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mercoledì 11 giugno 2008

Immigrati italiani? Mai integrati.

Un tale Vittorio ha commentato un mio vecchio articolo scrivendo che "L'emigrazione italiana si è diretta verso paesi europei o fondati da europei come gli USA. Qui invece sta avvenendo che un'immigrazione incontrollata sta portando gente da mondi per noi sconosciuti con usi, religioni, comportamenti completamente diversi". Io risposi lapidariamente che: "E' evidente che non conosce la storia italiana. Cerchi informazioni sulle migliaia di immigrati italiani in Egitto, Libia, Tunisia poi ne parliamo". Da queste battute è scaturito un'appassionante e impressionante scambio di commenti tra i lettori di questo blog, tra chi afferma che la mia è "disonestà intellettuale" poichè l'immigrazione italiana verso il Medio Oriente rappresenta "il nulla rispetto all'immigrazione Italiana verso i paesi occidentali" (John Zorn) a chi invece fa notare che "gli italiani negli anni '20 erano più distanti dagli americani, per cultura, visione del mondo ecc. degli immigrati che vengono in Europa oggi". (Abu Yasin). Ad un certo punto, sempre Abu Yasin ha affermato che "nel solo Egitto la comunità degli italiani nel 1900 ha raggiunto le 80.000 persone, perfettamente integrate" e un'altra commentatrice, tale Aris - nota per le sue posizioni apertamente xenofobe - gli ha risposto chiedendo "come fai a sostenere che 80.000 persone si siano "perfettamente integrate"? Indubbiamente avranno lasciato un segno. Ma TUTTE le persone occidentali che sono ritornate da paesi islamici e che conosco testimoniano invece di conflitti più o meno gravi con la gente del luogo, e di questa atomosfera idilliaca che dici che gli italiani emigrati in paesi islamici avrebbero trovato non c'è traccia". Ebbene, sono costretto a smentire, in parte, entrambe le affermazioni.

Gli oltre 80.000 immigrati italiani presenti in Egitto all'inizio del 900 non erano affatto integrati. Questo è un dato di fatto storicamente documentato che ho avuto modo di illustrare in più occasioni sia su questo blog che altrove. Gli immigrati italiani in Egitto erano esenti dalle imposte. Tutto quanto concerneva i loro beni e le loro persone era intoccabile. Il loro domicilio era inviolabile dalle autorità egiziane. Erano ritenuti come se risiedessero nel loro Paese di origine. Erano addirittura sottomessi alla giurisdizione dei propri Consoli per quanto riguardava le contestazioni civili fra italiani e, in materia penale, cioè in caso di grave delitto, venivano giudicati dalla Corte d'Assise di Ancona. Se nel processo era coinvolta una controparte egiziana, giudicava un tribunale "misto" (sic) egemonizzato da italiani, francesi ed altri europei. Nessuna legge egiziana poteva essere applicata agli italiani se prima non veniva ratificata dal governo italiano. Avevano le proprie scuole e le proprie chiese, dove insegnavano e parlavano la propria lingua e religione. Quasi nessuno parlava l'arabo, eppure spesso e volentieri erano discendenti di seconda e terza generazione. Hanno lasciato il segno? Certo: ancora oggi ci sono le chiese e le scuole cattoliche, dove io stesso ho studiato. Abu Yasin ha quindi torto: se per integrazione si intende ciò che i soloni della Destra invocano per gli immigrati che arrivano oggi in Italia, ebbene - secondo tutti i parametri - gli italiani non erano affatto integrati. Erano - diciamocela tutta, va - arrivati in Egitto con le pezze al culo ed hanno fatto fortuna sfruttando i privilegi imposti dal colonialismo (inglese, nel caso dell'Egitto). Ed è proprio alla luce di questa realtà, che è falsa anche l'affermazione di Aris che parla di "conflitti più o meno gravi con la gente del luogo".

Se mai ci sono stati conflitti - come è emerso benissimo negli anni 50-60, ovvero nel periodo in cui l'Egitto e altri paesi arabi si sono liberati dal colonialismo, decretando in molti casi nazionalizzazioni e espulsioni degli immigrati europei - ciò è dovuto all'arroganza e prevaricazione che ha connotato la secolare presenza europea in Medio Oriente. Stendiamo un velo pietoso invece sulle efferatezze commesse dagli italiani in Libia, motivo per cui sono stati poi cacciati da Gheddafi (la commentatice xenofoba invece si lamenta: "senza contare che dalla Libia ci hanno cacciati..."). In realtà, però, esclusa la parentesi nazionalista degli anni 50-60 , non c'era e non c'è nessun conflitto perché gli egiziani - come quasi tutte le popolazioni arabe - sono soliti calarsi le braghe di fronte agli Europei, riservando loro un trattamento di favore. Non so se dipenda dal retaggio colonialista o dall'innata ospitalità delle popolazioni mediorientali. Lo testimonia molto bene un altro commentatore di questo blog (Beduino) quando dice che "l'Egitto non è l'unico stato che tratta meglio gli stranieri dei suoi cittadini. Tutti i paesi arabi hanno un riguardo maniacale per gli occidentali. Se un italiano subisce un furto in Giordania ti assicuro che trovano il ladro entro 3 ore. Se un occidentale deve fare una qualsiasi pratica salta tutta la trafila e gli fanno fare direttamente il tutto dal "capo" con tanto di caffè e barzelletta sugli arabi". Tale affermazione sembra ricalcare i luoghi comuni secondo cui, in Italia, gli extracomunitari vengono trattati meglio degli italiani. Ma qualsiasi extracomunitario o italiano di buona fede sa che non è vero. Egli sa, intimamente, che l'extracomunitario che viene in Italia viene trattato appunto da "extracomunitario". E cioè nel modo e nel senso dispregiativo che persino il termine stesso ha assunto in Italia. Ed egli sa altrettanto bene che non è questo il modo in cui lui, e ancora prima di lui i suoi avi, sono stati trattati in Medio Oriente. Non a caso, proprio recentemente un antropologo italiano vissuto in Egitto per oltre un decennio mi ha detto: "ci lamentiamo di quei pochi extracomunitari che vengono qui e delinquono. Eppure essi non rappresentano nulla, se raffrontati a ciò che abbiamo combinato noi nei loro paesi di origine".