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mercoledì 3 settembre 2008

Mi hanno preso gli Americani (II)

Mi hanno preso gli Americani (I)

Visitare gli Stati Uniti in qualità di ospite ufficiale del Dipartimento di Stato quando c'è in giro gente che avrebbe voluto vederti a Guantanamo solo perché osi contestare la gestione dell'immigrazione in Italia può portare a reazioni alquanto sgangherate. Una lettrice, nota tra l'altro per le sue posizioni xenofobe, ha tenuto a farmi sapere che sarebbe stato meglio se avessero invitato "qualcuno un po' più equilibrato e meno equilibrista, invece di un extracomunitario erudito (che non è sinonimo di cultura) immigrato in Italia", che proviene da una "cultura sanguinaria" e che fomenta "l'odio razziale" (si, sta parlando proprio di me, pericolosissimo Imam della Moschea Ammazzatelitutti). Ovviamente, da qui a ritenere che gli USA siano implicati in un complotto per l'islamizzazione dell'Europa il passo è stato brevissimo. Chi è appassionato al genere "delirio" può seguire gli allucinanti commenti sotto il primo episodio di questa serie (il link sopra). Andiamo però oltre, nel resoconto di questa mia particolare esperienza americana.

L'International Visitor Leadership Program, il programma sotto l'egida del quale sono stato invitato negli Stati Uniti è un perfetto esempio di quel partenariato pubblico-privato che caratterizza molte iniziative americane. Un modello unico nel suo genere, che sarebbe bene importare anche in Italia, soprattutto in ambito imprenditoriale. In poche parole, il Dipartimento di Stato mette a disposizione le risorse, il supporto, il tema attorno al quale dovrebbe essere strutturato il programma (il contenitore) e poi un insieme di organizzazioni private, no-profit e di volontariato sparsi su tutto il territorio americano mettono insieme una fitta agenda di incontri con politici, giornalisti, accademici, imprenditori, artisti, religiosi, studenti ecc (il contenuto). Nel tempo libero, poi, uno ha modo di girare e farsi le proprie esperienze personali o di chiedere di incontrare qualcuno in particolare. Ma molte sono anche le occasioni conviviali: gli inviti a casa, i pranzi di lavoro. Nel mio caso il programma è iniziato a Washington, prevedeva una tappa a a New York, quindi è proseguito con la visita di altre 4 città negli Stati dell'Iowa, Ohio, Missouri e Texas prima di tornare nuovamente a New York.

Gli Stati Uniti sono un paese vasto e complesso (ho visto più aerei e cambiato fusi orari in quel viaggio che in tutti quelli precedenti della mia vita) e non basta ovviamente una visita per comprenderne a fondo le dinamiche. Ma è certo che, con un programma del genere, si incontrano molte più persone che non nel corso di una semplice "vacanza turistica". E si ha soprattutto l'opportunità di interloquire con individui di origini, idee ed esperienze molto diverse fra di loro. Ho avuto modo di incontrare persone di origine siriana, libanese, palestinese, senegalese, pakistana, messicana, coreana, cinese, anglosassone, ecc. Persone che erano negli USA da 15 o 20 anni e altre che discendevano dai primi coloni o schiavi. Gente che è arrivata da regolare e altri che sono entrati da clandestini e che poi hanno usufruito di qualche sanatoria. Studenti e professionisti di successo. Ebrei, cristiani delle più disparate confessioni, indù ecc. Musulmani che si sentivano in pericolo e discriminati in seguito all'approvazione del Patriot Act e altri che dicevano di aver ritrovato negli USA la loro dignità di credenti e di esseri umani. Ho parlato con repubblicani che pregano per McCain e democratici che stravedono per Obama, con gente che maledice il governo e altri che invece ne elogiano l'operato.

In poche parole, nessuno ha tentato di "vendermi" gli Stati Uniti come il "paradiso terrestre". Hanno però cercato di darmi l'opportunità di avere una panoramica più completa possibile. E allora uno tira le somme, fa un bilancio e soprattutto un confronto con la situazione italiana. Quando senti l'Imam di una delle moschee storiche degli Stati Uniti dirti che il giorno dopo l'11 settembre aveva trovato un mazzo di fiori sulla porta della moschea, non può che venirti in mente la testa di maiale lasciata di fronte alla porta del cantiere della moschea di Colle Val D'Elsa. Quando vedi una moschea completa di cupola dorata e minareti e vieni a sapere che dopo l'11 settembre il locale comitato interfedi aveva organizzato una catena umana con ebrei, indù, metodisti, protestanti, ecc intorno alla moschea per ribadire la vicinanza dell'intero quartiere al luogo di culto e alla comunità locale, non possono non venirti in mente le contestazioni a base di salsiccia, le proteste delle curie, le manifestazioni politiche che vengono messe in scena in Italia per obbligare i musulmani a continuare a pregare nei garage e nei sottoscala.

Gli Stati Uniti sono un paese costruito sull'immigrazione. Ma sbaglia chi crede che il fatto che negli USA tutti siano "immigrati" o "discendenti di immigrati" abbia in un certo senso avvantaggiato la politica di integrazione mentre in Europa sarebbe del tutto impossibile riproporre lo stesso modello, poiché qui ci sono gli "autoctoni" e gli "stranieri". Gli americani che sono discendenti dei primi coloni non si sentono mica "immigrati" ma degli "autoctoni" a tutti gli effetti e con cadenza regolare essi devono confrontarsi con ondate di immigrati con caratteristiche e problematiche diverse (ora è il turno dei latinoamericani). Si sentono sui clandestini discorsi molto simili a quelli che si possono sentire in Italia (anche se li la preoccupazione maggiore non è la criminalità ma che questi irregolari usufruiscano di servizi senza pagare le tasse). Non è un paese che vive di rendita, in materia di immigrazione. E' quello che io pensavo fin quando non ho avuto modo di confrontarmi con i principali protagonisti del settore: gli USA, semmai, si rifanno alle esperienze passate per inventare meccanismi nuovi. Ora che in Italia ci sono seconde e persino terze generazioni di immigrati, sarebbe anche il caso di pensarci. (Leggi la terza puntata)