti di destra in un parcheggio davanti a un supermercato di Mittweida, una cittadina di 16mila abitanti in Sassonia (Germania orientale). Il fatto è avvenuto all'inizio di novembre ma è stato denunciato solo ora. La polizia ha individuato uno dei possibili autori dell'aggressione. Una perquisizione della sua stanza nella casa dei genitori ha portato al ritrovamento di una spilla con il simbolo dell'associazione neonazista «Sturm 34», proibita dall'aprile scorso. Con un identikit la polizia cerca ora gli altri responsabili, che sarebbero stati osservati anche da persone che erano su un balcone ma che finora non si sono presentate a testimoniare. Uno degli aggressori indossava una giacca con la scritta «Ndsap» (il partito di Adolf Hitler) , un altro aveva simboli nazisti tatuati sulla mano. (Il Corriere)

Il precedente si è ripetuto per ben due volte, in Italia, sulla stessa ragazza.

venerdì 23 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (V)

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A
ncora una volta un islamico moderato sponsorizzato da Magdi Allam, Vicedirettore del Corriere della Sera, finisce per scappare a gambe levate dal suo sponsor. E' il caso di Khalid Chaouki, ex-presidente dimissionario dei Giovani Musulmani, attuale membro della consulta islamica del Viminale, che è arrivato - dopo un periodo idilliaco di intesa - a dipingere Allam stesso come islamofobo, prendendone le debite distanze in un articolo pubblicato da Reset. Va ricordato - Diamo a Cesare quel che è di Cesare - che l'incarico in Consulta di Chaouki è anche dovuto alla candidatura "a mezzo stampa" da parte di Allam sul Corriere. Proprio per questo, le conseguenze del "tradimento" non sono tardate. Vi risparmio le mail che gli Allamiti di professione hanno fatto girare sul povero Khalid. Per intuirne quantomeno il tono (abbastanza scurrile), vi riporto il ritratto che Maria Giovanna Maglie ha fatto del povero ragazzo su Il Giornale: "un patetico giovanotto che risponde al nome di Khalid Chaouki, un arrampicatore sociale sempre aiutato e beneficato da Magdi Allam. Che gli ha presentato un libretto insignificante, lo ha aiutato ad essere assunto all'Ansa, gli è stato vicino in tutti i modi, sperando di crescere un moderato. Appena incassata la nomina nella Consulta e il lavoro di giornalista, il giovanotto si è svelato attivo componente dell'Ucoii e ora scrive nientemeno che di neocon, come se sapesse che cosa significa. Non cito il caso perché conti qualcosa, ma perché indica il livello dell'ambiguità e della manipolazione che dobbiamo oggi affrontare".

Non c'è da meravigliarsi, anche se la virulenza dell'attacco potrebbe lasciare basiti. I lettori si ricorderanno di quella volta in cui l'On. Dacia Valent scrisse un post che possiamo definire oggi profetico, per mettere in guardia proprio Khalid, menzionato in pompa magna in uno degli editoriali di Magdi Allam. In quell'occasione l'On. Valent infatti scrisse: "Il nuovo capo dei marocchini in Italia sembrerebbe essere diventato il giovane Khalid Chaouki, che mi sa che non ha ancora capito che l’Odalisco del Corsera (Magdi Allam, ndr) è il portatore sano di una malattia imbarazzante e invalidante. Molti musulmani in questo paese l'hanno capito, alcuni pagando molto caro l'errore di aver dato fiducia a questa specie di vorace, impresentabile serial divoratore delle reputazioni altrui. Il suo modus operandi ormai lo si conosce: li alletta con promesse di sostegni sui media (che continuano inspiegabilmente a dargli lavoro), li coccola fino a quando sono utili alla sua discutibile carriera e una volta ben spremuti gli incauti accoliti, si eclissa in una nuvoletta di zolfo". In effetti stavolta Allam non si è affatto pronunciato in merito alle prese di distanze di Chaouki (a differenza di come è andata con Jabareen, Imam di Colle Val D'Elsa). Ma è assai significativo che Maria Giovanna Maglie rinfacci a Khalid Chaouki di essere stato "aiutato e beneficato da Magdi Allam". Immaginate poi la rabbia di quest'ultimo, quando si ritrova proprio Khalid Chaouki accanto al Ministro Giuliano Amato e Giuliano Ferrara a presentare il libro, descritto da più parti come imparziale, di Nina Zu Furstenberg (Amministratore Delegato di Reset Doc) su Tariq Ramadan, l'intellettuale europeo musulmano più invidiato da Magdi Allam. Immaginate la sua rabbia quando sente Khalid affermare - in un intervento moderatamente critico - che nella sua esperienza di giovane musulmano "è cresciuto sui testi di Tariq Ramadan" il quale "porta un messaggio di dialogo, un no alla violenza", un parere questo che il giovane aveva già reso pubblico nel maggio del 2004 in un'intervista pubblicata nel saggio di Angela Lano, Islam d'Italia: "Ci sentiamo molto "occidentali" e vicini alle idee di Tariq Ramadan, musulmano nato e cresciuto in Svizzera e primo pensatore dell'Islam occidentale"

Un detto di Shakspeare recita: "Il mondo è tutto un palcoscenico, e uomini e donne, tutti, sono attori; hanno proprie uscite e proprie entrate; nella vita un uomo interpreta più parti, ché gli atti sono le sette età". Ma nel momento in cui scatta la consapevolezza di calcare una scena, oltre che attori si diventa anche registi: bisogna stare molto attenti per non finire dritti alla sfilata di Volta e Gabbana. D'altronde, diceva
Winston Churchill, "l'abilità politica è prevedere quello che accadrà domani, la prossima settimana, il prossimo mese e l'anno prossimo. E di essere cosi abili, più tardi, da spiegare perché non è accaduto". Magari facendo gli stupidi. Non è forse vero che "E' difficile decidere quando la stupidità assume le sembianze della furfanteria e quando la furfanteria assume le sembianze della stupidità, perciò sarà sempre difficile giudicare equamente i politici"? Sul palcoscenico della Politica, tutti sono impegnati a fare gli attori e - contemporaneamente - i registi, scalciando e sgomitando nella speranza di finire in prima fila. Ma poi finiscono tutti per fare la figura degli imbecilli, anche quando non lo sono e non vorrebbero apparire tali. D'altronde è comprensibile: la Politica è l'unica in grado di disfare le trame che essa stessa ha tessuto. L'unica in grado di distruggere ciò che essa stessa ha creato. A volte accade che certi personaggi, con aspirazioni e ambizioni politiche, siano convinti di essere un po' attori, un po' registi, e di tenere saldamente in mano le fila del gioco. Non si rendono conto di essere semplici figuranti, veri e propri burattini. E come dice il Venerabile Licio Gelli: "Meglio essere un burattinaio che non un burattino. Il vantaggio è che il burattinaio può sottrarsi ai riflettori. Il burattino no. Lui non può decidere delle sue azioni". Fine

