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giovedì 31 gennaio 2008

Aperitivo pre-rivoluzionario

[...] La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che davvero mi ha spinto quasi alla disperazione per la vergogna, è stata il dibattito parlamentare che ha salutato la caduta del governo Prodi. Badate, il problema non è politico: la destra e la sinistra non c'entrano. Il fatto è che un paese civile non può tollerare di essere rappresentato, nel più alto consesso della vita politica nazionale, da parlamentari (strapagati, fra l'altro) che s'insultano come facchini, che si sputacchiano tra loro, che s'ingozzano pubblicamente di mortadella in spregio al premier sotto l'occhio delle telecamere, quelle straniere comprese. Un tanghero che si dia a manifestazioni d'inciviltà di questo genere, che offendono e disonorano il Parlamento, offende e disonora anche la società civile che gli ha dato mandato di rappresentarla. In un paese civile, sarebbe quanto meno sospeso dalle sue funzioni. Una società civile degna di questo nome subisserebbe Tv e giornali di protesta finché il Parlamento non fosse liberato da una presenza indegna e indecorosa come quella.

Ma gli italiani, nulla. Se ne fregano, magari addirittura ci ridono sopra oppure applaudono. Dando, almeno in questo, perfettamente ragione a Romano prodi, che qualche tempo fa ebbe testualmente ad affermare che il ceto politico del nostro paese non è peggiore della società civile che l'ha espresso. Parole sante, purtroppo. Un deputato spernacchiatore e sputazzatore è degnissimo rappresentante di una società civile che evade le tasse, non rispetta più le donne e gli anziani, disprezza e guasta le pubbliche proprietà, non riesce a organizzare la raccolta differenziata dei rifiuti, trasforma ogni domenica i campi di calcio in campi di battaglia o tollera che tali siano trasformate, accetta di continuare a vivere in un paese nel quale la scuola è distrutta e trionfano malavita e malasanità.

Recuperare dignità? Non credo sia possibile: a meno di gravissimi eventi, tutto continuerà a scivolare sempre più in basso e al progressivo degrado ci abitueremo esattamente come abbiamo fatto fino ad ora. Qualcuno sostiene che stiamo attraversando una tipica situazione prerivoluzionaria. Non è vero. Le rivoluzioni scoppiano quando vi sono gruppi o classi sociali che sotto il profilo strutturale sono di vitale importanza per la vita del paese mentre sotto quello istituzionale non vedono adeguatamente riconosciuta la loro presenza. Ma in Italia accade esattamente il contrario: non c'è ambiente, gruppo o lobby che, anche quando non condivide in nulla il potere, non sia in qualche modo colluso e compromesso con il suo cattivo esercizio. Siamo un paese di bustarellatori e di bustarellati, di raccomandatori e di raccomandati, di gente che si adatta a tutto pur di ottenere qualunque vantaggio individuale. I politici sanno bene di potersi fidare di noi: qualunque cosa facciano, siamo loro compari, loro complici. [...]

Franco Cardini, Il Tempo

mercoledì 30 gennaio 2008

Italiana tra italiani

Avevo anagraficamente ventisette anni, ma scarsa esperienza della realtà: avevo sempre studiato. Per questo, quando sono entrata in una scuola superiore di San Donà di Piave ho impiegato un po’ di tempo a capire. Io tenevo le mie lezioni di lettere, ero stimata dai miei alunni e dai loro genitori, ma quando mi recavo a supplire in classi diverse dalle mie, in cui non avevo “l’arma” del voto facevo fatica a farmi ascoltare. Non era soltanto questo: le mie entrate e le mie uscite erano accompagnate da risatine. Non mi pareva di essere ridicola: certo non ero alta, portavo gli occhiali, ma sapevo il fatto mio. Ero aliena da ogni pregiudizio giacché, a causa dell’asma della mia sorellina, fin dagli anni cinquanta, la mia famiglia aveva sempre frequentato le Dolomiti: Faé di Longarone, Laggio, Auronzo.

Avevamo molto sofferto per la tragedia del Vajont in cui avevamo perduto amici e conoscenti. Bambina ero venuta da turista nel Veneto e, conseguita la laurea, tornavo per lavorarci: mi sembrava logico e normale. Non ero forse italiana tra italiani? Probabilmente a causa di questa buona fede impiegai un po’ di tempo a capire le risatine. Lo capii quando, passando per il corridoio, durante un intervallo, sentii un “Concettina, ah Concettina” pronunciato con un accento che voleva scimmiottare quello di un immaginario meridione.

Restai molto colpita dalla scoperta di essere una terrona e di essere oggetto di scherno. Mi tornò in mente di quando un mio cuginetto, colpito a sei anni da un tumore al cervello- erano gli anni 50- era stato portato a Milano per essere curato; era stato poi ricondotto a casa dove morì implacabilmente per il brutto male. Ricordo che i genitori, nonostante il dolore della perdita atroce, raccontavano a noi famigliari che un medico di quell’ospedale di Milano aveva detto ad un collega, riferendosi al loro piccolo e alla sua incurabile malattia: “Che importa che muoia: tanto è un terrone!”

Nel corso della mia permanenza nel Veneto, dove ho messo su famiglia, ci sono stati presidi che mi hanno elogiata dicendomi che ero di “sangue buono” nonostante le origini. Altri che hanno affermato nei collegi dei docenti che da Roma in giù regna l’ignoranza più completa. Ho appreso tanti luoghi comuni sul Meridione che hanno pia piano costruito questa leggenda nera di cui io ero parte: sono stata intimamente umiliata. Il massimo della vicinanza umana l’ho percepita in frasi come: “Tu, però, sei diversa! E poi oramai sei Veneta!”. Poi è venuta la Lega e la situazione è peggiorata ulteriormente: il pregiudizio strisciante è diventato aperto insulto e razzismo.

Le trasmissioni delle radio o delle televisioni locali, i siti di queste organizzazioni sono spaventose per il nazileghismo di cui grondano. Ora ho sessant’anni, sono andata in pensione, osservo con minore sofferenza questo fenomeno doloroso. Da questo nasce il mio desiderio di dire agli italiani attenzione: là dove voi credete di votare per un dirigente liberista come Berlusconi o per un politico conservatore come Fini, in realtà date forza ad una formazione ed una mentalità- il leghismo- che vorrebbe epurare il sud e, per ora, lo riempie di insulti e di minacce di morte. Pensate bene quando voterete: questa destra non è la destra di nazioni come la Francia o la Germania. E’ una destra che vomita odio e per la quale il concetto di identità è sempre più circoscritto. Non c’è verso di far comprendere che il sud non è rappresentato soltanto da Mastella e Cuffaro.

Concetta Centonze
San Donà di Piave, Il Messaggero

lunedì 28 gennaio 2008

Gli Amici dell' Amico Allam

Magdi Allam, Vicedirettore onorario del Corriere della Sera, ha inaugurato un sito - www.magdiallam.it - a metà tra la televendita e il fanclub. Non a caso, a fianco della gigantografia (qui sopra riportata) che campeggia in prima pagina e le numerose pubblicità per i suoi romanzi, compare la dicitura "Amici di Magdi Allam". Gli amici dell'amico Allam ammontano, al momento attuale, a circa 347 individui, tutti regolarmente schedati (un vizio che aveva anche il presidente egiziano Nasser, sotto il quale è cresciuto Allam): nome, cognome, data e luogo di nascita, professione e motivazione di adesione al sito. Ovviamente ci vuole coraggio, per dichiararsi amici dell'amico Magdi Allam. Non tanto per l'ormai famigerata fatwa che Allam sostiene sia pendente sul suo capo (e come ben si sa, a dichiararsi amici di uno colpito da una fatwa, si è automaticamente colpiti in prima persona causa contagio di Fatwite) ma perché ci vuole veramente del fegato per abbinare il proprio nome ad uno che è stato dichiarato da Ferdinando Imposimato, Giudice Istruttore nel Processo Moro e nell'attentato a Giovanni Paolo II - e non solo da lui - come un personaggio "che alimenta l'odio e il conflitto tra Cristiani e Musulmani".

