"Nel periodo coloniale, le armate comandate da Oreste Baratieri, Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani commisero ogni genere di azione violenta, eppure gli storici dell'epoca si ostinavano a propagandare, anche con pubblicazioni rivolte ai ragazzi, il mito degli "Italiani, Brava gente". In "Sim, Ragazzo abissino", trionfa un paternalismo subdolamente razzista nei confronti delle “popolazioni barbare”. In questo testo, sin dalle prime battute, il lettore è edotto delle finalità dell’impresa coloniale italiana dalle parole del principe Fabio di Otricoli, nobile romano giunto in Abissinia per un nobile e glorioso scopo: servire la patria, rendendo devote all’Italia le popolazioni indigene. Tra alcuni schiavi liberati, il principe resta affascinato dalla nobile figura di un ragazzo, Sim, “un magnifico esemplare tra le varie razze etiopiche”. I buoni italiani offrono agli schiavi liberati la possibilità di rifugiarsi sotto la gloriosa bandiera dell’Italia, loro nuova patria, e Sim viene portato a Roma, dove inizia la sua avventura. “Si andava verso l’Italia bella, verso la nuova patria, dove non esistono schiavi, ma tanti babbi buoni come “Celenza””, pensa tra sé e sé Sim durante il viaggio"
Il procuratore aggiunto Armando Spataro risponde a Magdi AllamPrima ancora che uno studioso, Paolo Branca è una persona che si mette in mezzo. Un luogo comune menefreghista vuole che, a mettersi in mezzo, si finisce solo per prenderle. E in effetti a Paolo Branca è capitato purtroppo di subire attacchi ingenerosi al limite della diffamazione per la tenacia con cui cerca di allacciare fili di dialogo fra l’Italia cattolica in cui s’è formato e l’islam con cui essa è chiamata a cimentarsi, dentro casa e alle sue porte.
Ma la vicenda intellettuale di Paolo Branca ci testimonia il contrario del luogo comune: a mettersi in mezzo, si apprende. Non sono dunque solo generosità o lungimiranza le virtù di chi si offre come tramite di mediazione, incontro, reciproca comprensione. Nelle figure “di mezzo” come Paolo Branca si esprime anzitutto la più moderna e dinamica ricerca culturale del nostro tempo.
Da quando la vicenda islamica è tornata a condizionare sensibilmente il mondo contemporaneo, abbiamo bisogno come il pane di traduttori. Invidiamo coloro che conoscono la lingua, la storia, la cultura e la principale religione degli arabi, avendole studiate per tempo, e non potremmo più fare a meno di loro. Ma c’è modo e modo di impiegare questo patrimonio culturale. Chi resta prigioniero dello schema ideologico secondo cui l’islam è il nemico storico di sempre, naturalmente destinato a sottometterci a meno che noi gli si imponga il nostro dominio, chiederà ai traduttori di assolvere a una funzione meramente spionistica: svelateci la trama avversaria, il linguaggio biforcuto di coloro che ci sorridono in inglese ma ci disprezzano in arabo, e s’insinuano fra noi con l’intenzione di costituire un contropotere rigorosamente separato temporeggiando fino al giorno in cui avranno forza sufficiente per distruggerci.
Parafrasando il titolo di un capitolo di questo libro, l’obiettivo sarebbe quello di reclutare “traduttori-traditori”. Ora noi sappiamo bene che la cristallizzazione ideologica della dottrina ufficiale coranica, la mortificazione della democrazia in molti paesi arabi e la minaccia rappresentata da un integralismo talvolta violento fino alla ferocia, generano nobili figure di dissidenti perseguitati e minacciati che meritano tutto il nostro rispetto e il nostro sostegno. Ma sarebbe miope limitare il nostro dialogo con l’islam contemporaneo al solo rapporto con queste figure dissidenti.
