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domenica 30 dicembre 2007

Italiani brava gente?

"Nel periodo coloniale, le armate comandate da Oreste Baratieri, Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani commisero ogni genere di azione violenta, eppure gli storici dell'epoca si ostinavano a propagandare, anche con pubblicazioni rivolte ai ragazzi, il mito degli "Italiani, Brava gente". In "Sim, Ragazzo abissino", trionfa un paternalismo subdolamente razzista nei confronti delle “popolazioni barbare”. In questo testo, sin dalle prime battute, il lettore è edotto delle finalità dell’impresa coloniale italiana dalle parole del principe Fabio di Otricoli, nobile romano giunto in Abissinia per un nobile e glorioso scopo: servire la patria, rendendo devote all’Italia le popolazioni indigene. Tra alcuni schiavi liberati, il principe resta affascinato dalla nobile figura di un ragazzo, Sim, “un magnifico esemplare tra le varie razze etiopiche”. I buoni italiani offrono agli schiavi liberati la possibilità di rifugiarsi sotto la gloriosa bandiera dell’Italia, loro nuova patria, e Sim viene portato a Roma, dove inizia la sua avventura. “Si andava verso l’Italia bella, verso la nuova patria, dove non esistono schiavi, ma tanti babbi buoni come “Celenza””, pensa tra sé e sé Sim durante il viaggio"

Una sezione di questo blog ha come "tag" "Brava Gente". In "Brava Gente", compaiono essenzialmente episodi dove le vittime sono cittadini extracomunitari e i delinquenti cittadini italiani. Immagino che sia evidente che si tratta di un tentativo di rovesciamento della quotidianità mediatica italiana che di norma è molto attenta a segnalare e persino enfatizzare la cronaca nera in cui sono coinvolti cittadini extracomunitari. Una mossa provocatoria, certo, come ben traspare anche dal titolo affibbiato alla categoria, che vorrebbe ricordare che non esiste "Brava Gente" per definizione: la brava e cattiva gente c'è dappertutto, indipendentemente dalla nazionalità o dalla fede. In realtà, però, molti dei crimini e delle aggressioni compiute da cittadini italiani a danno di extracomunitari che finiscono in quella sezione sono riportati perché c'è qualcosa che va al di là della semplice "cronaca nera". C'è un sottofondo di razzismo, di xenofobia, di pregiudizi, di luoghi comuni che fa da contorno, una rete di condivisione e di connivenze in settori persino insospettabili, che buona parte dell'opinione pubblica fa finta di non vedere, o che al massimo minimizza. Ed è questo l'aspetto che mi preoccupa di più.

Prendiamo per esempio il caso di Erba: avrebbe potuto essere un delitto qualsiasi, anche se particolarmente efferato. Ma ciò che lo rende davvero speciale agli occhi del sottoscritto non è il fatto che sia stata una "tranquilla e insospettabile" coppia italiana di vicini a sgozzare tre donne e un bambino, che tra l'altro eranoitaliani, ma il fatto che tutti i media si siano immediatamente scagliati contro il marito tunisino di una delle vittime, e che alcuni politici abbiano addirittura preso la faccenda come esempio della barbarie musulmana. Ci sono molti altri casi di cronaca nera che non avrebbero, forse, meritato di essere segnalati in quella sezione, se non fossero in qualche modo immersi in un contesto che li rende ancora più preoccupanti: per esempio, il caso dell'infermiere reso paraplegico dal datore di lavoro. Ciò che rende quell'episodio particolarmente grave non è lo sfruttamento e l'aggressione ai danni dell'immigrato ma il comportamento dei poliziotti e degli operatori del 118 che hanno cercato di liquidare la faccenda e far accettare alla vittima, ormai distrutta per sempre, un risarcimento ridicolo. Lo stesso vale per il caso del dodicenne brasiliano, autistico, aggredito dai compagni all'oratorio. Avrebbe potuto essere un caso di bullismo qualsiasi, similare a quello di cui fu vittima un bambino italiano down. Ma a renderlo particolarmente odioso non è solo lo "sporco brasiliano" con cui il ragazzino è stato apostrofato, bensì il "brutta negra, tornatene a casa" con cui le madri degli altri ragazzi hanno accolto la madre del bambino aggredito.


Ancora più grave è il caso dei poliziotti arrestati a Torino: se avessero rapinato altre persone, e non si fossero specializzati nei furti agli immigrati pensando che da quell'ambiente non potessero pervenire denuncie, sarebbe stato un caso di corruzione qualsiasi in seno alle forze dell'ordine. E invece no: perché il fatto che addirittura dei poliziotti si specializzino nel colpire quella particolare categoria di persone è indice che persino nei ranghi delle forze dell'ordine l'immigrato è considerato un bersaglio facile, che non oserebbe denunciare e tanto meno verrebbe preso sul serio. Ora, la domanda sorge spontanea: se rappresentanti delle forze dell'ordine rapinavano immigrati contando sul fatto che questi sarebbero rimasti zitti, come la pensa l'uomo di strada? E' da questa preoccupante realtà politica, mediatica e sociale che scaturiscono poi altri episodi, magari più insignificanti, ma che agli occhi di un attento osservatore del mondo dell'immigrazione in Italia significano molto di più e spingono a porre interrogativi tabù, tipo: se il bambino a cui è stata tagliata la lingua a scuola fosse italiano, l'insegnante di sostegno avrebbe avuto il coraggio di minacciarlo con le forbici? Se la ragazza sequestrata e picchiata dall'ex-convivente e dalla sua nuova compagna fosse italiana, sarebbe rimasta per sei mesi vittima di indescrivibili soprusi? Se il bambino non fosse di origine albanese, sarebbe stato torturato lo stesso dal nuovo convivente della madre, che lo faceva ballare gridando "Sono un bastardo albanese", nella totale indifferenza dei vicini, che pure sentivano quanto accadeva?

Dopo il caso dei poliziotti specializzati nei furti agli immigrati, credo che sia ormai palese che in Italia l'immigrato è considerato un essere umano di serie B. Un barista gli può rifiutare il caffé senza rendersi conto del crimine che sta commettendo, l'impiegato allo sportello gli può dare immediatamente del tu e trattarlo con maleducazione, ecc ecc. Lo so, a molti italiani fa orrore sentire una cosa simile. Ma come? "Sputa nel piatto dove mangia", "Se non ti piace perché sei venuto qui?", "Tornatene a casa tua", "Nel tuo paese non si sta mica meglio". Ritornelli ormai imparati a memoria e che, semmai, rafforzano le mie convinzioni circa la necessità di intervenire per porre fine a una situazione che rischia di diventare esplosiva con l'aumento del numero degli immigrati e il boom delle nascite che ciò comporta. Lo so: sarebbe stato meglio fare il Magdi Allam di turno, talmente anzioso di raggiungere l'agognata poltrona ministeriale, che non fa altro che dipingere immigrati musulmani brutti, sporchi e cattivi e cantare incessantemente le lodi del popolo di "santi, poeti e navigatori", degli italiani "brava gente, ospitali, gentili". Molti effettivamente lo sono. Ma molti altri no. Inutile minimizzare, quando persino dei poliziotti ti rapinano pensando che lo possono fare impunemente.

Per concludere, riporto la lettera - con mia relativa risposta - di un lettore critico.
Come cittadino italiano sono indignato che vi siano elementi delle forze dell'ordine, pubblici ufficiali che portano una divisa e sono stipendiati dai contribuenti che si rendono protagonisti di atti delinquenziali, quali sono quelli posti in essere dalla "banda della Panda nera". Mi sembra una cosa già grave di per sé. Quel che invece mi fa specie è che questo sito continui pervicacemente e odiosamente (si, ODIOSAMENTE) a catalogare sotto la categoria "brava gente" (ovvero "italiani") qualunque atto delinquenziale compiuto da farabutti di nazionalità italiana contro cittadini stranieri. Mi spiace, non ci sto. Siamo d'accordo sul fatto che non ha senso che vi siano italiani e partiti politici (non solo la Lega Nord, purtroppo, ma anche lo stesso governo sedicente di "centro-sinistra") che catalogano 'o bbuono e 'o malanente in base all'etnia di provenienza, vero? E se siamo d'accordo, perché questo sito continua con ostinazione a far di tutta l'erba un fascio nei confronti di noi italiani? I delinquenti esistono dappertutto, in qualunque etnia e qualunque zona del mondo. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Mi pare invece pericoloso cadere nella trappola ed inseguire sullo stesso terreno certo giornalismo padaneggiante ribattendo colpo su colpo (operazione lanciata già anni fa dal sito informazionecorretta, che sinceramente ho sempre trovato odiosa) anziché sottrarsi alla logica perversa dello scontro tra civiltà. Alessandro

