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venerdì 29 febbraio 2008

Le Madrasse del Londonistan

Il quotidiano britannico Guardian punta i suoi riflettori su un «leader fascista italiano», Roberto Fiore, che a Londra «controlla» una popolare scuola di lingue e ha «legami con il British National Party (Bnp), un partito britannico di estrema destra spesso alla ribalta per le sue tendenze xenofobe e razziste. La scuola in questione si chiama CL English Language, si trova a Northfields Avenue nell'ovest di Londra ed è frequentata da molti ragazzi italiani. (...) Nel 1999, non rischiando più l'arresto e il carcere dopo parecchie vicissitudini giudiziarie, Fiore ha potuto ritornare in Italia e operare come leader di Forza Nuova, «un partito anti-immigrazione che punta alla revoca delle legge contro la ricostruzione del partito fascista» declina il quotidiano britannico. (Corriere)

mercoledì 27 febbraio 2008

La serietà (fu) al Governo

Quintali di carta straccia da riciclare, centinaia di faldoni da svuotare. Sono tanti i disegni e decreti legge, approvati in Consiglio dei ministri dal governo Prodi, che finiscono al macero con lo scioglimento anticipato delle Camere. Centoventitre, per la precisione: dalla legge sull'immigrazione, alla riforma dei servizi segreti; dalla sicurezza sui luoghi di lavoro, al disegno di legge Gentiloni sul sistema tv. Relatori, commissioni, consulenze, emendamenti, discussioni in aula: l'estenuante carosello parlamentare viene cancellato di colpo dal ritorno alle urne. (...) La nuova legge delega sull'immigrazione, per cominciare. La riforma della Bossi-Fini mirava a "promuovere l'immigrazione regolare, favorendo l'incontro tra domanda e offerta di lavoro". Per far questo, la Amato-Ferrero ridisegnava il meccanismo dei flussi d'ingresso; ripristinava lo sponsor; prevedeva liste di collocamento all'estero; riconosceva il diritto di voto agli immigrati con carta di soggiorno. Ora tutto si ferma e la vita della Bossi-Fini si allunga. Tanto che il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha provato in extremis l'ultima mossa: il 28 gennaio scorso ha scritto una lettera a Romano Prodi, per chiedere la regolarizzazione dei clandestini che lavorano in Italia. Decade poi la riforma della cittadinanza (ferma in commissione Affari costituzionali della Camera): passaporto prima dei 18 anni per i nati in Italia, cittadinanza per "naturalizzazione" dopo cinque anni di residenza (ora invece sono dieci). (Repubblica)

Faccetta nera,
Sarai Romana
La tua bandiera
Sarà sol quella italiana!

Faccetta nera,
Bell'abissina
Aspetta e spera
Che già l'ora si avvicina!

martedì 26 febbraio 2008

Cercasi musulmano

"Il Pdl è poi alla ricerca di un candidato della comunità musulmana. Tra i nomi Magdi Allam, Khaled Fouad Allam, ex Margherita. Poi Suad Sbai e Dounia Ettaib, entrambe esponenti dell’Associazione donne marocchine, l’ultima aggredita perché chiese di essere parte civile nel processo su Hina. La Lega candiderà a Padova per il Senato un marocchino di religione islamica: Zakaria Najib. Un immigrato nelle liste del Carroccio sembra una contraddizione, ma lui è uno straniero molto particolare. Vive a Cadoneghe, ha sposato un’italiana, dal 1986 ha la nostra cittadinanza ed è stato consigliere comunale della Lega a Cadoneghe. A novembre ha scritto al presidente della Repubblica chiedendo, provocatoriamente, di tornare nello status di extracomunitario con tutte le facilitazioni che, secondo lui, comporta per casa e lavoro". (Il Giornale, 26 febbraio).
PS: Magdi Allam, sul suo sito, avvisa i politici di Destra e di Sinistra con toni a a dir poco apocalittici: “Io non sono un marchio da esibire nella vetrina del vostro mercato elettorale” e spiega: "Arriviamo al 2008 e alle illazioni su una mia candidatura in Forza Italia-Pdl. Dallo scioglimento anticipato delle Camere io ho incontrato soltanto due amici di Forza Italia, Gianni Letta e Marcello Pera. Nessuno dei due mi ha proposto alcunché e a nessuno dei due ho chiesto alcunché. Mi sono limitato a illustrare a entrambi la mia volontà di proseguire nell’impegno per la riforma etica delle istituzioni, anche dall’interno stesso della sfera politica ma solo se mi fosse data la possibilità di operare in seno al governo. Ho effettivamente avuto un approccio per una mia discesa in campo politico non da Forza Italia, bensì da un emissario di Alleanza Nazionale. Avrei dovuto incontrare Fini per la formalizzazione della proposta prima di valutarla attentamente. Ma immediatamente dopo la fulminea decisione di Berlusconi e Fini di far confluire i rispettivi partiti nel Pdl, la proposta è svanita nel nulla. Quindi di fatto Fini non mi ha proposto nulla, io non gli avevo chiesto nulla e sinceramente non mi attendo nulla. Sembra proprio che non dovendo più Forza Italia e Alleanza Nazionale competere per accrescere il rispettivo consenso elettorale e avendo rimesso tutte le decisioni nelle mani di Berlusconi, sia venuta mena la necessità di far riferimento a personalità credibili per la loro moralità". Ebbene, dopo una decisione simile non si può che prendere atto della lungimiranza del Presidente Berlusconi: speriamo che l'apparente esclusione di Allam sia un primo grande passo verso un'intesa bipartisan sul voto agli immigrati (su cui hanno espresso pareri favorevoli in passato sia Fini che la Sinistra). Anche se mi dispiace sinceramente per Magdi: quasi quasi mi sento di consigliargli di candidarsi con la Lega, certamente più affine alle sue posizioni. Per ciò che riguarda invece l'attuale candidato marocchino del movimento "padano", mi sento di rincuorarlo su ciò che riguarda privilegi e facilitazioni: sono sicuro che, una volta eletto in Senato, terrà ben stretta la sua cittadinanza italiana.

sabato 23 febbraio 2008

Controllare senza allarmismi

ANSA - Un po' di "ribellismo giovanile" e di attrazione per gli estremi, un po' l'inseguimento di una moda, da tenere sotto controllo ma su cui non fare troppi allarmismi. È il giudizio di Sherif El-Sebaie, giornalista e opinionista torinese di origine egiziana, sul caso dei sette giovani indagati dalla procura di Verona per le loro simpatie per Al Qaida manifestate sui siti ora oscurati dalla magistratura.

