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venerdì 28 marzo 2008

Capiamo Allam, non il Papa

Di Carlo Silini, Corriere del Ticino

Al parroco che gli aveva chiesto perché non si convertisse ad un’altra religione o non diventasse ateo, un noto bestemmiatore cattolico aveva risposto: «Figuriamoci! Insulto la mia religione, che è quella vera, cosa dovrei fare se mi convertissi ad altre religioni che sono false?».
L’aneddoto tradisce un pensiero malizioso: chi cambia religione o non ha capito la ricchezza della fede a cui appartiene, oppure non ha capito i limiti della religione o della visione del mondo alla quale vuole approdare.

La conversione dall’Islam al Cristianesimo del vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, battezzato dal Papa durante l’ultima veglia pasquale nella Basilica di San Pietro, sfugge, probabilmente, a questo impietoso giudizio. Non c’è motivo di dubitare della convinzione del suo gesto. Ci turba, certo, vederlo scrivere sul suo giornale dopo la conversione che «la radice del male è insita in un Islam che è fisiologicamente violento» – un’idea che la Chiesa cattolica non deve e non può condividere. Ma si può capire benissimo che per un uomo costantemente minacciato di morte dai radicali musulmani a causa dei suoi articoli, l’Islam non appaia come un messaggio d’amore, anzi. Più o meno come il Cristianesimo non doveva apparire gran che misericordioso ai dissidenti che nei secoli passati rischiavano il rogo.

A Magdi Allam va quindi il nostro rispetto per una scelta coraggiosa (l’apostasia è un «reato» degno di morte nel mondo musulmano) maturata nella sofferenza. Chi stentiamo invece a capire è il Papa. Perché se è naturale che si rallegri per la conversione del giornalista, è sbalorditivo che abbia deciso di battezzarlo egli stesso quasi in mondovisione. Non poteva lasciarlo battezzare altrove da un prete qualsiasi? Come può adesso pretendere che il battesimo da lui amministrato non venga letto dai musulmani come un tacito avallo alle idee negative che Allam ha spesso espresso sull’Islam? Si direbbe che la «gaffe» di Ratisbona non sia servita a nulla.