giovedì 22 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (IV)

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Nel suo romanzo "Vincere la paura" (2005), Magdi Allam - Vicedirettore Onorario del Corriere - aveva dedicato inni al giovane Khalid Chaouki, attuale membro della Consulta Islamica del Viminale e già Presidente dei Giovani Musulmani Italiani, dimessosi da quel incarico lanciando pesanti accuse all'Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII). Quest'ultima, come ben si sa, è un' associazione particolarmente invisa ad Allam stesso e il rapporto tra quest'ultimo e il suo ex-segretario, Hamza Roberto Piccardo, può essere definito in tutti i modi possibili tranne che "cordiale". Nel suo romanzo, Allam ricorda un episodio particolare: "Il confronto (per la presentazione del libro di Chaouki, recante una prefazione di Allam, ndr) tra Piccardo e Khalid era moderato dal sociologo francese di origine italiana, convertito all'Islam e membro dell'UOIF (Unione delle Organizzazioni islamiche francesi), la sigla corrispettiva dell'UCOII in Italia, legata ai Fratelli Musulmani. In platea c'erano circa 200 esponenti del GMI con alla loro testa il presidente Osama Al Saghir, anche lui come Khalid un giovane musulmano moderato. Non è un mistero che l'UCOII non abbia mai digerito il divorzio di Khalid dalla "casa madre", avvenuto ufficialmente alla fine del 2004 con le dimissioni di Khalid dalla presidenza del GMI che l'UCOII considera una propria creatura. Anche nel suo libro Khalid lancia pesanti critiche all'UCOII per la sua condivisione degli attentati terroristici in Israele e in Iraq contro gli ebrei e gli americani, cosi come denuncia il dispotismo, il nepotismo e l'arroganza del vertice storico dell'UCOII".

Dopodichè, Allam gongola (prematuramente): "Immaginatevi la rabbia dell'UCOII quando viene a sapere che Khalid aveva affidato a me la prefazione del suo libro, con il mio nome che compare addirittura in copertina. Quale scandalo! Quale eresia! Quale complotto! Era troppa la rabbia che Piccardo si portava dentro, troppo alto il livello della sfida lanciata da Khalid e, dietro di lui, da Magdi Allam. Quanto è troppo è troppo. Piccardo non ce l'ha fatta più. Ed è cosi, che nel suo intervento, proprio all'inizio dell'incontro, ha escalamato apertamente di fronte ai circa 200 partecipanti: "Magdi Allam è un nemico dell'Islam". Da questo momento, ovviamente, Allam andrà in giro a dire che è vittima di una "fatwa", ma questo è un altro discorso. Ciò che interessa, invece, è vedere come è finita appena due anni dopo. Come dice il proverbio cinese, basta aspettare comodamente sulla sponda. Ebbene,
nel recente numero di Reset che ha dedicato un vero e proprio dossier ad Allam, suscitando non poche polemiche, chi ritroviamo? Proprio Khalid Chaouki. Immaginatevi la rabbia di Magdi Allam quando viene a sapere che Khalid aveva affermato nel suo contributo che "scrivere di Magdi Allam significa oggi (...) fare uno sforzo nel mettere a fuoco l’evoluzione (o l’involuzione) del pensiero del vicedirettore ad personam del primo quotidiano nazionale, alla luce della mia esperienza personale, che mi ha visto insieme a Magdi e ad altri pochi amici, fautori di un laboratorio inedito nel panorama islamico italiano di dialogo e convivenza", culminato nella pubblicazione del Manifesto dei musulmani moderati. Immaginatevi la rabbia di Allam mentre legge Chaouki che racconta come: "cominciarono a registrarsi i primi dissapori e incomprensioni sulla gestione degli sviluppi di quanto l’avvenimento produceva, saldamente tenuti in mano da Magdi Allam. (...) Nel giro di qualche stagione però la linea di condotta di Magdi Allam scivolò in un abbraccio incondizionato del proclama intitolato Per l’Occidente di Marcello Pera, l’attacco indiscriminato di tutte le moschee, tutti gli imam, bollando il terrorismo con l’aggettivo tout court «islamico», atteggiamenti che non hanno rappresentato alleanze politiche casuali, formule giornalistiche convenzionali o volontà di evitare il politicamente corretto, bensì hanno interpretato e interpretano la convinzione intima di chi li sottoscrive che l’aggressività, la violenza e il radicalismo sono elementi radicati nella religione islamica e da qui il passaggio a un’impressione di vera e propria islamofobia è assai breve".