Il libro di Paolo Branca ci propone un approccio più articolato e fruttuoso. Come intellettuale “di mezzo” egli incrocia l’esperienza accademica con la militanza quotidiana sul territorio. E’ molto interessante nelle pagine che seguono l’intreccio fra le riflessioni di carattere storico, politico, teologico, e la verifica quotidiana delle pratiche d’integrazione. Prezioso è il racconto sulla scuola milanese di via Quaranta, e più in generale sul coinvolgimento delle famiglie immigrate nella ricerca di un’educazione dei figli rispettosa delle tradizioni ma aperta alla società d’accoglienza. Altrettanto interessante è il percorso avviato con i giovani della seconda generazione immigrata, nella consapevolezza che da loro potrà scaturire un nuovo islam europeo in grado di piegare la rigidità dell’islam mediorientale. Una visione dinamica del presente e del futuro che l’opera di Branca fonda sull’analisi di un passato troppo ricco e vario per essere ridotto a blocco monolitico.
L’identità smette così di essere agitata come un feticcio, ne viene riconosciuta l’evoluzione concreta nella vita della gente e nella contaminazione reciproca, smentendo gli spacciatori di un’appartenenza rigida, antistorica, che riduce il passato a miti contrapposti.
Il tempo sarà galantuomo con personalità generose come Branca, capaci di passare dalle biblioteche e dalle aule universitarie agli incontri di strada. E allora lui potrà ricordare con ironia pure qualche calcio negli stinchi rimediato nel corso del suo faticoso lavoro per la pace, in un tempo dominato dalla guerra.
di Niccolò Zancan, La Repubblica
di Nicolò Zancan, La Repubblica
Treviso - Una cinquantina di fedeli è stata costretta a celebrare la preghiera collettiva del venerdì in un parcheggio, con i tappeti stesi sull'asfalto, dopo che l'amministrazione leghista ha proibito loro di riunirsi nel centro sportivo messo a disposizione, gratuitamente, da un imprenditore locale. (...) "Tanta severità è quantomeno sospetta", ribatte a distanza Giuseppe Zambon, il proprietaro del circolo sportivo: "In passato qui abbiamo ospitato molti convegni e feste e mai Comune e polizia municipale hanno avuto qualcosa da obiettare". (...) Giancarlo Gentilini (Lega Nord): "Era un tumore che poteva degenerare in metastasi, noi l'abbiamo estirpato". (...) Il presidente della comunità musulmana Joussef Tadil. "Solo due giorni fa i vigili sono venuti a controllarci, uno ad uno, durante la preghiera. Potevano benissimo farlo prima o dopo, senza interferire in un momento che per noi è sacro". (...) Anche la prossima preghiera settimanale si svolgerà all'aperto, stavolta nel piazzale di un'abitazione privata di proprietà di un fedele musulmano, nel paesino di Villorba, alle porte del capoluogo. Ma non si escludono altri intoppi: gli amministratori locali leghisti, hanno già fatto sapere di non gradire affatto "un assembramento di stranieri". (...) Sferzante, infine, l'editoriale della Tribuna, il quotidiano più diffuso nel Trevigiano: "Un'escalation che lascia sbigottiti e proietta un'ombra cupa, violenta, sulla città e sulla Marca", scrive il direttore Sandro Moser. "Ciò che stupisce però - aggiunge - è che pochi, pochissimi, nella cosiddetta società civile, anche di fronte alle manifestazioni più brutali e vergognose di intolleranza, fanno sentire la loro voce. Da che parte stanno, davvero, i trevigiani?". Leggi su Repubblica