Risposta

Sono perfettamente d'accordo con lei: i delinquenti esistono dappertutto, in qualunque etnia e qualunque zona del mondo. Ma per farlo capire a qualche altro suo connazionale - e mi creda sono in molti - mi sono reso conto che non bastava affermarlo en passant. Era necessario sottolinearlo realizzando una specie di archivio online delle malefatte italiane, e non mi sto riferendo ovviamente alla pura e semplice cronaca nera (anche se ci sarebbe da sguazzare, da quelle parti). In un paese in cui sia il governo che i media - e non solo quelli padaneggianti - tendono a dipingere come criminale soprattutto l'extracomunitario marocchino, rumeno o albanese che sia, mi pareva più utile ed efficace che tale archivio contenesse le malefatte commesse dagli italiani a danno degli stessi extracomunitari. Come si sarà reso conto, soprattutto in questo ultimo periodo, gli spunti e i casi reali non mancano. Ho utilizzato un espediente simile in un incontro recente - tenutosi nell'ambito del Corso che lei ha frequentato anche se solo per poco - avente per argomento l'islamofobia presente in Italia, di cui spesso e volentieri si nega l'esistenza. Alle spalle del relatore, la Prof.ssa Monica Massari, autrice del saggio "Islamofobia" (Ed. La Terza), scorrevano semplicemente i titoli dei giornali italiani che avevano per tema l'Islam o la realizzazione di moschee. Le assicuro che il pubblico è rimasto letteralmente basito. Una signora ha timidamente alzato la mano alla fine per dire che lei non credeva che gli italiani fossero razzisti. La risposta testuale della Prof.ssa Massari è stata: "Mi spiace signora, ma gli italiani sono veramente razzisti". Fin quando il razzismo e la xenofobia vengono istillati con il contagocce, giorno dopo giorno, tra un titolo del telegiornale e uno sul quotidiano, la società non riesce a rendersi conto del male che (si) sta facendo. Ecco perché era necessario realizzare un archivio degli episodi di chiara matrice razzista e xenofoba: solo cosi ci si rende pienamente conto dell'entità di un fenomeno che molti invece, a partire dallo stesso Premier di Centro Sinistra, tendono a negare. La categoria è intitolata "Brava Gente" proprio per dimostrare l'assurdità del luogo comune che dipinge gli italiani - in blocco - come "Brava gente", e l'Italia come una specie di "Paese dei Balocchi" dove tutti sono gentili e ospitali allorché come rileva giustamente lei, i delinquenti esistono dappertutto, anche tra le stesse forze dell'Ordine. Vedo comunque che il luogo comune è duro a morire, poiché lei stesso si è subito scagliato contro questo blog affermando che starebbe conducendo un'odiosa campagna contro la "Brava Gente" e cioè praticamente "gli italiani". Eh no! Questo blog sta solo segnalando che gli italiani non sono né più bravi né più farabutti degli altri popoli o delle altre etnie.

venerdì 28 dicembre 2007

La Conquista dei Cuori e delle Menti

Il procuratore aggiunto Armando Spataro risponde a Magdi Allam
«Imam di Milano, perché la sentenza è giusta»

Nel suo articolo pubblicato ieri sul Corriere («Predicatori di odio e istituzioni timide»), Magdi Allam, prendendo spunto dalla condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione di un imam della principale moschea di Milano, per il reato di associazione per delinquere aggravato dalla finalità di terrorismo, ha criticato l'entità della pena (a suo avviso modesta) ed il fatto che non sia stata decretata l'espulsione del condannato. Ma, soprattutto, ha affermato una tesi alla quale è particolarmente affezionato: forze dell'ordine, magistratura ed istituzioni italiane in genere «hanno paura di affrontare e scontrarsi con gli estremisti islamici», consentendo loro comportamenti in altri casi puniti, come l'incitamento all'odio verso gli occidentali.

Vorrei tranquillizzare Allam ed i lettori, fornendo dati utili per una riflessione più articolata e serena. Non parlerò, ovviamente, del contenuto delle specifiche accuse per cui l'imam è stato condannato, peraltro con una sentenza che non è certo definitiva, ma piuttosto precisare che le condotte giudicate risalivano ad epoca antecedente l'11 settembre quando, cioè, lo stesso Parlamento non aveva ancora varato una più severa normativa per le associazioni con finalità di terrorismo internazionale. Vorrei inoltre ricordare che la legge prevede precisi parametri cui il giudice deve ancorare le sue valutazioni discrezionali nella determinazione quantitativa delle pene che infligge: tra tali parametri, importantissimo è quello della condotta del reo susseguente al reato. Orbene, poiché i comportamenti illegali del condannato in questione risalgono a 6/7 anni fa e poiché vi sono anche elementi che inducono a ritenere che egli abbia ormai preso le distanze dal terrorismo islamico, ben si spiegano sia l'entità della pena irrogatagli, che la scelta di non richiederne l'espulsione a pena espiata.

Si tratta, peraltro, di una valutazione che giudici e pm compiono ogni giorno per ogni tipo di reato, compresi quelli più gravi: perché mai allora per una certa categoria di reati e - peggio - per certe categorie di persone, per lo più musulmane, le democrazie occidentali dovrebbero applicare regole diverse? Non credo affatto che il contrasto del terrorismo internazionale possa comportare l'abbandono dei codici e delle regole legali dei processi, l'accettazione delle già teorizzate «zone grigie» e, quando il terrorismo si manifesta in zone di guerra aperta, la disapplicazione della Convenzione di Ginevra. Il nostro Paese ha conosciuto forme atroci di terrorismo e le ha sconfitte con gli strumenti della legge. Riusciremo a fare altrettanto in questi anni drammatici, senza strappi e deroghe al nostro sistema di valori. Invocare la chiusura delle moschee, perché qualcuno che le frequentava è stato condannato, indica una tendenza a trasferire su tutti i componenti di una comunità le responsabilità di pochi o di una parte della medesima! Abbiamo bisogno, invece, di praticare la strada del confronto e del coinvolgimento nel nostro sistema di vita delle comunità islamiche moderate, sulla base dell'assoluto rispetto sia delle nostre leggi che della loro identità culturale e religiosa. La Consulta per l'Islam italiano per il dialogo interreligioso, costituita presso il ministero dell'Interno, è solo un esempio delle iniziative possibili in questa direzione. Le democrazie occidentali devono scommettere sulla collaborazione dei modernizzatori e persino dei fondamentalisti non violenti nella lotta al radicalismo violento e terrorista: nessuno, infatti, può seriamente pensare di vincere questo terrorismo solo con le indagini, i processi o con la cosiddetta attività di intelligence, e neppure con la guerra. «C'è davvero una battaglia in corso tra l'Occidente ed il terrorismo — ha scritto Jason Bourke nel suo "Al Qaeda, la vera storia"- ma non è una battaglia per la supremazia globale. E' una battaglia per la conquista dei cuori e delle menti».

Armando Spataro

giovedì 27 dicembre 2007

Paolo Branca, Yalla Italia

(Clicca sull'immagine per ingrandire)
Paolo Branca, docente di Lingua e Letteratura araba e di Islamistica presso l'Università Cattolica di Milano, è un accademico estremamente dedito alla ricerca e agli approffondimenti scientifici, molto attento alla divulgazione e alla diffusione della conoscenza e soprattutto aperto e disponibile al contatto e al confronto con il grande pubblico. Ho avuto il piacere, recentemente, di ospitare una sua lectio magistralis sul Corano nell'ambito del corso di Cultura e Lingua araba da me tenuto al Politecnico di Torino. Dire che il suo intervento ha suscitato entusiasmo e interesse è dir poco. I circa 350 presenti convenuti per ascoltarlo - anche in piedi - sono rimasti letteralmente affascinati. Un campione delle email ricevute il giorno dopo la dice lunga: "Persona di grande tolleranza e di grande conoscenza", "Intervento interessantissimo e di alto livello", "Vorrei solo ringraziare per l'interessante conferenza tenutasi ieri sera, inizio per molti spunti di approfondimento. Grazie ancora per questa opportunità e per aver invitato un esperto che usa un linguaggio cosi chiaro e allo stesso tempo incisivo". Effettivamente, Branca è una di quelle rare persone che lavorano con serietà e abnegazione, senza tanto clamore, nella convinzione che ogni piccola azione è una goccia d'impegno che contribuisce a creare un mondo migliore. Ed è proprio all'insegna di questa convinzione che egli tiene le sue lezioni o pubblica i suoi libri. L'ultimo, "Yalla Italia. Le vere sfide dell'integrazione di arabi e musulmani nel nostro paese" (Ed. Lavoro), è un testo che consiglio a occhi chiusi. Se non vi ho abbastanza incuriosito, lo farà sicuramente la prefazione al volume redatta da Gad Lerner:

Prima ancora che uno studioso, Paolo Branca è una persona che si mette in mezzo. Un luogo comune menefreghista vuole che, a mettersi in mezzo, si finisce solo per prenderle. E in effetti a Paolo Branca è capitato purtroppo di subire attacchi ingenerosi al limite della diffamazione per la tenacia con cui cerca di allacciare fili di dialogo fra l’Italia cattolica in cui s’è formato e l’islam con cui essa è chiamata a cimentarsi, dentro casa e alle sue porte.

Ma la vicenda intellettuale di Paolo Branca ci testimonia il contrario del luogo comune: a mettersi in mezzo, si apprende. Non sono dunque solo generosità o lungimiranza le virtù di chi si offre come tramite di mediazione, incontro, reciproca comprensione. Nelle figure “di mezzo” come Paolo Branca si esprime anzitutto la più moderna e dinamica ricerca culturale del nostro tempo.

Da quando la vicenda islamica è tornata a condizionare sensibilmente il mondo contemporaneo, abbiamo bisogno come il pane di traduttori. Invidiamo coloro che conoscono la lingua, la storia, la cultura e la principale religione degli arabi, avendole studiate per tempo, e non potremmo più fare a meno di loro. Ma c’è modo e modo di impiegare questo patrimonio culturale. Chi resta prigioniero dello schema ideologico secondo cui l’islam è il nemico storico di sempre, naturalmente destinato a sottometterci a meno che noi gli si imponga il nostro dominio, chiederà ai traduttori di assolvere a una funzione meramente spionistica: svelateci la trama avversaria, il linguaggio biforcuto di coloro che ci sorridono in inglese ma ci disprezzano in arabo, e s’insinuano fra noi con l’intenzione di costituire un contropotere rigorosamente separato temporeggiando fino al giorno in cui avranno forza sufficiente per distruggerci.

Parafrasando il titolo di un capitolo di questo libro, l’obiettivo sarebbe quello di reclutare “traduttori-traditori”. Ora noi sappiamo bene che la cristallizzazione ideologica della dottrina ufficiale coranica, la mortificazione della democrazia in molti paesi arabi e la minaccia rappresentata da un integralismo talvolta violento fino alla ferocia, generano nobili figure di dissidenti perseguitati e minacciati che meritano tutto il nostro rispetto e il nostro sostegno. Ma sarebbe miope limitare il nostro dialogo con l’islam contemporaneo al solo rapporto con queste figure dissidenti.

