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lunedì 18 febbraio 2008

Il Cairo visto da Megalopolis (Rai 3)

La settimana scorsa ho avuto l'opportunità di guardare la registrazione della puntata di "Megalopolis" dedicata al Cairo, trasmessa da Rai3. Mentre mi veniva consegnato il Dvd, ho chiesto all'amico che ha registrato la trasmissione se gli era piaciuta. "Non riesco a spiegarmelo" - mi disse con l'imbarazzo dipinto in volto - ma tendono a calcare la mano solo su determinate realtà". In effetti il documentario dedicato al Cairo e ai suoi abitanti è stato girato esclusivamente nel quartiere degli Zabbalin e in quello della Qarafa, ovvero in quello degli spazzini e nei cimiteri. Entrambe le zone rappresentano le periferie più degradate della capitale egiziana che accoglie più di 18 milioni di abitanti. Nel primo vivono, in mezzo alla spazzatura che viene raccolta e differenziata manualmente, gli spazzini della città. Nel secondo vivono, causa penuria di appartamenti e mancanza di mezzi economici, intere famiglie che hanno occupato in pianta stabile le due stanze annesse alle tombe. Stanze che in passato venivano costruite per permettere ai famigliari del defunto di passare qualche notte accanto alla sepoltura del proprio caro in occasione delle ricorrenze della sua morte. L'immagine che viene fuori della capitale egiziana è quella di un immenso porcile (nel quartiere degli spazzini vengono allevati infatti i maiali, abbondantemente ripresi), pieno zeppo di spazzatura, in mezzo alla quale vivono i poverissimi abitanti. L'unica eccezione nell'intera puntata - durata un'ora - era una ripresa effettuata in un centro commerciale e nel soggiorno dell'appartamento di una signora velata della borghesia, che non faceva altro che parlare del velo, della necessità di recitare il Corano e pregare cinque volte al giorno. Il tutto intervallato da qualche ripresa delle strade trafficate della periferia del Cairo, delle preghiere nelle moschee e delle immancabili piramidi immerse nel deserto. Per dire la verità, è proprio guardando quella puntata che sono riuscito a capire come mai, ogni tanto, qualche commentatore mi invita a tornare in quella "fogna a cielo aperto" che sarebbe il Cairo. Sono riuscito a capire perché qualcuno mi rinfaccia di sputare nel "piatto dove mangio" piuttosto che tornare nella realtà deteriorata in cui sarei nato e cresciuto. La colpa non è dei lettori o degli spettatori che assorbono acriticamente e passivamente ciò che viene loro proposto dai media, ma di quei giornalisti, registi e produttori che non esitano a spacciare un porcile per una capitale che accoglie 18 milioni di abitanti.

Viene da chiedersi che cosa li spinga a realizzare simili trasmissioni di bassa lega da rifilare al servizio pubblico. Due sono le ipotesi: o sono incapaci di affrontare la sfida, poiché riuscire a cogliere veramente le contraddizioni di una capitale in cui convive il miliardario e il mendicante, il fondamentalista e la prostituta è - a tutti gli effetti - una vera e propria sfida, oppure sono mossi dal pregiudizio e dalla malafede, e dietro il loro lavoro si nasconde una precisa linea politico-ideologico-propagandistica. Mi riferisco alla palese volontà di trasmettere agli spettatori occidentali l'immagine di paesi del settimo mondo, forse per accreditare il binomio "Islam = arretratezza", o forse per giustificare affermazioni come "se non ti piace qui tornatene nel tuo paese". Evidente anche la volontà di colpire l'industria del turismo che rappresenta una delle fonti di redditto più importanti dell'Egitto. Chi vorrà andare a passare una settimana in un porcile pieno di spazzatura dove si può essere accoltellati anche per una sigaretta? E meno male che chi ha realizzato la puntata sottolinea che "Il Cairo è una città che vive di turismo"! Non è la prima volta che rilevo l'immagine negativa che i media occidentali tendono a trasmettere delle capitali arabe in generale e del Cairo in particolare. Si evita accuratamente di fotografare i quartieri e le strade normali, piuttosto si punta sui vicoli sporchi e degradati. Si preferisce girare lontano dalle fabbriche e dagli uffici e privilegiare i mestieri umili se non degradanti. Se la telecamera deve proprio deviare dalle piramidi e dai monumenti, lo fa per riprendere la povertà e il disagio.

Il bello è che i registi che realizzano simili puntate osano pure lamentarsi del paese che li ha accolti e permesso loro di girare e riprendere tutto questo indisturbati. Arrivano fino al punto di affermare di essersi trovati blindati da un rigido controllo poliziesco. Mi chiedo che razza di censura poliziesca permette a registi stranieri di girare una puntata sul Cairo unicamente nei quartieri più poveri e sporchi della città. Quale controllo poliziesco permette loro di intervistare cittadini che si lamentano delle condizioni di vita (salvo avere ben otto figli) e rifugiati che accusano gli egiziani - in blocco - di essere razzisti (salvo scegliere proprio l'Egitto come tappa per fuggire dall'Africa martoriata dai conflitti razziali ed etnici). Pensate che nella scheda dedicata alla puntata si afferma che viene raccontata la "vita quotidiana di un giovane profugo sudanese che vive al Cairo, vittima, come gli altri africani, del razzismo degli egiziani". Il razzismo degli egiziani? Al di là del fatto che non capisco come farebbero gli egiziani ad essere razzisti con gli africani, considerato che metà popolazione del sud Egitto è di pelle nera e che l'Egitto si trova in Africa, mi viene spontanea una domanda: visto che c'è chi invoca la mia espulsione solo per aver affermato che il razzismo esiste in Italia, che cosa mi sarebbe successo se avessi osato affermare che gli immigrati o rifugiati sono "vittime del razzismo degli italiani"? Ecco allora che scatta automatica l'accusa: non volete che venga ripreso tutto ciò che non fa comodo. Ma chi ha mai affermato qualcosa di simile? Ogni paese ha i suoi problemi, le sue periferie degradate, i suoi abitanti poveri e scontenti. Ma non si può girare una puntata su una megalopoli puntando i riflettori solo su questi elementi. Che immagine verrebbe fuori se Napoli venisse ripresa solo girando nei quartieri colmi di rifiuti dove comanda la camorra? Che immagine verrebbe fuori di New York se venisse raccontata solo dal punto di vista dei senzatetto? Ben vengano anche i contributi su queste realtà, a patto che non vengano spacciate come puntate dedicate a quelle città in toto e ai loro abitanti in toto. Ben vengano se per esempio promuovono una campagna per aiutarli. Ma non si può assolutamente accettare che una vergogna simile venga spacciata come un racconto del Cairo e dei suoi abitanti.