Ma come? Proprio il moderato Chaouki dà dell'Islamofobo a Magdi Allam? Già.
Immaginatevi la rabbia di Allam quando legge Chaouki che afferma che "Di fatto quando venni nominato nell’inverno del 2005 membro della Consulta per l’islam italiano dal ministro Pisanu, il mio atteggiamento di attenzione critica verso il mondo delle moschee mi causò incomprensioni e ostilità da parte di Magdi Allam e all’interno stesso della Consulta non volendo sottoscrivere documenti che, volendo isolare l’Ucoii, a mio parere, penalizzavano tutti i musulmani. Scegliendo la facile scorciatoia delle semplificazioni si è dipinta la moschea solo come luogo di lavaggio del cervello e fabbrica di kamikaze". Ma non è mica finita qui: "Infine la svolta decisamente pro Israele a senso unico di Magdi Allam nel suo ultimo libro Viva Israele mostra la fase finale di una corsa unidirezionale tra le braccia del pensiero neo-con, in cui evita di riconoscere le forze positive arabe, cristiane e islamiche che lottano per la democrazia e la pace in Medio Oriente. E nuovamente in nome di un modello unico di umanità sono state sbattute le porte in faccia a chi, come me, difende l’esistenza dello Stato di Israele, condanna fermamente gli attentati kamikaze, condanna le avventure militari israeliane e rivendica la nascita urgente di uno Stato palestinese. Credo che l’Italia non abbia soltanto bisogno della libertà di espressione di Magdi Allam, ma anche il bisogno disperato di altre voci islamiche plurali, che magari polemizzando tra loro possano dar vita a un mosaico di idee e proposte utili per costruire insieme a tutti la nostra nuova Europa". Parole sacrosante. Peccato che era troppo tardi. (Leggi la Quinta e ultima Puntata)

mercoledì 21 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (III)

Leggi la Prima Puntata
Leggi la Seconda Puntata

"Politica". Con questa magica parola, Giuliano Ferrara ha egregiamente spiegato la posizione del quotidiano dal lui diretto in merito alla pubblicazione (tra l'altro positivamente commentata) dell'appello dei 138 saggi musulmani agli esponenti delle Chiese Cristiane. "Politica". Con questa parola ha liquidato i critici dell'appello, come Carlo Panella, definito senza tanti giri di parole come un "islamista dilettante" che non sa manco l'arabo. "Politica. Comprendi il significato di questa parola, strettamente intrecciata con cultura e informazione? Una postilla", gli scrisse infatti Ferrara in una lettera dai toni infuocati, conclusasi con una "Fatwa" di decapitazione. Lo stesso concetto viene ribadito nella risposta, un pelino più diplomatica (e cioè senza "Fatwa"), a Magdi Allam: "Stavolta ci è sembrato più serio esaminare in modo aperto, senza ripetere concetti come litanie, un testo la cui ambiguità aperturista e dialogante, sia per il suo tenore teologico sia per il suo senso politico sia per i suoi firmatari, farebbe scandalo o introdurrebbe contraddizione nelle moschee e nelle madrasse in cui si predica il jihad". Ebbene, l'esperienza insegna che quando Ferrara pronuncia la parola "Politica" bisogna drizzare le orecchie e puntare le antenne. Figlio del senatore comunista Maurizio Ferrara, si avvicinò infatti alla politica da contestatore. Pensate che nel 1982, infuriato con l’assessore della cultura torinese Giorgio Balmas, reo di non aver dato subito la notizia della strage di Sabra e Chatila per non interrompere un concerto per la pace che il Comune aveva organizzato in piazza, «perdeva il controllo di sé, insultava l’assessore, malmenava il funzionario della ripartizione cultura, stendendolo sul selciato, con un cazzotto in pieno viso». Lascia quindi il PCI, che non ha dedicato il concerto alle vittime, per passare al PSI e finire in Forza Italia: è stato europarlamentare, ministro e persino candidato al Colle. Giornalista ma anche - per sua ammissione - confidente retribuito della CIA, finisce per diventare direttore del Foglio (edito dall'omonima cooperativa editoriale della quale fa parte Veronica Lario, seconda moglie di Berlusconi) su cui propone oggi "le giornate per Israele".

Devo ammettere che è assai insolito, almeno per il sottoscritto, lo spettacolo di Ferrara che pubblica gli appelli dialoganti degli ulema islamici mentre dichiara a gran voce che il suo giornale "non è un foglio di ortodossia anti-islamica, men che meno di professionismo anti-islamico, incapace di usare la ragione per capire le sfumature di senso in testi e fatti che gli si presentano davanti". Ecco perché è interessante capire per quale motivo bacchetta uno dei suoi primissimi e fidatissimi collaboratori, Carlo Panella, definendolo un "Eccitato islamista dilettante" che "sfoga il proprio senso di colpa per il suo passato khomeinista trasformandosi in professionista dell’anti-islam". O il motivo per cui viene ripreso da un musulmano come Magdi Allam, che finisce per essere definito "censore". Forse perché, come spiega Gianluca Bifolchi, "La centralità mediatica di un personaggio equivoco come Magdi Allam dipende dall'importanza che ha assunto in anni recenti la percezione del contesto mediorientale, come area in cui gli obiettivi dell'Impero possono essere raggiunti col dispiegamento della violenza militare, evitando le incertezze e le lungaggini del "golpe morbido" che si sperimenta in Ucraina e Venezuela. In altre parole Magdi Allam opera nel senso della costruzione di un consenso all'uccisione dell'uomo arabo, e alla facilità di escogitare giustificazioni a una tale pratica" e il giorno in cui "decideranno di usare le tattiche del "golpe morbido" anche in Medio Oriente (...) i Magdi Allam non serviranno più"?

Per quale motivo Khalid Chaouki, diventato membro della Consulta Islamica del Ministero degli Interni proprio grazie alla sponsorizzazione di Magdi Allam, oggi prende le distanze platealmente da quest'ultimo? L'episodio che riguarda il giovane Khalid merita di essere approffondito: l'ex-presidente dei Giovani Musulmani Italiani (GMI), aveva infatti lasciato l'Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII), particolarmente invisa ad Allam, accompagnato da una feroce polemica. Per questo Allam gli aveva dedicato due paginette poetiche, che ben presto dovrà rimangiarsi, come Paperon de' Paperoni che si mangia il cappello dopo ogni sconfitta. Ma questa è una costante dell'esperto de' noantri: Non è forse Allam a dire che Hamza Piccardo, ex Segretario dell'UCOII, "
vive la sua vita con una integrità morale, un'onestà intelletuale e una generosità interiore che è difficile disconoscergli (...) Piccardo si considera ed è effettivamente un laico" prima di trasformarlo nella quintessenza del fondamentalismo islamico in Italia? Non è forse Allam a dipingere Feras Jabareen, Imam di Colle Val D'Elsa, come “un arabo-israeliano che ha deciso di dare concretezza all'impegno di affermare un Islam tollerante, pacifico, aperto e compatibile con le leggi e i valori dell'Italia” prima di farlo passare per un Imam dissimulatore dei Fratelli Musulmani? Ebbene, anche Chaouki ebbe il suo periodo idilliaco con Allam, che non prometteva nulla di buono: "il libro di Khalid, Salaam Italia! La voce di un giovane musulmano italiano (Aliberti Editore) reca una mia prefazione. Dove esprimo il mio profondo apprezzamento per la personalità del giovane Khalid, che ha 22 anni, tanto buonsenso e tantissima voglia di affermare un islam compatibile con i valori fondanti della comune civiltà umana". Secondo voi come è finita? Ovviamente male. Tra l'altro, essere menzionati positivamente da Allam non può che portare sfiga. (Leggi la Quarta Puntata)