In meno di 20 giorni (il sito è online dal 7 gennaio), Allam ha sfornato ben due appelli, il che la dice lunga sul suo modo di intendere la politica, riassumibile nel motto "Contiamoci che siamo in tanti". Il primo appello "Io sto con il Papa" ha totalizzato 800 adesioni, per l'altro - "Salviamo l'Italia" - la conta è ancora in corso. In realtà, il sito di Allam - da quando ha visto la luce - altro non è che una conta dei montoni, con Allam nel ruolo del Pastore dormiente: il 12 gennaio, l'editoriale del giorno è intitolato: "Al sesto giorno di vita festeggiamo i primi 100 iscritti" e recita: "E cento! Il nostro sito, al suo sesto giorno di vita, festeggia i suoi primi 100 iscritti". Il 14 gennaio, l'editoriale successivo recita: "Cari amici, da quando il 7 gennaio scorso è stato inaugurato il sito “Amici di Magdi Allam”, all’indirizzo www.magdiallam.it, cresce di giorno in giorno il numero degli aderenti. Al momento in cui vi scrivo siamo a 121 iscritti. Questo risultato è positivo". Il 16 gennaio, l'editoriale seguente annuncia: "In 800 hanno aderito all'appello "io sto con il Papa"". Il 20 gennaio, il nuovo editoriale annuncia nel titolo "Oltre 850 adesioni all'appello Io sto con il Papa". Il 24, e cioè l'editoriale immediatamente seguente, proclama: "Oltre 300 iscritti al sito la nostra missione sta diventando sempre più necessaria, vitale e impellente" (E cosa dovrebbe dire Beppe Grillo, che di gente ne ha radunata - in un giorno - 300.000???). L'editoriale recita: "Nei primi quindici giorni di vita del sito “Amici di Magdi Allam”, oltre 300 persone di buona volontà hanno già aderito a questa proposta culturale e civile per la riforma etica dell’Italia". Quindi arriviamo al 25 gennaio, con il nuovo appello "Salviamo l'Italia". Sono disponibile ad accettare scommesse sul prossimo titolo: "Oltre cento adesioni all'appello Salviamo l'Italia. Senza il nostro sito, la seconda venuta di Cristo non sarebbe possibile".

Nella sezione "La nostra missione", ci sono quattro articoli per dire che è necessario riscattare "la certezza della verità". Da dove derivi da questa assoluta e incrollabile certezza nella Verità e di quale Verità si sta parlando, non è dato saperlo. Una cosa però è chiara: chiunque si discosti dalla Verità come Allam la intende non è molto ben visto, e il suo destino non sembra molto felice. Prendete come esempio la questione relativa al discorso del Papa presso la Sapienza, oggetto di una pacatissima lettera interna di protesta da parte di alcuni docenti universitari. Ebbene, secondo Allam: "anche se è alquanto probabile che la magistratura non perseguirà i docenti che hanno istigato all’intolleranza e gli studenti che hanno intimidito con la violenza, noi non possiamo sottrarci alla condanna netta e assoluta del loro operato". In altre parole, secondo Allam la magistratura avrebbe dovuto indagare e forse punire con il carcere un gruppo di 67 docenti per aver osato scrivere una lettera al proprio Rettore sollevando perplessità sull'invito rivolto ad una figura religiosa per l'inaugurazione di un anno accademico. A dimostrazione del fatto che Allam non ce l'ha solo con i musulmani e con le loro moschee (ormai l'impostazione è inviariabile e non vale la pena ribadirne i contenuti), ma con lo stesso concetto di democrazia, che garantisce a chiunque il diritto di protestare e di contestare. Gli appelli, le lettere e la conta delle adesioni o dei montoni non possono mica essere garantite per tutti. Valgono solo per gli amici dell'amico Allam.

venerdì 25 gennaio 2008

Il Tempo della Pazienza

Il tempo e la pazienza possono più della forza o della rabbia. (Jean de La Fontaine)

Lo spettacolo indegno che si è consumato in queste ultime ore nell'Aula del Senato, drammaticamente conclusosi con la caduta del governo di Centrosinistra impone una seria riflessione. Per quanto mi riguarda, questo non è il tempo delle analisi matematiche, dei presagi astrologici e delle elucubrazioni mentali, bensì quello dell'azione preventiva ponderata e della costruzione di difese adeguate in attesa della grande incognita che ci attende come immigrati e come sostenitori dei diritti degli immigrati. Mentre scrivo infatti, non è chiaro se ci saranno nuove elezioni o se invece si opterà per un governo istituzionale che porti avanti le riforme di cui necessita il paese ma una cosa però è chiara, ed è quella che più mi preme in questo tragico momento. Per ora possiamo dire addio alla riforma della Legge Bossi Fini sull'immigrazione e sulla cittadinanza: in caso di nuove elezioni, e in assenza di una legge elettorale decente che garantisca una maggioranza solida a chi governa, ci sarà ben altro da discutere e su cui mercanteggiare che il destino degli immigrati nel Bel Paese. Figuriamoci se al potere arriva poi una coalizione di Centro Destra, con un leghista nel ruolo di "ministro dell'immigrazione". Nell'ipotesi che venga invece istituito un governo istituzionale, la sua natura - provvisoria e di basso profilo politico che non accontenta né scontenta nessuno - impone come obiettivi da perseguire temi condivisi da tutti i partiti o quasi e questo automaticamente esclude qualsiasi dibattito sereno e proficuo sul tema dell'immigrazione.

Devo dire che da attivista e militante di Sinistra non mi sono mai fatto illusioni, anche se ho gioito per la vittoria conseguita di misura nelle ultime elezioni. Il destino del governo era segnato dal momento in cui vennero resi pubblici i numeri al Senato, e l'andazzo si era capito dal ritardo con cui è stato affrontato anche il tema della riforma sulla legge dell'immigrazione. Il colpo di grazia l'ha dato ovviamente la rissosità delle componenti della coalizione, le paure suscitate dalla riforma elettorale, il tutto culminato con l'uscita dell'Udeur per i motivi già noti. Anche se sarò il primo a riproporre la campagna "Adotta il voto di un immigrato" a favore della Sinistra in caso di nuove elezioni, questo non mi ha mai impedito di dire che ciò che distingue Destra e Sinistra in questo paese è il fatto che mentre la Destra afferma che i negri puzzano, la Sinistra afferma che hanno un odore leggermente sconcertante. Non è molto carino dirlo, soprattutto in questo momento, ma credo che gran parte degli immigrati in questo paese condivida il senso di questa metafora: al di fuori di pochi esempi lodevoli a livello locale, la Sinistra nelle sue svariate esperienze di governo - inclusa quest'ultima - non è riuscita a dare una risposta soddisfacente alle aspettative degli immigrati. Proprio per questo ho sempre invitato questi ultimi, le loro associazioni e coloro che si occupano delle tematiche connesse a non farsi accecare dal campanilismo politico. Sono fermamente convinto che gli immigrati debbano agire come una corporazione, come un sindacato, come una lobby. E rivendicare i diritti e le agevolazioni che ne conseguono esercitando le pressioni politiche ed economiche opportune su chi governa al di là del colore politico o del rapporto ideologico prevalente o esistente.

Certo, in un paese caratterizzato da una forte immigrazione di braccianti, badanti ed operai, ricattati da leggi e da sfruttatori di vario tipo, potrebbe sembrare difficile se non addirittura impossibile condurre con successo un'opera di sensibilizzazione e di mobilitazione interna per la difesa e rivendicazione dei propri diritti da parte delle "masse". Ma chi legge questo blog sa anche che sono un convinto sostenitore dell'Elitarismo nel senso buono del termine: i pochi che possono permetterselo, devono - nei termini dell'imperativo morale kantiano - militare per le migliaia che non hanno la forza di opporsi. Nessuna svolta epocale ha avuto come punto di origine "la massa" - quella su cui punta Beppe Grillo per intenderci - e questo vale anche in questo mondo che si ammanta di democrazia e di voto partecipato. Da che mondo è mondo, i cambiamenti storici sono stati opera paziente e silenziosa di minoranze colte ed organizzate, di lobby e di corporazioni che sono sempre riuscite a ottenere risultati giocando le proprie carte con tutti i protagonisti presenti sulla scena: sbaglia quindi chi crede che una minoranza di immigrati non possa ottenere da un governo di Destra (si, proprio cosi) una riforma impensabile sul tema dell'immigrazione cosi come ha sbagliato chi non è riuscito ad imporre al governo di Centrosinistra di cambiare la legge in tempo utile prima della sua caduta. Ed è proprio questo il punto: al di là di chi ci sarà al governo nei prossimi mesi, la battaglia per la riforma della legge sull'immigrazione e la cittadinanza non si è conclusa. E' appena ricominciata.

