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venerdì 11 gennaio 2008

Metti un Allam al governo

La misura di quanto siamo caduti in basso si può rilevare leggendo l'editoriale pubblicato l'altro giorno sul Corriere della Sera a firma di Magdi Allam. In Italia, il "relativismo ideologico, cognitivo, valoriale e culturale" è arrivato al punto in cui il primo quotidiano nazionale permette ad un immigrato egiziano - cresciuto all'ombra della dittattura nasseriana - di esultare per un'espulsione realizzata in tempi tali da aggirare un eventuale stop da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Scrive infatti Magdi Allam, nel suo articolo intitolato "La fatica di cacciare chi semina il terrore": "È stato uno slalom amministrativo, politico e giudiziario ciò che ha permesso ieri l'allontanamento dall'Italia di Mohamed Kohaila (...) È stata una soluzione ingarbugliata (...) che ha aggirato inizialmente la «neutralità» della Procura, poi ha consolidato la propria posizione grazie alla disponibilità di un giudice ad avvallare la decisione (...) accelerando infine i tempi per prevenire in extremis un possibile stop da parte della Corte di Giustizia di Strasburgo". Quanto riportato dà la misura del rispetto che Magdi Allam serba per i Diritti dell'Uomo e per le garanzie legali, e ciò che veramente intende quando nei suoi comizi camuffati da presentazioni di libri parla di "riparametrare le regole della Democrazia". Secondo Allam è cosa buona e giusta "aggirare" le perizie e le sentenze del Potere legislativo, eufemisticamente definite "neutralità" (sic), cercare la "disponibilità" dei giudici e "accelerare" i tempi prima che qualche magistrato europeo fermi in extremis una punizione controversa in attesa dei dovuti chiarimenti. Questo è ciò che dovrebbero aspettarsi non solo gli immigrati, ma gli stessi italiani, se dovessero un giorno ritrovarsi con un Magdi Allam al governo.

Ebbene, se qualcuno vuole sapere perché continuo a scrivere ciò che scrivo e a dire ciò che dico sul Manifesto, sul blog, negli incontri o in qualsiasi altra occasione, legga l'editoriale di Magdi Allam. Ci rifletta sopra, immaginando sé stesso accusato di un reato ma messo nelle condizioni di non poter dimostrare la propria innocenza tempestivamente. Se qualcuno è davvero interessato a saperlo e soprattutto a capirlo, legga il commento che mi ha lasciato un assiduo lettore di questo blog ieri: "la difesa ad oltranza di certe persone potrebbe portare chi ti legge ad identificarti con quelle stesse persone, con le loro idee ed azioni se non con la loro pericolosità. Lo scrivo perchè sono fortemente convinto - nonostante le mie critiche nei tuoi confronti - che tu non sia nè pericoloso nè oltranzista". Un commento che arriva a seguito di una delirante mail in cui vengo definito come "noto propagandista antitaliano su quel fogliaccio d'odio veterocomunista che è "il Manifesto". Ecco perché lo faccio: per non permettere alle leggi della Giungla di imporsi sullo Stato di Diritto, affinché non vengano meno le garanzie che distinguono un paese civile da uno che non lo è. Quelle stesse garanzie che possono salvare un innocente dal complotto o dalla montatura di turno, che possono distinguere fra chi è veramente pericoloso e oltranzista e chi non lo è. Ciò che molti non hanno capito è che io non difendo l'Imam Kohaila, o l'Imam Bouchta o gli altri che verranno ancora espulsi. Probabilmente non erano stinchi di santo. Forse sostenevano posizioni che io non avrei mai condiviso. Magari erano davvero predicatori di odio e terroristi. Eppure io so che se non intervengo adesso affinché anche a questi personaggi vengano fornite le garanzie degne di un paese civile, prima o poi anche altri - né pericolosi né oltranzisti - verranno privati dei loro diritti ingiustamente.

"Prima sono venuti per i comunisti, ma dato che non ero comunista non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per i socialisti e i sindacalisti, ma dato che non ero né l’uno né l’altro non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per gli Ebrei, e dato che non sono ebreo non ho levato la voce. Quando sono venuti per me non c’era nessuno che levasse la voce per difendermi".

Martin Niemoller