«Sono tutti ragazzi giovani
- osserva - in un'età in cui si si può essere influenzati da movimenti estremi e violenti. Certo, sono fenomeni da tenere sotto controllo e bisogna perseguire i reati, ma non è il caso di fare allarmismo». Lo stesso Sherif El Sebaie - residente a Torino e collaboratore fra l'altro del Manifesto - cura un proprio sito (salamelik.blogspot.com), ma dice di non aver mai visto quelli finiti al centro dell'inchiesta veronese. Mentre il blog dell'ex imam di Carmagnola con cui questi dialogavano, da anni, conclude, «imperversava in rete»

venerdì 22 febbraio 2008

Suspense

In corsa per un seggio senatoriale c'è anche Renato Farina, giornalista ed ex vice direttore di Libero. Sempre nel settore dell'informazione, emissari azzurri avrebbero sondato pure l'interesse di Magdi Allam per un posto sicuro in Parlamento. Ignota la risposta. (Quotidiano.net)

giovedì 21 febbraio 2008

A scuola di Identità

La mia reazione-sfogo alla vergognosa puntata di Megalopolis (Rai3) sul Cairo ha suscitato uno scambio molto interessante con i miei lettori, non solo su questo blog ma anche nelle mailing list di cui sono moderatore. In attesa di pubblicare qualche estratto della discussione nei prossimi giorni, non posso astenermi dal rilevare che in quasi tutti i contributi è emersa anche una forte indignazione per come è stata dipinta la città di Napoli sui mezzi di informazione italiani. A pensarci bene, effettivamente, a propagandare un'immagine estremamente negativa della città (e di conseguenza dell'Italia) sono stati soprattutto i mezzi di informazione nazionali che si sono prodigati nel descrivere una città-discarica comandata dalla camorra. Non si può di certo accusare i media internazionali di propagandare appositamente un'immagine negativa dell'Italia dal momento che questi non hanno fatto altro che riprendere e riproporre quanto affermato sulle reti pubbliche e private italiane. Sbaglia, però, chi crede che dietro l'esplosione dello scandalo ci fosse un impegno sincero di documentazione e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica da parte di mezzi di informazione liberi e indipendenti. Il tam-tam mediatico su Napoli e la "monnezza" aveva come scopo quello di mettere in difficoltà il precedente governo e intaccare l'immagine della Sinistra al potere nella zona, e fin qui ci può anche stare. Ma io sospetto - e gli interventi di molte persone lo fanno chiaramente intendere - che dietro tutto il bailamme ci fosse anche il mai sopito disprezzo per il Meridione e i meridionali.

Nonostante siano passati decenni dall'epoca in cui i meridionali emigravano per lavorare al Nord e la nascita di intere generazioni "miste", ho personalmente avuto modo di sentire - più volte - parlare con disprezzo dei meridionali. C'è chi si accontenta di raccontare con aria sognante e vagamente soddisfatta i "bei tempi" in cui si appendevano i cartelli "Non si affitta ai meridionali" poiché "questi piantavano le patate nelle vasche da bagno", e chi invece fa palesare il suo pregiudizio affermando che il tale "E' napoletano, ma è comunque una persona per bene". Ultimamente, dalle mie parti, un inquilino si è persino rivolto ad una vicina con un biglietto che recitava testualmente: "Forse sei nata in Mongolia, perché solo una mongola oppure una meridionale ignorante e caffona (con due "f") poteva parcheggiare qui". Chi pensa che questo atteggiamento sia limitato a qualche vecchietto rimbambito sbaglia. Il 21 ottobre del 2007, un bambino di quinta elementare, iscritto alla scuola don Lorenzo Milani di Marzocca (Ancona) ha chiuso i compagni e due maestre in classe, dopo aver bloccato la porta rompendo la maniglia con un martello, e li ha tenuti «sequestrati» sotto la minaccia di un paio di forbici fino a quando non sono stati liberati dai bidelli. Ebbene, il Pm dei minori, Ugo Pastore, ha commentato l'accaduto riproponendo proprio il tema dell'intolleranza interna, di cui si parla molto poco: «l'immigrazione interna, non extracomunitaria ma da altre regioni italiane, generalmente del sud, di bambini e ragazzi che a volte non si sentono accettati, non si integrano. Fino a fare gruppo a sè nel caso dei ragazzi più grandi, magari rendendosi protagonisti di atteggiamenti violenti». Questo è un problema aperto, che non solo non viene affrontato, ma viene addirittura esasperato con una miriade di servizi sull'immondizia, sulla Camorra, sulle supposte nuove tendenze musicali dei giovani napoletani ecc. Non è un caso, d'altronde, se proprio nell'ultimo periodo si sono moltiplicati i commenti avvelenati sul Meridione e i meridionali che prentendono di "mandarci la loro spazzatura".