mercoledì 23 gennaio 2008

La Terra Promessa

È ormai un vero e proprio esodo verso l'Egitto, quello di decine di migliaia di palestinesi (350 mila secondo fonti Onu citate dagli organi d'informazione israeliani) che da mercoledì mattina attraversano la frontiera di Rafah. Nella notte miliziani palestinesi con il volto coperto hanno provocato esplosioni e aperto decine di varchi nel muro che delimita le frontiere tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. E un fiume di palestinesi, residenti a Gaza, hanno cominciato attraversare la frontiera. Alcuni se ne sono andati definitivamente, carichi dei propri effetti personali, in fuga dalla violenza delle milizie e dall'assedio israeliano. Altri invece fanno avanti e indietro, tornando a Gaza carichi di beni di prima necessità: cibo, latte, carburante, sigarette. I circa 2 mila poliziotti egiziani schierati alla frontiera non sono intervenuti per frenare l'esodo. «Sebbene lo sconfinamento sia illegale, non si è ancora deciso cosa fare», ha riferito una fonte della sicurezza. Hamas non ha rivendicato la responsabilità delle bombe, ma ha rapidamente preso il controllo della frontiera. Gli uomini del Movimento di resistenza islamica hanno incanalato il flusso e avviato il controllo dei bagagli (sono state confiscate sette pistole a un uomo che rientrava a Gaza). La distruzione del muro è continuata nella mattinata: un bulldozer, guidato da palestinesi, ha abbattuto una sezione, sovrastata dal filo spinato, per allargare il varco e consentire un accesso facilitato alle auto. L'Egitto è diventata una sorta di «terra promessa»: macchine vuote e muli attraversano il valico, per tornare a Gaza carichi di beni che possono essere rivenduti anche a un prezzo maggiorato. C'è anche chi ha oltrepassato il valico tre volte in poche ore: Mohammed Abu Ghazel ha comprato sigarette in Egitto e le ha rivendute a Gaza a un prezzo quintuplicato. «(Con il ricavato) sfamerò la famiglia per un mese». Oltre a cibo e sigarette, vanno a ruba prodotti elettronici, come cellulari e televisioni che sono letteralmente scomparsi dagli scaffali dei negozi oltrefrontiera. Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha dichiarato di aver autorizzato l'ingresso dei palestinesi in Egitto «perché avevano fame. Ho detto alle guardie del confine di farli entrare perché mangino e comprino cibo e di farli poi rientrare, fintanto che non portano armi». (Il Corriere)

martedì 22 gennaio 2008

Gli scarti della Casta

Bisogna a questo punto fare un inciso e rivolgere un pensiero pietoso ai pochi musulmani praticanti la preghiera che giungono nel nostro paese. Purtroppo per loro i vertici delle associazioni che cercano di rappresentare l'Islam in Italia sono stati occupati da tempo da una manica di scombiccherati personaggi in cerca d'autore. Ben pochi di questi hanno storie limpide, ben pochi di questi corrispondono all'identikit dell'uomo di fede, non importa di che fede. Probabilmente è più facile “vendersi” come musulmano che lottare per entrare nel mercato politico-mediatico con la propria storia da italiano fallito, ma esiste anche l'ipotesi che per molti di loro sia “sempre meglio che lavorare”. Quelli che provenivano da esperienze di sinistra sono in genere schierati in difesa della comunità musulmana, quelli provenienti da destra sono invece talmente ostili alle iniziative “musulmane” da apparire caricaturali. Pensare che il povero cittadino che proviene da paesi dominati dall'integralismo religioso debba finire rappresentato da questo circo, suscita un senso di solidarietà; questo circo non è altro che l'eccedenza, lo scarto nella produzione del personale politico italiano. Se l'italiano medio si lamenta della “casta”, il musulmano medio in Italia avrebbe tutte le ragioni nel lamentarsi rappresentato dagli scarti della casta. (...) Il loro idolo è sicuramente Allam, un uomo venuto dal nulla e diventato qualcuno facendosi araldo delle ragioni della guerra, con sommo sprezzo del ridicolo e, sovente, della verità. Vedere che Allam riceve un premio a sei zeri da una fondazione israeliana e che subito dopo scrive “Viva Israele”, avrà sicuramente illuminato la via a molti altri. Se Allam è diventato qualcuno annunciando attentati falsi e accusando i “fratelli musulmani”, perchè non provare a seguirne le orme? Nemmeno a uno dei pochi “martiri” della combriccola, il sedicente patriota Renato Farina (alias Betulla) è andata troppo male, c'è di che attirare sfaccendati come le mosche al miele.

Tratto da un recente articolo di Raffaele Matteotti. Lettura consigliata.

lunedì 21 gennaio 2008

Perdere qualcosa di sé

«Non è vero. Tu sai che nel profondo il motivo non è quello. Yusef materializza tutte le tue paure e le tue ango­sce, rappresenta il mondo da cui vuoi scappare, ma dal quale in fondo vieni. Thomas invece simboleggia il mondo diverso dove vorresti avventurarti ma che in realtà non rie­sce ad accettarti del tutto perché continua a percepirti, paradossalmente, come diversa da sé.»

Incredula. Già, proprio così. Non immaginavo che Leila potesse essere così profonda.

«Ma sai qua! è il rischio, Jas(mine)? Che finisci per non essere accettata da nessuno, veramente. Rischi di rimanere inca­strata nel mezzo. Nessuno qui ti percepirà mai fino in fondo come italiana. E se continui a snobbare e criticare le tradizioni e la forma mentis degli arabi e dei musulmani in generale, anche loro inizieranno a percepirti come diversa. E così sarai diversa da tutti

«Non esiste la diversità, Leila... così come non esiste la normalità

«Menti.»

Sì, è vero, mento. Quante volte mi sono sentita fottuta­mente diversa? Quante volte ho avvertito il disagio nelle persone, o il disagio in me, l'incapacità e l'impossibilità di renderli pienamente partecipi di quello che sono? Quante volte mi sono detta "pensa se un giorno mi svegliassi e mi ritrovassi in una bella famiglia italiana, uguale a tutti quel­li che mi stanno intorno. O, nel caso opposto, in una bella famiglia egiziana, in Egitto. Ma almeno uguale agli altri"? E quante volte mia madre mi ha detto di non vergognar­mi di quello che sono? La realtà è che io non me ne vergogno, ma non riesco ad accettarlo pienamente. Sono sempre lì, tesa verso l'integrazione perfetta, l'assi­milazione più totale. Senza rendermi conto che forse alla fine è un miraggio lontano. Tu ti sforzi e fai di tutto per avvicinarti, ma più ti avvicini più perdi qualcosa di te, e anche se sembra sempre più vicino, non ci arrivi mai. E l'unica soluzione, alla fine, rimane tornare indietro. Quando ti rendi conto che non raggiungerai mai la meta, ti volti e torni indietro. Ma quando ti giri di nuovo a guar­darla, non c'è più, perché in realtà forse non c'è mai stata.

Non vorrei mai rischiare di correre dietro a un miraggio. Perderei qualcosa di me.

Tratto dall'ultimo romanzo di Randa Ghazi, "Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista" (Ed. RCS).

domenica 20 gennaio 2008

Articolo 3

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Articolo 3 della Costituzione italiana.

Per il Papa-day indetto in Piazza San Pietro sono affluite 200 mila persone. Tutte convenute per rispondere all’appello del cardinale Camillo Ruini a essere presenti per esprimere vicinanza al Papa. Una sorta di risarcimento morale per rispondere alla durissima contestazione che lo ha obbligato ad annullare la sua prevista partecipazione all'inaugurazione dell' anno accademico della Sapienza. Non voglio entrare nel merito della partecipazione papale alla cerimonia, delle proteste che ne sono scaturite e delle conseguenze che ciò ha comportato. Ciò che mi preme sottolineare in questa occasione, è l'atteggiamento assunto dal mondo politico e mediatico. Non vi è alcun dubbio, infatti, che di fronte alla contestazione si sia sollevato un coro indignato di voci a favore del Papa e della Chiesa. Le dichiarazioni si sono sprecate, sono fioriti decine di appelli, fiumi di inchiostro sono stati riversati per sostenere le ragioni della Chiesa e del suo rappresentante. Oggi, in piazza, a fianco degli studenti e delle casalinghe, c'erano i politici e gli aspiranti tali. In un certo senso, si respira un clima di solidarietà diffusa nei confronti del Papa.

Non può che soprendere quindi, questa corsa alla solidarietà pro-papale, in un paese che - per contrastare i credenti musulmani e respingere, criminalizzando, le loro richieste - si innalza la bandiera della Laicità e della separazione tra Chiesa e Stato. Si accetta di finanziare con i soldi dei contribuenti le scuole private cattoliche, ma si rifiutano categoricamente - in nome della scuola pubblica - le scuole musulmane, anche se finanziate coi soldi delle comunità islamiche. Si esentano le proprietà della Chiesa dall'Ici, ma non si accettano - in nome dell'autonomia del potere politico - agevolazioni da parte dei Comuni per la costruzione di moschee. Esistono articoli del codice penale che sanzionano coloro che "offendono una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa" e coloro che "in luogo pubblico o aperto al pubblico" offendono "con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto" e in nome di tali articoli si condanna chi offende il crocefisso o la Chiesa ma si accettano - in nome della Libertà di contestazione - manifestazioni e fiaccolate in cui si sparge urina di maiale sui terreni dedicati alla costruzione di moschee, o in cui si palesa la volontà di andar in giro accompagnati da un maiale denominato "Maometto".

