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venerdì 5 settembre 2008

Mi hanno preso gli Americani (III)

Mi hanno preso gli Americani (I)
Mi hanno preso gli Americani (II)

L'allucinante teatrino imbastito sul voto agli immigrati che si sta consumando in queste ore dà tutta la misura dell'abissale differenza in materia di immigrazione fra l'Italia e gli Stati Uniti, che ho visitato recentemente su invito del Dipartimento di Stato. Mi ricordo delle parole di un ricercatore che mi disse: "i musulmani qui non provano la stessa rabbia che provano in Europa poiché sanno che da queste parti possono "farsi una vita"". Mentre un businessman pakistano mi disse: "Negli USA sappiamo che sono garantite le nostre vite e le nostre proprietà". Sapere di poter "farsi una vita" ed essere certi che "vita e proprietà" siano al sicuro è difficile, in un paese che tratta persone che vivono e pagano le tasse magari da trent'anni come se fossero eterni "ospiti". Campare con in mano un foglio che non ti dà la possibilità di votare il tuo sindaco non è ciò che chiamo una garanzia di stabilità.

E cosi può capitare che il leader dell' opposizione scriva una lettera chiedendo al presidente della Camera, appartenente alla maggioranza, di realizzare una cosa che l'attuale opposizione avrebbe potuto - e dovuto - fare benissimo quando era la maggioranza. Interessante. Il Presidente della Camera risponde con un' "apertura". Il Ministro dell'Interno - da cui dipende l'esistenza degli immigrati - e il suo partito di riferimento prendono subito le distanze (chissà perché avevo l'impressione che sarebbe andata proprio così), segue lo stesso partito del presidente della Camera e infine il Presidente del Consiglio. Per non parlare del 66,6% dei lettori del Corriere. Insomma: nulla di nuovo sotto il sole. Il leader dell'opposizione afferma che «La notizia è che Berlusconi ha idee diverse dal presidente della Camera sul tema del voto agli immigrati». Carràmba che sorpresa.

"Non è una priorità", affermano tutti. "Non è nel programma". Effettivamente, in questo paese, il voto agli immigrati non può essere ritenuto una priorità se non dagli immigrati stessi. Come deve essere una priorità l'esercitazione di una pressione politica e sociale, anche senza possibiltà di voto, sui partiti politici affinché i loro programmi siano costretti ad adeguarsi alla realtà dell'Italia multietnica. Esercitare una pressione politica e sociale si chiama "lobbying". E quale altro paese, per studiare il lobbying, se non gli Stati Uniti e Washington, una città che vive di e sulla politica? Quando mi è stato chiesto di esprimere alcuni temi su cui avrei preferito concentrarmi durante la visita negli USA, la mia prima richiesta fu quella di incontrare persone che si occupano di "lobbying", e che quindi esercitano una pressione a favore di particolari gruppi di interesse.

Negli USA ho avuto modo di chiedere anche ai rappresentanti di vari organismi incontrati (banche, fondazioni, associazioni) dei progetti e delle attenzioni specificatamente rivolti alle minoranze etniche. E ciò che ho sentito conferma quando ho sempre richiesto a gran voce su questo blog: favorire la costituzione di una lobby che operi a favore dei diritti degli immigrati. Il soggiorno negli USA è stato un'esperienza interessante, da quel punto di vista, sia in termini di contatti che di know-how. Questa è la grande novità: forse si può già intraprendere la strada della costituzione di una lobby di immigrati e di italiani sensibili alle loro richieste che condizioni la politica italiana sul tema. E che nessuno si scandalizzi: se gli immigrati non possono votare, possono sempre esercitare pressione (vi meravigliereste di quanta pressione potrebbero esercitare). Rientra nel gioco democratico. Ecco perché invito tutti voi a darmi una mano a redigere un documento programmatico, una guida per chi vuole cambiare lo stato delle cose: il "Piano per la Rinascita Multietnica" dell'Italia. (Leggi la quarta puntata)