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venerdì 1 febbraio 2008

Meno male, siamo in Italia

Rosa Parks arrestata per aver rifiutato di cedere il posto ad un bianco

È uno strano paese, l'Italia. Il progressivo disinteresse della popolazione verso tutto quello che non ha un'attinenza immediata con il proprio - sempre più ristretto - ambito personale, viene strenuamente sostenuto da formule di consolidata sapienza popolare, seguendo le quali - assicurano - si riuscirebbe a campare fino a età inoltrata.

Giorno 2008-01-26, ore 11.20. Treno Milano – Torino. Alla mia sinistra siede un uomo di colore. Arrivano due poliziotti. All'uomo viene chiesto di esibire i documenti. Il tratto è familiare, addirittura affabile. "Ah, abiti a Maierata, di Maierata sei, e che ci fai da questi parti?", le domande si susseguono, il senegalese ha la carta permanente di soggiorno, quindi è in regola. Quando finisce il controllo però ha un sussulto di orgoglio: "Perché controllate soltanto me?" prova a dire, "Abito in questo paese da diciotto anni, non sono mai stato un delinquente, ma dell'intero vagone controllate solo me". I poliziotti si spazientiscono, ora non scherzano più, uno di loro domanda se per caso volesse insegnargli il mestiere, l'altro gli assicura che se una domanda del genere l'avesse rivolta a un poliziotto del suo paese d'origine di sicuro sarebbe tornato a casa con la testa fracassata.

"Meno male che siamo in Italia", dico io, i poliziotti sorridono, il clima si distende, un ragazzo alla mia destra chiede se per caso volessero controllare anche lui. Il senegalese, però, non si arrende, sembra profondamente indignato. "Lasci perdere", gli dico, "ha ragione, ma lasci andare", agli agenti la cosa non garba, mi chiedono lumi, spiego che secondo me chiedere i documenti a l'unica persona di colore in tutto lo scompartimento, e dargli del tu, come se si trattasse di una vecchia conoscenza, abbia un carattere discriminatorio; il senegalese tace, i poliziotti se ne vanno, il tutto pare volgere al sereno.

Qualche minuto più tardi fanno ritorno. Mi ordinano di seguirli e vengo portato in uno spazio tra due carrozze, lontano da testimoni occasionali. Mi vengono richiesti i documenti, rivolte diverse domande visto che la abbondanza di consonanti nel cognome pare rendere di difficile lettura la mia condizione di cittadino italiano e rassicurato sul fatto che anche nel mio paese d'origine (l'Uruguay) avrebbero riservato lo stesso trattamento alla mia testa davanti a un commento come quello precedente. Vorrei spiegarli che sì, che in un recente passato succedeva veramente, quello in cui i diritti costituzionali erano stati soppressi e si viveva un periodo di "emergenza democratica", che considero inalienabile il diritto dei cittadini e degli esseri umani in generale alla libera espressione delle proprie idee e che forse è perché arrivo da un altro pianeta (o per deformazione professionale) ma credo che niente di quanto succede intorno a me mi sia estraneo, ma lascio perdere. Uno dei funzionari (Diventato parte lesa) mi informa che avvierà una querela per calunnie nei miei confronti, l'altro (Testimone) aggiunge che dovevo farmi gli "affaracci" miei. "Ci vediamo in tribunale", aggiunge, nel riconsegnarmi i documenti, "Così impara".

E campo cent'anni, penso io.

Tornato al mio posto, in molti vogliono sapere com'è andata. Hanno sempre ragione loro, dice una ragazza rumena. Un signore, italiano, prima di scendere mi fa i complimenti, ma prende e se ne va. Due che si offrono come testimoni sono stranieri. Il resto tace e guarda da un'altra parte.

Loro la lezione l'hanno imparata da tempo.

Milton Fernàndez