Il libro di Paolo Branca ci propone un approccio più articolato e fruttuoso. Come intellettuale “di mezzo” egli incrocia l’esperienza accademica con la militanza quotidiana sul territorio. E’ molto interessante nelle pagine che seguono l’intreccio fra le riflessioni di carattere storico, politico, teologico, e la verifica quotidiana delle pratiche d’integrazione. Prezioso è il racconto sulla scuola milanese di via Quaranta, e più in generale sul coinvolgimento delle famiglie immigrate nella ricerca di un’educazione dei figli rispettosa delle tradizioni ma aperta alla società d’accoglienza. Altrettanto interessante è il percorso avviato con i giovani della seconda generazione immigrata, nella consapevolezza che da loro potrà scaturire un nuovo islam europeo in grado di piegare la rigidità dell’islam mediorientale. Una visione dinamica del presente e del futuro che l’opera di Branca fonda sull’analisi di un passato troppo ricco e vario per essere ridotto a blocco monolitico.

L’identità smette così di essere agitata come un feticcio, ne viene riconosciuta l’evoluzione concreta nella vita della gente e nella contaminazione reciproca, smentendo gli spacciatori di un’appartenenza rigida, antistorica, che riduce il passato a miti contrapposti.

Il tempo sarà galantuomo con personalità generose come Branca, capaci di passare dalle biblioteche e dalle aule universitarie agli incontri di strada. E allora lui potrà ricordare con ironia pure qualche calcio negli stinchi rimediato nel corso del suo faticoso lavoro per la pace, in un tempo dominato dalla guerra.

Gad Lerner

mercoledì 26 dicembre 2007

Sul pulmino molto razzismo

di Niccolò Zancan, La Repubblica

Amina è scomparsa. Diciassette anni, sordomuta, senza soldi, documenti né telefonino, martedì mattina è uscita di casa e non è tornata. Amina non voleva più salire sul pulmino della scuola. Lunedì sera era scoppiata a piangere davanti alla madre: "Ti prego, non voglio più andarci. Mi prendono in giro. Mi spingono. Dicono: "Torna al tuo paese, puzzi come tutti i marocchini". La madre, Aziza Haddi, aveva cercato di consolarla, ma era rimasta ferma sulle sue decisioni: "La scuola è troppo lontana. Non posso accompagnarti tutte le mattine". Le aveva chiesto però di scrivere i nomi dei compagni che l'avevano aggredita, per poi parlarne con il preside.

Ora quel foglio spiegazzato con sette nomi segnati a matita è sul tavolo della cucina, vicino allo zaino di Amina. È scomparsa martedì mattina fra le 7 e le 7,30. Sul pulmino che doveva portarla all'istituto tecnico di Pianezza, tredici chilometri fuori città, non è mai salita. La cercano i carabinieri e la polizia. La cercano le insegnanti e le educatrici dell'istituto per sordi che frequentava tutti i pomeriggi. Foto sui muri, appelli, apprensione. Ieri sera alle undici ancora nessuna notizia. Giaccone bianco, jeans e scarpe da ginnastica. Così l'hanno vista uscire e non tornare più.

La casa di Amina Haddi è lungo le sponde della Stura, Torino nord, periferia di palazzoni, baracche e centri commerciali. Padre autotrasportatore, madre casalinga, si sono trasferiti in Italia sedici anni fa. Anche per curare Amina. Ha grosse difficoltà a sentire, ma sa leggere bene i movimenti della labbra, parla con qualche impaccio ma si fa capire. Brava a scuola, appassionata di computer, descritta da tutti come una ragazza molto tranquilla, non usciva quasi mai: "Solo qualche giro al pomeriggio da Auchan con sua sorella". E allora dove è andata Amina che lunedì sera piangeva, offesa dai compagni di scuola?

"Era già successo altre volte - dice ora la madre - su quel pulmino c'era molto razzismo". I carabinieri della compagnia Oltre Dora hanno battuto il quartiere per tutta la giornata inutilmente. "Per adesso abbiamo pochissimi riscontri, nessuna segnalazione - spiega il capitano Luigi Isacchini - ma stiamo facendo tutto il possibile per cercare di capire cosa è successo". Martedì è il giorno della scomparsa. Alle 7 in punto Amina esce di casa. A cinquanta metri dal cancello, come ogni giorno, passa a prenderla il pulmino privato della scuola. L'autista però non vede la ragazza e prosegue la sua corsa. Alle 7,30 un'impiegata di banca che lavora lì vicino nota uno zainetto azzurro su una panchina di un giardino. È lo zaino di Amina. Dentro c'è tutto: le merendine, i libri e il portapenne. Anche il portafoglio con venti euro e i documenti. "Stranissimo - dice il padre - perché Amina dal suo zaino non si separava mai. Era tutto il suo mondo". Dice di avere un brutto presentimento: "Non torna. Mi sento che non torna... Ha deciso di non salire su quel pullman, non so... Forse qualcuno l'ha rapita...". Ha un telefono cellulare? "No. Amina l'aveva perso dieci giorni fa". Sola, isolata dal mondo. Cosa è successo?

Gli investigatori certe parole hanno persino imbarazzo a pronunciarle. Ma le ipotesi sono soltanto tre: fuga volontaria, rapimento o suicidio. Così, per cercare di capire, si torna alle ultime parole di Amina: "Piangeva - ricorda la madre - diceva: "Ti prego, su quel pullman dove tutte le volte mi trattano male non ci voglio più salire"". Ma perché non è tornata a casa più tardi? Gli investigatori parlano di "un possibile attacco di sconforto". E quello zaino lasciato lì sarebbe come un segno: "Come per dire basta! Ho chiuso con la scuola". Forse, perché studiare ad Amina piaceva molto. Restano due cose importanti. Le dice una madre sconvolta: "Amina si trovava bene in famiglia, Amina non è mai scappata".

martedì 25 dicembre 2007

Massacrata da un italiano

E dire che per settimane l'hanno smenata con la storia della "pericolosissima banda di marocchini".

lunedì 24 dicembre 2007

Marocchino e italiana? Botte!

di Nicolò Zancan, La Repubblica

Aspettavano accucciati dietro a un´auto, la spranga pronta all´uso: «Sei un marocchino schifoso, ecco quello che ti meriti». Botte. Calci. Bastonate. Colpi in testa ripetuti. Sangue in piazza Bodoni, davanti al Conservatorio, in pieno centro, a cinquanta metri dalla discoteca Lucignolo, una delle più in voga della stagione. Erano in quattro, italiani e giovanissimi. Urlavano e colpivano. «Tutto questo me lo ha raccontato la mia ragazza - spiega Mussin Aslaui, 18 anni, nato in Marocco e cresciuto in Italia - perché io sono svenuto per le botte. Ricordo solo che gridavano contro di me, ho fatto in tempo a girarmi, poi sono crollato in mezzo alla strada. È stato un agguato razzista. Lo dico perché ci ho pensato molto, e sinceramente non riesco a trovare un altro motivo».

Mussin Aslaui parla a fatica. Steso su un letto del pronto soccorso dell´ospedale Mauriziano, è imbottito di antidolorifici. Gli hanno fatto la Tac. Ha un grave trauma cranico, l´occhio destro tumefatto, ecchimosi in volto, lividi sul collo e sulla schiena. «Se non insorgeranno complicazioni - spiegano i medici - potrebbe essere dimesso con una prognosi di 30 giorni». Il padre lo guarda con la faccia preoccupata: «Racconta tutto - dice - spiega come ti hanno ridotto così». La famiglia Aslaui è a Torino dal 1983, gestisce una sartoria: «Mussin mi aiuta e intanto studia».

Quello che è successo è ancora da chiarire. In questura la prima relazione parla di «aggressione con spranghe». Adesso tocca agli investigatori della squadra mobile andare a fondo, cercare altre testimonianze, trovare i responsabili. Per il momento, i fatti li raccontano in due. La vittima e la sua fidanzata italiana, una ragazza di 18 anni: «Eravamo andati con altri amici a ballare. Siamo entrati al Lucignolo verso mezzanotte e mezza. Per noi era la prima volta in quella discoteca, ci stavamo divertendo. Ma un ragazzo biondo guardava Mussin con odio, come per sfidarlo... «. Fino a questo punto, anche Mussin Aslaui ricorda bene la notte di sabato: «Quel tipo mi fissava con disprezzo. Si è avvicinato, mi ha detto: "Vai via, marocchino di merda". Io non volevo fare casino. Né dentro, né fuori dal locale. Gli ho detto: "Lasciami stare, dai...". Verso le tre e mezza siamo usciti per tornare a casa. Non ci pensavo più...».

Via Pomba in quel tratto è poco illuminata. Sotto i portici ci sono un bar, un kebab e un ristorante. Erano tutti chiusi. La strada è cieca. Le auto non passano perché non si può proseguire. «Ci siamo messi a camminare verso piazza Bodoni. Quei quattro ragazzi erano nascosti dietro un´auto - ha denunciato la fidanzata di Mussin Aslaui - sono arrivati alle spalle. Avevano bastoni e una spranga di ferro. Urlavano: "Sei un marocchino schifoso". Colpivano, mentre io chiedevo aiuto. È durato pochi istanti, poi sono scappati. Mussin aveva già la faccia piena di sangue, sembrava morto».