Questa palese discriminazione non si ferma qui e non si limita alla sola Italia. Tempo fa, molti politici e giornalisti simpaticoni, in Italia e non, hanno incoraggiato e difeso - sempre in nome della Libertà di espressione - la pubblicazione delle vignette che raffiguravano il Profeta Maometto considerate blasfeme dalla totalità del Mondo musulmano. Ma nessuno di loro ha fiatato quando un singolo prete, protestando "vivacemente" di fronte agli uffici milanesi di una multinazionale, l'ha obbligata a ritirare il suo spot considerato "blasfemo". Mi riferisco alla pubblicità della Redbull, rea di aver infilato un «Re Magio» di troppo nello spot natalizio della bevanda "che mette le ali". Secondo il prete, infatti, «L'immagine della sacra famiglia è stata raffigurata in modo blasfemo. Malgrado gli intenti ironici della Red Bull e degli autori dello spot è stata intaccata la Natività, e con essa la sensibilità dei cristiani». Nessuno ha fiatato quando in Australia, una mostra d'arte contemporanea in cui è stata esposta la statua di una Madonna con il Burka, è stata attaccata al punto di far intevenire il primo ministro John Howard, secondo il quale la scelta di queste opere ègratuitamente offensiva per le credenze religiose di numerosi australiani”. Persino il quotidiano danese che aveva promosso la campagna di vignette del profeta Maometto, aveva rifiutato di pubblicare vignette raffiguranti Gesù Cristo, considerandole troppo offensive. A questo punto sorge spontanea una domanda: a quando una Moschea-day, a difesa dei progetti delle moschee di Bologna e di Colle Val D'Elsa duramente attaccate da curie e partiti?

martedì 15 gennaio 2008

Messaggi subliminali

Anche se in ritardo, segnalo un mio vecchio post ripreso da Liberoblog. Come al solito, leggere i commenti lasciati dai lettori è più che istruttivo. Soprattutto se l'argomento ha a che fare con la Lega e con il razzismo. Detto in parole povere, è un tripudio di "Sono razzista e allora?" oppure, nel migliore dei casi, il classico "Non sono razzista ma..."

E come potrebbe essere diversamente? Per illustrare la notizia relativa al provvedimento a dir poco incivile del Comune di Milano che vorrebbe impedire ai figli dei clandestini di accedere all'istruzione (speriamo che intervenga l'Unicef), il sito del Corriere sceglie la foto di una donna vestita con il Niqab, il velo integrale. Come se tutti i clandestini fossero musulmani e come se tutte le musulmane indossassero il velo integrale.

Con messaggi subliminali di questo tipo, nutro seri dubbi sulla possibilità di sradicare la malapianta del Razzismo e dell'anti-islamismo dal Bel Paese.

lunedì 14 gennaio 2008

L'espulsione fa discutere

Perplesse le guide spirituali islamiche
Curti polemica: "Si blocca il dialogo"

Angela Lano

Fa discutere il decreto di espulsione di Mohammad Kohaila. "Questo provvedimento mi sa di "arresto preventivo" - afferma Elvio Isa Arancio, sufi e direttore del Centro Studi Ibn Sina - su base "mediatica", cioè sulle false denunce partite dalla trasmissione Anno Zero di un anno fa, o su base politica. Si dà un contentino a quei partiti di destra che sulle questione islamiche e dell'integrazione vogliono la "mano pesante". Ma un decreto, oltre la rigidità, dovrebbe prevedere anche la giustizia e il rispetto dello stato di diritto".

Dello stesso avviso è anche Sherif El Sebaie, intellettuale musulmano: "Dalle indagini dell'anno scorso, l'Imam era risultato estraneo a tutte le accuse emerse durante la trasmissione: come mai ora viene espulso tenendo cnto anche di quella montatura televisiva? Prima di espellere un cittadino sarebbe più giusto processarlo per verificare se le accuse contro di lui sono vere. L'espulsione, infatti, è già una pena a tutti gli effetti, da infliggere a chi è davvero colpevole".

Perplessità sono espresse anche da Amir Younes, presidente del Centro Mecca di via Botticelli: "Non credo che uno che vive qui da anni, che ha figli che frequentano scuole italiane, odi l'Italia. Non sarebbe da "Imam" comportarsi in questo modo". Preoccupazione, ma anche proposte concrete, sono emerse dalle dichiarazioni del responsabile della moschea di via Saluzzo, Mohammad Ibrahim: "L'espulsione di Kohaila è un atto preoccupante. Il fatto che i cittadini stranieri possano essere mandati via senza motivo, in assenza di reati o prove, ci turba molto. Sembra un messaggio che intende spaventare i musulmani che vivono in Italia, quando, invece, il governo dovrebbe lavorare con le moschee e i centri islamici per l'integrazione e la creazione di un "Islam italiano"".

Soddisfazione per l'espulsione è stata invece espressa dalle dichiarazioni di Stefano Allasia, segretario provinciale della Lega Nord torinese, che accusa la sinistra di "demagogia" nel portare avanti la sua linea politica. "Ci auguriamo che questi provvedimenti continuino, se ve ne fosse bisogno"; mentre il parlamentare leghista Mario Borghezio si chiede "perché le autorità si siano mosse solo ora". Accuse non condivise dall'Assessore alle politiche per l'integrazione Ilda Curti, che risponde: "Mi auguro che l'agenda politica non sia dettata dai media. Sembra che tutti siano diventati improvvisamente esperti di Islam, anche Borghezio. E' bene ribadire che a Torino vive una comunità islamica ben disposta all'integrazione. Nella nostra città il dialogo interreligioso e la pacifica convivenza sono molto avanti, anche se non fanno notizia. Il fatto che a febbraio presenteremo una Carta dei Valori insieme alle comunità islamiche vuol dire che ci siamo muovendo nella giusta direzione".

sabato 12 gennaio 2008

L'Imam e il Sermone


Espulso l'imam del falso sermone
Il provvedimento nei confronti dell'islamico torinese, finito nel mirino di Anno Zero

Sherif El Sebaie

Un provvedimento di espulsione è stato notificato ieri all'imam di Torino, Mohamed Kuheila, per motivi di «ordine e sicurezza pubblica». Nella primavera scorsa l'imam era stato accusato dalla trasmissione tv AnnoZero condotta da Michele Santoro di diffondere sermoni fondamentalisti in una moschea presso il quartiere multietnico di Porta Palazzo. La registrazione del sermone - realizzata con telecamere nascoste - era stata mandata in onda il 29 marzo scorso nel corso di una puntata incentrata quasi esclusivamente sul tema della condizione femminile nella cultura islamica.

Ma la registrazione in questione - a quanto pare tra gli elementi del fascicolo a carico dell'imam - si era rivelata totalmente falsa. Lo rese noto, due mesi dopo la messa in onda, una perizia della procura di Torino secondo la quale il sermone non conteneva «nessun appello alla guerra santa, nessuna apologia di terrorismo e nemmeno istigazione a delinquere», come invece veniva affermato dalla voce della giornalista che si sovrapponeva all'audio originale. Anzi, secondo il perito del tribunale vi erano persino «inviti a non esacerbare gli aspetti religiosi». All'epoca del fatto, il ministro Amato si era rifiutato di firmare frettolosamente un decreto di espulsione a carico dell'imam, invocato invece a gran voce dall'opposizione.

Ogni provvedimento fu sospeso in attesa delle indagini delle forze dell'ordine. Su invito del pubblico ministero Maurizio Laudi, furono tradotte le parole del religioso e venne appurato che non vi comparivano inviti alla lotta armata e tanto meno incitazione alla non integrazione con cristiani ed ebrei. Immediatamente dopo, l'imam denunciò AnnoZero. La città di Torino, da sempre attiva in maniera positiva e proficua sulle tematiche dell'integrazione, tirò un sospiro di sollievo. Anche perché se l'imam fosse stato espulso sarebbe stato il terzo religioso islamico residente a Torino e dintorni a finire nel mirino del Viminale (dopo Bouchta, imam di Porta Palazzo, e Mamour Fall, sedicente imam di Carmagnola).

Ora - a dieci mesi dal fatto - arriva a sorpresa un decreto di espulsione, convalidato dal giudice e immediatamente messo in atto. Nessuno dubita che gli elementi raccolti dalla Digos di Torino in mesi di istruttoria siano stati tali e tanti da giustificare il provvedimento ma sorge spontanea una domanda: che peso ha avuto la registrazione manifestamente taroccata realizzata dalla troupe di Anno Zero nell'inchiesta a carico di Kuheila? Stando ai lanci di agenzia e agli articoli di prima ora, sembra che la registrazione compaia effettivamente nel fascicolo a carico dell'imam. Ma se la registrazione era stata dichiarata falsa dalla magistratura, come mai compare lo stesso fra gli elementi sottoposti al giudice?