martedì 20 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (II)

Leggi la Prima Puntata

Dopo l'attacco di Panella al Foglio, reo di aver pubblicato la lettera di 138 saggi musulmani al mondo cristiano, Ferrara sbotta: "Caro Carlo, se fossi supponente come te in questa letterina, e decidessi di ritorcere contro il mittente il suo metodo polemico, liquiderei la faccenda nel modo seguente: “Eccitato islamista dilettante sfoga il proprio senso di colpa per il suo passato khomeinista trasformandosi in professionista dell’anti-islam; prende autolesionisticamente a bersaglio il giornale a cui collabora e che pubblica da anni le sue idee e ricerche (e purtroppo un certo numero di non-notizie da lui proposte, non sempre classiche); gli imputa di essere fuori linea, con cedimenti creduloni all’antisemitismo, per aver pubblicato la lettera dialogante dei 138 saggi musulmani ed averla commentata, oltre che con un pregevole scritto dell’islamista dilettante in questione, anche con qualche opinione di filosofi professionali, gesuiti professionisti di un’islamistica a prova di bomba e altra gente a conoscenza della lingua coranica, cardinali e patriarchi la cui voce era interessante ascoltare almeno quanto quella di C. Panella". Ma non si ferma qui, il buon Ferrara. Di Panella dice infatti che "si accanisce in modo bisbetico e ridicolo contro il collaboratore più giovane del Foglio, che forse lo fa soffrire perché gli ruba la scena come autore della più lunga, argomentata, seria campagna antifondamentalista che il giornalismo occidentale registri da anni".

Se un accademico qualsiasi avesse osato dire metà - ma che dico, un quarto - di quello che Ferrara ha detto di Panella, probabilmente sarebbe già finito sulla sempre più lunga lista di proscrizione anti-accademica di Allam. E se fosse un islamico, a dirle? Non parliamone nemmeno: avrebbero gridato tutti alla Fatwa, e i contribuenti avrebbero dovuto sobborcarsi un'altra scorta, che a quella di Allam manca solo la portantina barocca con relativi portatori. Anche perché Ferrara conclude il suo intervento contro Panella cosi: "Mancandomi la tua supponenza, e peccando di altro tipo di superbia, il testo tra virgolette è abrogato virtualmente e con simpatia per la tua momentanea ebbrezza" prima di aggiungere "Questa è l’importanza politica di quella lettera, per questo l’abbiamo pubblicata e commentata (...). Politica: comprendi il significato di questa parola, strettamente intrecciata con cultura e informazione? Una postilla. Giochicchi anche con un nostro cedimento inconsapevole all’antisemitismo e una scarsa attitudine a comprendere il tema della sacralità della vita. Penso che i lettori del Foglio, anche embrionali, abbiano riso". Poi arriva il colpo di scena, anzi... il colpo di scimitarra: "I lettori se la ridono. Manuele Paleologo se la ride da lassù. Io no. Una parola di più, un bicchierino di più, e ti decapito: tanto non conosci la formula di fede con cui convertirti all’islam in lingua originale all’ultimo istante, per evitare il colpo di scimitarra. Io sì". Insomma, sia tra "virgolette" che non, Ferrara ha dato dell'incompetente a Panella, rinfacciandogli anche il fatto che si occupa di mondo arabo-islamico (dal 2001), sfornando libri dai titoli raccapricianti (Piccolo Atlante del Jihad, 2002, I piccoli martiri assassini di Allah, 2003, L’antisemitismo islamico da Maometto a Bin Laden, 2005, Il libro nero dei regimi islamici, 2006, e Il Fascismo islamico, 2007) senza nemmeno conoscere la lingua araba. E dire che proprio Panella, un giorno, sostenne che mentre lui "sommerge gli avversari con una conoscenza impeccabile del contesto, Magdi è pieno di pecche: non sa nulla di filosofia islamica, di sciismo, di Iran. E' un ottimo cronista, non uno studioso o un analista".

Insomma, assistiamo al seguente spettacolo: Ferrara contro Panella e Allam, Allam e Panella contro Ferrara mentre Panella è contro Allam e viceversa. Ognuno di loro a dare dell'incompetente e del credulone all'altro. Ma è nella parola "Politica", invocata da Ferrara, che risiede il segreto di questo scontro epocale. Ferrara ha capito benissimo il fallimento della politica (e della propaganda) anti-islamica adottata in questi anni, anche se evidentemente non è ancora disposto ad ammetterlo apertamente. Certo però che lo intuisce, e cosi scopriamo che il quotidiano da lui diretto "non è un foglio di ortodossia anti-islamica, men che meno di professionismo anti-islamico, incapace di usare la ragione per capire le sfumature di senso in testi e fatti che gli si presentano davanti". Sfumature tutt'altro che sfumate, aggiungo io: la sempre montante opposizione alla guerra in Iraq sia da parte del popolo americano che dei vertici militari statunitensi, il dialogo con i movimenti islamisti teorizzato addirittura dai thinktank neoconservatori, figuriamoci quelli democratici che si apprestano a conquistare la Casa Bianca, l'evidente stabilizzazione e il previsto aumento del fenomeno migratorio in Europa e in Italia, la svolta nella politica estera italiana nei confronti del Medio Oriente. Insomma: anche Ferrara ha capito che prima o poi bisognerà ammainare le bandiere delle Crociate e cominciare a parlare di dialogo, tolleranza, e tutte le altre cose carine finora bandite dal lessico giornalistico italiano, specie se di destra. (Leggi la Terza Puntata)

lunedì 19 novembre 2007

Aspettando sulla sponda (I)