È arrivata un´autoambulanza del 118. Il ragazzo era incosciente, è stato ricoverato al pronto soccorso con prognosi riservata. Nessuna traccia del commando con la spranga. «Non abbiamo fatto niente di male - dice Mussin Aslaui - sono un ragazzo tranquillo, non ho mai avuto un problema con la giustizia, potete controllare. La verità è che un marocchino in quella bella discoteca del centro non ci può stare. Forse davo fastidio perché mi stavo divertendo con una ragazza italiana... «. Arriva l´infermiera con la barella. Adesso Mussin Aslaui deve andare a fare altre radiografie: «Saprei riconoscere quel ragazzo fra mille - dice - era biondo, avrà avuto al massimo vent´anni, ricordo bene le sue parole: "Devi andartene di qui marocchino di merda"».

domenica 23 dicembre 2007

Tutti più buoni (tranne la Lega)

Treviso - Una cinquantina di fedeli è stata costretta a celebrare la preghiera collettiva del venerdì in un parcheggio, con i tappeti stesi sull'asfalto, dopo che l'amministrazione leghista ha proibito loro di riunirsi nel centro sportivo messo a disposizione, gratuitamente, da un imprenditore locale. (...) "Tanta severità è quantomeno sospetta", ribatte a distanza Giuseppe Zambon, il proprietaro del circolo sportivo: "In passato qui abbiamo ospitato molti convegni e feste e mai Comune e polizia municipale hanno avuto qualcosa da obiettare". (...) Giancarlo Gentilini (Lega Nord): "Era un tumore che poteva degenerare in metastasi, noi l'abbiamo estirpato". (...) Il presidente della comunità musulmana Joussef Tadil. "Solo due giorni fa i vigili sono venuti a controllarci, uno ad uno, durante la preghiera. Potevano benissimo farlo prima o dopo, senza interferire in un momento che per noi è sacro". (...) Anche la prossima preghiera settimanale si svolgerà all'aperto, stavolta nel piazzale di un'abitazione privata di proprietà di un fedele musulmano, nel paesino di Villorba, alle porte del capoluogo. Ma non si escludono altri intoppi: gli amministratori locali leghisti, hanno già fatto sapere di non gradire affatto "un assembramento di stranieri". (...) Sferzante, infine, l'editoriale della Tribuna, il quotidiano più diffuso nel Trevigiano: "Un'escalation che lascia sbigottiti e proietta un'ombra cupa, violenta, sulla città e sulla Marca", scrive il direttore Sandro Moser. "Ciò che stupisce però - aggiunge - è che pochi, pochissimi, nella cosiddetta società civile, anche di fronte alle manifestazioni più brutali e vergognose di intolleranza, fanno sentire la loro voce. Da che parte stanno, davvero, i trevigiani?". Leggi su Repubblica

Buon Natale!

sabato 22 dicembre 2007

I dolori del "giovane" Allam (III)

Leggi la Prima Puntata
Leggi la Seconda Puntata

Che Magdi Allam, vicedirettore onorario del Corriere della Sera, parli di cose che non sa è risaputo. A suo tempo, Massimo Campanini, affermato accademico e islamologo dell'Università di Milano, si era persino meravigliato a tal proposito: "stupisce notare come Magdi Allam sembri del tutto ignorare la letteratura scientifica sulle questioni mediorientali". Ci si aspetta allora che Allam sappia fare almeno il giornalista. Nella lunga intervista al Giornale egli afferma che «chi vuol fare il giornalista, deve stare alla larga dai giornalisti, io vado in redazione a Roma solo per incontrare qualche persona». Al Corriere, però, sembra che la pensino diversamente: sono proprio i giornalisti, a voler stare alla larga di lui. E il portale Informazione corretta conferma, raccontando che per Allam quello attuale è "un brutto momento. Il Corriere della Sera ha ricevuto una lettera firmata da molte personalità, tra le quali anche alcuni giornalisti israeliani" che stigmatizzano il suo modo di fare giornalismo, già oggetto di due condanne del Garante alla Privacy, lettere di protesta, appelli pubblici e cause giudiziarie. Poi uno si chiede, ma il povero Allam - che "Ha dovuto dire addio anche alla montagna, al ristorante, al cinema" - e quindi a qualsiasi luogo dove entrare in contatto con la gente, a cominciare dai protagonisti dei suoi articoli, ovvero i musulmani - causa scorta, "minacce" e via dicendo - riesce ancora a fare il giornalista, stando alla larga anche dai colleghi giornalisti? Che è...ascolta le notizie dallo spazio come Superman? Sembra proprio di si. Non a caso il giornalista che lo intervista gli chiede: "Ora sei vicedirettore «ad personam» del Corriere. Si vergognano a metterti nella gerenza?" E Allam risponde: "L’avrei auspicato. Ma la qualifica è simile a un titolo di merito, non ho mansioni esecutive. In Italia il formalismo prevale sulla sostanza e le regole sindacali su tutto". A volte però, e non bisogna dimenticarlo, anche il Buon senso prevale. Come quando Berluscono rifiutò di nominarlo ministro.

In attesa di tempi migliori, Allam si è riciclato come consigliere speciale per l'immigrazione e l'integrazione del Comune di...Busto Arsizio. Una città dove lui è molto amato e rispettato, ma solo dal Sindaco. In occasione della sua recente presenza per promuovere l'ultimo libro sono stati tagliati e distrutti i manifesti che annunciavano il suo arrivo con la corte di guardie da Gran Moghul. Le quali, mentre erano impegnate a difenderlo dai "vandali", non si sono accorti di chi ha squarciato due gomme dell'automobile dell'assessore alla Cultura comunale e di chi ha tracciato più volte all'esterno della piccola gelateria gestita dal consigliere comunale leghista locale la scritta «più stile», con i colori della bandiera della pace. Non è la prima volta che Allam viene accolto festosamente dalla popolazione locale: A Cremona l'hanno accolto con petardi e bulloni. Evidentemente si tratta di pericolosi terroristi islamici mascherati da comunisti. Il Sindaco conferma che ha addirittura pensato di nominare Magdi Allam Assessore all'Integrazione: praticamente un incubo. Gli immigrati si sono salvati solo in parte: «Dati i suoi impegni come giornalista non avrebbe potuto garantire la necessaria presenza "sul campo"» e quindi Allam ha declinato il prestigiosissimo incarico. Ma è "rientrato dalla finestra": all'interno del complesso progetto di riorganizzazione degli assessorati presentato a luglio scorso ai partiti, il sindaco lo ha visto bene come consigliere speciale per quello dedicato, oltre che alle politiche giovanili, alle problematiche dell'integrazione degli immigrati. Al comune di Busto Arsizio giurano e spergiurano che - bontà sua - l'incarico ricoperto da Allam è a titolo non oneroso. «Un conto è il ruolo di consulente, un conto quello di consigliere speciale del sindaco per identità e integrazione che lui di fatto già ricopre. Quella fra me e Magdi è un'amicizia solida, basata sulla condivisione delle battaglie per l'identità culturale e i diritti civili, contro l'ideologia terrorista, per la libertà e la vita» dice il Sindaco. E cosi Allam si dà da fare. Non per risolvere i problemi degli immigrati, ma per crearli. Lo si evince dalla prosa tollerante e aperta - si fa per dire - con cui ha arringato i cittadini di Busto Arsizio in un recente comizio: "Il nemico è fra noi", "va imposto uno stop alla creazione di nuove moschee", "L'Occidente crede che risultati elettorali sanciti dal rispetto formale delle regole democratiche vadano rispettati sempre e comunque". Credo che quanto sopra esposto basti e avanzi per spiegare perché non mi piace Magdi Allam. Oltre ad alimentare l'odio tra cristiani e musulmani, l'uomo disprezza profondamente la democrazia del paese in cui vive da più di trent'anni. Il Comune di Busto Arsizio sta nutrendo un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo. (Fine)

venerdì 21 dicembre 2007

I dolori del "giovane" Allam (II)

Leggi la Prima Puntata

Dopo aver seriamente riflettuto sulla sua "attività professionale", Magdi Allam è passato direttamente a chiedere un nuovo ministero, quello dell’ "Immigrazione, Integrazione e Cittadinanza". Nell’intervista concessa recentemente al Giornale si lamenta: “Nel 2005 dissi a Berlusconi che ero disposto a un’esperienza politica se avesse creato un ministero dell’Identità nazionale e dell’Integrazione. L’idea gli piacque molto. Ma fu dissuaso da Pisanu, offeso dai rimproveri che gli avevo mosso per aver inserito l’Ucoii nella Consulta islamica. Adesso lo ha creato Nicolas Sarkozy in Francia, quel ministero, con la stessa denominazione. Dovrei rivendicare il copyright”. Nei sei mesi precedenti l’incontro, Allam aveva tempestato di chiamate Antonio Martino, Letta, Pera, Formigoni, Cicchitto e Confalonieri nel disperato tentativo di incontrare il Premier. Finalmente ci era riuscito, ma - purtroppo per lui, fortunatamente per gli immigrati - finisce male: Berlusconi lo rimanda a casa con una pacco di cravatte Marinella sotto il braccio. Il nostro si è convinto che a stroncare i suoi piani politici sia stato Pisanu e da quel giorno ce l’ha con lui. Povero Pisanu. Arrivano quindi le elezioni, e cambia il governo. Altro che Ministero, per Allam è un disastro.

Un passo indietro: nel mese di marzo del 2006, il precedente ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, aveva deciso di dare vita a un comitato su 'Scuola e legalità'. Come esperto per le questioni che riguardano le comunità islamiche la Moratti aveva scelto proprio Allam. Dopo le elezioni, ovviamente, è stato scaricato. Ora si accontenta di parlare di queste tematiche dopo le cene dei Lions. Cito testuale da un loro bollettino: "Non sono mancate poi interessanti conferenze su problematiche sociali come quelle riguardanti i temi sulla famiglia e scuola: ricordiamo in queste le presenze dell’ex calciatore Giovanni Galli e Magdi Allam". A quanto pare Allam ha inaugurato una nuova specializzazione: "Il calcio islamico". L'uomo, infatti, è riuscito a finire persino da Biscardi, per dirci cosa pensa Bin Laden del Mondiale di Calcio. Dopotutto, non è goda di questa buona reputazione, da parte dell’attuale maggioranza. Anche il giornalista che lo intervista glielo ricorda: In un’interpellanza il senatore Luigi Malabarba di Rifondazione comunista ti ha dipinto come un mitomane” (Anche quell’interpellanza fu oggetto di un mio scoop su Il Manifesto, ripreso dal Foglio). A rappresentare le comunità islamiche all'interno della commissione ministeriale che si è occupata del problema del bullismo viene quindi chiamata Huda Dachan, figlia del presidente dell'Unione delle Comunità islamiche in Italia (UCOII), Nour Dachan, a sua volta consulente del Ministro dell'Interno, membro della commissione Intercultura e dialogo del comitato nazionale 'Scuola e legalità' nonché collaboratore del Ministro Fioroni. Oltre che acerrimo nemico giurato di Magdi Allam. O almeno, è Allam che lo considera tale.