Leggi la Prima PuntataChe Magdi Allam, vicedirettore onorario del Corriere della Sera, parli di cose che non sa è risaputo. A suo tempo, Massimo Campanini, affermato accademico e islamologo dell'Università di Milano, si era persino meravigliato a tal proposito: "stupisce notare come Magdi Allam sembri del tutto ignorare la letteratura scientifica sulle questioni mediorientali". Ci si aspetta allora che Allam sappia fare almeno il giornalista. Nella lunga intervista al Giornale egli afferma che «chi vuol fare il giornalista, deve stare alla larga dai giornalisti, io vado in redazione a Roma solo per incontrare qualche persona». Al Corriere, però, sembra che la pensino diversamente: sono proprio i giornalisti, a voler stare alla larga di lui. E il portale Informazione corretta conferma, raccontando che per Allam quello attuale è "un brutto momento. Il Corriere della Sera ha ricevuto una lettera firmata da molte personalità, tra le quali anche alcuni giornalisti israeliani" che stigmatizzano il suo modo di fare giornalismo, già oggetto di due condanne del Garante alla Privacy, lettere di protesta, appelli pubblici e cause giudiziarie. Poi uno si chiede, ma il povero Allam - che "Ha dovuto dire addio anche alla montagna, al ristorante, al cinema" - e quindi a qualsiasi luogo dove entrare in contatto con la gente, a cominciare dai protagonisti dei suoi articoli, ovvero i musulmani - causa scorta, "minacce" e via dicendo - riesce ancora a fare il giornalista, stando alla larga anche dai colleghi giornalisti? Che è...ascolta le notizie dallo spazio come Superman? Sembra proprio di si. Non a caso il giornalista che lo intervista gli chiede: "Ora sei vicedirettore «ad personam» del Corriere. Si vergognano a metterti nella gerenza?" E Allam risponde: "L’avrei auspicato. Ma la qualifica è simile a un titolo di merito, non ho mansioni esecutive. In Italia il formalismo prevale sulla sostanza e le regole sindacali su tutto". A volte però, e non bisogna dimenticarlo, anche il Buon senso prevale. Come quando Berluscono rifiutò di nominarlo ministro.
In attesa di tempi migliori, Allam si è riciclato come consigliere speciale per l'immigrazione e l'integrazione del Comune di...Busto Arsizio. Una città dove lui è molto amato e rispettato, ma solo dal Sindaco. In occasione della sua recente presenza per promuovere l'ultimo libro sono stati tagliati e distrutti i manifesti che annunciavano il suo arrivo con la corte di guardie da Gran Moghul. Le quali, mentre erano impegnate a difenderlo dai "vandali", non si sono accorti di chi ha squarciato due gomme dell'automobile dell'assessore alla Cultura comunale e di chi ha tracciato più volte all'esterno della piccola gelateria gestita dal consigliere comunale leghista locale la scritta «più stile», con i colori della bandiera della pace. Non è la prima volta che Allam viene accolto festosamente dalla popolazione locale: A Cremona l'hanno accolto con petardi e bulloni. Evidentemente si tratta di pericolosi terroristi islamici mascherati da comunisti. Il Sindaco conferma che ha addirittura pensato di nominare Magdi Allam Assessore all'Integrazione: praticamente un incubo. Gli immigrati si sono salvati solo in parte: «Dati i suoi impegni come giornalista non avrebbe potuto garantire la necessaria presenza "sul campo"» e quindi Allam ha declinato il prestigiosissimo incarico. Ma è "rientrato dalla finestra": all'interno del complesso progetto di riorganizzazione degli assessorati presentato a luglio scorso ai partiti, il sindaco lo ha visto bene come consigliere speciale per quello dedicato, oltre che alle politiche giovanili, alle problematiche dell'integrazione degli immigrati. Al comune di Busto Arsizio giurano e spergiurano che - bontà sua - l'incarico ricoperto da Allam è a titolo non oneroso. «Un conto è il ruolo di consulente, un conto quello di consigliere speciale del sindaco per identità e integrazione che lui di fatto già ricopre. Quella fra me e Magdi è un'amicizia solida, basata sulla condivisione delle battaglie per l'identità culturale e i diritti civili, contro l'ideologia terrorista, per la libertà e la vita» dice il Sindaco. E cosi Allam