Il rischio che un meritevole lavoro di intelligence e di indagine venga vanificato dall'inclusione di elementi di dubbia attendibilità - come la registrazione manipolata - non deve essere sottovalutato. Anche perché finisce per accreditare come verità ciò che la giustizia e svariate inchieste giornalistiche avevano manifestamente smentito.

venerdì 11 gennaio 2008

Metti un Allam al governo

La misura di quanto siamo caduti in basso si può rilevare leggendo l'editoriale pubblicato l'altro giorno sul Corriere della Sera a firma di Magdi Allam. In Italia, il "relativismo ideologico, cognitivo, valoriale e culturale" è arrivato al punto in cui il primo quotidiano nazionale permette ad un immigrato egiziano - cresciuto all'ombra della dittattura nasseriana - di esultare per un'espulsione realizzata in tempi tali da aggirare un eventuale stop da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Scrive infatti Magdi Allam, nel suo articolo intitolato "La fatica di cacciare chi semina il terrore": "È stato uno slalom amministrativo, politico e giudiziario ciò che ha permesso ieri l'allontanamento dall'Italia di Mohamed Kohaila (...) È stata una soluzione ingarbugliata (...) che ha aggirato inizialmente la «neutralità» della Procura, poi ha consolidato la propria posizione grazie alla disponibilità di un giudice ad avvallare la decisione (...) accelerando infine i tempi per prevenire in extremis un possibile stop da parte della Corte di Giustizia di Strasburgo". Quanto riportato dà la misura del rispetto che Magdi Allam serba per i Diritti dell'Uomo e per le garanzie legali, e ciò che veramente intende quando nei suoi comizi camuffati da presentazioni di libri parla di "riparametrare le regole della Democrazia". Secondo Allam è cosa buona e giusta "aggirare" le perizie e le sentenze del Potere legislativo, eufemisticamente definite "neutralità" (sic), cercare la "disponibilità" dei giudici e "accelerare" i tempi prima che qualche magistrato europeo fermi in extremis una punizione controversa in attesa dei dovuti chiarimenti. Questo è ciò che dovrebbero aspettarsi non solo gli immigrati, ma gli stessi italiani, se dovessero un giorno ritrovarsi con un Magdi Allam al governo.

Ebbene, se qualcuno vuole sapere perché continuo a scrivere ciò che scrivo e a dire ciò che dico sul Manifesto, sul blog, negli incontri o in qualsiasi altra occasione, legga l'editoriale di Magdi Allam. Ci rifletta sopra, immaginando sé stesso accusato di un reato ma messo nelle condizioni di non poter dimostrare la propria innocenza tempestivamente. Se qualcuno è davvero interessato a saperlo e soprattutto a capirlo, legga il commento che mi ha lasciato un assiduo lettore di questo blog ieri: "la difesa ad oltranza di certe persone potrebbe portare chi ti legge ad identificarti con quelle stesse persone, con le loro idee ed azioni se non con la loro pericolosità. Lo scrivo perchè sono fortemente convinto - nonostante le mie critiche nei tuoi confronti - che tu non sia nè pericoloso nè oltranzista". Un commento che arriva a seguito di una delirante mail in cui vengo definito come "noto propagandista antitaliano su quel fogliaccio d'odio veterocomunista che è "il Manifesto". Ecco perché lo faccio: per non permettere alle leggi della Giungla di imporsi sullo Stato di Diritto, affinché non vengano meno le garanzie che distinguono un paese civile da uno che non lo è. Quelle stesse garanzie che possono salvare un innocente dal complotto o dalla montatura di turno, che possono distinguere fra chi è veramente pericoloso e oltranzista e chi non lo è. Ciò che molti non hanno capito è che io non difendo l'Imam Kohaila, o l'Imam Bouchta o gli altri che verranno ancora espulsi. Probabilmente non erano stinchi di santo. Forse sostenevano posizioni che io non avrei mai condiviso. Magari erano davvero predicatori di odio e terroristi. Eppure io so che se non intervengo adesso affinché anche a questi personaggi vengano fornite le garanzie degne di un paese civile, prima o poi anche altri - né pericolosi né oltranzisti - verranno privati dei loro diritti ingiustamente.

"Prima sono venuti per i comunisti, ma dato che non ero comunista non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per i socialisti e i sindacalisti, ma dato che non ero né l’uno né l’altro non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per gli Ebrei, e dato che non sono ebreo non ho levato la voce. Quando sono venuti per me non c’era nessuno che levasse la voce per difendermi".

Martin Niemoller

giovedì 10 gennaio 2008

Imam Torino, Decisione incomprensibile

City, Torino. Mohamed Kohaila Imam della moschea vicino a Porta Palazzo è stato rimpatriato in Marocco ieri. La Digos: "Elementi di estrema anti-occidentalità". Ma non ci saranno provvedimenti giudiziari. Il decreto di espulsione, firmato dal ministro dell'Interno Giuliano Amato, è stato convalidato da un giudice del Tribunale cittadino.

La polemica in Tv

Kohaila, nella scorsa primavera, era stato accusato nella trasmissione televisiva "Annozero" di diffondere sermoni fondamentalisti. L'uomo, in Italia da 15 anni e titolare di una macelleria nel capoluogo piemontese, era considerato il braccio destro di un altro imam di Torino, Bouriki Bouchta, espulso nel settembre del 2005.

L'accusa

Nel fascicolo raccolto dalla Digos, che ha fatto tradurre nuovamente il testo del video trasmesso dalla trasmissione di Michele Santoro, ci sarebbero elementi che certificherebbero "un'interpretazione estrema di anti-occidentalità", anche se l'imam della moschea in via Cottolengo sostiene il contrario. Non si tratta, tuttavia, di elementi tali da potere avviare un procedimento giudiziario.

"Decisione incomprensibile"

L'intellettuale Sherif El Sebaie, esponente della comunità islamica cittadina, ricorda che l'imam Mohamed Kuhaila era stato accusato ingiustamente: "Val la pena di ricordare che subito dopo la trasmissione era stata aperta un'inchiesta e la perizia della Procura aveva stabilito che in quella predica non c'era alcun invito alla violenza. Se non ci fosse stata la trasmissione televisiva - si domanda Sebaie - siamo sicuri che sarebbe arrivato il decreto di espulsione?". A Kohaila resta ora la facoltà di ricorrere al Tar del Lazio ma dovrà farlo tramite i suo legali, senza poter restare in Italia.

Espulso l'imam del falso sermone


Il provvedimento nei confronti dell'islamico torinese, finito nel mirino di Anno Zero
Espulso l'imam del falso sermone
Sherif El Sebaie

Un provvedimento di espulsione è stato notificato ieri all'imam di Torino, Mohamed Kuheila, per motivi di «ordine e sicurezza pubblica». Nella primavera scorsa l'imam era stato accusato dalla trasmissione tv (Su Il Manifesto, P.6)

Estrema Anti-Occidentalità

Ieri è stato espulso il tristemente famoso "Imam di Anno Zero". Ricapitoliamo i fatti che la faccenda ha qualcosa di squisitamente grottesco pur nella sua tragicità. Il 29 marzo scorso, la trasmissione Anno Zero condotta da Michele Santoro affronta il tema della "violenza sulle donne" ma poi finisce per parlare quasi esclusivamente della condizione della donna "nella cultura islamica" con ospiti alquanto discutibili e un taglio talmente parziale da suscitare conati di vomito in qualsiasi telespettatore di buon senso. Poi Santoro conclude con lo scoop, il grande botto: le telecamere nascoste della sua troupe riprendono un Imam mentre predica "la violenza ed esorta gli immigrati musulmani a non integrarsi con cristiani ed ebrei", nel cuore della Città di Torino. La puntata viene vista da 3 milioni e passa di telespettatori. Per giorni e giorni i professionisti dell'allarmismo ne parlano sui media. Poi, di colpo, silenzio. Perché il sottoscritto, dalle pagine del Manifesto aveva reso pubblici gli aspetti tragicamente esilaranti di quella trasmissione, invitando la Magistratura ad acquisire una copia della registrazione mandata in onda senza l'audio originale per appurare la veridicità delle accuse. La Magistratura aveva comunque già provveduto e appena due mesi dopo una perizia della Procura di Torino ci informa che il sermone non conteneva "nessun appello alla guerra santa, nessuna apologia di terrorismo e nemmeno istigazione a delinquere". Anzi, secondo il Perito incaricato vi erano addirittura "inviti a non esacerbare gli aspetti religiosi". Tutto sto popo' di roba viene pubblicato in un trafiletto striminzito apparso su pagina 65 della cronaca locale della Stampa. E poi di nuovo silenzio, nonostante decine di email di protesta inviate alla redazione di Anno Zero su invito del sottoscritto.

