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lunedì 30 giugno 2008

Per questo, io rimango

In un breve ma durissimo editoriale che analizza il "caso italiano", intitolato - guarda caso - "Comportamento Incivile", il prestigioso quotidiano britannico, The Independent, afferma testualmente che "Ogni atto di violenza popolare contro gli stranieri, ogni caso di discriminazione ufficiale nei confronti dei rom diminuisce la pretesa del Paese di essere considerato una nazione civile". Un altro editoriale apparso sulla stessa testata, a firma di Peter Popham, è intitolato "L'Eco di Mussolini": come si evince dal titolo, viene stabilito un confronto assai inquietante, ma calzante, con l'Italia Mussoliniana e la Germania Hitleriana. Non sono le uniche reazioni allarmate sulla stampa internazionale e i commenti dell'Unione Europea e dell'Unicef non lasciano spazio a dubbi: la recente decisione di schedare persino i bambini Rom riporta alla mente le procedure naziste - durate anni e legittimate a suon di decreti, propaganda e sostegno popolare - messe in campo in previsione dell'Olocausto.

Quando affermavo che in Italia era in corso una deriva pre-Hitleriana, venivo coperto di insulti e contumelie, tacciato di "ingratitudine" e di "razzismo al contrario" (sic). C'era chi derideva e chi invece asseriva che ero in preda al delirio. I critici più raffinati sollevavano eccezioni nel tentativo di dimostrare che ero "intelletualmente disonesto" poiché paragonavo "situazioni ed epoche diverse". I più ottimisti asserivano l'impossibilità di un simile rischio in un Europa memore della tragedia della Shoah. Oggi però sappiamo che io avevo ragione e che loro avevano torto. Non sono più l'unico a fare certe affermazioni, a scorgere in lontananza segnali assai inquietanti e pericolosi. Al mio fianco c'è, per fortuna, la stampa internazionale e in particolare quella anglosassone. Ed è assai sintomatico che siano proprio gli osservatori esterni a scorgere - all'unanimità - questo scenario da incubo. Mi chiedo e vi chiedo: non basta forse questo a far suonare un campanello d'allarme?

In Italia, il razzismo è - secondo tutti i sondaggi e rapporti - in continuo e inarrestabile aumento. Misure assurde, come il rilevamento delle impronte dei bambini rom - dei bambini, santo cielo - trovano il consenso non solo della maggioranza dell'opinione pubblica ma persino di sindaci insospettabili come il Sindaco Cacciari che asserisce che "È lì il fronte, il fronte tra la marea dell'immigrazione e gli indigeni, non intorno a Palazzo Chigi". Il Ministro dell'Interno leghista avverte: "Intemperanze verbali e stravaganze non possono più essere tollerate", e ciò accade mentre 2500 soldati vengono inviati a presidiare le città. Mi sento come quegli ebrei che avevano compreso, sin dai primissimi anni 30, il rischio che comportava il rimanere nella Germania nazista. Vi assicuro che la tentazione di fare i bagagli è forte: un giorno in più potrebbe rivelarsi fatale, non vi è alcun dubbio in merito. Ciononostante, continuo ad illudermi che ciò che sta succedendo intorno a me non potrà peggiorare ulteriormente. Che si tratta di boutades propagandistiche, di misure passeggere, e che sarà comunque possibile continuare a sopravvivere decentemente. Ciò che spaventa però, in tutte queste considerazioni, è che sono esattamente le stesse che attraversavano le menti di coloro che hanno scelto di rimanere nel Reich e che per questo sono finiti nei forni crematori. Dopottutto, forse chi mi invita "a cambiare paese" non mi vuole cosi male.

Ne "La Banalità del Male", Hanna Arendt, ha asserito che "tutta la carriera di Eichmann" - l' esperto di "questioni ebraiche" che organizzava il traffico ferroviario che trasportava gli ebrei ai campi (e per questo condannato a morte da un tribunale israeliano) - "gli insegnava che degli apolidi si poteva fare quello che si voleva, tanto che per sterminare gli ebrei si era dovuto prima a provvedere a renderli senza patria". E gli zingari che c'entrano con questo? In realtà molti zingari sono cittadini italiani. Ma prendere le impronte dei loro bambini, e non quelle di tutti i bambini italiani, è come se - di fatti - venisse sospesa la loro cittadinanza. Lo spiega comunque, mirabilmente, Giuseppe D'avanzo su La Repubblica: "il governo fatica a riconoscere (o esclude di riconoscere) i diritti inalienabili dell'uomo a chi non si configura come "cittadino"; a chi non si iscrive nella tutela di uno Stato, di una nazione; a chi non è nato qui (e a volte anche a loro); a chi si è messo alle spalle - e definitivamente - il territorio che lo ha visto nascere e dove non vuole (o non può) più vivere. Dunque a chi si propone - come spesso fanno i rom - con "lo statuto stabile dell'uomo in sé".

Hanna Arendt però ha detto un'altra, grande verità, quando ha affermato che certi episodi insegnano che "sotto il terrore, la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no. Cosi come la soluzione finale insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi, ma non accaddero in tutti. Sul piano umano insegnano che se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto dove sia possibile l'umana convivenza". Io mi auguro che questo posto sia l'Italia. E per questo, io rimango.