si dà da fare. Non per risolvere i problemi degli immigrati, ma per crearli. Lo si evince dalla prosa tollerante e aperta - si fa per dire - con cui ha arringato i cittadini di Busto Arsizio in un recente comizio: "Il nemico è fra noi", "va imposto uno stop alla creazione di nuove moschee", "L'Occidente crede che risultati elettorali sanciti dal rispetto formale delle regole democratiche vadano rispettati sempre e comunque". Credo che quanto sopra esposto basti e avanzi per spiegare perché non mi piace Magdi Allam. Oltre ad alimentare l'odio tra cristiani e musulmani, l'uomo disprezza profondamente la democrazia del paese in cui vive da più di trent'anni. Il Comune di Busto Arsizio sta nutrendo un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo. (Fine)
Leggi la Prima PuntataDopo aver seriamente riflettuto sulla sua "attività professionale", Magdi Allam è passato direttamente a chiedere un nuovo ministero, quello dell’ "Immigrazione, Integrazione e Cittadinanza". Nell’intervista concessa recentemente al Giornale si lamenta: “Nel 2005 dissi a Berlusconi che ero disposto a un’esperienza politica se avesse creato un ministero dell’Identità nazionale e dell’Integrazione. L’idea gli piacque molto. Ma fu dissuaso da Pisanu, offeso dai rimproveri che gli avevo mosso per aver inserito l’Ucoii nella Consulta islamica. Adesso lo ha creato Nicolas Sarkozy in Francia, quel ministero, con la stessa denominazione. Dovrei rivendicare il copyright”. Nei sei mesi precedenti l’incontro, Allam aveva tempestato di chiamate Antonio Martino, Letta, Pera, Formigoni, Cicchitto e Confalonieri nel disperato tentativo di incontrare il Premier. Finalmente ci era riuscito, ma - purtroppo per lui, fortunatamente per gli immigrati - finisce male: Berlusconi lo rimanda a casa con una pacco di cravatte Marinella sotto il braccio. Il nostro si è convinto che a stroncare i suoi piani politici sia stato Pisanu e da quel giorno ce l’ha con lui. Povero Pisanu. Arrivano quindi le elezioni, e cambia il governo. Altro che Ministero, per Allam è un disastro.
Un passo indietro: nel mese di marzo del 2006, il precedente ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, aveva deciso di dare vita a un comitato su 'Scuola e legalità'. Come esperto per le questioni che riguardano le comunità islamiche la Moratti aveva scelto proprio Allam. Dopo le elezioni, ovviamente, è stato scaricato. Ora si accontenta di parlare di queste tematiche dopo le cene dei Lions. Cito testuale da un loro bollettino: "Non sono mancate poi interessanti conferenze su problematiche sociali come quelle riguardanti i temi sulla famiglia e scuola: ricordiamo in queste le presenze dell’ex calciatore Giovanni Galli e Magdi Allam". A quanto pare Allam ha inaugurato una nuova specializzazione: "Il calcio islamico". L'uomo, infatti, è riuscito a finire persino da Biscardi, per dirci cosa pensa Bin Laden del Mondiale di Calcio. Dopotutto, non è goda di questa buona reputazione, da parte dell’attuale maggioranza. Anche il giornalista che lo intervista glielo ricorda: “In un’interpellanza il senatore Luigi Malabarba di Rifondazione comunista ti ha dipinto come un mitomane” (Anche quell’interpellanza fu oggetto di un mio scoop su Il Manifesto, ripreso dal Foglio). A rappresentare le comunità islamiche all'interno della commissione ministeriale che si è occupata del problema del bullismo viene quindi chiamata Huda Dachan, figlia del presidente dell'Unione delle Comunità islamiche in Italia (UCOII), Nour Dachan, a sua volta consulente del Ministro dell'Interno, membro della commissione Intercultura e dialogo del comitato nazionale 'Scuola e legalità' nonché collaboratore del Ministro Fioroni. Oltre che acerrimo nemico giurato di Magdi Allam. O almeno, è Allam che lo considera tale.