Fino a poco tempo fa, sembrava che la cosiddetta "Questione islamica" in Italia fosse appannaggio esclusivo di una specie di Politburo, una lobby particolarmente aguerrita formata da politicanti di varia estrazione, direttori di quotidiani, presentatori televisivi, giornalisti e pseudo-intellettuali. Tutti uniti e particolarmente impegnati nella produzione seriale di puntate televisive, editoriali, libri e fiaccolate ad una sola condizione: parlare - ovviamente male - di Islam, passando dall' "emergenza" terrorismo a quella della poligamia, dalla "madrassa" al velo, senza mai accennare a qualcosa di positivo. Il resto seguiva come naturale corollario: "no alle moschee", "basta all'immigrazione islamica", "liberiamo le donne musulmane" e via discorrendo. E cosi piovevano voti, inviti televisivi e prebende varie ma anche altre presenze insignificanti - vere e proprie zavorre - ansiose di aggiogarsi al carro. Per sei anni dopo l'11 settembre queste truppe cammellate hanno impazzato per televisioni, radio, quotidiani, rotocalchi e persino programmi sportivi per diffondere il loro verbo. Ma come tutti i fenomeni effimeri costruiti sul Nulla, sembra che l'edifico innalzato nel corso degli anni stia cominciando a schricchiolare, a presentare crepe e sfaldature come preambolo per una fine ingloriosa nel profondo della melma su cui è stato costruito.

I toni che ha assunto la polemica conseguente alla pubblicazione, su Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara, dell'appello lanciato da 138 saggi musulmani alle autorità ecclesiastiche cristiane, la dicono lunga sulle profonde lacerazioni - tutte interne - che stanno investendo in questi giorni la presunta lobby italiana della cosiddetta "Questione islamica". Ma cominciamo dall'inizio. Ferrara ha definito l'appello in questione come "una parola di umiltà e di riconciliazione all’interno della sollevazione fondamentalista che investe il mondo islamico. Ci piace quest’idea pragmatica secondo cui musulmani e cristiani formano oltre metà della popolazione mondiale e la “sopravvivenza” dipende da un accordo tra di loro". Anzi, di più: "I 138 riaprono la strada al razionalismo arabo dei Mutaziliti che produsse Farabi, Avicenna e Averroè. (...) Dopo Ratisbona c’era bisogno di una mano islamica tesa verso la nostra umma. Questo è un buon inizio". Magdi Allam, invece, da bravo censore ed inquisitore qual'è, ha obiettato dicendo che "Rincresce pertanto che in Italia sia stato proprio Il Foglio di Giuliano Ferrara, da sempre in prima fila nella difesa di Israele e contro il terrorismo islamico, a cadere nel tranello teso da maestri nell'arte della dissimulazione. Accreditando come «Fatwa della riconciliazione» una lunga dissertazione teologica sull'unicità di Dio e sull'amore del prossimo, in cui non compare mai la parola Israele e il suo diritto alla vita, così come non si fa alcuna esplicita menzione del terrorismo islamico e della sua condanna".

Fin qui siamo nei limiti dell'apparente buona educazione e del civile scambio di opinioni. Segue un battibecco a suon di editoriali, repliche e controrepliche. Ferrara però non rinuncia, giustamente, a bacchettare Allam rilevando che il suo intervento era "formalmente corretto ma dal vago sapore censorio", specificando che "Stavolta ci è sembrato più serio esaminare in modo aperto, senza ripetere concetti come litanie, un testo la cui ambiguità aperturista e dialogante, sia per il suo tenore teologico sia per il suo senso politico sia per i suoi firmatari, farebbe scandalo o introdurrebbe contraddizione nelle moschee e nelle madrasse in cui si predica il jihad". Ma dire una cosa del genere a Magdi Allam, che da quattro anni ci propina, appunto, gli stessi temi come una litania è come predicare nel deserto. Ferrara quindi aggiunge che Allam - ma non credo che quest'ultimo sia tenuto a saperlo, bensi il suo direttore - dovrebbe "sapere come sono fatti i giornali. Hanno, quando ce l’abbiano, un’identità, ma non una linea generale, custodita magari da cattedratici che ne spiegano le virgole e i punti di sospensione con il dito alzato. L’identità del Foglio è certa: è il giornale del dissenso islamico in Europa e nel mondo, che si batte solitario per una comprensione strategica della guerra in Iraq e per una rigorosa lotta al terrorismo, è il giornale dello Usa day e delle giornate per Israele. Ma non è un foglio di ortodossia anti-islamica, men che meno di professionismo anti-islamico, incapace di usare la ragione per capire le sfumature di senso in testi e fatti che gli si presentano davanti". A questo punto interviene Carlo Panella, con un articolo dei suoi, dove bolla l'appello come "venato di antisemitismo, pieno di ipocrisia, che fa finta che la pace dipenda da tensioni tra cristiani e musulmani, mentre invece è messa in pericolo dalla Fitna, da una lacerazione tutta interna al mondo musulmano". Ed è proprio questo il momento in cui l'edificio comincia a traballare violentemente. (Leggi la Seconda Puntata)

domenica 18 novembre 2007

Una vergogna condivisa

Ricevo via email e pubblico volentieri.

Capita a tutti in preda alle emozioni di agire in un modo e, ad una successiva riflessione, di accorgersi di aver sbagliato. Penso alla "gogna mediatica" che i Mass Media adoperano nei confronti del nemico del momento, i rumeni o rom, che per noi italiani tanto è uguale come confondere un napoletano con un trentino. Il mostro è rumeno, Nicolae, come lo è anche la persona che lo ha denunciato. Ma non importa, per dirla alla Gentilini, "fora di ball".