Magdi Allam è tornato quindi a fare ciò che gli riesce meglio: denunciare nei suoi comizi i "musulmani di professione" che lo fanno solo per soldi e per il potere sociale che ne consegue»". Detto da lui non possiamo che credere alla loro esistenza. D'altronde Allam non fa mica il "musulmano di professione". Lui è - stando al giornalista che lo intervista - solo "Un musulmano che ragiona da cristiano". Un musulmano che, tra l'altro, afferma di non essere "mai stato praticante. Mai pregato cinque volte al giorno col capo rivolto verso la Mecca: solo di rado in moschea. Mai digiunato durante il Ramadan. Nasco musulmano in quanto figlio di musulmani, ma sono come mio padre, che pregava poco o niente e beveva, anche troppo". Un musulmano che ha anche preso l’Eucaristia:Agii d’impulso, pur sapendo che era un atto blasfemo, non essendo io battezzato. Ho sempre provato attrazione per la religiosità, anche quando mi sono professato ateo o agnostico”. Ma come? Si è pure professato ateo? All’elenco non manca che l’Ebraismo. Ma anche qui Allam ha provveduto. Al figlio nato da un secondo matrimonio “ha voluto imporre il nome del re d’Israele che per primo posò gli occhi su Gerusalemme: Davide”. Ci si aspetta quindi che le lacune sull'Islam - imparato grazie alle lezioni private impartite da un docente pagato dalla madre - siano colmate quantomeno da una perfetta conoscenza del Cristianesimo, a cominciare da quello mediorientale di cui si fa paladino. Macché! Nell'intervista afferma: "Non so nulla dei copti e non ho mai messo piede in una loro chiesa". Magdi, ti assicuro che non hanno la peste. E meno male che denuncia la "persecuzione" di cui sarebbero vittime nel suo ex-paese di origine, l'Egitto. Non sorprende quindi che il giornalista gli chieda "Che cosa t’impedisce di convertirti al Cristianesimo?" e che lui risponda: «Niente e nessuno. Il giorno che decidessi di farlo, sarei orgoglioso di annunciarlo». Chissà... magari lo farà il giorno in cui il governo deciderà di revocargli la scorta. Ma data l’altalena spirituale che lo caratterizza, non sono sicuro che non si converta al Buddismo. (Leggi la Terza e ultima Puntata)

giovedì 20 dicembre 2007

I dolori del "giovane" Allam (I)

Il 7 gennaio prossimo, Magdi Allam inaugurerà un sito proprio: www.magdiallam.it, dominio che risulta registrato a suo nome da questa azienda. Lo ha annunciato in una lunga intervista realizzata da Stefano Lorenzetto e pubblicata su Il Giornale. La faccenda ha del ridicolo: si tratta infatti dello stesso dominio per il quale il nostro aveva denunciato la Islamic Anti Defamation League (IADL) circa due anni fa. La colpa della IADL consisteva appunto nell' "attivazione di un sito, in cui si era arbitrariamente utilizzato il mio nome (di Allam, ndr), www.magdiallam.it, colmo di infamie per danneggiare la mia onorabilità e credibilità" e al cui interno c'era "un link a un forum, Noi e gli altri, che è la stessa dicitura del forum da me diretto sul sito del Corriere della Sera", al fine di accrescere il convincimento del visitatore che si tratti proprio del mio sito". In realtà, le "infamie" a cui si riferisce Allam consistevano in un'innocua parodia del "J'accuse" di Emile Zola, mentre il forum - rimasto di fatti inutilizzato - si distingueva da quello di Allam per l'assenza della censura preventiva applicata ferocemente nel forum originale sul sito del Corriere. Nell'intervista al Giornale, Allam annuncia che il suo nuovo sito "si presenterà con questo epitaffio: «L’Occidente è in preda all’ideologia del relativismo cognitivo, etico, culturale e religioso che non distingue il vero e il falso, il bene e il male, la buona e la cattiva azione. È arrivata l’ora di assumerci la responsabilità storica di agire da protagonisti per liberarci dalle ideologie suicide e omicide».

Nel suo penultimo libro, "Io amo l'Italia", Allam aveva anche spiegato come intende intraprendere questa missione profetica: "Pertanto dico a Bush e ai leader occidentali: no a questa democrazia formale perché porta al potere i fascisti e i nazisti islamici, perché è foriera di dittatura e morte". In una recente intervista al Corriere di Como, è tornato a ribadire lo stesso concetto: "l'Occidente è prigioniero delle proprie leggi e libertà, che se interpretate in modo formale si trasformano in ampie maglie dalle quali si infiltrano estremisti che strumentalizzano la democrazia, la libertà e le costituzioni per imporre il proprio arbitrio. Fino a quando l'Occidente non avrà la volontà di guardare dall'interno la realtà dell'estremismo islamico e riparametrare le regole della democrazia in modo che risultino consone a salvaguardare la libertà da chi persegue questi obiettivi, difficilmente riuscirà a contrastare gli eversivi. Anche in ambito locale". Insomma, Allam - ex-estremista comunista e antisemita, educato e cresciuto all'ombra della dittatura nasseriana - odia "l'Occidente prigioniero delle proprie leggi e libertà" e per questo vorrebbe "riparametrare le regole della democrazia formale". Non è che per caso vuole "la dittatura"? Un immigrato egiziano che governa con un pugno di ferro un paese europeo sarebbe un avvenimento di portata storica. Sto già lavorando allo scoop.

E cosi, Allam è passato dal "preoccupiamoci di noi occidentali" (sic) al "Noi italiani (ri-sic) siamo ancora in attesa di un leader e di una classe politica che affrontino i problemi reali anziché ecclissarli, [..] che innalzino il vessillo dei valori, dell'identità e della civiltà". Il Kim-Il-Sung in erba è ovviamente lui. Nell'attesa, però, il nostro aspirava ad esercitarsi sui più poveri ed indifesi: gli immigrati. E cosi, ha cominciato a riflettere sulla sua "attività professionale", già oggetto di due condanne del Garante della Privacy e di svariate proteste da parte degli intellettuali e degli accademici: "La condizione essenziale, che ho posto a me stesso prima di porla agli altri, è di fare politica solo se mi fosse data l'opportunità di poter ricoprire un ruolo istituzionale nel governo". Mica scherza, il giovane Allam. E così, il 14 maggio del 2005, telefona a Gianni Letta e gli spiega che un seggio sicuro al Parlamento non gli basta perché "la mia qualifica di vicedirettore del 'Corriere della Sera' vale dieci seggi". Oltre che premi da 250.000 dollari da Tel Aviv. Il premio, oggetto di un mio editoriale sul Manifesto, è all’origine di una domanda molto interessante del giornalista che lo intervista: Nel 2006 hai vinto il premio Dan David, istituito dall’omonima fondazione israeliana: 250.000 dollari. L’anno dopo hai pubblicato questo libro (Viva Israele, ndr). Qualcuno potrebbe scambiarlo per un gesto di riconoscenza”. Allam nega categoricamente:Chi mi legge sa che difendo il diritto all’esistenza di Israele da molto prima del 2006”. Ciò non toglie che il premio è stato ritirato a Tel Aviv, nel corso di una cerimonia in cui Allam ha declamato la seguente poesia: “Cari amici presenti, noi vincitori del Premio Dan David vi diciamo “Grazie Israele”, vi diciamo “Noi amiamo Israele”, vi diciamo “Siamo tutti israeliani”, vi diciamo “Viva Israele”, vi diciamo "Am Israel hay"!”. Che è proprio il titolo del suo libro. Quando si dicono le coincidenze...(Leggi la Seconda Puntata)

mercoledì 19 dicembre 2007

Buone Feste

Flussi e Salsicce

Sabato scorso è andato in scena per la prima volta il delirante meccanismo di rilascio dei permessi di soggiorno per lavoro, sia subordinato che autonomo. Quest'anno il Ministero degli Interni ne ha inventato una nuova, che da queste parti non si può fare a meno delle sperimentazioni sulla pelle ed i destini degli immigrati. Il metodo, consistente nell'invio della domanda tramite internet, sarebbe anche innovativo, se a dover presentare la domanda di assunzione di extracomunitari non fossero anziani che hanno bisogno di badanti, titolari di ditte che non hanno nessuna voglia di perdere tempo per seguire mille indicazioni tecniche, oppure operai e braccianti che purtroppo non sanno manco firmare nella loro lingua di origine, quindi figuriamoci usare internet. Il risultato è che le file che prima si vedevano alle poste si sono trasferite alle strutture indicate dal Ministero per assistere nell'invio della domanda (Associazioni, patronati, Acli, Arci). Nulla di nuovo sotto il sole: il tanto strombazzato "Niente più file alle poste" è solo fumo negli occhi, un vero e proprio escamotage mediatico teso a nascondere la realtà. E la realtà è che il meccanismo che sorregge questo delirio non è cambiato: era ed è rimasta una lotteria del destino. I permessi piovono col paracadute. Chi prima arriva, e prima riesce ad inviare la domanda ha più possibilità di ottenere un permesso. E, nell'era della tecnologia superveloce, accade che si aspetti anche 60 minuti per l'invio di una domanda o che una domanda inviata prima arrivi dopo quella che l'ha seguita. Chi sceglie invece di non accamparsi davanti al patronato la notte prima o inviare la domanda con una connessione lenta o incerta, si può pure attaccare al tram.

