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lunedì 18 agosto 2008

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Ricevo e pubblico volentieri

Carissimo Sherif,

Le molte analisi del giorno dopo sui recenti scontri militari fra Russia e Georgia si sbizzarriscono. Gli esperti del senno di poi spuntano come funghi su tutte le testate giornalistiche e televisive. I toni sono sempre quelli della sufficienza e noncuranza per chi soffre, perche' sempre piu' in questo nuovo secolo vederla dal lato dei piu' deboli e' ritenuto poco nobile, a quanto sembra. Invece, si discute molto volentieridell'accaduto con toni saccenti in chiave pseudo-strategica e di finta socio-politica, che ovviamente fa molto piu' cool. Non e' la prima volta che una piattaforma sportiva mondiale -come l'Olimpiade- e la politica si intrecciano, con i politici ancora una volta a battibeccare mentre come sempre gli innocenti ne facevano, e continuano a farne le spese. Nel dibattito incessante su chi avesse ragione o meno fra il leader Russo e quello Georgiano, e nel fastidioso eco mediatico che ne e' scaturito, come sempre non ci si e' accorti, o meglio si e' fatto finta di non accorgersi, della moltitudine di innocenti usati come pedine e come bersaglio. La saccenza e l'arroganza senza limiti a cui assistiamo pretende seriamente di dettarci la lista dei buoni e dei cattivi, e non emerge una singola minima posizione indipendente che osservi che in scenari di tragedia come questi non esistono 'posizioni giuste'. La scena e' cosi' chiara da essere banale: gli occidentali fanno il tifo per la Georgia visto che, nell'ipotesi di una loro riconquista dei territori della Sud Ossezia, si profilerebbe un affarone, un ghiottissimo trasporto di risorse solo su territori filo-NATO. Sempre a costo di qualche migliaia di vite di civili senza importanza, ovviamente. Alla Russia, d'altronde, basta terrorizzare i Georgiani e rivendicare i territori, perche' col trasporto di gas e petrolio garantito su territorio Russo tiene ancora in pugno l'occidente. E allora che importa causare la mobilitazione di migliaia e migliaia di civili georgiani. Fino a cinque anni fa mi sarei scandalizzato a sentire parole come quelle che sto per dire: "ma che fine ha fatto la guerra vera, quella di una volta?" E' buffo e tragico al contempo rilevare che i tempi sono talmente bui, che uno che odia le guerre e le aggressioni si ritrovi a ricordare nostalgicamente i tempi in cui le guerre si combattevano davvero, sul campo di battaglia o sui mari o sui cieli, soldato contro soldato, carro contro carro, aereo contro aereo. Guarda invece la maniera vergognosa di combattere oggi: tu bombardi i civili miei, e io bombardo i tuoi! Complimenti, e continuate a chiamarvi soldati? E tra i cosiddetti giornalisti, non ve n'e' uno, dico uno, che si indigni, che la pensi diversamente, che abbia l'istinto di fare il suo mestiere: informarci, dirci che le cose non dovrebbero andare cosi'. Ovviamente no, ma cosa vado a pensare, e' ancora una volta molto piu' cool blaterare con toni da statista dei miei stivali, da stratega da Risiko, gestendo in contemporanea, tra sguardo alla telecamera, una mano sul mouse, e l'altra sull'auricolare, i vari collegamenti con cinque o sei inviati. Vuoi mettere che professionalita'? A chi puo' importare che si dica la verita' o la manzogna? Non e' questo che conta oggi. Gli spettatori vanno inebriati di immagine, non di sostanza. Perche' quello che da' veramente il voltastomaco e' l'atteggiamento della moltitudine dei tanti giornalisti-pappagalli venduti al miglior offerente, dediti a riferire un lato solo della tragedia, e seguito da quell'altra degna moltitudine: quella dei purtroppo tanti spettatori e cittadini tutti esperti di politica internazionale dell'ultimora, normalmente ignari e incuranti dei mali del mondo, ma pronti a salire in cattedra in qualsiasi situazione e circostanza: in famiglia, al lavoro, in palestra, nel tempo libero, e cominciare a puntare il dito, a fare il distinguo tra buoni e cattivi, inebriandosi di questo potere auto-assegnatosi. Quanti, dei tantissimi che oggi lanciano anatemi, avevano mai avuto l'umilta' di interessarsi di Ossezia, Abkhazia, Caucaso. O di Darfur appena ieri. O di Kashmir domani, quando sara' un altro vento a soffiare, creando un'altra onda di effimero sensazionalismo pseudo-giornalistico. Il trattamento mediatico dei fatti recenti del Caucaso non e' altro che il paradigma dell'attaggiamento generale e della politica e anche della cultura dei paesi occidentali: l'autoproclamarsi giudice del mondo e faro della civilta', alla luce di una presunta superiorita' culturale ancora una volta auto-assegnatasi. Tale atteggiamento ha raggiunto in questo inizio di secolo livelli da scandalo, e scandalo sarebbe ancora sul piano umano anche se detta superiorita' poggiasse su solide basi storiche, invece non fa altro che crescere a valanga avvolgendosi in una serie interminabile di falsi miti storici. Questi miti riescono a trovare terreno fertile solo nell'ignoranza, di cui l'Occidente e' intriso. E non mi riferisco, ovviamente, ad alcun che legato a mancanza di istruzione o ad analfabetizzazione. Mi riferisco all'ignoranza vera, quella piu' pericolosa, figlia dell'autocompiacimento: quella di colui che non sa assolutamente nulla ma e' fermamente convinto del contrario. Qualche tempo fa ho aperto gli occhi, e ho cominciato a dire no a questa mentalita' imperante nel cosiddetto primo mondo, ho smesso di sentirmi fra gli eletti, e mi sono accorto che le persone meno istruite di mondi diversi dal nostro conoscono bene i loro limiti, vogliono colmare il loro vuoto, e tendono ad assorbire avidamente cio' che vedono e sentono. Ma educare l'ignorante vero, quello convinto, e' causa persa in partenza, quando ti accorgi dei profondissimi fossati e invalicabili muri di cinta che gli circondano la scatola cranica. Non e' affatto un bel panorama, per il cosiddetto primo mondo dove sono nato e cresciuto. Molti, al mio allarme, risponderanno come al solito, "se ti fa cosi' ribrezzo, perche' non fai i pacchi e te ne vai?", fermamente convinti che il se-non-ti-piace-vattene sia l'essenza della democrazia, invece ignari o ignoranti del fatto che e' proprio il seme da cui germogliano i regimi fascisti. Basterebbe avere aperto qualche libro di Storia, mica si chiede tanto. Cosi' come per capire gli eventi di oggi, basterebbe sentire le due campane, non si chiede tanto. Ma sempre di piu', e soprattutto in Italia, un dibattito vero nessuno sa piu' cosa sia. E allora come combattere questa ignoranza dilagante, se non con la volonta' e l'umilta' di conoscere davvero, di capire sul serio cosa accade, e non di ripetere slogan e passarli avanti col passaparola. Come da classico paradosso degli estremi che si toccano, per il primo mondo avanzato e industrializzato, occorrerebbe fare quello che si chiederebbe di fare al terzo mondo considerato arretrato e analfabeta. Cominciare a leggere.

Emanuel Gullo, Londra