Il 7 gennaio prossimo, Magdi Allam inaugurerà un sito proprio: www.magdiallam.it, dominio che risulta registrato a suo nome da questa azienda. Lo ha annunciato in una lunga intervista realizzata da Stefano Lorenzetto e pubblicata su Il Giornale. La faccenda ha del ridicolo: si tratta infatti dello stesso dominio per il quale il nostro aveva denunciato la Islamic Anti Defamation League (IADL) circa due anni fa. La colpa della IADL consisteva appunto nell' "attivazione di un sito, in cui si era arbitrariamente utilizzato il mio nome (di Allam, ndr), www.magdiallam.it, colmo di infamie per danneggiare la mia onorabilità e credibilità" e al cui interno c'era "un link a un forum, Noi e gli altri, che è la stessa dicitura del forum da me diretto sul sito del Corriere della Sera", al fine di accrescere il convincimento del visitatore che si tratti proprio del mio sito". In realtà, le "infamie" a cui si riferisce Allam consistevano in un'innocua parodia del "J'accuse" di Emile Zola, mentre il forum - rimasto di fatti inutilizzato - si distingueva da quello di Allam per l'assenza della censura preventiva applicata ferocemente nel forum originale sul sito del Corriere. Nell'intervista al Giornale, Allam annuncia che il suo nuovo sito "si presenterà con questo epitaffio: «L’Occidente è in preda all’ideologia del relativismo cognitivo, etico, culturale e religioso che non distingue il vero e il falso, il bene e il male, la buona e la cattiva azione. È arrivata l’ora di assumerci la responsabilità storica di agire da protagonisti per liberarci dalle ideologie suicide e omicide».
Nel suo penultimo libro, "Io amo l'Italia", Allam aveva anche spiegato come intende intraprendere questa missione profetica: "Pertanto dico a Bush e ai leader occidentali: no a questa democrazia formale perché porta al potere i fascisti e i nazisti islamici, perché è foriera di dittatura e morte". In una recente intervista al Corriere di Como, è tornato a ribadire lo stesso concetto: "l'Occidente è prigioniero delle proprie leggi e libertà, che se interpretate in modo formale si trasformano in ampie maglie dalle quali si infiltrano estremisti che strumentalizzano la democrazia, la libertà e le costituzioni per imporre il proprio arbitrio. Fino a quando l'Occidente non avrà la volontà di guardare dall'interno la realtà dell'estremismo islamico e riparametrare le regole della democrazia in modo che risultino consone a salvaguardare la libertà da chi persegue questi obiettivi, difficilmente riuscirà a contrastare gli eversivi. Anche in ambito locale". Insomma, Allam - ex-estremista comunista e antisemita, educato e cresciuto all'ombra della dittatura nasseriana - odia "l'Occidente prigioniero delle proprie leggi e libertà" e per questo vorrebbe "riparametrare le regole della democrazia formale". Non è che per caso vuole "la dittatura"? Un immigrato egiziano che governa con un pugno di ferro un paese europeo sarebbe un avvenimento di portata storica. Sto già lavorando allo scoop.
E cosi, Allam è passato dal "preoccupiamoci di noi occidentali" (sic) al "Noi italiani (ri-sic) siamo ancora in attesa di un leader e di una classe politica che affrontino i problemi reali anziché ecclissarli, [..] che innalzino il vessillo dei valori, dell'identità e della civiltà". Il Kim-Il-Sung in erba è ovviamente lui. Nell'attesa, però, il nostro aspirava ad esercitarsi sui più poveri ed indifesi: gli immigrati. E cosi, ha cominciato a riflettere sulla sua "attività professionale", già oggetto di due condanne del Garante della Privacy e di svariate proteste da parte degli intellettuali e degli accademici: "La condizione essenziale, che ho posto a me stesso prima di porla agli altri, è di fare politica solo se mi fosse data l'opportunità di poter ricoprire un ruolo istituzionale nel governo". Mica scherza, il giovane Allam. E così, il 14 maggio del 2005, telefona a Gianni Letta e gli spiega che un seggio sicuro al Parlamento non gli basta perché "la mia qualifica di vicedirettore del 'Corriere della Sera' vale dieci seggi". Oltre che premi da 250.000 dollari da Tel Aviv. Il premio, oggetto di un mio editoriale sul Manifesto, è all’origine di una domanda molto interessante del giornalista che lo intervista: “Nel 2006 hai vinto il premio Dan David, istituito dall’omonima fondazione israeliana: 250.000 dollari. L’anno dopo hai pubblicato questo libro (Viva Israele, ndr). Qualcuno potrebbe scambiarlo per un gesto di riconoscenza”. Allam nega categoricamente: “Chi mi legge sa che difendo il diritto all’esistenza di Israele da molto prima del 2006”. Ciò non toglie che il premio è stato ritirato a Tel Aviv, nel corso di una cerimonia in cui Allam ha declamato la seguente poesia: “Cari amici presenti, noi vincitori del Premio Dan David vi diciamo “Grazie Israele”, vi diciamo “Noi amiamo Israele”, vi diciamo “Siamo tutti israeliani”, vi diciamo “Viva Israele”, vi diciamo "Am Israel hay"!”. Che è proprio il titolo del suo libro. Quando si dicono le coincidenze...(Leggi la Seconda Puntata)