Non c'è nessun criterio di selezione tranne quello dell'ordine di accettazione ed invio delle domande. Non importa se l'immigrato parla già la lingua, se ha un titolo di studio italiano, se ha delle competenze utili per il paese, se ha già un lavoro assicurato o una casa pronta ad accoglierlo. Tutte queste richieste sono buone solo per la retorica mediatica: "Devono imparare la lingua", "Devono conoscere la cultura", "Devono avere una casa decente", "Ci deve essere il lavoro". Si, buongiorno. Al momento del varo del Decreto Flussi, sia la Destra che la Sinistra applicano un criterio molto più primitivo e terra-terra: chi prima arriva, prima prende. E chi dorme non piglia pesci. E cosi l'immigrato che ha studiato in Italia o che risiede in Italia da anni, già integrato e persino con una prospettiva di lavoro sicuro, ha meno possibilità di quello che è appena arrivato o che aspira a venire in Italia. Basta guardare i numeri: su 170.000 posti disponibili, 64.000 sono riservati a colf e badanti, 14.200 gli addetti del settore edile; 30.000 per i restanti settori produttivi, e via dicendo. Solo 1.000 gli ingressi per dirigenti e personale altamente qualificato e 3000 quelli disponibili per la conversione di un permesso di studio in un permesso di lavoro. L'altra follia sottesa dal meccanismo è quella di fare finta che gli immigrati "assunti" si trovino nei paesi di origine. E che i loro datori di lavoro li abbiano messi sotto contratto senza nemmeno vederli. Oppure, forse, dopo averli visti in fotografia. E meno male che in gran parte è gente che deve stare nelle case stesse degli italiani, curando i parenti più cari.

L'immigrato quindi, ammesso e non concesso che riesca ad ottenere uno dei permessi messi in palio, deve uscire dal paese clandestinamente, sostenere il costo del viaggio nel paese di origine, richiedere un visto dal consolato italiano, e ritornare in Italia per riprendere un lavoro che già aveva, ma in nero. Inutile dire che in questo circo si inserisce uno sciame di approffittatori autoctoni e stranieri: una sequela di promesse, ricatti e pressioni per spremere ben bene l'immigrato che aspira alla regolarizzazione. E poi magari il tutto si conclude con un plico di carta bianca che lo straniero consegna nell'illusione che il suo datore di lavoro abbia compilato tutto, o con una segnalazione alla polizia per sbarazzarsi dell'immigrato clandestino in maniera veloce ed efficace senza dover sborsare gli ultimi stipendi. Sia la legge Bossi-Fini che l'attuale meccanismo di concessione dei permessi per lavoro sono procedimenti criminogeni, nel senso che producono e inducono alla criminalità. Il datore di lavoro sfrutta l'immigrato promettendo permessi e regolarizzazione e poi lo scarica, l'immigrato invece è costretto a vivere in clandestinità anche se lavora. Inutile dire che la follia del sistema induce molti anche a rinunciare e continuare a fare in nero. O a abbandonare completamente la prospettiva di assumere l'immigrato. E' incredibile come l'Italia non riesca ad ispirarsi all'esperienza di altri paesi per predisporre un meccanismo efficiente che gestisca l'assunzione, regolarizzazione e integrazione dei lavoratori immigrati. E' evidente che non interessa a nessuno: né ai politici a cui conviene agitare lo spauracchio dell'immigrazione, né agli imprenditori che li sfruttano sui propri cantieri e nelle proprie industrie, né alla Mafia che li impiega nei lavori di bassa manovalanza, e tanto meno ai giornalisti che sono invece interessati solo ai casi di cronaca nera e al sensazionalismo. Otto Von Bismarck diceva: "meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte". Oggi direbbe: "Meno gli immigrati sanno di come vengono fatti i decreti e le leggi, e meglio gli italiani dormono la notte. O vanno a spasso con i maiali".

martedì 18 dicembre 2007

Il Buon Samaritano

di Alessandra Farkas, Il Corriere

La foto, sulla prima pagina del New York Post, mostra due giovani con gli occhi pesti, Hassan Askari e Walter Adler, il primo islamico, ebreo il secondo, che si abbracciano sopra la didascalia a caratteri cubitali: «Peace Train», il treno della pace. «Musulmano salva ebrei da un gruppo di delinquenti nella metropolitana» (...) E così, mentre il New York Police Department denuncia un incremento del 20% nei crimini razziali rispetto a un anno fa, il 20enne Askari ha sfidato gli inossidabili cliché sui musulmani, rischiando di essere linciato per soccorrere quello che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto essere il suo arcinemico. L'incidente è avvenuto venerdì sera sulla linea Q della metropolitana, quando Adler e la fidanzata Maria Parsheva, entrambi 23enni, stavano tornando a Brooklyn insieme a due amici, ebrei come loro, dopo aver celebrato Hannukkah, la Festa delle Luci ebraica che dura otto giorni e quest'anno è iniziata il 4 dicembre. Quando un chiassoso gruppo di otto uomini e due donne seduti nella stessa carrozza si è messo ad urlare a squarciagola «Buon Natale», i quattro amici hanno risposto sorridendo «Happy Hannukkah». «L'hanno fatto in maniera cordiale », ha spiegato più tardi Askari, «per questo sono rimasto esterrefatto dalla loro reazione». «Gli ebrei hanno ammazzato Cristo proprio ad Hannukkah», ha replicato in coro la combriccola. Due di loro si sono tirati su la maglietta per mostrare l'enorme Gesù tatuato sul dorso. Sono volati pugni, calci e gli insulti «sporchi ebrei» e «puttane giudee». «Uno ha persino tirato fuori il coltello minacciando di ucciderci», dice la Parsheva. E' a questo punto che Askari ha deciso di intervenire, consentendo ad Adler di sottrarsi alla mischia per azionare il freno d'emergenza e dare l'allarme. (...) Quando il treno è arrivato alla fermata successiva, la polizia ha fatto irruzione nella carrozza arrestando gli aggressori. «Mi sono chiesto perché nessun altro abbia alzato un dito», spiega adesso Adler, «Hassan è un eroe». «Mi sono limitato a fare ciò che mi ordinava la mia coscienza», minimizza il ragazzo musulmano, che non avendo assicurazione non si è neppure potuto far medicare al Pronto Soccorso, «i miei genitori mi hanno allevato così». Dopo l'incidente molti newyorchesi si sono offerti di pagare gli studi di Askari, costretto a ben due lavori per mantenersi all'università. Ben diversa la sorte del 19enne Joseph Jirovec, il capo della banda, già condannato a sei mesi di carcere per aver assaltato tre afro-americani nel 2005, che adesso rischia sette anni di galera. (...)

lunedì 17 dicembre 2007

Il Dalai Lama e il Dialogo

Ieri ho avuto l'onore e il piacere di ascoltare il discorso che Sua Santità il Dalai Lama ha tenuto, davanti ad un pubblico ristretto, nella Sala del Consiglio Regionale del Piemonte*. La relazione di Sua Santità, incentrata sul tema "il governo e la compassione", è stata uno dei discorsi politici più chiari ed onesti che io abbia mai ascoltato in vita mia. Particolarmente cristallino, per esempio, nel momento in cui ha affermato che "una volta raggiunto l'accordo con la Repubblica Popolare Cinese, diremo ai nostri amici e sostenitori: Grazie e arrivederci". Particolarmente gradito quando ha accennato alla pacifica presenza e convivenza con la comunità islamica, sia in Tibet che in India. Quattro consiglieri regionali hanno portato i saluti dei gruppi consiliari, e qualcuno ha polemicamente accennato al fatto che "c'è chi ha avuto paura di incontrare Sua Santità" sia in Italia che in Piemonte. La posizione del governo italiano, che ha preferito evitare un incontro istituzionale e un discorso ufficiale nell'aula del Parlamento è comprensibile alla luce della delicatezza della questione tibetana e degli accordi economici in ballo con la Cina. Meno comprensibile, invece, è il rifiuto del Vaticano di incontrarlo. In ottobre, un funzionario della Santa Sede che aveva chiesto di restare anonimo aveva detto ai giornalisti che il Papa avrebbe incontrato il leader spirituale dei buddhisti tibetani il 13 dicembre. Dopodiché il dietrofront: il portavoce ha affermato che "non c'è in agenda alcun incontro" con il Dalai Lama e ha detto che non c'era mai stato un annuncio ufficiale in quel senso. Il consigliere dell'Appennino Reggiano Francesco Benaglia (Forza Italia) ha sintetizzato la sua delusione con poche ed efficaci parole: "Il Papa ha cancellato l'incontro, cosa che, come cattolico, mi urta ancora di più del fatto che Prodi non riceva il Dalai Lama". D'altronde Sua Santità non ha fatto mistero del suo disappunto: "Il Papa però rappresenta una importantissima spiritualità e la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi". Non a caso Egli rimpiange Papa Giovanni Paolo II: "Ha promosso i valori spirituali, e il dialogo inter-religioso. Mi manca". Dialogo che sembra essere stato relegato in soffitta. Chissà perché è saltato l'appuntamento in Vaticano. Non sarà mica perché il Dalai Lama si considera "metà buddista, metà marxista" affermando, anche nel corso dell'incontro tenutosi a Torino, che "Davvero, credo che il marxismo sia ancora la chiave di una giustizia sociale ed economica"?

