Notizie

Loading...

martedì 25 marzo 2008

I due Allam e i due Khalid

Il "fronte immigrati" ci ha riservato non poche sorprese degne di commento nel corso di questa ultima campagna elettorale: il siluramento di Khalid Fouad Allam, eletto nella scorsa legislatura con la Margherita poi escluso dalle liste del PD, il linciaggio pubblico di Khalid Chaouki, membro della Consulta Islamica candidato con Rutelli-PD per il Comune di Roma, degradato in men che si dica da "musulmano moderato" a "pericoloso estremista" e - ovviamente - la conversione di Magdi Allam, vice direttore onorario del Corriere al Cristianesimo (ha assunto il nome di Cristiano) per mano del Pontefice nel corso della veglia Pasquale a San Pietro. Ognuno di questi argomenti meriterebbe pagine di commento ed analisi, che ognuno di essi ha un preciso significato ideologico, politico e sociale. Ma lo spazio - e il tempo - è quello che è, e quindi cercherò di scrivere lo stretto necessario cominciando proprio dall'ultimo fatto: sono contento che Magdi Allam abbia raggiunto, si spera dopo autentica, convinta e disinteressata riflessione spirituale, il capolinea del suo travagliato percorso religioso dissimulato ai lettori del Corriere fino alla sorpresa pasquale. Devo dire però che mi lascia perplesso la presenza come padrino di un deputato di Forza Italia, partito con cui Allam avrebbe voluto fare il Ministro dell'Immigrazione, cosi come mi lascia perplesso la scelta della cornice di San Pietro, del Papa come battezzante e della veglia pasquale in mondovisione per annunciare la conversione (aspetti, questi, rilevati anche da Yahe Pallavicini, Vicepresidente della Coreis). Una conversione che tra l'altro precede di poco la pubblicazione del prossimo libro di Allam intitolato "Io e l'Islam" (in uscita il 21 aprile prossimo, 18€). Non vorrei che questo sublime atto di fede si presti a strumentalizzazioni politiche: mi viene in mente il precedente storico dei cristiani che "si facevano turchi" tra il ‘500 e il ‘700, abbandonando la fede cattolica e abbracciando l’Islam, per raggiungere importanti posizioni di potere nel mondo islamico.

Torniamo ora ai discorsi seri: l'assenza di immigrati dalle file dei candidati della Sinistra cosiddetta "moderata" è un enorme passo indietro sul piano sociale nonché una sconfitta per chi si occupa di "integrazione" in questo paese. Negli Stati Uniti, Barack Obama - afroamericano e figlio di immigrati - è candidato di punta dei Democratici per la corsa presidenziale. In Francia, Rachida Dati - francese di origine marocchina - è la prima donna di origine non europea a ricoprire l'incarico di Ministro della Giustizia nel governo Sarkozy. In Italia, invece, gli immigrati (specie se di origine arabo-islamica) vengono accuratamente evitati. Se proprio necessario, vengono candidati nelle fila della Sinistra cosiddetta "estrema" o in qualche organo di rilievo secondario. Nella peggiore delle ipotesi, vengono cooptati - ovviamente negli ultimi posti - dalla destra: in questi casi, è praticamente inutile soffermarsi sulle loro convinzioni ridicolmente autoxenofobe. A Khalid Fouad Allam è stato detto che "si può fare politica anche fuori dal Parlamento". Parole sante: personalmente sono convinto che fare politica fuori dal Parlamento sia addirittura più incisivo e proficuo. L'ex deputato ha quindi incassato la solidarietà di Gianfranco Fini e rispondendo ad un reporter de Il Giornale ha detto di non aver "preclusioni di carattere ideologico. Su questioni come l’ambiente ad esempio ed ancor di più come l’immigrazione parlare di destra e di sinistra non ha davvero senso. Sono pronto a mettere tutta la mia esperienza a disposizione del centrodestra per affrontare e risolvere questioni tanto gravi e complesse". L'ex deputato ha perfettamente ragione: su questioni come l'immigrazione, parlare di destra e sinistra non ha senso. Ma è proprio per questo che egli è stato escluso e nessun altro musulmano è stato candidato nelle file del partito di Walter Veltroni.

In un paese pervaso da forti correnti xenofobe, l'assenza di un nominativo straniero - per di più musulmano - può essere addirittura decisivo per la vittoria. Ed è inutile farsi illusioni, come quando il deputato uscente afferma di essere "sicuro che pagheranno caro questo errore, in termini politici naturalmente": gli immigrati non possono votare e la loro voce non conta niente. Quando lo potranno fare, questo episodio sarà già dimenticato. La Sinistra non pagherà affatto cara la sua esclusione, anzi. D'altronde chi candida islamici, anche moderati, è sempre a rischio diffamazione. Prendete come esempio Khalid Chaouki, magnificato come moderato da Cristiano Allam e per questo candidato - e chiamato - a far parte della Consulta per l'Islam italiano del Viminale. Ebbene, è bastato un diverbio politico con Cristiano Allam - quando questi era ancora musulmano - per ritrovarsi dipinto dagli alleati ed amici di quest'ultimo come "pericoloso estremista" che pratica la dissimulazione. La parabola di Khalid Chaouki è emblematica. A nulla sono valse le sue posizioni contro l'UCOII (Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia), le dimissioni da presidente dei Giovani Musulmani, la nomina come Consulente di Ministro dell'Interno, l'appoggio dato alle forze "moderate" nella Consulta, le iniziative di dialogo interreligioso a fianco dei giovani ebrei e cristiani, gli editoriali entusiasti sul Corriere. Quando si è in campagna elettorale, tutti i colpi sono leciti e pochi sono quelli che si ricordano del passato: proprio per questo motivo una schiera di importanti esponenti della destra si sono scagliati contro Chaouki dipingendolo con i termini più infamanti mentre gli esponenti della Sinistra si chiedevano - in preda al panico - cosa fare: stare zitti o escludere Chaouki dalla candidatura come chiesto a gran voce dagli avversari? A pochissimi - e fra questi l'ex ambasciatore Scialoja - è venuto in mente di smentire queste voci e chiedere conto del periodo in cui proprio Chaouki veniva innalzato agli onori mediatici dalla destra e dai suoi alleati.

La morale che si può trarre dalle storie dei due Khalid è preziosa. Fare politica da musulmani espone lo sciagurato candidato al rischio dell'esclusione o a quello della diffamazione. In entrambi i casi il risultato è uno solo: si sta fuori dall'arena politica. Questo impone una seria riflessione sul futuro dell'integrazione della comunità islamica in Italia e degli immigrati più in generale e sulle modalità con cui si deve preparare a fronteggiare la prossima legislatura. "Fare politica fuori dal parlamento" non solo è auspicabile ma necessario: è ora che gli immigrati ed i musulmani riflettino profondamente sulla possibilità di incidere sul corso degli eventi esercitando pressioni politiche dall'esterno, come nella migliore tradizione del lobbying statunitense. Il percorso è lungo e non sarà privo di ostacoli: in Italia l’attività di lobbying non è ancora stata oggetto di una regolamentazione organica e coerente da parte del legislatore e un primo passo dovrebbe essere innanzittutto il riconoscimento legale del lobbismo in Italia come proposto dal Governo in un recente disegno di legge. D'altronde, come afferma la relazione descrittiva di quel DDL, si tratta di "disposizioni che riconoscono il più ampio diritto a svolgere l’attività di rappresentanza di interessi particolari, allo scopo di rendere il circuito istituzionale più informato, più recettivo ed attento alle richieste che provengono dalla società civile di cui le lobbies sono espressione".