In questo clima, non può che destare preoccupazione sia il fatto che Borghezio (Lega Nord) affermi che "L'indipendenza del Kosovo è una concreta applicazione in Europa dell'autoderminazione dei popoli sancita dalla Carta dell'Onu e rappresenta un importante precedente politico e giuridico per chi in Europa dalla Corsica alle Fiandre, dalla Sardegna a Euskadi e alla nostra Padania, ora ancora Nazioni senza Stato, aspira all'indipendenza" sia il fatto che esistano movimenti ed esponenti di destra (oltre a qualche parvenu di origine extracomunitaria) che parlano a vanvera di difendere l' "identità italiana" dall'assalto di una schiera di nemici che spaziano dai rom agli islamici, quasi a voler costruire questa identità inventandosi un nemico con cui prendersela. La verità è che cosi come non esiste nessuna identità padana, non esiste nemmeno quella italiana: è ancora tutta da costruire. Se ancora oggi c'è gente che va in giro a scrivere biglietti in cui i vicini vengono qualificati come "meridionali cafoni" e magistrati che ricordano che i ragazzi - italiani - provenienti dal sud "non si integrano", è ovvio che il problema c'è. E va discusso apertamente, ancor prima di pretendere di impartire lezioni di identità a destra e manca. Ben venga quindi la difesa dell'identità italiana, ma sarebbe più auspicabile se venisse innanzittutto definita, possibilmente senza ricorrere al contributo degli immigrati nel ruolo di capri espiatori.

lunedì 18 febbraio 2008

Il Cairo visto da Megalopolis (Rai 3)

La settimana scorsa ho avuto l'opportunità di guardare la registrazione della puntata di "Megalopolis" dedicata al Cairo, trasmessa da Rai3. Mentre mi veniva consegnato il Dvd, ho chiesto all'amico che ha registrato la trasmissione se gli era piaciuta. "Non riesco a spiegarmelo" - mi disse con l'imbarazzo dipinto in volto - ma tendono a calcare la mano solo su determinate realtà". In effetti il documentario dedicato al Cairo e ai suoi abitanti è stato girato esclusivamente nel quartiere degli Zabbalin e in quello della Qarafa, ovvero in quello degli spazzini e nei cimiteri. Entrambe le zone rappresentano le periferie più degradate della capitale egiziana che accoglie più di 18 milioni di abitanti. Nel primo vivono, in mezzo alla spazzatura che viene raccolta e differenziata manualmente, gli spazzini della città. Nel secondo vivono, causa penuria di appartamenti e mancanza di mezzi economici, intere famiglie che hanno occupato in pianta stabile le due stanze annesse alle tombe. Stanze che in passato venivano costruite per permettere ai famigliari del defunto di passare qualche notte accanto alla sepoltura del proprio caro in occasione delle ricorrenze della sua morte. L'immagine che viene fuori della capitale egiziana è quella di un immenso porcile (nel quartiere degli spazzini vengono allevati infatti i maiali, abbondantemente ripresi), pieno zeppo di spazzatura, in mezzo alla quale vivono i poverissimi abitanti. L'unica eccezione nell'intera puntata - durata un'ora - era una ripresa effettuata in un centro commerciale e nel soggiorno dell'appartamento di una signora velata della borghesia, che non faceva altro che parlare del velo, della necessità di recitare il Corano e pregare cinque volte al giorno. Il tutto intervallato da qualche ripresa delle strade trafficate della periferia del Cairo, delle preghiere nelle moschee e delle immancabili piramidi immerse nel deserto. Per dire la verità, è proprio guardando quella puntata che sono riuscito a capire come mai, ogni tanto, qualche commentatore mi invita a tornare in quella "fogna a cielo aperto" che sarebbe il Cairo. Sono riuscito a capire perché qualcuno mi rinfaccia di sputare nel "piatto dove mangio" piuttosto che tornare nella realtà deteriorata in cui sarei nato e cresciuto. La colpa non è dei lettori o degli spettatori che assorbono acriticamente e passivamente ciò che viene loro proposto dai media, ma di quei giornalisti, registi e produttori che non esitano a spacciare un porcile per una capitale che accoglie 18 milioni di abitanti.

Viene da chiedersi che cosa li spinga a realizzare simili trasmissioni di bassa lega da rifilare al servizio pubblico. Due sono le ipotesi: o sono incapaci di affrontare la sfida, poiché riuscire a cogliere veramente le contraddizioni di una capitale in cui convive il miliardario e il mendicante, il fondamentalista e la prostituta è - a tutti gli effetti - una vera e propria sfida, oppure sono mossi dal pregiudizio e dalla malafede, e dietro il loro lavoro si nasconde una precisa linea politico-ideologico-propagandistica. Mi riferisco alla palese volontà di trasmettere agli spettatori occidentali l'immagine di paesi del settimo mondo, forse per accreditare il binomio "Islam = arretratezza", o forse per giustificare affermazioni come "se non ti piace qui tornatene nel tuo paese". Evidente anche la volontà di colpire l'industria del turismo che rappresenta una delle fonti di redditto più importanti dell'Egitto. Chi vorrà andare a passare una settimana in un porcile pieno di spazzatura dove si può essere accoltellati anche per una sigaretta? E meno male che chi ha realizzato la puntata sottolinea che "Il Cairo è una città che vive di turismo"! Non è la prima volta che rilevo l'immagine negativa che i media occidentali tendono a trasmettere delle capitali arabe in generale e del Cairo in particolare. Si evita accuratamente di fotografare i quartieri e le strade normali, piuttosto si punta sui vicoli sporchi e degradati. Si preferisce girare lontano dalle fabbriche e dagli uffici e privilegiare i mestieri umili se non degradanti. Se la telecamera deve proprio deviare dalle piramidi e dai monumenti, lo fa per riprendere la povertà e il disagio.