E ripenso ad Azouz, vittima anch'egli della strage di Erba, scampato in tempo ad un linciaggio mediatico che avrebbe investito frontalmente anche tutti gli islamici, marocchini o tunisini, che per noi italiani tanto è uguale. Ma stavolta i mostri sono come noi, non sono diversi. Peccato, non è una buona notizia sapere che è difficile riconoscere un mostro. Non è sufficiente il colore della pelle, neanche la lingua che parla ci aiuta. Allora?

Il punto è che se mi accorgo di aver sbagliato, oltre a scusarmi per l'errore commesso cercherei di evitare di ricaderci. I giornalisti no. Che sia malafede o mancanza di deontologia? Personalmente credo che sia una più irritante cialtroneria da aspiranti stregoni, in linea con la cultura che entra nelle nostre case quotidianamente, vomitata dalle immancabili scatole magiche. Cultura da "fast-food", da consumo, per assecondare le nostre emozioni, i nostri appetiti, piuttosto che indurci a riflettere. Una vera vergogna mediatica, quella del nostro giornalismo intendo.

Grazie per avermi ascoltato, per aver condiviso la vergogna che provo.

Mario B.

sabato 17 novembre 2007

Due pesi, cinque misure

Ricevo e pubblico volentieri, in commento a questo post.

Morti di serie A e di serie B, assassini di serie A e di serie B... Primo: Amanda (e il suo fidanzato) è bella e con gli occhi azzurri, ci sono prove contro di lei ma i giornali si guardano bene dallo sbattere il mostro in prima pagina. Anzi, in carcere ha anche a disposizione prete e psicologo. Vedi se all' assassino che a Tor di Quinto ha ammazzato quella poveretta sono accordati tutti questi favori. Secondo: La morte di Vanessa a Roma...un tripudio di fiori e persino un altarino a Termini sotto la metrò; alla bambina di cinque anni polacca morta ammazzata da un muratore napoletano con un colpo in testa hanno dedicato un articoletto talmente misero che a confronto le storie di Paris Hilton e della sua chiuaua assomigliano a Guerra e Pace di Tolstoy. A Erba la prima cosa che si è detta è stato indicare "il tunisino" (neanche il marito e padre) come uno spregevole assassino di donne e minori..e invece... Novi Ligure, l' assassina di madre e fratello (95 coltellate o giù di lì) fuori per una partita di pallavolo (perchè il carcere deve riabilitare non punire) e la solita assistenza di preti e psicologi. Prima di sapere che erano stati i due fidanzatini, tutti a proporre la forca per gli immigrati e quando è uscita la verità (e sono stata contenta) tutti a invocare l' aiuto psicologico. Non lo so, altro? Ancora la retorica dell' uomo nero brutto sporco e cattivo...Le giustificazioni valgono solo per una certa parte, mi dispiace dirlo ma questa è una società malata che non ha rispetto per l' essere umano in quanto essere umano...persino la morte, che dovrebbe essere uguale per tutti non è trattata in maniera equa. Trattano ancora mio padre come uno straniero dopo che sono trent' anni che vive in Italia, mi scambiano per la sua giovane moglie, o per l' autista o il giardiniere di mia madre (che è bianca) o per la badante di mia nonna. E' assurdo. A trent' anni ancora non riesco a farmi una ragione per quest'ignoranza diffusa.....e cattiveria gratuita.

Halima M.

venerdì 16 novembre 2007

Perché non lo firmerò

Pochi giorni fa, in anteprima assoluta, un carissimo amico di Nazione Indiana mi ha inoltrato - invitandomi giustamente a firmarlo - un appello molto interessante, intitolato "Il triangolo nero". L'appello, promosso da un gruppo di amici scrittori (e i nomi di prestigio di certo non mancano) allarmati dalla deriva razzista che attraversa l’Italia, sta facendo il giro della rete in queste ore. E' un appello condivisibile in ogni sua frase, ogni parola, ogni virgola, ogni punto: impensabile non firmarlo. Chi, come il sottoscritto, ha fatto della battaglia contro il razzismo e la xenofobia una battaglia quotidiana, sia sul blog che nella vita "vera", non può di certo rimanere insensibile di fronte a questa encomiabile assunzione di responsabilità. Non è forse evidente, infatti, che "La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori"? Non è forse vero che dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un Rom non si è parlato invece della donna rom "che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita" e che invece della "donna rumena violentata e ridotta in fin di vita da un uomo" non si era saputo nulla, cosi come dopo l'aggressione a tre innocenti rumeni per "vendetta", "nessun cronista è andato accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità"? Chi potrebbe negare che "nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista"? Nessuno, con un minimo di onestà intellettuale almeno, potrebbe negare tutto questo. Eppure io quell'appello non lo firmerò. Non posso firmarlo. Vorrei tanto farlo, ma non lo farò. E non sto parlando solo di questo particolare appello ma di tutti gli altri appelli - tutti condivisibilissimi - che sono apparsi o che appariranno in rete.