Ieri mattina, invece - e cioè dieci mesi dopo il fatto - mi chiamano per informarmi che era in corso la procedura di espulsione per l'Imam che, una volta scagionato dalla Procura, ebbe persino il coraggio di denunciare Santoro per "diffamazione aggravata da motivi razziali". Una veloce occhiata ai lanci di agenzie e ai primi articoli apparsi lo menzionavano come l'Imam "finito nel ciclone della cronaca a causa della trasmissione Anno Zero" che avrebbe reso pubblici i suoi sermoni infuocati. E cosi una bufala con il marchio di garanzia della Procura è diventata una verità indiscutibile. Ora leggo che la Digos di Torino avrebbe fatto tradurre nuovamente il testo del video trasmesso riscontrando elementi che certificherebbero "un'interpretazione estrema di anti-occidentalità", anche se l'imam della moschea in via Cottolengo "sostiene il contrario". Interessante il particolare: "Non si tratta, tuttavia, di elementi tali da potere avviare un procedimento giudiziario". Cerchiamo di capire cosa sta succedendo: abbiamo una perizia della Procura che dice che l'Imam faceva una predica moderata spacciata da Anno Zero come integralista, una nuova traduzione che invece afferma che la predica era "anti-occidentale" anche se non rappresenta reato e un provvedimento di espulsione che di fatti sopperisce alla mancanza degli elementi necessari per avviare un procedimento giudiziario. Un profano direbbe che l'hanno inviato in Marocco senza prove a suo carico. O magari perché era contrario alla guerra all'Iraq. O forse perché denunciava la discriminazione che i suoi connnazionali affrontano quando cercano appartamenti in affitto. Di questi tempi tutto può essere "propaganda anti-occidentale". Più fonti attendibili mi riferiscono che io stesso sono stato pubblicamente definito da un Pirla come un "noto propagandista antitaliano su quel fogliaccio d'odio veterocomunista che è "il Manifesto" per aver definito la trasmissione di Santoro una "bufala televisiva". Un'accusa che mi viene rivolta nel seno di una delirante mail che invita all'espulsione degli "altri propagatori d'odio, sia dalla Consulta islamica che dal territorio della Repubblica".

Si dà il caso però che io sappia che l'ufficio della Digos di Torino è uno degli uffici più competenti in materia di anti-terrorismo e quindi mi rifiuto di credere che sia bastata la traduzione manifestamente controversa di un sermone per convincere il Ministro Amato a controfirmare un decreto che lui stesso era restìo a firmare all'epoca dei fatti nonostante la pressione mediatica, quella dell'opposizione e l'onda emotiva seguite alla trasmissione. Quindi immagino che ci siano altri elementi a sostegno dell'accusa, e proprio per questo mi piacerebbe che vengano resi noti: l'opinione pubblica ha diritto di sapere cosa diceva esattamente l'Imam Kohaila nella sua moschea. Altrimenti fioriscono solo dubbi ed illazioni, soprattutto in seno alla comunità islamica, sulla vera natura del reato di "anti-occidentalità". Ormai non ci possiamo più fidare delle inchieste della televisione: alcuni mesi fa il Garante della Privacy ha condannato Sky Italia e Magdi Allam, Vicedirettore del Corriere, ad eliminare dai propri siti - rispettivamente - un servizio andato in onda a Febbraio e un articolo che lo annunciava, aventi per tema gli Imam e le loro posizioni sul velo e la società italiana. In quell'occasione il Garante rese noto che un giornalista “non può usare "artifici" per svolgere la sua attività, e deve rendere nota la sua professione a meno che vi siano rischi per la propria incolumità o non possa, altrimenti, adempiere alla funzione informativa”. Ma la cosa più interessante era l’impossibilità di verificare l’attendibilità delle gravissime accuse rivolte agli Imam, i quali avevano sollevato obiezioni sulle traduzioni mandate in onda sovrapposte alle loro voci. A seguito di una specifica richiesta del Garante, Sky ha infatti dichiarato di non poter “fornire copia della registrazione originale a partire dalla quale è stato montato il servizio televisivo trasmesso, poiché il girato originale, contenente ore di registrazione in arabo in larga parte non utilizzate, è stato cancellato, mantenendo in archivio” esclusivamente la versione finale andata in onda nel corso della trasmissione. E pensate che questi poveri Cristi avrebbero potuto essere espulsi con un semplice decreto ministeriale...

mercoledì 9 gennaio 2008

Torino non è un feudo talebano

Apc-ISLAM/ DA MUSULMANI TORINO: IMAM NON FECE SERMONE ESTREMISTA

L'intellettuale El Sebaie: "La città non è un feudo talebano"

Roma, 9 gen. (Apcom) - L'intellettuale Sherif El Sebaie, esponente della comunità islamica di Torino, ricorda che l'imam di cui è stata decisa oggi l'espulsione, Mohamed Kuhaila, era stato accusato ingiustamente di aver tenuto un sermone estremista in occasione di una trasmissione di 'Annozero' dello scorso 29 marzo. "Val la pena di ricordare che subito dopo la trasmissione era stata aperta un'inchiesta e la perizia della Procura aveva stabilito che in quella predica non c'era alcun invito alla violenza, nessun incitamento all'odio e, anzi, c'era un invito a non esacerbare gli aspetti religiosi. Era, insomma, una predica moderata", ricorda, "e Annozero l'aveva spacciata per integralista". Sebaie è opinionista del quotidiano 'Il manifesto' e redattore di 'Aljazira.it'.

"Ora la Digos ha fatto indagini durate mesi e quindi si presume che il lavoro sia meritevole e abbia elementi seri", prosegue El Sebaie. "Ma ho letto che nel fascicolo a carico dell'imam compare la famosa registrazione. Mi chiedo come sia possibile e mi auguro che non sia così, che la famosa registrazione non faccia parte integrante del fascicolo, altrimenti nessuno mi può impedire di dubitare sull'espulsione. Se non ci fosse stata la trasmissione televisiva - si domanda Sebaie - siamo sicuri che sarebbe arrivato il decreto di espulsione? O non piuttosto un processo? O un provvedimento alternativo?".

Sherif El Sebaie, "da persona che vive a Torino da tanti anni ed ha a che fare con i torinesi", non si riconosce peraltro "in questo panorama che i media e il governo continuano a trasmettere". L'intellettuale musulmano ricorda che Kuhaila è il terzo imam della zona ad essere espulso dopo il suo predecessore Bouiriqi Bouchta nella moschea di via del Cottolengo e l'imam Mamour Fall di Carmagnola. "Sembra che tutti gli imam fondamentalisti siano residenti a Torino", dice El Sebaie, "eppure a me non sembra che Torino sia un feudo telebano".

Espulso un Imam di Torino

ISLAM: SEBAIE, SPERIAMO CHE GIUDICE NON CONVALIDI ESPULSIONE IMAM TORINO

ISLAM: SEBAIE, SPERIAMO CHE GIUDICE NON CONVALIDI ESPULSIONE IMAM TORINO. Torino, 9 gen. - (Aki) - «Siamo sconvolti, speriamo che questo decreto non venga convalidato dal magistrato o che vengano rese note le vere ragioni che ci sono dietro affinché il ministero non contribuisca ad accreditare l'ennesima bufala televisiva»: così Sherif El Sebaie, esponente della comunità islamica di Torino, in una nota commenta la notizia del decreto di espulsione notificato oggi all'Imam della moschea torinese di via Cottolengo, Mohammed Kuheila. L'Imam era stato al centro delle polemiche in seguito a una puntata della trasmissione Rai "Anno zero" del 29 marzo 2007 dedicata alla condizione femminile nella cultura islamica e in cui era stato affrontato il tema delle moschee come possibili luoghi di predicazione della jihad. «Questo provvedimento di espulsione sembra voler accreditare come vera una trasmissione che a suo tempo una perizia della Procura aveva dichiarato assolutamente infondata - aggiunge - sarebbe ancora più sconvolgente se fosse stato veramente il ministro degli Interni Giuliano Amato a firmare il decreto di espulsione proprio perché a suo tempo egli aveva rifiutato di agire con molta lungimiranza sulla spinta emotiva di una trasmissione».