Il bello è che i registi che realizzano simili puntate osano pure lamentarsi del paese che li ha accolti e permesso loro di girare e riprendere tutto questo indisturbati. Arrivano fino al punto di affermare di essersi trovati blindati da un rigido controllo poliziesco. Mi chiedo che razza di censura poliziesca permette a registi stranieri di girare una puntata sul Cairo unicamente nei quartieri più poveri e sporchi della città. Quale controllo poliziesco permette loro di intervistare cittadini che si lamentano delle condizioni di vita (salvo avere ben otto figli) e rifugiati che accusano gli egiziani - in blocco - di essere razzisti (salvo scegliere proprio l'Egitto come tappa per fuggire dall'Africa martoriata dai conflitti razziali ed etnici). Pensate che nella scheda dedicata alla puntata si afferma che viene raccontata la "vita quotidiana di un giovane profugo sudanese che vive al Cairo, vittima, come gli altri africani, del razzismo degli egiziani". Il razzismo degli egiziani? Al di là del fatto che non capisco come farebbero gli egiziani ad essere razzisti con gli africani, considerato che metà popolazione del sud Egitto è di pelle nera e che l'Egitto si trova in Africa, mi viene spontanea una domanda: visto che c'è chi invoca la mia espulsione solo per aver affermato che il razzismo esiste in Italia, che cosa mi sarebbe successo se avessi osato affermare che gli immigrati o rifugiati sono "vittime del razzismo degli italiani"? Ecco allora che scatta automatica l'accusa: non volete che venga ripreso tutto ciò che non fa comodo. Ma chi ha mai affermato qualcosa di simile? Ogni paese ha i suoi problemi, le sue periferie degradate, i suoi abitanti poveri e scontenti. Ma non si può girare una puntata su una megalopoli puntando i riflettori solo su questi elementi. Che immagine verrebbe fuori se Napoli venisse ripresa solo girando nei quartieri colmi di rifiuti dove comanda la camorra? Che immagine verrebbe fuori di New York se venisse raccontata solo dal punto di vista dei senzatetto? Ben vengano anche i contributi su queste realtà, a patto che non vengano spacciate come puntate dedicate a quelle città in toto e ai loro abitanti in toto. Ben vengano se per esempio promuovono una campagna per aiutarli. Ma non si può assolutamente accettare che una vergogna simile venga spacciata come un racconto del Cairo e dei suoi abitanti.

venerdì 15 febbraio 2008

La Fiera, l'Egitto e la Propaganda

C'è un aspetto che mi irrita nelle polemiche scatenate dalla presenza di Israele come Ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino. Mi riferisco all'uso strumentale che alcune organizzazioni e soprattutto blogger stanno facendo della decisione dell'Egitto di rimandare al 2009 la partecipazione prevista invece per il 2008. Nel mio precedente contributo alla querelle ho infatti affermato che "posso tranquillamente confermare che è stato l’Egitto a preferire di demandare la propria partecipazione al 2009, anno in cui è prevista una serie di importanti mostre ed eventi legati al Paese dei Faraoni". Ebbene, a quanto pare non si può usare il termine "preferito" poiché - udite, udite - la scelta di posticipare la propria partecipazione non è arrivata direttamente dall'Egitto ma in seguito ad un'offerta avanzata dagli organizzatori torinesi. Usare la parola "preferito" è quindi sacrilego poiché - udite, udite - "Sherif, così ben informato, dovrebbe però essere più preciso: sì, l’Egitto *ha preferito*, e questo era scontato, ed era anche scontato che gli venissero offerte altre opportunità, mi sembra normale. Ma tutto questo è sicuramente avvenuto in un secondo tempo". A questo punto sono costretto a correggermi e a ripetermi. Mi correggo dicendo che l'Egitto non ha preferito posticipare la sua presenza quale Ospite d'Onore alla Fiera del Libro: L'Egitto ha deciso di posticiparla. Ha saggiamente ritenuto che l'opportunità che gli è stata inizialmente ipotizzata e in seguito confermata definitivamente per il 2009 da parte della Fiera, degli Sponsor e delle Istituzioni culturali e politiche torinesi era più produttiva in termini di ritorno d'immagine. Gli "egiziani d'adozione" di cui pullula la rete in questo momento sono contenti e soddisfatti oppure devo per forza accreditare le loro tesi complottistiche? Capisco che ci sia stata, inizialmente, una confusione dovuta alla sottovalutazione - da parte della Fiera - del rischio che la presenza di Israele al posto dell'Egitto venisse percepita come una manovra a danno di quest'ultimo e quindi come un'aggravante. Ma ha davvero senso, ora che la Fiera ha pubblicato un comunicato ufficiale in cui ripercorre tutta la vicenda e che io stesso ho portato la mia testimonianza basata su un coinvolgimento diretto, continuare a copia-incollare vecchi comunicati che si riferiscono a quando l'offerta ufficiale e definitiva di posticipazione non era ancora giunta all'Egitto?

Ora però mi ripeto riprendendo il comunicato della Fiera: "La candidatura di Israele quale Paese ospite interviene solo successivamente, nell’estate (luglio-agosto) 2007, attraverso esponenti della società civile torinese vicini alla realtà ebraica, che hanno prospettato ai vertici della Fondazione tale possibilità e offrendo di farsi da tramite con le autorità israeliane". Non c'è quindi nessuna divergenza tra la versione della Fiera e la mia, né punti oscuri o segreti e tanto meno complotti. Ma d'altronde si sa, se un arabo osa affermare - almeno per una volta - che non tutti i guai del mondo arabo derivano da Israele, rischia di finire etichettato come un altro "Magdi Allam". L'ho sperimentato quando ho avuto la sventura di affermare che era ridicolo accusare Israele persino della diffusione deliberata dell'Aids in Egitto. Ebbene, anche questa volta, l'aver semplicemente osato chiarire che Israele non ha scippato la Fiera all'Egitto ha scatenato da parte di alcuni insinuazioni e provocazioni inimmaginabili. Nel mio precendente post ho ricordato che l'Egitto si è ripreso il Sinai perché “il presidente Sadat ha avuto persino il coraggio di recarsi a Gerusalemme e a parlare alla Knesset mentre gli arabi hanno preferito dipingere l’Egitto come traditore”. Ebbene, pensate che un delirante commento recita testualmente: "Insomma gli arabi sarebbero i cattivi e quindi l’Egitto (o per lo meno Sherif) se ne tira fuori? … Forse Sherif voleva dire palestinesi e gli è sfuggito un generico arabi … o forse Sherif non è arabo e ce l’ha con gli arabi?". E dove avrei affermato che l'Egitto non è un paese arabo o che ce l'ho con gli Arabi? Persino in arabo dialettale l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo - che poi erano i maggiori accusatori dell'Egitto - sono solitamente indicati come "Paesi Arabi", figuriamoci se non posso dirlo in italiano intendendo per "paesi arabi" quelli sopra indicati ma anche tanti altri, come l'Iraq. Quando ho osato invece affermare che "sono da sempre, e platealmente, per la difesa delle ragioni del mondo arabo-musulmano e quindi della causa palestinese" questa posizione è stata definita "alquanto inquietante" poiché in questo modo - udite, udite - "La causa dei palestinesi atei, laici cristiani ortodossi, cattolici, buddisti … quindi vale, per te, un due di briscola o ancora meno?". Come se nel dato etnico "arabo" - che non coincide con musulmano - non fossero inclusi anche i laici, cristiani ecc e io fossi la voce del fondamentalismo islamico in rete.

