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lunedì 24 novembre 2008

Per voi ci vorrebbe Hitler

Qualcuno di voi si ricorderà di quella volta in cui raccontai di un simpatico tassista che, sentendosi a suo agio con due "italiani" (di cui uno finto, cioè il sottoscritto) si è messo ad inveire contro questa "alta concentrazione" di arabi. Ad un certo punto si è messo ad elencare misteriose sigle, dicendo che dovrebbero essere montate proprio in quella piazza (Porta Palazzo, il quartiere multietnico di Torino) per "fare pulizia". Di fronte alle nostre facce perplesse, ci spiegò gentilemente che erano le mitragliatrici usate dalle SS. "Perché qui bisogna fare come faceva Hitler. Sapone, bisogna farne di questi qua. Sapone. D'altronde Hitler faceva sapone anche degli zingaracci, no?", a dimostrazione del fatto che gli anti-islamici di oggi non sono nient'altro che nazisti riciclati. La sentenza, storica, emessa a Torino permetterà finalmente di mettere i puntini sulle "i". Incredibile ma vero: sembra infattti che finora, in Italia, l'aggravante del razzismo non sia mai stata contestata a chi ricorreva a insulti e epiteti chiaramente razzisti.

L’aveva ripetutamente insultata: «Sei una sporca negra. Bisognerebbe tornare ai tempi di Hitler, quando si bruciavano gli ebrei. Dovremmo fare la stessa cosa con voi». Maria Paola Cavallo, una donna di 57 anni è stata condannata ieri, in tribunale a Torino, per “ingiurie e minacce aggravate dall’istigazione all’odio razziale” dal giudice Federica Galllone. Sette mesi di reclusione senza il beneficio della condizionale (e un risarcimento alla vittima di 3000 euro, ndr). Ora, se la signora Cavallo vorrà usufruire della sospensione della pena, dovrà rigare dritto almeno fino al processo d’appello e sperare che i giudici di secondo grado credano al suo ravvedimento. Già, perché in attesa della sentenza, la signora Cavallo, altro non ha fatto che ribadire i suoi convincimenti, continuando ad insultare con interviste sui giornali (acquisiti come prove in giudizio) (nota del sottoscritto: un esempio si può trovare qui) Khadija Sadri, una donna di origine marocchina di 37 anni, da tempo in Italia e moglie di un torinese, Stefano Demaria, 41 anni, titolare di una nota concessionaria d’auto. I fatti risalgono al 2005 quando Khadija Sadri era solita fare la spesa al DìxDì di piazza Savoia. Lì aveva più volte incontrato la Cavallo, anche lei impegnata nelle compere: «Degli insulti ne parlai con mio marito - raccontò la giovane marocchina - che è italiano e lui mi consigliò di stare calma. I dipendenti del supermercato, ogni volta che andavo lì e c’era anche quella signora, cercavano di difendermi, di tutelarmi». Ma gli insulti sono proseguiti, in un continuo crescendo: «L’ultima volta mi sono davvero spaventata. Quella donna, facendomi il saluto romano, mi aveva detto che suo figlio era un naziskin e che alla fine me l’avrebbero fatta pagare». La Cavallo si è sempre difesa dicendo che la vittima era lei perché «Ero continuamente provocata dagli atteggiamenti e dalle parole di quella negra» e oggi commenta così la sentenza: «È assurda, siamo proprio in Italia». La sua versione, però, in tribunale, è stata smentita dal titolare del supermercato. Il commerciante ha confermato la deposizione della donna marocchina dando ancor maggior peso alle accuse sostenute dal pubblico ministero, il vice procuratore onorario Ferdinando Brizzi. «Quando leggeremo le motivazioni - afferma l’avvocato difensore, Fabrizio Bernardi - sapremo perché manca la condizionale. La mia cliente è incensurata, gli episodi sono occasionali e l’aggravante del razzismo non c’é, visto che si tratta di un battibecco senza intenti discriminatori». Di parere opposto Donatella Mondini, avvocato di parte civile: «Noi avevamo presentato la querela e, sulla base della nostra denuncia, la Procura ha formulato delle accuse, recepite dalla sentenza, con aggravanti tali da rendere inapplicabile l’indulto a questo caso». (CronacaQui) Altri dettagli qui