I vostri Paradisi, i nostri Inferni

Tempo fa, un lettore di questo blog si è posto una domanda apparentemente semplice: "Fino a prova contraria c'è ancora chi fa la fila per entrare in questo nostro inferno e c'è chi la fa per uscire dai vostri "paradisi". Questo proprio non riesco a comprenderlo. Riesci a spiegarlo?". Un quesito legittimo che molte altre persone - immagino - si pongono quotidianamente alla vista delle navi cariche di profughi, dei naufragi e delle vittime sulle coste, dei centri di permanenza temporanea stipati all'inverosimile, il tutto inspiegabilmente accompagnato da accuse di razzismo, xenofobia e intolleranza religiosa da parte degli stessi immigrati (o almeno di quelli che se lo possono permettere) nei confronti dei paesi di sedicente "accoglienza". Ebbene, cominciamo col chiarire un equivoco: su questo blog - è vero - non c'è mai stata una critica aperta e sfacciata ai paesi arabi ed islamici, ma è altrettanto vero che non ho mai pensato di dipingerli come dei "paradisi". E c'è stata - questo sì - una critica feroce ai paesi occidentali, ma non si è mai arrivati al punto di dipingerli come "inferni". Una volta chiarito questo punto, posso spiegare il "perché" di questo mio atteggiamento. Non c'è mai stata una vera e propria critica perché mi sembra che in Occidente, e in particolare in Italia, siano già numerosi quelli che hanno fatto di questa attività una vera e propria professione. Non passa giorno senza che ci sia, sul progamma o nell'editoriale di turno, qualche "curiosa stranezza" del mondo arabo-islamico: una di quelle cose che ci fanno vergognare - si, vergognare - di appartenere a quel mondo. Ma... "pensa se non vivessi in quel paese, ma fosse il paese dei tuoi genitori e il paese che ti dà in qualche modo anche lui una cittadinanza", scrive Randa Ghazy nel suo ultimo libro. Ebbene: io in quel mondo ho vissuto fino a non molto tempo fa. Ho imparato a conoscere a fondo i suoi lati negativi ma anche quelli positivi. Ed è il mondo - diciamo pure il paese - che mi dà l'unica cittadinanza in mio possesso. Non ho forse il diritto di non aggregarmi al carro dei dettrattori che di quella realtà fa emergere solo gli aspetti negativi, di coloro che aizzano i pregiudizi e l'intolleranza anche nei miei stessi confronti?

Qualcuno mi può spiegare cosa ci guadagno - io, arabo e musulmano attualmente residente in Occidente - nel dire "Si, fanno proprio schifo. Sono completamente fuori di testa. Se me ne sono andato, è per colpa degli arabi e dei musulmani" nel clima di follia mediatica che perseguita il mondo arabo-islamico dall'11 settembre? Ditemelo, sinceramente: pensate davvero che questo aiuterebbe il famigerato "uomo di strada" a non borbottare quando vede un marocchino salire sul pulman? Se serve, giuro che lo faccio. La verità è che ciò servirebbe solo a a farmi guadagnare la patente di "Democratico", o forse quella di "Moderato". Magari un premio di qualche migliaio di dollari. Gli esempi di certo non mancano. Eppure ho la netta impressione che se facessi una cosa del genere, in questo particolare momento storico, mi vergognerei ancor più di prima. E' come se sfruttassi qualcuno caduto in disgrazia, come se abusassi di una donna che chiede aiuto. Tempo fa, un eminente arabista mi disse: "Sono preoccupati dell'Islam e temono gli Arabi. E invece dovrebbero compatirli per come sono ridotti". Ecco: io lo compatisco, il mio mondo. Per come è ridotto e per come è destinato a ridursi ancora. Perché lo vedo da solo in quale direzione sta sprofondando. Non ho bisogno dei contributi dell'opinionista, blogger o commentatore di turno. Ma non mi sembra di gran aiuto star comodo su una poltrona in Italia per raccontare - in Italiano e ad un pubblico di italiani - quanto "brutto, sporco e cattivo" è il mondo in cui sono nato e cresciuto. Innanzittutto perché non è vero che è solo brutto, sporco e cattivo. E perché gli stranieri, i connazionali che mi leggono, quelli che potrebbero eventualmente valutare e riflettere sulle mie eventuali critiche, sono immigrati. Credete forse che tutti quelli approdati in Italia abbiano lasciato il proprio paese per studio, diletto o svago? Che abbiano tutti il tempo di fermarsi e pensare "perché mai siamo finiti qui"? Quelle migliaia di giovani di cui si perdono le tracce sulle coste italiane volevano forse andare in crociera? Più di una volta, su questo blog, sono state elencate le cause per cui questa gente è disposta persino a morire: disoccupazione, povertà, fame ecc ecc ecc. Ed è ovvio che dietro tutto questo ci sono soprattutto responsabilità politiche nazionali e locali, mica si può incolpare solo le potenze occidentali o il nemico esterno del momento.

Ma credete davvero che se nei nei paesi arabi ed islamici fosse tutto rosa e fiori, se ci fosse lavoro e pane per tutti, se la burocrazia fosse efficiente e le strutture di servizio adeguate, la meglio gioventù - quella disposta a fare i lavori più umili dopo un lungo percorso di studio e una vita di sacrifici - avrebbe accettato di affrontare il mare aperto e il rischio di morire annegati pur di venire in Occidente a fare i muratori, i ristoratori, a pulire i vostri bagni e raccogliere le deiezioni dei vostri anziani? Eh no, vi assicuro che non l'avrebbero fatto. Ma non ci vuole un mago per capire che da quelle parti c'è qualcosa che non va, qualcosa che spinge migliaia di persona a fare la fila pur di "uscire". Ed è altrettanto evidente che laddove questa gente riesce ad "entrare" c'è qualcosa di meglio, che altrimenti non avrebbero ottenuto. Vi sentite meglio adesso? Bene. Ma di qua a descrivere il "nuovo mondo" come un "paradiso" ce ne vuole. E' sotto gli occhi di tutti, le condizioni vergognose di sfruttamento e discriminazione in cui vivono coloro che hanno avuto la sventura di finire qui - per lavorare, mica per rubare - senza documenti e senza mezzi. Ma anche ciò che sopportano quelli che non hanno quelle difficoltà, seppur in misura minore. Ho la netta impressione che siano in molti coloro che vorebbero che questa gente continui ad essere trattata come bestiame, accontentandosi di quello che non avrebbe potuto ottenere altrimenti: quei 5 euro al giorno che nel paese di origine possono sfamare un'intera famiglia. O quel marciapiede su cui può circolare agevolemente la carrozzella di un disabile o di un neonato. Eh no! Ho sempre scritto e sostenuto che i pochi che possono permetterselo, devono - nei termini dell'imperativo morale kantiano - militare per le migliaia che non hanno la forza di opporsi. Non ho quindi nessuna intenzione di contribuire a schiacciare chi è già sottomesso. Ma mi rendo anche conto che la critica a senso unico può essere controproducente, ed è proprio per questo che inauguro, da oggi, una nuova categoria di questo blog: "Paradisi e Inferni".

martedì 8 gennaio 2008

No Bianco? No Party!

«Nessuna marca di vestiti ha voluto sponsorizzare le scene in cui recitavano gli attori neri». Un'accusa pesante, che sottolinea quanto razzismo e pregiudizio alberghi ancora oggi nella società italiana. La regista Cristina Comencini, visibilmente irritata, l'ha lasciata cadere durante la conferenza di presentazione del suo film «Bianco e nero»: «Una cosa assurda - ha aggiunto - Che fa capire come sia ancora lontana l'immagine degli africani da noi». Il film, con Fabio Volo, Ambra Angiolini, Aissa Maiga ed Eriq Ebouaney, non a caso, si occupa proprio di razzismo. E delle difficoltà dell'affermarsi di una società multiculturale. Ma di che sponsor si tratta? Che c'entrano con una pellicola? La Comencini si riferisce al «product placement», ovvero alla consuetudine di inquadrare in alcune scene prodotti particolari, marchi, che pagano un obolo alla produzione per il solo fatto di apparire: sponsor, per l'appunto. dichiarazioni di Cristina Comencini sono confermate da Riccardo Tozzi, il produttore del film che esce venerdì prossimo in 250 copie. «E' è risultato evidente - ha spiegato Tozzi - che tutti i nostri interlocutori abbiano voluto tenersi distanti dalle scene in cui recitavano gli attori neri. Se nella pubblicità c'è ancora una sorta di sfruttamento dell'iconografia degli africani, al cinema, almeno in questo caso, non è stato possibile». (Il Corriere)

domenica 6 gennaio 2008

Fossero anche musulmani

Si è conclusa in tragedia la relazione sentimentale tra una ragazza romena, Duana Cornelia, di 17 anni, e l’uomo dal quale, due mesi fa, aveva avuto una figlia, Giuseppe Ceravolo, di 29. La ragazza è stata assassinata dall’uomo nella notte di Capodanno dopo che nei giorni scorsi i due si erano separati e lei aveva fatto ritorno a casa dei genitori. Poche ore dopo il delitto, che inizialmente era parso fosse stato provocato da un proiettile vagante sparato durante i festeggiamenti di Capodanno, gli agenti hanno ricostruito la dinamica dell’accaduto e hanno fermato Giuseppe Ceravolo, mentre due suoi amici sono ricercati. L’ex convivente della ragazza è accusato di omicidio volontario, porto e detenzione illegale di armi, mentre per i due ricercati le ipotesi di reato sono di concorso in omicidio e porto illegale di armi.

