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sabato 8 marzo 2008

XI: Non aiutare

Martedì scorso al Lido il vento soffiava fortissimo. E la canna fumaria di quel palazzo al numero 5 di via San Giovanni d'Acri spunta di pochi centimetri dal tetto. Forse è andata così, forse le raffiche hanno spinto giù il monossido fino all'appartamento del primo piano. Umberto Viviani è morto nel sonno. Aveva 89 anni. La moglie Angela ha un anno di meno: si è salvata, ma è in coma. Victoria sta bene. È stata lei a chiamare aiuto. «Ho pensato: ora muoio anch'io ».Invece è viva, ma rischia di essere rimandata in Moldavia perché quella sera sono arrivati i carabinieri e si è scoperto che non ha il permesso di soggiorno. Victoria è la ragazza che puliva, cucinava e dava una mano in casa. Quattro ore di lavoro al giorno. Umberto e Angela la pagavano 170 euro alla settimana. Tecnicamente non era la loro badante, faceva solo i lavori domestici. In realtà era molto di più. A Victoria la casa piaceva: era grande, poteva usare la macchina da cucire e le amiche di Angela le portavano abiti da accorciare e pantaloni a cui fare l'orlo, perché sapevano che a Chisinau aveva studiato da sarta e ora aveva bisogno di soldi. Poi quei signori la trattavano bene, la chiamavano «tesoro», le dicevano «figlia mia».

Loro un figlio l'avevano messo al mondo, ma è morto in sala operatoria negli anni '60, giovanissimo. Chissà se è per questo che ogni tanto marito e moglie chiedevano a quella moldava di 28 anni di stendersi un po' con loro sul lettone a riposare, parlare, stare insieme. «Io lì mi sentivo bene — dice Victoria —. Erano gentili, mi abbracciavano anche». Se Umberto sentiva che il cuore non andava le domandavano di fermarsi a dormire, per sicurezza, per non stare soli la notte. Glielo hanno chiesto anche martedì. Poco dopo le undici Victoria si è svegliata per terra, nel suo vomito. Ha sentito che la tv nella stanza matrimoniale era ancora accesa. Ha strisciato fino lì: Umberto non respirava più, la moglie non rispondeva. È arrivata al telefono e ha chiamato l'unico loro parente rimasto, Massimiliano, un nipote. Ora è stesa in un letto del reparto di Cardiologia all'ospedale civile di Venezia. Lo stesso dove Angela è in rianimazione. I giornali l'hanno chiamata «badante-coraggio». E quando si è scoperto che non ha rispettato un vecchio foglio di via, la Cgil veneta è insorta: «Diamole una medaglia, altro che mandarla via. Non può essere punita per aver aiutato chi era in pericolo».

È in arresto, è stata piantonata, rischia il rimpatrio immediato. Il processo per direttissima avrebbe dovuto celebrarsi ieri e invece non c'è stato. Si attende che venga dimessa. La sensazione è che intanto si cerchi una via d'uscita. La legge è chiarissima: la ragazza va espulsa. Però l'idea non piace a nessuno. «Ho pagato 4.400 euro per venire in Italia, sono entrata in pullman il 19 dicembre 2006 e quello stesso giorno la polizia ci ha fermato». Le danno un foglio di via. Lei rimane. Si stabilisce a Venezia, dove la comunità moldava è forte. Prima fa la baby sitter e la sarta, poi trova questo lavoro. «Ho restituito 2.000 euro a chi mi ha pagato il viaggio, ne mancano altri 2.400. Venezia è bella, ma un po' sporca, insomma non è come la mia Moldavia. Io ci voglio tornare, ma non così: prima voglio guadagnare un po'. Però sono stanca di non avere documenti, stanca di non poter fare un lavoro normale». Sostiene di aver chiesto il permesso, che non le hanno risposto. Massimiliano, il nipote dei Viviani, è pronto ad assumerla nella sua pizzeria. «Avevo già fatto domanda di assunzione per lei il 12 dicembre, tramite il patronato Uil, come badante. La quota per le moldave era esaurita. Lo sa com'è, è la legge».

(Corriere)