Il motivo che me lo impedisce non scaturisce soltanto dalla mia convinzione che non basta una firma su una email che gira per cambiare il mondo, ma perché oggi firmare un appello è come firmare una propria condanna a morte virtuale. C'è sempre qualcuno in giro dotato del tempo sufficiente per scorrere le diecimiladuecentotrentratre firme in calce all'appello in questione per vedere chi altro l' ha firmato. E se vi scopre qualcuno che gli sta antipatico, o con cui non è d'accordo ideologicamente o politicamente, sono guai. "Ah, quell'appello l'ha firmato quel nazista del cognato della vicina di casa di mia nipote": allora tutti quelli che l'hanno firmato son scalmanati nazisti. Oppure quell'appello "l'ha firmato quel fetente comunista del portinaio della cugina di mia bisnonna": allora sono tutti pezzenti comunisti. Se invece compaiono sia le firme dei "nazisti" che quelle dei "comunisti", si grida ovviamente al complotto nazicomunista, e agli interessi oscuri che hanno miracolosamente accomunato entrambi. Se poi a proporre l'appello stesso è gente controversa (e oggi "controversi" lo sono un po' tutti grazie a martellanti campagne diffamatorie di varia natura e intensità), allora è la fine. La tua firma in calce al documento diventa una specie di marchio della bestia, un sigillo dell'Apocalisse: "Hai accettato di mettere la tua firma vicino a questo e a quell'altro!", "Come hai osato firmare il documento con Tizio e Caio!" Come se le loro firme fossero affette da lebbra e avessero il potere di contagiare, con l'inchiostro virtuale, anche la mia persona. Come se io avessi apposto la mia firma in calce al documento perché vi compare questo o quell'altro e non perché ho invece aderito ad un'idea, un principio, una causa giusta indipendentemente da tutto e da tutti. Il risultato è che si assiste persino a scene esilaranti di persone che si affrettano a "ritirare" le proprie firme, magari dopo aver letto, condiviso e persino firmato un appello, perché non sia mai che la loro firma si ritrovi accanto a quella di Sempronio, che - lo sanno tutti - frequenta le prostitute. Ecco perché mi sono sempre imposto di non firmare nessun appello (Quell'unica volta che ho fatto un'indispensabile eccezione, la mia firma non è apparsa, forse per un disguido). Anche se ne condivido persino la punteggiatura. Il rischio di ritrovarsi invischiato in una di quelle demenziali diatribe "per associazione" e "per contiguità" è troppo alto. La mia sola firma potrebbe scatenare le fantasie più malate, dare adito alle teorie di complotto più assurde. A questo punto, gli appelli - per quanto mi riguarda almeno - stanno bene dove sono stati concepiti, ovvero nelle nostre menti e nelle nostre coscienze. Se devono proprio assumere qualche altra forma, che sia quella del nostro operato quotidiano.

giovedì 15 novembre 2007

Brava Gente. Bravissima Prole

Una ragazza marocchina, Sara Hamid, 16 anni, muore schiacciata da un autobus, lo scorso 31 ottobre, in un autostazione di Modena: i compagni di classe accorrono e, visto l’accaduto, alcuni scoppiano in pianto, altri impassibili filmano e fotografano con i cellulari la scena raccapricciante e la giovane con la testa sfondata. «Parecchi ragazzi mi hanno detto di sapere che quelle immagini, poi, sono finite su internet - racconta Eugenio Sponzilli, preside dell'Istituto d'arte di Modena, su Repubblica -: non siamo riuscite a trovarle, tuttavia. Secondo me le hanno tolte quando hanno saputo che stavo per fare denuncia alla Polizia postale, alla quale infatti mi sono rivolto». Quelle terribili sequenze, spiega ancora il preside, che parla di «agghiacciante degenerazione delle relazioni umane di molti adolescenti», sono però circolate tra gli studenti: «le hanno viste sui cellulari e forse anche su alcuni blog - spiega -. Mi chiedo cosa stia capitando ai nostri ragazzi, ormai molti di loro sono impermeabili a qualsiasi messaggio educativo». (Il Corriere)

L'episodio mi ricorda quella volta in cui una ventenne marocchina venne assassinata per strada. La Stampa racconta che il suo corpo: "è rimasto a lungo sul marciapiede, coperto da un lenzuolo, da cui si allargano spessi e contorti rivoli di sangue. La nonna e la mamma piangono, a poca distanza, davanti a decine di persone. Una litania in arabo, disperazione e rabbia. Gli studenti dell'Istituto Salesiano di Via Salerno si affacciano curiosi. Alcuni ridono, si divertono pare. Fanno il verso al pianto della nonna, sostenuta dalle donne con l'Hijab, il velo islamico". Certo, è esagerato catalogare questi episodi come "razzismo". Ma non mi risulta finora di aver letto di ragazzi italiani che abbiano fotografato o scherzato su un loro compagno - italiano - finito sotto un pullman o assassinato per strada. E' sempre un tripudio di messaggi commossi, peluches e fiori. Ultimamente hanno persino attaccato caserme e istituzioni per vendicare uno che è stato ucciso per sbaglio da un poliziotto nel corso di una rissa di ultrà. Forse mi sbaglio. Ma forse anche no. Bisogna farsi delle domande, ogni tanto, e non addebitare certi fenomeni al semplice "bullismo" e mancanza di educazione. Spesso e volentieri il razzismo c'entra eccome.

mercoledì 14 novembre 2007

La sceicca femminista

di Andrea Garibaldi, Il Corriere

La sceicca Moza bint Nasser al Missned è alta e cammina su tacchi a spillo vertiginosi, cosicché si è appena slogata una caviglia. Su questo ha scherzato ieri, in una sala della sua «Fondazione per l’educazione, la scienza e lo sviluppo della comunità», con il presidente italiano Giorgio Napolitano. (...) A Napolitano, al ministro del Commercio estero Emma Bonino e al sottosegretario agli Esteri Ugo Intini ha detto ieri con fierezza di essere appena diventata nonna, grazie alla figlia Mayassa, che ha partorito negli Stati Uniti, naturalmente. La visita di Stato in Qatar di Napolitano ha sullo sfondo motivi economici e culturali. (...) Ha raccontato Napolitano dopo l’incontro: «La sceicca e il marito sono innamoratissimi dell’Italia». L’emiro e la sceicca in Italia hanno acquistato l’hotel Gallia a Milano, là dove avveniva il calcio-mercato. Parteciperanno alla valorizzazione del quartiere milanese attorno alla stazione. Hanno comprato un intero palazzo in pieno centro a Roma. La sceicca Moza sta cercando di cambiare—piccoli passi e regali concessioni— il ruolo sottomesso e riservato delle donne nel Golfo. Era a scuola con le sorelle dell’emiro, che ne decantarono le doti. «Progresso culturale e emancipazione femminile sono i due poli della sua azione», dice Emma Bonino. Moza ieri ha inaugurato la mostra «Italian Style dressing body and daylife», moda e design, organizzata a Doha dai nostri ministeri degli Esteri e dei Beni culturali e nella quale, a cura del Commercio Estero, c’è un’esposizione tridimensionale su Leonardo, per mettere in luce che il talento italiano si esprime, da 500 anni, anche nella meccanica. Moza ha promosso la Fondazione per l’educazione, dove operano cinque importanti università americane e che ha già contatti con il Politecnico di Milano e con le università di Trieste e di Torino. (...) Moza ha creato nel maggio di quest’anno l’«Arab foundation for democracy», per promuovere la trasformazione delle istituzioni del suo paese. L’emiro sembra approvare il riformismo della moglie. Da otto anni le donne votano, in Qatar. Qui le donne guidano l’auto, mentre nella confinante Arabia Saudita non possono. E forte, seppur discreta, è la spinta che Moza imprime al ridimensionamento della poligamia. (...)

