Notizie

Loading...

mercoledì 9 gennaio 2008

I vostri Paradisi, i nostri Inferni

Tempo fa, un lettore di questo blog si è posto una domanda apparentemente semplice: "Fino a prova contraria c'è ancora chi fa la fila per entrare in questo nostro inferno e c'è chi la fa per uscire dai vostri "paradisi". Questo proprio non riesco a comprenderlo. Riesci a spiegarlo?". Un quesito legittimo che molte altre persone - immagino - si pongono quotidianamente alla vista delle navi cariche di profughi, dei naufragi e delle vittime sulle coste, dei centri di permanenza temporanea stipati all'inverosimile, il tutto inspiegabilmente accompagnato da accuse di razzismo, xenofobia e intolleranza religiosa da parte degli stessi immigrati (o almeno di quelli che se lo possono permettere) nei confronti dei paesi di sedicente "accoglienza". Ebbene, cominciamo col chiarire un equivoco: su questo blog - è vero - non c'è mai stata una critica aperta e sfacciata ai paesi arabi ed islamici, ma è altrettanto vero che non ho mai pensato di dipingerli come dei "paradisi". E c'è stata - questo sì - una critica feroce ai paesi occidentali, ma non si è mai arrivati al punto di dipingerli come "inferni". Una volta chiarito questo punto, posso spiegare il "perché" di questo mio atteggiamento. Non c'è mai stata una vera e propria critica perché mi sembra che in Occidente, e in particolare in Italia, siano già numerosi quelli che hanno fatto di questa attività una vera e propria professione. Non passa giorno senza che ci sia, sul progamma o nell'editoriale di turno, qualche "curiosa stranezza" del mondo arabo-islamico: una di quelle cose che ci fanno vergognare - si, vergognare - di appartenere a quel mondo. Ma... "pensa se non vivessi in quel paese, ma fosse il paese dei tuoi genitori e il paese che ti dà in qualche modo anche lui una cittadinanza", scrive Randa Ghazy nel suo ultimo libro. Ebbene: io in quel mondo ho vissuto fino a non molto tempo fa. Ho imparato a conoscere a fondo i suoi lati negativi ma anche quelli positivi. Ed è il mondo - diciamo pure il paese - che mi dà l'unica cittadinanza in mio possesso. Non ho forse il diritto di non aggregarmi al carro dei dettrattori che di quella realtà fa emergere solo gli aspetti negativi, di coloro che aizzano i pregiudizi e l'intolleranza anche nei miei stessi confronti?

Qualcuno mi può spiegare cosa ci guadagno - io, arabo e musulmano attualmente residente in Occidente - nel dire "Si, fanno proprio schifo. Sono completamente fuori di testa. Se me ne sono andato, è per colpa degli arabi e dei musulmani" nel clima di follia mediatica che perseguita il mondo arabo-islamico dall'11 settembre? Ditemelo, sinceramente: pensate davvero che questo aiuterebbe il famigerato "uomo di strada" a non borbottare quando vede un marocchino salire sul pulman? Se serve, giuro che lo faccio. La verità è che ciò servirebbe solo a a farmi guadagnare la patente di "Democratico", o forse quella di "Moderato". Magari un premio di qualche migliaio di dollari. Gli esempi di certo non mancano. Eppure ho la netta impressione che se facessi una cosa del genere, in questo particolare momento storico, mi vergognerei ancor più di prima. E' come se sfruttassi qualcuno caduto in disgrazia, come se abusassi di una donna che chiede aiuto. Tempo fa, un eminente arabista mi disse: "Sono preoccupati dell'Islam e temono gli Arabi. E invece dovrebbero compatirli per come sono ridotti". Ecco: io lo compatisco, il mio mondo. Per come è ridotto e per come è destinato a ridursi ancora. Perché lo vedo da solo in quale direzione sta sprofondando. Non ho bisogno dei contributi dell'opinionista, blogger o commentatore di turno. Ma non mi sembra di gran aiuto star comodo su una poltrona in Italia per raccontare - in Italiano e ad un pubblico di italiani - quanto "brutto, sporco e cattivo" è il mondo in cui sono nato e cresciuto. Innanzittutto perché non è vero che è solo brutto, sporco e cattivo. E perché gli stranieri, i connazionali che mi leggono, quelli che potrebbero eventualmente valutare e riflettere sulle mie eventuali critiche, sono immigrati. Credete forse che tutti quelli approdati in Italia abbiano lasciato il proprio paese per studio, diletto o svago? Che abbiano tutti il tempo di fermarsi e pensare "perché mai siamo finiti qui"? Quelle migliaia di giovani di cui si perdono le tracce sulle coste italiane volevano forse andare in crociera? Più di una volta, su questo blog, sono state elencate le cause per cui questa gente è disposta persino a morire: disoccupazione, povertà, fame ecc ecc ecc. Ed è ovvio che dietro tutto questo ci sono soprattutto responsabilità politiche nazionali e locali, mica si può incolpare solo le potenze occidentali o il nemico esterno del momento.

Ma credete davvero che se nei nei paesi arabi ed islamici fosse tutto rosa e fiori, se ci fosse lavoro e pane per tutti, se la burocrazia fosse efficiente e le strutture di servizio adeguate, la meglio gioventù - quella disposta a fare i lavori più umili dopo un lungo percorso di studio e una vita di sacrifici - avrebbe accettato di affrontare il mare aperto e il rischio di morire annegati pur di venire in Occidente a fare i muratori, i ristoratori, a pulire i vostri bagni e raccogliere le deiezioni dei vostri anziani? Eh no, vi assicuro che non l'avrebbero fatto. Ma non ci vuole un mago per capire che da quelle parti c'è qualcosa che non va, qualcosa che spinge migliaia di persona a fare la fila pur di "uscire". Ed è altrettanto evidente che laddove questa gente riesce ad "entrare" c'è qualcosa di meglio, che altrimenti non avrebbero ottenuto. Vi sentite meglio adesso? Bene. Ma di qua a descrivere il "nuovo mondo" come un "paradiso" ce ne vuole. E' sotto gli occhi di tutti, le condizioni vergognose di sfruttamento e discriminazione in cui vivono coloro che hanno avuto la sventura di finire qui - per lavorare, mica per rubare - senza documenti e senza mezzi. Ma anche ciò che sopportano quelli che non hanno quelle difficoltà, seppur in misura minore. Ho la netta impressione che siano in molti coloro che vorebbero che questa gente continui ad essere trattata come bestiame, accontentandosi di quello che non avrebbe potuto ottenere altrimenti: quei 5 euro al giorno che nel paese di origine possono sfamare un'intera famiglia. O quel marciapiede su cui può circolare agevolemente la carrozzella di un disabile o di un neonato. Eh no! Ho sempre scritto e sostenuto che i pochi che possono permetterselo, devono - nei termini dell'imperativo morale kantiano - militare per le migliaia che non hanno la forza di opporsi. Non ho quindi nessuna intenzione di contribuire a schiacciare chi è già sottomesso. Ma mi rendo anche conto che la critica a senso unico può essere controproducente, ed è proprio per questo che inauguro, da oggi, una nuova categoria di questo blog: "Paradisi e Inferni".