Cosa volete che vi dica? Io rinuncio a spiegare - in questo clima e queste condizioni - quanto il boicottaggio possa rivelarsi disastroso. Rinuncio a parlare dell'importanza della presenza del contradditorio per non lasciare campo libero all' "avversario", culturale o politico che sia. Rinuncio a spiegare che gli unici a guadagnare da queste polemiche in termini di visibilità sono proprio Israele e la Fiera. Chi parla di boicottaggi, sabotaggi ecc non ha capito come si tratta con Israele e in che modo gli Arabi possono illustrare le loro ragioni: ma d'altronde si sa, da queste parti ci sono molte "prime donne" brave a dire cosa gli Arabi dovrebbero fare con i propri governi, con i propri estremisti, con i propri vicini e via discorrendo. Salvo poi vedere proprio costoro correre con il passaporto in mano per fuggire il colpo di stato o la guerra scatenata dalle loro posizioni. Un solo consiglio ai filo-egiziani de no'antri: al posto di stracciarvi le vesti perché Israele farà della Fiera una grande vetrina di promozione, mentre l'Egitto è "costretto" ad "accontentarsi" di due, tre mostre importanti e una presenza alla Fiera del 2009, prendetevela con la trasmissione "Megalopolis" su Rai3 che ha presentato una bellissima città come Il Cairo come un porcile pieno di immondizia abitato da fondamentalisti, razzisti, criminali e mendicanti. Destino che è toccato, seppur in termini diversi, anche ad un'altra città islamica, Karachi (Pakistan). Una differenza evidente persino confrontando le immagini che illustrano le varie puntate della trasmissione sul sito della ditta produttrice. Guarda caso Le uniche due città raffigurate come rovine piene di sporcizia sono proprie quelle due. Avrei voluto vedere le reazioni, se Napoli fosse stata presentata sulla Tv egiziana come la città della monnezza e basta. Chissà perché, però, ho la netta impressione che sarò l'unico a protestare e ad allertare le Autorità egiziane su questa vergogna.

mercoledì 13 febbraio 2008

Contestatori al tè della pace

di Giovanna Favro, Maria Teresa Martinengo, La Stampa

TORINO - Doveva essere la serata del tè alla menta per tutti, un gesto di pace nella bufera che ha investito la decisione della Fiera del Libro di invitare Israele. La distensione era l’intento del padrone di casa Younis Tawfik, che ieri sera ha riunito al Centro Dar al Hikma, con l’associazione palestinese Bayader e l’Unione Araba, tutti gli attori della querelle: i vertici della Fiera e gli assessori alla Cultura Gianni Oliva e Fiorenzo Alfieri, in un confronto acceso con le varie anime del mondo arabo. Un obiettivo raggiunto solo in parte, perché c’è stato anche chi ha espresso posizioni molto dure, e perché la serata si è aperta all’insegna della tensione, con una cinquantina di persone - tra cui i centri sociali - a lungo tenute fuori dalla porta, prima di essere ammesse in sala.

Ad aprire la serata sono stati direttore e presidente della Fiera, Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni, che hanno ribadito il carattere culturale della manifestazione e la disponibilità al dialogo e all’ascolto degli autori palestinesi. «Facciamo venire a galla ciò che unisce e non ciò che divide. Il muro contro muro non porta a nulla». Tra applausi e fischi, nel gremitissimo salone (presenti anche Paola Pozzi, Giampiero Leo e Nino Boeti) si sono delineate due posizioni: da un lato chi è contro la Fiera e per il boicottaggio, come le «Donne in nero», il Forum Palestina di Younis Kutaiba e il Network Antagonista (Askatasuna, Csa Murazzi, Cua); dall’altro, chi chiede soprattutto di garantire il dibattito con i palestinesi. È stata questa seconda posizione a raccogliere più consensi. A cominciare dall’associazione Bayader: Mansour Nizar e Abou Ahmed Nazih hanno consegnato alla Fiera una lista di scrittori arabi di cittadinanza israeliana da invitare: «Gli arabi sono il 30% della popolazione di Israele, e non invitando i nostri scrittori si discrimina un terzo degli autori israeliani». Ha chiesto il confronto anche Fouad Shibly, presidente dell’Unione Araba, perchè «invitare proprio ora solo Israele è inopportuno».

Tra i musulmani erano in prima fila il Co.Re.Is., la moschea di via Saluzzo, il Centro Mecca e l’Istituto Islamico. Per l’Unione Musulmani d’Italia Abdelaziz Khounati ha invitato a «non importare i conflitti che si combattono altrove: qui è possibile la convivenza pacifica con ebrei, cristiani e laici». Dal canto suo, l’egiziano Sherif El Sebaie ha invitato i palestinesi a cogliere l’occasione di presentare la loro produzione culturale.* Niente di più lontano dai pro-boicottaggio: «Avreste invitato il Cile di Pinochet o il Sudafrica dell’Apartheid?», ha chiesto il Network Antagonista. E Kutaiba: «Chi parla contro Israele viene linciato, ma il boicottaggio è un’arma pacifica». Per Ferrero, non essere al Lingotto è perdere un’opportunità: «Invito tutti a venire, anche per portare il punto di vista palestinese: la Fiera offre vetrina mediatica e 300 mila uditori». Una linea condivisa dallo scrittore algerino Karim Metref: «Andiamo, e facciamo domande scomode agli scrittori sionisti». Se lo stesso Tawfik è convinto che la Fiera sia un’importante occasione di dialogo collettivo, alla fine della serata ha preso la parola il presidente della Comunità Ebraica, Tullio Levi: «Non mi piace l’intolleranza di alcuni italiani. Qui c’è chi proprio non vuole sentire ragione».