* Nella foto, da Sinistra a Destra: il sottoscritto, Enzo Ghigo (già Presidente della Regione Piemonte), Sua Santità il Dalai Lama, Giampiero Leo (già Assessore alla Cultura della Regione Piemonte e attuale Coordinatore Nazionale dell'Associazione Regioni, Enti e Comuni per il Tibet).

sabato 15 dicembre 2007

Ma lavorate anche oggi?

di Massimo Calandri, La Repubblica

L´assoluzione di un falegname marocchino di 44 anni, pronunciata dal giudice Emilio Gatti, è l´ultimo capitolo di una brutta pagina della polizia genovese. Un genere di storia che da qualche anno si ripete con inquietante frequenza nel capoluogo ligure. Lo straniero era stato accusato di resistenza e lesioni dai due agenti che lo avevano fermato. «Il fatto non sussiste», ha invece stabilito il tribunale, smentendo - con tanto di testimoni - la tesi degli appartenenti alle forze dell´ordine. Ma c´è dell´altro, purtroppo. Perché il giorno del fermo, il nordafricano fu portato in una cella di sicurezza della questura. E picchiato con tanta violenza che gli spappolarono la milza. Operato d´urgenza, lo straniero è oggi un invalido. I due poliziotti, che lo accusavano ingiustamente di aver «resistito», sono stati condannati a due anni di reclusione (con la condizionale). Non lavorano più a Genova. Dovranno risarcire il falegname, che attraverso il suo avvocato chiede 250.000 euro. Anche in questo caso i giudici gli hanno dato ragione, fissando per il momento una provvisionale - da liquidare al più presto - di 40.000 euro. Sono sempre più numerose le denunce presentate da cittadini extracomunitari, che lamentano soprusi e violenze da parte della polizia. La conferma arriva dai legali che tutelano le associazioni degli stranieri, e dalla stessa procura genovese. Il caso di I. V., difeso dall´avvocato Graziella Delfino, è però esemplare. Marocchino da quindici anni regolarmente residente in Italia, in possesso di un permesso di soggiorno e di una carta d´identità italiana, falegname specializzato nella costruzione di imbarcazioni, sposato e padre di due bambini. Questo è il nostro uomo. Che in un giorno di festa, sale a bordo di un autobus cittadino. Vorrebbe obliterare il biglietto, ma davanti alla macchinetta ci sono due poliziotti in divisa. Sorride, si rivolge a quelli con una battuta: «Ma lavorate anche oggi?». E però gli agenti non la prendono bene. Per niente. Gli intimano di scendere dal bus, chiedono i documenti. I. V. mostra la carta d´identità. Non ha con sé il permesso di soggiorno, ma basterebbe una verifica via-radio per chiarire tutto. Arriva una "volante". Il falegname viene invitato ad andare con i poliziotti in questura. Comprensibilmente protesta. «Non ho fatto niente», ripete. Finisce in cella di sicurezza, e più tardi viene fatto salire ai piani superiori per il fotosegnalamento. «Si è ribellato, ci ha aggrediti», racconteranno gli agenti. «Ho solo detto che era un'ingiustizia, e loro si sono messi a picchiarmi», risponderà lui. Pesto e dolorante, il giorno dopo lo straniero si presenta al pronto soccorso. Mezz´ora più tardi è in sala operatoria. La milza è spappolata. Partono due procedimenti: quello avviato dagli agenti, che lo accusano di resistenza e lesioni (uno dei poliziotti presenta un certificato medico: sette giorni di prognosi); quello mandato avanti dal nordafricano grazie all´avvocato Delfino, per lesioni. Ieri il tribunale ha rimesso le cose a posto: il racconto dei poliziotti, secondo cui I.V. era ubriaco e violento, è stato smentito dagli stessi colleghi.

venerdì 14 dicembre 2007

Lombardo? Ma per favore!

Rimango in tema di scuola ma mi sposto qualche chilometro...in un'altra scuola elementare della zona, lo scorso anno era stata portata avanti un'iniziativa volta alla "conoscenza reciproca degli alunni e all'educazione al rispetto interculturale". In pratica venivano invitati alcuni animatori-educatori di una associazione culturale di Milano che insegnavano ai bambini, sotto forma di gioco, le basi delle tre lingue parlate dalle etnie più rappresentate nella scuola: arabo, cinese, rumeno. E fin qui, nulla di scandaloso. I bambini si divertivano ma qualche genitore (uno dei quali, un mio collega leghista, mi ha informato della cosa) si è posto un interrogativo: giusto insegnare ai bambini italiani aspetti della cultura dei bambini stranieri in modo da poterli più facilmente accettare ed evitare che si formino "mini-ghetti" nelle classi, ma non sarebbe altrettanto giusto insegnare a tutti, italiani e stranieri, aspetti molto importanti della nostra cultura locale, come il dialetto, l'origine dei proverbi e delle tradizioni? Il mio amico si è sentito rispondere dalla direttrice della scuola: "insegnare il dialetto nella scuola? Qui siamo diventati matti! Già ci sono bambini che parlano 10 lingue diverse e fanno fatica a parlare l'italiano, e vogliamo anche insegnare loro il dialetto? Lo insegni lei a suo figlio se vuole". Il mio commento è: perché cinese, rumeno e arabo si, e dialetto lombardo no? Perché insegnare ai bambini italiani la cultura straniera, e non viceversa? Aspetto da voi tutti una risposta.

Fabio

Non mi sembra che il dialetto lombardo abbia la dignità di una lingua.

Sherif

Se il lombardo avrà un riconoscimento linguistico di carattere statale - ossia diventa una lingua - (cfr. L. 482/99 approvata dopo una legge costituzionale della quale dà attuazione) allora può essere insegnato, ma deve prima essere scritto, ufficializzato, dotato di una grammatica e di un vocabolario unico. Guardate per esempio quello che succede nella mia Regione (a statuto speciale, tra l'altro): la legge sopra citata ha tutelato, definendola a carattere di lingua, la parlata locale; una società si è incaricata di scriverne la grafia, è stato creato un vocabolario che ha carattere ufficiale e una grammatica, con il risultato che questa lingua viene insegnata nelle scuole, inserita negli atti ufficiali della P.A. locale e nella cartellonistica stradale e degli uffici pubblici, in regime di bilinguismo, viene addirittura utilizzata nei Consigli comunali o provinciali con tanto di presenza di un traduttore simultaneo. Vediamo se indovinate di quale Regione si tratta (Sherif, non suggerire!), vi dico solo che è in "Padania".

P.

Non è questione se il dialetto lombardo o veneto ecc. abbiano più o meno dignità, ma quale utilità possano avere. Credo che non si possa nemmeno pensare di paragonare l'inglese, l'arabo, il cinese, lo spagnolo ai ns.dialetti locali, parlati per di più anche in loco da una minoranza. Ad esempio quando si insegna l'arabo, non si insegnano le varianti dialettali marocchine, egiziane, siriane ecc.(che variano sensibilmente tra di loro ed anche in rapporto all'arabo ufficiale), perchè ognuna parlata da una minoranza di persone nel complesso del mondo arabo. Si insegna ciò che unisce, non ciò che divide, e ciò che è utile, non ciò che è inutile.(ditemi a cosa può servire nel 2007 conoscere il dialetto lombardo!con tutto il rispetto per i dialetti). Salaam

Abu Yasin

martedì 11 dicembre 2007

Poliziotti e Cafoni

Lettera pubblicata sul quotidiano La Stampa

Dieci del mattino, metropolitana affollata, nervosismo e generale scortesia. Un ragazzo si sente male. Barcolla e poi sviene, lo sorreggono ma sviene di nuovo. Intorno c'è la solita indifferenza. Dopo un po' si diffonde il malessere e cominciano a volare insulti per i suoi compagni che non lo fanno scendere e stanno li, incapaci di reagire. Volano insulti e parolacce: "Fatelo scendere! Deve scendere, lo capite o no?" Alla fine questi decidono. Afferrano sotto le ascelle l'amico privo di sensi, lo trascinano verso l'esterno, verso la banchina. Sulla soglia della Metropolitana, il ragazzo vomita sangue. Per tre volte vomita sangue. Siamo alla fermata Flaminio. Vanno tutti di corsa. Arriva la Sicurezza, qualcuno chiama il 118 e scompare nella folla, qualcuno si preoccupa di pulire per terra. La maggior parte osserva disgustata. Finalmente arriva la Polizia. Facciamo spazio, ci penseranno loro, ci diciamo, per fortuna sono arrivati in fretta. Un attimo di silenzio, poi il primo sentenzia: documenti. Documenti? Non che succede, come sta, è svenuto, avete chiamato l'ambulanza, c'è un medico? No, documenti. E' un gruppo di ragazzi pachistani. Prima i documenti, poi il resto. Come sta ve lo dico io: il documento ce l'avevano e i suoi amici non sono scappati davanti alla Polizia. Adesso sono tutti in ospedale. Mi sono raccomandata di non lasciarsi spaventare da cafoni e poliziotti e, forse, hanno anche voluto darmi retta. Però, che razza di raccomandazioni da dare a uno straniero nel mio paese.

Silvia Bencivelli

lunedì 10 dicembre 2007

Il Silenzio e la Parola

Torno a scrivere di Giorgio Bettio, il consigliere leghista di Treviso che ha suggerito "metodi da SS" per gestire gli immigrati musulmani in Italia. L'opposizione aveva ritenuto "l'uscita talmente priva di senso da non meritare alcuna risposta". Massimo Gramellini ha elogiato questa scelta con un editoriale pubblicato in prima pagina su La Stampa: "Come tutti i chiacchieroni, sono un ammiratore del silenzio. (...) quello con cui l'altra sera a Treviso i rappresentanti dell'opposizione hanno incassato la provocazione di un consigliere leghista, che suggeriva di applicare agli immigrati «il metodo delle SS, punendo dieci extracomunitari per ogni trevigiano a cui venga recato danno o disturbo». Sono vent'anni che troppi seguaci della Lega brandiscono il linguaggio come una clava bitorzoluta. Il loro è un rumore di fondo che non ha mai prodotto nemmeno un colpo di fionda. Resta però quel ronzio fastidioso, quella volgarità ostentata come una medaglia di appartenenza al popolo. Proprio ieri si sosteneva la necessità di pretendere dagli immigrati lo studio della lingua italiana. Ma gli italiani, anche quelli vessati dall'immigrazione più impunita, dovrebbero sforzarsi di usare la loro lingua in modo un po' più rispettoso, dato che chi parla male pensa male e vive peggio. Con gli inquinatori del linguaggio, l'indignazione e l'ironia non funzionano. L'unica contromisura è quella usata dall'opposizione a Treviso: la decimazione delle parole, ovvero il silenzio. Perché li spiazza, facendoli sentire come degli attaccabrighe maneschi davanti a un Gandhi. Abbastanza inutili".