Sabato scorso è andato in scena per la prima volta il delirante meccanismo di rilascio dei permessi di soggiorno per lavoro, sia subordinato che autonomo. Quest'anno il Ministero degli Interni ne ha inventato una nuova, che da queste parti non si può fare a meno delle sperimentazioni sulla pelle ed i destini degli immigrati. Il metodo, consistente nell'invio della domanda tramite internet, sarebbe anche innovativo, se a dover presentare la domanda di assunzione di extracomunitari non fossero anziani che hanno bisogno di badanti, titolari di ditte che non hanno nessuna voglia di perdere tempo per seguire mille indicazioni tecniche, oppure operai e braccianti che purtroppo non sanno manco firmare nella loro lingua di origine, quindi figuriamoci usare internet. Il risultato è che le file che prima si vedevano alle poste si sono trasferite alle strutture indicate dal Ministero per assistere nell'invio della domanda (Associazioni, patronati, Acli, Arci). Nulla di nuovo sotto il sole: il tanto strombazzato "Niente più file alle poste" è solo fumo negli occhi, un vero e proprio escamotage mediatico teso a nascondere la realtà. E la realtà è che il meccanismo che sorregge questo delirio non è cambiato: era ed è rimasta una lotteria del destino. I permessi piovono col paracadute. Chi prima arriva, e prima riesce ad inviare la domanda ha più possibilità di ottenere un permesso. E, nell'era della tecnologia superveloce, accade che si aspetti anche 60 minuti per l'invio di una domanda o che una domanda inviata prima arrivi dopo quella che l'ha seguita. Chi sceglie invece di non accamparsi davanti al patronato la notte prima o inviare la domanda con una connessione lenta o incerta, si può pure attaccare al tram.
di Alessandra Farkas, Il Corriere
Ieri ho avuto l'onore e il piacere di ascoltare il discorso che Sua Santità il Dalai Lama ha tenuto, davanti ad un pubblico ristretto, nella Sala del Consiglio Regionale del Piemonte*. La relazione di Sua Santità, incentrata sul tema "il governo e la compassione", è stata uno dei discorsi politici più chiari ed onesti che io abbia mai ascoltato in vita mia. Particolarmente cristallino, per esempio, nel momento in cui ha affermato che "una volta raggiunto l'accordo con la Repubblica Popolare Cinese, diremo ai nostri amici e sostenitori: Grazie e arrivederci". Particolarmente gradito quando ha accennato alla pacifica presenza e convivenza con la comunità islamica, sia in Tibet che in India. Quattro consiglieri regionali hanno portato i saluti dei gruppi consiliari, e qualcuno ha polemicamente accennato al fatto che "c'è chi ha avuto paura di incontrare Sua Santità" sia in Italia che in Piemonte. La posizione del governo italiano, che ha preferito evitare un incontro istituzionale e un discorso ufficiale nell'aula del Parlamento è comprensibile alla luce della delicatezza della questione tibetana e degli accordi economici in ballo con la Cina. Meno comprensibile, invece, è il rifiuto del Vaticano di incontrarlo. In ottobre, un funzionario della Santa Sede che aveva chiesto di restare anonimo aveva detto ai giornalisti che il Papa avrebbe incontrato il leader spirituale dei buddhisti tibetani il 13 dicembre. Dopodiché il dietrofront: il portavoce ha affermato che "non c'è in agenda alcun incontro" con il Dalai Lama e ha detto che non c'era mai stato un annuncio ufficiale in quel senso. Il consigliere dell'Appennino Reggiano Francesco Benaglia (Forza Italia) ha sintetizzato la sua delusione con poche ed efficaci parole: "Il Papa ha cancellato l'incontro, cosa che, come cattolico, mi urta ancora di più del fatto che Prodi non riceva il Dalai Lama". D'altronde Sua Santità non ha fatto mistero del suo disappunto: "Il Papa però rappresenta una importantissima spiritualità e la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi". Non a caso Egli rimpiange Papa Giovanni Paolo II: "Ha promosso i valori spirituali, e il dialogo inter-religioso. Mi manca". Dialogo che sembra essere stato relegato in soffitta. Chissà perché è saltato l'appuntamento in Vaticano. Non sarà mica perché il Dalai Lama si considera "metà buddista, metà marxista" affermando, anche nel corso dell'incontro tenutosi a Torino, che "Davvero, credo che il marxismo sia ancora la chiave di una giustizia sociale ed economica"?