La mia opinione sulla presenza di Israele come ospite d'onore alla Fiera si può leggere qui.

* Per essere più preciso, il sottoscritto - partendo dalla rievocazione del
precedente storico del presidente egiziano Anwar El Sadat che ha sconvolto Israele con la pace più che con la guerra - ha invitato gli arabi, i palestinesi e i musulmani a darsi da fare per promuovere un'immagine positiva di sé e della propria cultura piuttosto che lamentarsi della presenza di Israele alla Fiera, ricordando - ancora una volta - che il conflitto tra arabi ed ebrei non è di natura religiosa, bensi politica. Ed è sul terreno della politica e non della cultura che questa questione deve essere imperativamente riportata prima di essere risolta.

martedì 12 febbraio 2008

Israele, la Fiera e le polemiche

Non vi sarà di certo sfuggito il mio silenzio in merito alle polemiche scaturite dalla presenza di Israele come Ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). Ho sempre i miei buoni motivi per farlo, e uno di questi era attendere l'incontro avvenuto ieri presso il Centro Culturale Italo-arabo di Torino tra le autorità locali (rappresentate dall'Assessore alla Cultura della Regione Piemonte e dall'Assessore alla Cultura della Città di Torino), gli organizzatori della Fiera (rappresentati dal Presidente Rolando Picchioni e dal Direttore Ernesto Ferrero) ed i membri delle comunità arabo-islamiche cittadine, in presenza di un pubblico variegato costituito da associazioni pro-palestinesi, docenti universitari, centri sociali, autonomi, anarchici e via dicendo. Prima di procedere con la mia relazione su questo importante incontro diretto - e non filtrato dai media - tra organizzatori, favorevoli e contestatori, tengo però a precisare alcune cose. La prima è la questione relativa alla prevista presenza dell'Egitto in qualità di Ospite d'onore, sostituito invece da Israele. Posso portare la mia diretta testimonianza dei fatti, essendo stato uno dei primi informati della probabile presenza dell'Egitto alla Fiera torinese e della successiva rinuncia. All'epoca - e ancor prima che la stessa Fiera optasse per Israele come alternativa - ho chiesto personalmente sia al Direttore della manifestazione che ad alti esponenti del Governo egiziano il motivo dell'assenza. E posso tranquillamente confermare che è stato l'Egitto a preferire di demandare la propria partecipazione al 2009, anno in cui è prevista una serie di importanti mostre ed eventi legati al Paese dei Faraoni. D'altronde - per chi non lo sapesse - l'Egitto è ospite d'onore del Salone del Libro svizzero, dal 30 aprile al 4 maggio 2008: il governo egiziano ha quindi ritenuto opportuno distribuire la sua presenza temporale nel continente europeo piuttosto che concentrarla in un breve periodo di tempo.

Ma torniamo all'incontro di ieri. Ebbene, la stragrande maggioranza dei cittadini arabi e musulmani presenti - pur avendo ampiamente criticato lo stato di Israele in presenza del Presidente della Comunità ebraica torinese, Tullio Levi - era chiaramente contraria all'idea del boicottaggio. Le opinioni più accese - che in qualche caso sono sconfinate persino negli insulti e nelle provocazioni rivolte agli esponenti politici e agli organizzatori dell'incontro - sono provenute da cittadini ed organizzazioni italiane. Per amore di verità quindi, non si dovrebbe parlare di un boicottaggio arabo-islamico, anche se è vero che alcuni famosi scrittori ed intellettuali arabi e palestinesi (e in qualche caso persino israeliani) hanno chiaramente rifiutato di aderire alla Fiera in presenza di Israele. Ma almeno loro l'hanno fatto con stile. La verità è che le polemiche sono nate e si stanno sviluppando e surriscaldando solo in ambito italiano, tanto che si è persino avuto la sensazione che la questione palestinese fosse diventata una questione di emergenza nazionale, come - e forse più - della mafia o dei rifiuti a Napoli. Il fatto che ci sia questa partecipazione e solidarizzazione con la questione palestinese non può che far piacere, ma non posso - no, non posso - essere d'accordo quando questa solidarietà si trasforma in un boomerang che danneggia la causa stessa. Ieri, più volte, si è accennato al fatto che con la presenza alla Fiera del Libro, Israele sta promuovendo un' immagine positiva dello Stato che non corrisponde alla realtà. Che gli scrittori israeliani presentati come acerrimi oppositori delle politiche israeliane altro non sono che testimonial sponsorizzati dal governo israeliano. Ammettiamo pure che sia vero: sono perfettamente consapevole che spesso e volentieri anche il mondo della cultura o sedicente tale può prestarsi a basse operazioni di propaganda politica, specie in un clima di guerra. In Italia ci sono pregevoli esemplari di questa categoria. Ma il continuare ad affermare che tutte le voci critiche israeliane sono di fatto "specchietti per le allodole" non fa altro che promuovere l'immagine di un Israele monolitico e privo di senso critico, quell'Israele che vagheggia Magdi Allam e che esiste solo nella sua mente. C'è una fiorente produzione letteraria e cinematografica israeliana che non è affatto tenera con Israele. Qualcuno sostiene che si tratta di contributi censurati e criminalizzati. Perfetto, questa discussa Fiera potrebbe essere allora obbligata a dare loro ospitalità e visibilità, dato che anche questi contributi fanno parte - a pieno titolo - della cultura israeliana.