martedì 13 novembre 2007

Il "Problema" di Don Aldo

Una chiesa accanto ad una moschea, Egitto

Don Aldo Danieli, parroco della chiesa di Santa Maria Assunta a Treviso, ha deciso di riservare, ogni venerdì, alcuni locali della parrocchia (quelli che vengono prestati anche per le feste di compleanno dei ragazzini, presumo) alla preghiera e all'incontro degli immigrati musulmani. L'iniziativa risale a più di un anno fa e non è la prima volta che accade qualcosa di simile in quei locali: già in passato alcune volontarie, insieme ad alcune donne immigrate, hanno avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso, riuscendo a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza". Ma stavolta la faccenda è stata segnalata ai media e quindi Apriti Cielo! Il povero parrocco è stato preso di mira e sottoposto a veri e propri interrogatori farciti di provocazioni e insinuazioni. Poi i quotidiani hanno aperto le porte dei propri Circhi Massimi, ovvero i forum e i sondaggi, e lì è venuto fuori di tutto: qualche complimento ma soprattutto critiche, insulti, e tentativi di spaventare il parocco con la scusa che "secondo alcuni correnti integraliste, il suolo dove ha pregato un musulmano è consacrato all'islam in eterno" il caso di una nostra vecchia conoscenza).

Racconta infatti Don Aldo
che "Qualcuno mi diceva di stare attento perché dove vanno a pregare "poi diventano padroni loro". Una balla mega-galattica: un integralista si rifiuta persino di stringere la mano di un cristiano, figuriamoci mettersi d'accordo con un parrocco per pregare in una parrocchia. In ogni caso, la parola araba masjid, passata in spagnolo sotto la voce mezquita, e da lì nelle varie lingue europee come moschea deriva dalla radice s-j-d che significa prostrarsi e, tradotta precisamente, significa “luogo di prostrazione” ovvero il luogo in cui i fedeli musulmani, cinque volte al giorno, si inchinano fino a terra per pregare Dio, un atto che era e che continua ad essere contemplato in numerosi rituali di preghiera, incluso quello cristiano ortodosso. Ebbene, secondo il Profeta Maometto, il mondo intero sarebbe una grande moschea, dal momento che ogni luogo pulito della terra si presta al compimento di tale rituale. È bene quindi ricordare che per un musulmano ogni luogo adatto alla preghiera è un masjid, ovvero una “moschea” e non c'è bisogno di consacrare alcunché.


E le chiese trasformate in moschee, come la Basilica di Santa Sofia a Istanbul, riconvertita in moschea dopo la conquista dei Turchi? Mera simbologia del potere politico. In passato, la regola voleva che i luoghi di culto dei vinti, specie se maestosi e imponenti, venissero riconvertiti al culto dei vincitori. Basti pensare alla Moschea di Cordova trasformata in Cattedrale dopo la Reconquista.
C'è però un episodio molto significativo in cui si è evitato - grazie alla lungimiranza di un sovrano musulmano - il rischio della trasformazione di una chiesa in moschea, e non stiamo parlando di una Chiesa qualsiasi ma della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Il racconto di Eutichio, Patriarca di Alessandria, racconta infatti di quella volta in cui Omar Ibn al-Khattab, Secondo Califfo (Vicario) del Profeta Maometto, visitò la chiesa in questione e si pose a sedere nell'atrio. Al momento della preghiera, e nonostante l'invito del Patriarca a pregare all'interno, egli si allontanò dall'edificio e pregò fuori, temendo che le generazioni future usassero la sua preghiera come pretesto per convertirla in moschea. Non era quindi la preghiera a "consacrare" quel luogo, ma la presenza del Secondo Califfo dell'Islam, compagno di vecchia data dello stesso Maometto e uno dei migliori califfi, per energia e onestà morale, che abbia conosciuto l'Impero islamico. Oggi non ci sono in giro compagni del Profeta a pregare, ma l'episodio è la dimostrazione che l'uso dei locali di altre fedi è possibile solo nei limiti del rispetto reciproco.

Non a caso Don Aldo ha commentato la vergognosa passeggiata del maiale leghista sul terreno dedicato ad una moschea ricordando che se si vuole essere rispettati, bisogna innnazittutto rispettare gli altri. E per riuscire nella sua impresa, aveva avviato un percorso per far sì che la comunità accettasse il fatto che i locali fossero messi a disposizione dei musulmani. Dopo le polemiche, il Vescovo ha però richiamato Don Aldo per risolvere "il problema" (sic). Qualcuno mi chiede se nei paesi islamici accetterebbero di prestare una moschea per la preghiera dei cristiani. Il problema non si pone nemmeno, e la foto sopra riportata spiega bene perché. Preoccupatevi invece dell'Italia, in cui formalmente vige la libertà di culto. Quando i musulmani pregano per strada, sui marciapiedi, nei garage, sulle scale e nei cortili dei palazzi, non va bene perché intralciano il traffico. Quando comprano o affittano qualche metro di terreno, non va bene perché cosi mettono su una "cittadella islamica" e si insedia un "ghetto". Quando invece sono costretti a fare l'elemosina dei locali di una parrocchia, c'è il rischio che ne diventino "padroni". E meno male che "la xenofobia non abita in Italia". Ma fatemi il piacere!