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sabato 29 novembre 2008

Mi hanno preso gli Americani (VIII)

Mi hanno preso gli Americani (I)
Mi hanno preso gli Americani (II)
Mi hanno preso gli Americani (III)
Mi hanno preso gli Americani (IV)
Mi hanno preso gli Americani (V)
Mi hanno preso gli Americani (VI)
Mi hanno preso gli Americani (VII)

Nell'ultima puntata pubblicata di questa serie, avevo argomentato l'urgenza di un Piano per la Rinascita Multietnica dell'Italia scrivendo che "La crisi finanziaria, le cui conseguenze si vedranno nei prossimi anni, creerà centiniaia di migliaia - se non milioni - di disoccupati e senzatetto. I tagli che il governo sta predisponendo porteranno al collasso delle principali infrastrutture, università e scuola in primis. In questo clima, c'è un unico capro espiatorio da indicare alle folle inferocite: gli extracomunitari". Ebbene, la mia "profezia" si sta avverando nemmeno 25 giorni dopo: la cosiddetta "Social-card" varata dal governo e che garantisce di disporre di ben 1,40 euro al giorno (Un caffè? Due?) esclude quelli che vengono comunemente chiamati "gli stranieri". E' un segnale gravissimo, nonostante la modestia del contributo: i signori della Social Card hanno infatti deliberatamente dimenticato che gli esclusi sono partecipanti dal punto di vista fiscale, contributivo, previdenziale, alla spesa dello stato. E che quindi hanno diritto anche loro a farsi generosamente offrire un caffè dallo stesso. Perchè, come riportato dal Dossier Statistico immigrazione 2008, la spesa dedicata ai cittadini migranti è nettamente inferiore alla loro contribuzione. Oserei dire che è persino ampiamente compensata dalla rapina prospettata allo sportello: 200 euro per ogni pratica legata ai rilasci, ai rinnovi o alle richieste di cittadinanza. Una spesa non indifferente - in tempi di crisi - per un singolo, figuriamoci intere famiglie. Per un permesso che - viste le lungaggini burocratiche - viene consegnato quasi scaduto.

Al danno si aggiunge la beffa. Un simpatico assessore leghista annuncia: un bonus di 2.000 euro agli immigrati rimasti senza lavoro disposti a lasciare il paese anziché 'pesare' sulle casse comunali. L'assessore in questione spiega: "Siamo disposti a dare 2.000 euro a famiglia purché vadano ad abitare altrove: ci costa meno che garantire i contributi alle famiglie in difficoltà. Non è possibile che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido". Lasciando quindi intuire che chi ha perso il posto di lavoro non dovrebbe avere un permesso di soggiorno valido. Le ipotesi sono due: o il simpaticone non è ben informato oppure sta invocando la revoca automatica del permesso a chi perde il lavoro, senza nemmeno lasciargli sei miseri mesi di tempo per tentare di trovarne un altro. Perchè è proprio cosi che funziona: la legge lega già il soggiorno al contratto di lavoro, e quelli che perdono il lavoro - se non ce la fanno a trovarne un altro entro appena sei mesi - rischiano automaticamente di dover tornare nel Paese d'origine. Senza che l'Assessore si scandalizzi. E senza i suoi 2000 euro. Tutto questo è in palese contraddizione con una regola americana che mi sta molto a cuore, e che ho avuto modo di saggiare direttamente durante il mio soggiorno statunitense su invito del Dipartimento di Stato: "No taxation without representation". La vita degli immigrati deve essere gestita con permessi di soggiorno (addirittura "a punti") senza nessuna prospettiva di stabilità e senza diritto di voto? Vogliamo davvero la reciprocità? Benissimo: allora niente tasse, niente imposte, niente contributi. Gli stessi privilegi di cui godevano gli italiani emigrati in Egitto (che tra l'altro non erano nemmeno soggetti alla legge egiziana). O forse gli italiani sbarcati ieri dalle carrette del mare per lavorare nella bonifica delle paludi egiziane e nel cantiere del canale di Suez erano "superiori" a quelli che arrivano oggi per lavorare nei cantieri edili e nelle piantagioni dell'Italia?

A fronte di questo evidente accanimento contro gli stranieri che vivono e lavorano in Italia, concepiti come meri strumenti "usa e getta", cosa si può fare, se non mettere in pratica un Piano per la Rinascita Multietnica? C'è chi afferma: un Piano per la Rinascita Multietnica c'è già o è presto delineato: riforma della legge della cittadinanza e concessione del diritto di voto. Benissimo: ma sono anni che diciamo che è ciò che andrebbe fatto. Vi sembra che ci sia stato almeno un singolo passo concreto in questa direzione? No. E vi dico anche perché: perché non c'è nessuno, fra i politici e le associazioni che dicono di voler bene agli immigrati che abbia davvero interesse a fare una cosa simile (e quindi a perdere consenso o bacino di utenza) se non a parole. A questo punto, possiamo tranquillamente affermare che sono gli immigrati stessi a dover fare in modo che qualcuno si interessi o sia costretto ad interessarsi veramente a questa battaglia. E siccome gli immigrati sono divisi, disorganizzati, occupati a cercare il pane o a evitare l'espulsione, la soluzione è una sola: la costituzione di una lobby che si faccia portatrice dell'interesse diffuso. Una lobby che definisco in nove parole: un gruppo informale di interessi senza pretese di rappresentatività. Motivo per cui non ci sarà gerarchia organizzativa o atti formali di costituzione: questa non è e non sarà l'ennesima "associazione". I membri saranno individuati per cooptazione e le sessioni di lavoro riservate, pur nella massima trasparenza. Non c'è bisogno di strombazzare, per ottenere risultati. Sappiamo che la legge sul voto e quella sulla cittadinanza e persino l'ambitissimo fine di far eleggere "un Obama italiano" sono degli obiettivi del Piano per la Rinascita Multietnica. Ma ciò che si deve discutere non è "che cosa" si dovrebbe ottenere, visto che lo sappiamo già, e da anni. Ma "come" ottenerlo concretamente.