di Massimo Calandri, La Repubblica
Rimango in tema di scuola ma mi sposto qualche chilometro...in un'altra scuola elementare della zona, lo scorso anno era stata portata avanti un'iniziativa volta alla "conoscenza reciproca degli alunni e all'educazione al rispetto interculturale". In pratica venivano invitati alcuni animatori-educatori di una associazione culturale di Milano che insegnavano ai bambini, sotto forma di gioco, le basi delle tre lingue parlate dalle etnie più rappresentate nella scuola: arabo, cinese, rumeno. E fin qui, nulla di scandaloso. I bambini si divertivano ma qualche genitore (uno dei quali, un mio collega leghista, mi ha informato della cosa) si è posto un interrogativo: giusto insegnare ai bambini italiani aspetti della cultura dei bambini stranieri in modo da poterli più facilmente accettare ed evitare che si formino "mini-ghetti" nelle classi, ma non sarebbe altrettanto giusto insegnare a tutti, italiani e stranieri, aspetti molto importanti della nostra cultura locale, come il dialetto, l'origine dei proverbi e delle tradizioni? Il mio amico si è sentito rispondere dalla direttrice della scuola: "insegnare il dialetto nella scuola? Qui siamo diventati matti! Già ci sono bambini che parlano 10 lingue diverse e fanno fatica a parlare l'italiano, e vogliamo anche insegnare loro il dialetto? Lo insegni lei a suo figlio se vuole". Il mio commento è: perché cinese, rumeno e arabo si, e dialetto lombardo no? Perché insegnare ai bambini italiani la cultura straniera, e non viceversa? Aspetto da voi tutti una risposta.
Lettera pubblicata sul quotidiano La Stampa
Torno a scrivere di Giorgio Bettio, il consigliere leghista di Treviso che ha suggerito "metodi da SS" per gestire gli immigrati musulmani in Italia. L'opposizione aveva ritenuto "l'uscita talmente priva di senso da non meritare alcuna risposta". Massimo Gramellini ha elogiato questa scelta con un editoriale pubblicato in prima pagina su La Stampa: "Come tutti i chiacchieroni, sono un ammiratore del silenzio. (...) quello con cui l'altra sera a Treviso i rappresentanti dell'opposizione hanno incassato la provocazione di un consigliere leghista, che suggeriva di applicare agli immigrati «il metodo delle SS, punendo dieci extracomunitari per ogni trevigiano a cui venga recato danno o disturbo». Sono vent'anni che troppi seguaci della Lega brandiscono il linguaggio come una clava bitorzoluta. Il loro è un rumore di fondo che non ha mai prodotto nemmeno un colpo di fionda. Resta però quel ronzio fastidioso, quella volgarità ostentata come una medaglia di appartenenza al popolo. Proprio ieri si sosteneva la necessità di pretendere dagli immigrati lo studio della lingua italiana. Ma gli italiani, anche quelli vessati dall'immigrazione più impunita, dovrebbero sforzarsi di usare la loro lingua in modo un po' più rispettoso, dato che chi parla male pensa male e vive peggio. Con gli inquinatori del linguaggio, l'indignazione e l'ironia non funzionano. L'unica contromisura è quella usata dall'opposizione a Treviso: la decimazione delle parole, ovvero il silenzio. Perché li spiazza, facendoli sentire come degli attaccabrighe maneschi davanti a un Gandhi. Abbastanza inutili".
Sapone fabbricato da grasso umano