Inutile chiedersi quanto inchiostro avrebbero sprecato se la vittima fosse italiana e il carnefice romeno. O, peggio, musulmano.

sabato 5 gennaio 2008

Cosa nostra, cosa loro

Il Messaggero, 28 dicembre

Uno sguardo di troppo ed alcuni apprezzamenti forse non graditi nei confronti di un'attraente ragazza di Ferentino di 20 anni hanno scatenato probabilmente la folle reazione violenta di quattro ragazzi del centro ernico, due minorenni ed altrettanti 22enni che hanno organizzato una spedizione punitiva nei confronti di un ragazzo marocchino. Tutto è accaduto la notte tra Natale e Santo Stefano. Il ragazzo marocchino di 24 anni, da tempo residente con la famiglia a Ferentino dove si è perfettamente integrato andando a scuola ed imparando l'italiano, stava facendo ritorno a piedi a casa quando all'improvviso si è trovato davanti i quattro ragazzi. Tutto è accaduto in pieno centro a pochi metri dal Vascello. I ragazzi con aria da bulli hanno iniziato a prendere in giro il ragazzo marocchino insultandolo. Hanno preso come scusa i presunti sguardi e gli apprezzamenti alla ragazza loro amica. Un'azione che "non doveva permettersi di fare" in quanto era "cosa loro". Così sono iniziati gli insulti. Il ragazzo marocchino, incredulo, negava tutte le accuse, cercando di trovare il varco dai quattro per tornare a casa. Ma in poco tempo si è passati dalle parole ai fatti. I quattro hanno infatti iniziato a malmenare il giovane di colore colpendolo con calci e pugni. Qualcuno però ha assistito dalle finestre di qualche abitazione vicina alla scena ed ha chiamato i carabinieri. I militari del maresciallo Alberto Munno si sono precipitati sul posto, ma i quattro ferentinati prima dell'arrivo dei carabinieri si sono dati alla fuga con motocicli. Così i militari hanno trovato solo il marocchino a terra sanguinante, ferito e visibilmente impaurito. Ha raccontato tutto ai carabinieri che lo hanno accompagnato in ospedale dove è stato giudicato guaribile in 25 giorni. Sembra che i ragazzi al momento dell'aggressione erano ubriachi. Subito è scattata la caccia ai quattro. I carabinieri li hanno già identificati e ora procederanno alla loro denuncia. Per loro l'accusa è minacce e lesioni aggravate in concorso. E' la prima volta che a Ferentino avvengono aggressioni da parte di ragazzi locali a stranieri in particolar modo marocchini.

venerdì 4 gennaio 2008

Vox populi, Vox Dei

Caro Sherif,

Sarò sincera e ti dirò che i tuoi articoli su Allam un po' mi irritavano. Non perché non condivida l'idea che stia diventando sempre più integralista per integrarsi meglio. Ma perché sembrava anche a me come a quel giornalista che criticavi qualche post fa, che di fronte a certe "esternazioni" forse il silenzio sarebbe l'arma migliore per mostrarne la pochezza. Chi provoca lo fa per avere spazio, risonanza (parlate pure male di me, purché se ne parli...). Quindi ignorarlo può ben essere un'arma di una certa efficacia (certo, ovviamente a patto che sia ignorato "da tutti". Tu pensa a uno che parla di usare i metodi delle SS e si trova di fronte a un gruppo di colleghi che lo guardano con compatimento e poi si mettono, in assoluta unanimità, a parlare di tutt'altro...). In parte lo penso ancora, voglio dire, che il silenzio possa essere un buon rimedio. Ma sono rimasta scossa, pochi giorni fa, a un incontro di Bookcrosser ("scambiatori di libri", più o meno) da una signora, accanita lettrice di Magdi Allam, che vedendo il libro che avevo portato io, "Il Cacciatore di Aquiloni" di Hosseini, mi ha chiesto "ma quel libro difende la religione islamica?". Io ho detto che quella non era propriamente la parte essenziale del libro, che si trattava di una storia di amicizia, di tradimento e di riscatto, di guerra, di smania di potere rivestita da un fanatismo politicamente motivato, di rapporti padre-figlio e di molto altro. Certo, si svolge in Afghanistan e qualche volta si parla "anche" di religione. Ma personalmente non l'ho sentito come un tema essenziale. E comunque direi che il quadro che ne esce tutto si può definire tranne che come una difesa dell'estremismo, religioso o di altra natura (si capisce che mi è piaciuto immensamente?). Risposta: No, io un libro che difende i musulmani non lo leggo. Dal che si capisce anche che Allam è evidentemente riuscito nel suo tentativo di presentarsi come una sorta di mistero inafferrabile senza una fede definita. Che dire... la questione resta aperta. Meglio il silenzio, ché tanto critiche argomentate che non possono raggiungere chi comunque parte già prevenuto, o meglio comunque provarci? Ai posteri l'ardua sentenza...Io per adesso ne approfitto solo per fare gli auguri, Eid Mubarak, Felice Hanukkah e insomma, buone feste e un anno nuovo sereno e con meno paura per tutti.


Alexandra

Risposta

La risposta alla tua domanda finale l'ha data, a suo tempo, Joseph Pulitzer (1847-1911), fondatore dell'ominimo premio: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per se' non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”. La sedicente "attività professionale" di Magdi Allam, musulmano egiziano portato - come scrive Paolo Branca - "rapidamente e con esiti pirotecnici alla carica di Vicedirettore ad personam del principale quotidano italiano" è, a tutti gli effetti un inganno, un trucco e un imbroglio a danno dei lettori, della società e della pacifica convivenza tra fedi e culture nel suo complesso. Rinunciare a denunciare e - soprattutto - a ridicolizzare questa attività è semplicemente suicida, in quanto lascia lo spazio all'inganno per accreditarsi - in un periodo di incertezze e di dubbi - come unica ed incontrovertibile verità.

In questi anni mi sono imbattuto in molte persone che mi hanno invitato a "lasciar perdere" Allam che - secondo loro - sarebbe un "personaggio insignificante". Opinione, questa, con cui non mi trovo affatto d'accordo: oltre a quella fetta di pubblico che rimane, in buona o malafede, abbagliata dal suo apparente buonsenso (sic) e moderazione (ri-sic), c'è stato un periodo in cui Allam infuenzava persino le scelte e le decisioni prese a livello governativo: i membri della Consulta Islamica sono stati sostanzialmente nominati da lui a mezzo stampa e svariati provvedimenti di espulsione - a quanto pare infondati - traevano origine da suoi editoriali. Viene quindi da chiedersi perché il Presidente Berlusconi abbia rinunciato all'idea di nominarlo ministro, salvando gli immigrati da un destino alquanto tragico. E' un meccanismo complesso, che Allam esemplifica addossando la colpa all'On. Pisanu, ma in cui rientra - a pieno titolo - l'opera di denuncia nei suoi riguardi che in questi ultimi anni si è notevolmente allargata, rendendolo un personaggio "poco gradito" a livello politico.

Ebbene, quest'opera di denuncia è cominciata a partire da un'intervista concessa al sottoscritto e pubblicata sul Manifesto dell'Imam Feras Jabareen, Imam di Colle Val D'Elsa. Già candidato di punta di Allam, il religioso ha avuto l'ardire di prendere le distanze dal suo protettore mediatico arrivando al punto di invitarlo a cercare persone da manipolare "sotto il proprio letto". All'epoca sono stato, credo, l'unico ad assumersi la responsabilità di riportare, pubblicizzare e difendere simili posizioni. E per questo sono stato oggetto di accuse infamanti sul penultimo libro di Allam. Ma da quel momento è come se è una diga si fosse rotta, liberando valutazioni e opinioni rimaste a lungo represse da un muro di Omertà: prima i musulmani "moderati", poi gli intellettuali ebrei, quindi i religiosi cristiani per finire con i giornalisti, gli accademici e gli amministratori politici...Tutti hanno deciso di assumere una chiara e netta posizione al riguardo di questo individuo ambiguo. Negli anni passati, ho più volte rinfacciato - privatamente - a molti di questi illustri personaggi la loro totale ed iniziale inerzia nei confronti di Allam. Non sarò di certo io a fermarmi, ora che non sono più la "Vox clamantis in deserto".