Ebbene, non condivido l'appello al silenzio, anche se sono d'accordo con Gramellini quando dice che "gli italiani, anche quelli vessati dall'immigrazione più impunita, dovrebbero sforzarsi di usare la loro lingua in modo un po' più rispettoso". La Parola è importante. Il problema è che, in Italia, l'indignazione alimentata dalla Parola non funziona. Uno come Santoro può servire al pubblico della televisione di Stato una trasmissione taroccata che alimenta l'allarme sociale e il razzismo, ricevere decine di email di protesta e non battere ciglio (salvo liquidare alla chetichella la giornalista che ha realizzato il servizio incriminato). Come se non fosse accaduto nulla. L'ironia, invece, non parliamone: non mi sembra che la satira italiana stia vivendo la sua Epoca d'oro. In un paese in cui i politici sono diventati (pessimi) comici, i comici si improvvisano capi-popolo, oppure vengono investiti dello Spirito Santo. Prendete Beppe Grillo: un giorno pubblica una considerazione intelligente tipo che dall' "11 settembre 2001, siamo una nazione a rischio attentati islamici. Sono passati più di sei anni e a memoria non si è avuto un solo morto o ferito a causa della Jihad in Italia. Quasi un record. Non si è visto un solo invasato con il turbante o un fanatico con la barba coinvolto in una rapina, in un fatto di sangue, in un assalto in villa", il giorno dopo chiede di impedire al Ministro degli Esteri d'Alema di parlare ai ragazzi nelle scuole perché ha affermato che “L’Islam per tradizione è tollerante, se non fossimo andati noi a dargli fastidio con le crociate”, e - pensate un po' - l'ultima crociata è avvenuta nel 1271. Non lo sfiora nemmeno il dubbio, il Beppe nazionale, che qualcuno abbia definito "Crociate" anche le guerre in Iraq e Afghanistan. Benigni, invece, che ha solo il merito di svolgere bene il suo mestiere - e cioè quello di fare l'attore - viene addirittura candidato come Premio Nobel per la Letteratura e la sua lettura definita "alta teologia" dal Vaticano per aver recitato la Divina Commedia in televisione. Luttazzi, infine, viene cacciato dopo aver proferito nel corso del suo programma irrepetibili insulti all'indirizzo di Ferrara.

In un clima del genere, dovrebbe funzionare almeno la Legge, il codice penale, la magistratura. Non serve né il silenzio, né l'ironia e tantomeno le chiacchiere. Non so che farmene del silenzio, degli aneddoti, o della consueta "presa di distanza", quando queste servono solamente a lasciare impuniti i fomentatori di odio, liberi di servire il bis alla prima occasione disponibile. Il consigliere Bettio - quello delle SS - dopo aver addebitato la sua inqualificabile uscita alla "difesa della mamma" e all' "ora tarda", si è giustamente meravigliato della differenza di risonanza che le sue parole paiono aver assunto in sole 24 ore rispetto a quanto avviene "per elementi della Lega ben più pesanti di me". E noi sappiamo bene, cosa dicono gli elementi della Lega che sono "più pesanti" del Consigliere Bettio. E sappiamo altrettanto bene che nessuno si muove "d'ufficio" per denunciarli per istigazione all'odio razziale, per discriminazione o per qualsiasi altro reato pur previsto dal codice penale italiano. L'altro giorno un commentatore mi ha persino deriso per aver invocato l'intervento della magistatura o delle forze dell'ordine contro simili dichiarazioni poiché "siamo in una democrazia". La parola d'ordine sembra essere "Can che abbaia non morde" e - tutto sommato - la Lega ha sempre invocato l'Apocalisse poi "si è sempre dimostrata ragionevole". Eccome no: basta capire come funziona la Legge Bossi-Fini sull'immigrazione o la lotteria dei permessi di soggiorno per lavoro per accorgersene, di quanto sono "ragionevoli". Con questa scusa, i leader della Lega possono invocare secessioni, insurrezioni, rivoluzioni e assalti armati. Benissimo. Non si capisce allora perché gli Imam fondamentalisti non possono invocare altrettanto dai pulpiti delle moschee. Chissà: magari anche loro riusciranno a dimostrarsi "ragionevoli" al momento opportuno. La libertà di espressione è una libertà che deve essere esercitata con responsabilità. Non si può chiedere agli immigrati di farlo quando ad esercitarla ci sono degli autoctoni irresponsabili.

mercoledì 5 dicembre 2007

Il Sapone, i Magistrati e i Nazisti

Sapone fabbricato da grasso umano
Campo di Concentramento di Buchenwald
Prova esibita al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, 1945


S
crivo oggi per riferire, nell'ordine, una non-notizia e una notizia. Secondo Giorgio Bettio, consigliere comunale della Lega Nord a Treviso, occorrerebbe "usare metodi da SS" per gestire l'immigrazione. È quanto accaduto, riferiscono il Corriere del Veneto e la Tribuna di Treviso, nella seduta consiliare di ieri, durante la quale Bettio - nel riportare un battibecco condominiale con coinquilini di fede musulmana occorso alla madre - avrebbe sostenuto che nei confronti di queste persone è "inutile la legge del taglione" e molto più proficui i sistemi adottati dalle SS nei confronti dei detenuti nei lager. Questa era, appunto, la non-notizia. Perché in Italia - non da oggi, non da ieri, ma da anni - dichiarazioni simili, su tutti i livelli, sono praticamente quotidiane. Ormai ho perso il conto, sembra di essere ripiombati in pieno Ventennnio Fascista. "Le opposizioni evitano qualsiasi reazione ritenendo l'uscita talmente priva di senso da non meritare alcuna risposta". Questa si, invece, che è una notizia. Perché da oggi sappiamo che persino le cosiddette opposizioni risparmieranno il fiato, gli inutili comunicati stampa e le rituali prese di distanza con cui di solito reagiscono a queste uscite. Non faranno più un bel nulla, non parleranno neanche, perché - udite, udite - le uscite pro-naziste di un consigliere comunale nel corso di una seduta consiliare e all'interno di un Comune sono "prive di senso". Ma se è folle e delira come è che è stato eletto? Perché partecipa alle sedute del Consiglio? Perché non interviene la Polizia? Mistero.

La verità è che anche i discorsi dei Nazisti "della prima ora" venivano liquidati in questo modo. Sappiamo bene come è finita. Tra l'altro quel consigliere comunale dice solo ciò che pensano molti italiani, a partire da quelli che lo hanno eletto. La vicenda mi colpisce in modo particolare proprio perché alcune settimane fa ho avuto la sfortuna di salire su un Taxi con un'amica e passare da Porta Palazzo, il quartiere multietnico di Torino dove sono concentrati molti negozi e macellerie arabe. Ebbene, il simpatico tassista, sentendosi a suo agio con due "italiani" (di cui uno finto, cioè il sottoscritto) si è messo ad inveire contro questa "alta concentrazione" di arabi. E ad un certo punto si è messo ad elencare misteriose sigle, dicendo che dovrebbero essere montate proprio in quella piazza per "fare pulizia". Di fronte alle nostre facce perplesse, ci spiegò gentilemente che erano le mitragliatrici usate dalle SS. "Perché qui bisogna fare come faceva Hitler. Sapone, bisogna farne di questi qua. Sapone. D'altronde Hitler faceva sapone anche degli zingaracci, no?". Immaginate il sottoscritto mentre sente quel deficiente elencare i metodi con cui avrebbe fatto sapone degli arabi. Ho evitato di replicare per non mettere ancor più a disagio l'amica che mi accompagnava in questa gita istruttiva. Il giorno dopo, poverina, mi manda una email: "Sono arrivata indenne aaccompagnata del diretto discendente di Adolfo (Hitler). Avremmo dovuto avere un piccolo registratore tipo agenti segreti e poi farlo sentire nei posti giusti!! Come siamo lontani dall’integrazione!! (...) Chissà quante te ne senti dire in giro, ma la colpa è anche tua perché anche se non sembri proprio nordico ma al massimo un ragazzo del nostro sud, non hai la minima inflessione straniera e parli l’italiano perfettamente cosicché nessuno mai immagina che sei anche un pochino “arabo”. Per fortuna in te prevale la mentalità nordica e spero che non la prendi troppo male. Comunque ti voglio dire che mi dispiace davvero nei tuoi confronti e nei confronti di tutti quelli a cui succedono queste situazioni".

Ne sento tante, si. Colpa del mio aspetto, mitigato dalle origine greche e dell'italiano imparato dai Salesiani. E proprio per questo non me la bevo, la storia degli italiani "brava gente" e dell'Italia paese dei Balocchi dove non esiste la xenofobia. Quelle balle, le vadano a raccontare ad altri, e io sarò lì - fidatevi - a smentirle. Ciò che mi chiedo, invece, è cosa fanno la Magistratura e le Forze dell'Ordine, in questo paese. Nessuna indagine, nessun arresto, nessun processo, nessun "intervento dovuto", nessuna richiesta di rinvio a giudizio per "istigazione all'odio razziale". Proprio nel momento in cui fioccano le passeggiate dei maiali, le fiaccolate contro le moschee, gli attentati contro i luoghi di ritrovo dei musulmani e la rievocazione-elogio dei metodi nazisti. Proprio nel momento in cui anche le opposizioni tacciono e liquidano come "prive di senso" le dichiarazioni rilasciate all'interno di un'istituzione da un consigliere eletto. Ce lo racconta Marco Travaglio, cosa fa la Magistratura: "Secondo il Procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli, (il Magistrato) Clementina Forleo va pure punita perché un giorno, avendo visto due poliziotti che pestavano un immigrato reo di non aver pagato il biglietto sulla metropolitana, intervenne a farli smettere gridando “è ora di finirla”, salvando il malcapitato dal pestaggio e poi dichiarando ai giornali che i due agenti “l’hanno sbattuto brutalmente per terra”. Che c’è che non va? Così facendo, secondo il Pg, la Forleo “dapprima offendeva l’onore e il decoro degli agenti” e addirittura “la reputazione dell’intero corpo di Polizia dello Stato”, venendo così meno “ai doveri di correttezza e di equilibrio”. Ecco: doveva lasciare che i due completassero l’opera, e magari venissero promossi dirigenti della Polizia o dei servizi segreti, come i loro colleghi del G8 di Genova. Peccato che il magistrato abbia l’obbligo di denunciare i reati di cui è a conoscenza e, se può, di impedire che vengano commessi. Sembra una macabra barzelletta, ma è anche per aver salvato un magrebino da un pestaggio che Clementina Forleo rischia di essere punita dal Csm". L'esito, anche in questo caso, si sa.