Per chi si è svegliato solo ora, tengo a ricordare che Israele si è fatto dedicare un anno intero, qui a Torino. Non capisco perché si stanno stracciando tutti le vesti per la presenza di quello stato alla Fiera del Libro, come se all'inaugurazione della più importante stagione musicale torinese non ci fosse proprio l'Orchestra sinfonica di Israele, o come se un imponente mostra sull'arte contemporanea organizzata da Palazzo Bricherasio non fosse dedicata proprio ad Israele. Che volete che vi dica? Che Israele è proprio bravo nel promuovere la propria immagine e nelle campagne di marketing? Ebbene si. E scanso equivoci, lo stato israeliano ha provveduto a spiegare - per filo e per segno - in che cosa consisteva questa campagna e che cosa si voleva ottenere dall'opinione pubblica. Già questo basterebbe a smorzare le polemiche e a tranquillizzare gli animi più esagitati: non ci sono ebrei dissimulatori che complottano per rimbambire la gente ed "occupare" la Fiera. Forse è il caso allora che anche gli arabi e i loro sostenitori, piuttosto che fare le figure barbine di quelli che si oppongono alla cultura, confondendola con la politica, comincino a studiare le strategie israeliane di marketing, e soprattutto ad imparare - almeno per un po' - ad ascoltare l'acerrimo nemico di sempre, anche se totalmente schierato dalla parte della politica di Israele. Ci rendiamo conto di quante volte anche gli arabi hanno perso occasioni d'oro per quel brutto vizio del boicottaggio? Come mai oggi l'Egitto si è ripreso il Sinai mentre i palestinesi stanno ancora sognando un mini-stato? Non è forse perché il presidente Sadat ha avuto persino il coraggio di recarsi a Gerusalemme e a parlare alla Knesset mentre gli arabi hanno preferito dipingere l'Egitto come traditore? Ci rendiamo conto che i negoziatori palestinesi si recavano ai negoziati senza nemmeno carte geografiche mentre gli israeliani erano preparatissimi su tutto incluso il profilo psicologico dei negoziatori dall'altro lato del tavolo? Ci rendiamo conto di quanti miliardi di aiuti da paesi arabi e Unione Europea sono andati nelle tasche delle organizzazioni palestinesi senza che ci sia almeno una pubblicazione divulgativa sul punto di vista arabo nel conflitto? E quel che è ancor peggio, ci rendiamo conto che l'unica volta in cui un'organizzazione islamica è riuscita a comprare una pagina su un gruppo di quotidiani italiani ha pubblicato un appello in cui ha paragonato Israele ai Nazisti riuscendo a far sollevare un coro bipartisan di indignazione politica e intellettuale, fino a farsi trascinare nei tribunali per istigazione all'odio razziale?

lunedì 11 febbraio 2008

La Storia e la Memoria

Mi si chiede di partecipare ad una catena - partita da qui - per indicare un libro sulla Shoah che si aggiunga ad una ormai ricca "Biblioteca virtuale della Memoria". Coloro che hanno aderito a questa catena hanno sempre preceduto la loro segnalazione con interessanti contributi su ciò che pensano del concetto stesso di Memoria. Mi associo anch'io riproponendo semplicemente ciò che scrissi nella "Lettera aperta alle comunità ebraiche italiane" pubblicata su questo blog circa tre anni fa, ripresa dal noto portale Nazione Indiana, prima di ricevere una sentita risposta da parte di Tullio Levi, presidente della Comunità Ebraica di Torino. Questo testo è stato oggetto di numerosi commenti, molti dei quali - come d'altronde avevo anticipato io stesso nel corpo della lettera - scettici se non indignati dal paragone proposto. Eppure è proprio questo, il senso della parola "Memoria": ricordare affinché non accada di nuovo. Si deve ricordare, come scrisse Primo Levi che "se è successo, significa che potrebbe succedere ancora". La "Memoria", per essere degna, del suo nome, deve essere costantemente attualizzata. Quale migliore modo quindi se non dare uno sguardo ai manifesti riportati in cima a questo articolo? I due ai lati sono degli anni 40. Quello al centro è del 2005. Memoria è anche tener presente le responsabilità storiche e non confondere le acque perché oggi fa comodo considerare "il nemico del mio nemico mio amico": quelle responsabilità dicono chiaramente e senza ombra di dubbio alcuno che chi oggi mantiene vivo il ricordo della Shoah ha scelto gli alleati politici sbagliati, ovvero i movimenti eredi del Nazifascismo e coloro che sono disposti a cantare acriticamente le lodi di Israele "perché conviene". Non mi dilungo sulle cosiddette radici giudaico-cristiane dell'Europa: il commento di Giuseppe Laras, presidente del Collegio dei Rabbini d'Italia, sulla preghiera a favore della conversione degli Ebrei ripristinata recentemente da Santa Madre Chiesa sintetizza ciò che vado affermando da anni circa l'inesistenza di tali radici. Memoria è ricordarsi che ci sono settanta musulmani fra coloro che hanno salvato vite ebraiche nel corso della seconda guerra mondiale. Settanta "Giusti tra le Nazioni" riconosciuti dallo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto a Gerusalemme. Detto questo, sono personalmente scettico sull'idea di consigliare libri sul tema della Shoah: chi ha avuto tra le mani, come me, la fasce con la stella di Davide che hanno cinto le braccia di chi era rinchiuso nel Ghetto di Varsavia non ha bisogno di libri per ricordarsi di quei tragici fatti, e tanto meno voglia di consigliarne. Date uno sguardo ai manifesti sopra riportati, che possa essere questa, la vostra memoria.

