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martedì 12 febbraio 2008

Israele, la Fiera e le polemiche

Non vi sarà di certo sfuggito il mio silenzio in merito alle polemiche scaturite dalla presenza di Israele come Ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). Ho sempre i miei buoni motivi per farlo, e uno di questi era attendere l'incontro avvenuto ieri presso il Centro Culturale Italo-arabo di Torino tra le autorità locali (rappresentate dall'Assessore alla Cultura della Regione Piemonte e dall'Assessore alla Cultura della Città di Torino), gli organizzatori della Fiera (rappresentati dal Presidente Rolando Picchioni e dal Direttore Ernesto Ferrero) ed i membri delle comunità arabo-islamiche cittadine, in presenza di un pubblico variegato costituito da associazioni pro-palestinesi, docenti universitari, centri sociali, autonomi, anarchici e via dicendo. Prima di procedere con la mia relazione su questo importante incontro diretto - e non filtrato dai media - tra organizzatori, favorevoli e contestatori, tengo però a precisare alcune cose. La prima è la questione relativa alla prevista presenza dell'Egitto in qualità di Ospite d'onore, sostituito invece da Israele. Posso portare la mia diretta testimonianza dei fatti, essendo stato uno dei primi informati della probabile presenza dell'Egitto alla Fiera torinese e della successiva rinuncia. All'epoca - e ancor prima che la stessa Fiera optasse per Israele come alternativa - ho chiesto personalmente sia al Direttore della manifestazione che ad alti esponenti del Governo egiziano il motivo dell'assenza. E posso tranquillamente confermare che è stato l'Egitto a preferire di demandare la propria partecipazione al 2009, anno in cui è prevista una serie di importanti mostre ed eventi legati al Paese dei Faraoni. D'altronde - per chi non lo sapesse - l'Egitto è ospite d'onore del Salone del Libro svizzero, dal 30 aprile al 4 maggio 2008: il governo egiziano ha quindi ritenuto opportuno distribuire la sua presenza temporale nel continente europeo piuttosto che concentrarla in un breve periodo di tempo.

Ma torniamo all'incontro di ieri. Ebbene, la stragrande maggioranza dei cittadini arabi e musulmani presenti - pur avendo ampiamente criticato lo stato di Israele in presenza del Presidente della Comunità ebraica torinese, Tullio Levi - era chiaramente contraria all'idea del boicottaggio. Le opinioni più accese - che in qualche caso sono sconfinate persino negli insulti e nelle provocazioni rivolte agli esponenti politici e agli organizzatori dell'incontro - sono provenute da cittadini ed organizzazioni italiane. Per amore di verità quindi, non si dovrebbe parlare di un boicottaggio arabo-islamico, anche se è vero che alcuni famosi scrittori ed intellettuali arabi e palestinesi (e in qualche caso persino israeliani) hanno chiaramente rifiutato di aderire alla Fiera in presenza di Israele. Ma almeno loro l'hanno fatto con stile. La verità è che le polemiche sono nate e si stanno sviluppando e surriscaldando solo in ambito italiano, tanto che si è persino avuto la sensazione che la questione palestinese fosse diventata una questione di emergenza nazionale, come - e forse più - della mafia o dei rifiuti a Napoli. Il fatto che ci sia questa partecipazione e solidarizzazione con la questione palestinese non può che far piacere, ma non posso - no, non posso - essere d'accordo quando questa solidarietà si trasforma in un boomerang che danneggia la causa stessa. Ieri, più volte, si è accennato al fatto che con la presenza alla Fiera del Libro, Israele sta promuovendo un' immagine positiva dello Stato che non corrisponde alla realtà. Che gli scrittori israeliani presentati come acerrimi oppositori delle politiche israeliane altro non sono che testimonial sponsorizzati dal governo israeliano. Ammettiamo pure che sia vero: sono perfettamente consapevole che spesso e volentieri anche il mondo della cultura o sedicente tale può prestarsi a basse operazioni di propaganda politica, specie in un clima di guerra. In Italia ci sono pregevoli esemplari di questa categoria. Ma il continuare ad affermare che tutte le voci critiche israeliane sono di fatto "specchietti per le allodole" non fa altro che promuovere l'immagine di un Israele monolitico e privo di senso critico, quell'Israele che vagheggia Magdi Allam e che esiste solo nella sua mente. C'è una fiorente produzione letteraria e cinematografica israeliana che non è affatto tenera con Israele. Qualcuno sostiene che si tratta di contributi censurati e criminalizzati. Perfetto, questa discussa Fiera potrebbe essere allora obbligata a dare loro ospitalità e visibilità, dato che anche questi contributi fanno parte - a pieno titolo - della cultura israeliana.

Per chi si è svegliato solo ora, tengo a ricordare che Israele si è fatto dedicare un anno intero, qui a Torino. Non capisco perché si stanno stracciando tutti le vesti per la presenza di quello stato alla Fiera del Libro, come se all'inaugurazione della più importante stagione musicale torinese non ci fosse proprio l'Orchestra sinfonica di Israele, o come se un imponente mostra sull'arte contemporanea organizzata da Palazzo Bricherasio non fosse dedicata proprio ad Israele. Che volete che vi dica? Che Israele è proprio bravo nel promuovere la propria immagine e nelle campagne di marketing? Ebbene si. E scanso equivoci, lo stato israeliano ha provveduto a spiegare - per filo e per segno - in che cosa consisteva questa campagna e che cosa si voleva ottenere dall'opinione pubblica. Già questo basterebbe a smorzare le polemiche e a tranquillizzare gli animi più esagitati: non ci sono ebrei dissimulatori che complottano per rimbambire la gente ed "occupare" la Fiera. Forse è il caso allora che anche gli arabi e i loro sostenitori, piuttosto che fare le figure barbine di quelli che si oppongono alla cultura, confondendola con la politica, comincino a studiare le strategie israeliane di marketing, e soprattutto ad imparare - almeno per un po' - ad ascoltare l'acerrimo nemico di sempre, anche se totalmente schierato dalla parte della politica di Israele. Ci rendiamo conto di quante volte anche gli arabi hanno perso occasioni d'oro per quel brutto vizio del boicottaggio? Come mai oggi l'Egitto si è ripreso il Sinai mentre i palestinesi stanno ancora sognando un mini-stato? Non è forse perché il presidente Sadat ha avuto persino il coraggio di recarsi a Gerusalemme e a parlare alla Knesset mentre gli arabi hanno preferito dipingere l'Egitto come traditore? Ci rendiamo conto che i negoziatori palestinesi si recavano ai negoziati senza nemmeno carte geografiche mentre gli israeliani erano preparatissimi su tutto incluso il profilo psicologico dei negoziatori dall'altro lato del tavolo? Ci rendiamo conto di quanti miliardi di aiuti da paesi arabi e Unione Europea sono andati nelle tasche delle organizzazioni palestinesi senza che ci sia almeno una pubblicazione divulgativa sul punto di vista arabo nel conflitto? E quel che è ancor peggio, ci rendiamo conto che l'unica volta in cui un'organizzazione islamica è riuscita a comprare una pagina su un gruppo di quotidiani italiani ha pubblicato un appello in cui ha paragonato Israele ai Nazisti riuscendo a far sollevare un coro bipartisan di indignazione politica e intellettuale, fino a farsi trascinare nei tribunali per istigazione all'odio razziale?