"La memoria, ci insegna l’Ebraismo, è ciclica e perpetua ed oggi la storia non fa che ripetersi. Nelle ultime parole di congedo, Mosè raccomanda al suo popolo: “Ricorda i tempi antichi, cercate di comprendere gli anni dei secoli trascorsi, interroga tuo padre e ti racconterà, i tuoi anziani e te lo diranno….”. “Una memoria attiva, scrive Roberto della Rocca, come ci ha insegnato Primo Levi, che significa per ognuno, e non solo per l’ebreo, assumere i crimini della storia come male fatto a ciascuno di noi, appartenenti tutti alla grande famiglia dell’umanità”. I “fantasmi del passato”, la vergognosa propaganda nazifascista che dipingeva ebrei barbuti, con il cappellino in testa e il naso adunco, bramosi di conquistare il mondo, fratelli miei, è tornata – seppur sotto un’altra veste, tra un reality show e la pubblicità di una carta igienica – nei confronti dei musulmani. Ma, come avete avuto modo di constatare voi stessi, anche nei vostri confronti. Forse è troppo chiedervi di esserci vicini? Sono fermamente convinto che il clima odierno sia identico, in tutto e per tutto, a quello creatosi durante la II guerra mondiale. I perfidi musulmani, descritti dai media, quelli che si dissimulano e complottano, che non vogliono integrarsi bensì mantenere la propria specificità e conquistare il mondo, sono i degni eredi dei milioni di ebrei trucidati mediaticamente dai ministeri di Goebbels e Preziosi, prima ancora della Shoah. Oggi - e spero che ve ne siate accorti - i media, i giornalisti e i politici usano un linguaggio identico a quello della propaganda nazista: basta sostituire alla parola “razza” quella di “cultura” e a “ebrei” quella di “musulmani” e il risultato è a dir poco sconvolgente. Ma anche premonitore. Dopo la fase della propaganda si arriva sempre a quella delle leggi speciali: domani i musulmani, come voi in passato, potrebbero essere esclusi dalle scuole o dagli uffici pubblici, se non addirittura dai mezzi di trasporto, in nome della “sicurezza”. E se staremo zitti, noi e voi, dopodomani passeranno alle deportazioni, e chissà, forse quella minoranza criminale tenterà di portare a termine ciò che non è riuscita a concludere negli anni 40. Magari non si arriverà alla Shoah vera e propria, con tanto di camere a gas, ma do’ comunque per scontato che si verifichino pogrom estesi e che questi rimangano impuniti e vengano persino incoraggiati. I frequentissimi roghi dei dormitori degli immigrati in Francia e Germania, di cui abbiamo avuto già un precedente in Italia con l’eurodeputato leghista Borghezio e un’aperta incitazione nei libri della Fallaci (la quale ha affermato di aver voluto appiccare il fuoco alla tenda dei somali di Firenze, ndr) sono un chiaro indice del punto d’arrivo che questi individui si sono prefissati. Solo il sangue e le grida atterrite dei musulmani, come quelle degli ebrei in passato, li appagheranno."

Sherif El Sebaie, Lettera aperta alle comunità ebraiche italiane.

Ed ora, passo il testimone a Beduino.

venerdì 8 febbraio 2008

Poveri immigrati

"In Forza Italia si pensa anche alle candidature: si parla di Magdi Allam e Souad Sbai, leader dell'associazione delle donne marocchine. In via del Plebiscito questa sera e' prevista una cena alla quale prenderanno parte i vertici azzurri". Fonte, Repubblica.

"Una fontana di due metri e 70 che unisce, sotto la croce cristiana le due religioni monoteiste, l’islam simboleggiato dalla mezzaluna e l’ebraismo con la stella di David. Un inno alla fratellanza, secondo l’autore Pietro Cascella. Un rischio per le sensibilità altrui per il Comune di Parma che si inchina così alla voce di Magdi Allam, duro contestatore della fontana delle tre religioni, decidendo, per il momento, di non collocare l’opera d’arte nella rotatoria tra Strada Elevata e via Mantova". Fonte, Polis

giovedì 7 febbraio 2008

Attenti al cane. E al padrone!


Ieri stavo facendo una sana corsetta lungo una pista ciclo-pedonale quando ho assistito a un episodio alquanto sgradevole. Premetto che, all'inizio del percorso e lungo di esso, a intervalli regolari, sono posti dei cartelli che indicano, tra gli altri divieti, la prescrizione di tenere i cani al guinzaglio.

Una signora di mezza età sta facendo "pascolare" il suo cane, naturalmente senza guinzaglio.. nello stesso momento passa una ragazza straniera in bicicletta: il cane si imbizzarrisce, e si lancia addosso alla ragazza facendola cadere, per fortuna senza conseguenze a parte qualche livido. La ragazza, una volta rialzatasi (da sola..la signora mica l'ha aiutata!) ha - giustamente - redarguito la donna ricordandole che dovrebbe, quantomeno, controllare il suo cane.

La risposta della signora è stata: "Cosa vuoi? Impara a parlare italiano, poi potrai dirmi cosa devo fare!". Se questo è il "buon esempio" che diamo a chi arriva...allora forse dobbiamo farci tutti un bell'esame di coscienza.

Fabio, lettore del blog

domenica 3 febbraio 2008

Eppure gira...

Avrebbe dovuto essere ratificata ieri nella commissione cultura del senato. Ma la nomina del fisico Luciano Majani alla presidenza del Cnr è stata sospesa: troppe le polemiche per la lettera sul Papa. Majani, infatti è stato uno dei 67 firmatari della lettera che ha definito "incongrua" la visita di Benedetto XVI alla Sapienza, facendo esplodere le proteste. "Sono stato io stesso a chiedere una pausa di riflessione" ha spiegato Giuseppe Valditara, Senatore di An e segretario della commissione. E ha spiegato: "ho pensato fosse importante questa pausa per rasserenare gli animi e consentire al professor Majani di chiarire la sua posizione". Valditara ha precisato che "la ratifica è stata rinviata a data da destinarsi. Non ha senso una nomina con il parlamento spaccato a metà: non possiamo dimenticare, infatti, che la proposta della presidenza di Majani era stata bipartisan".

Corriere della Sera, 17 gennaio. Leggere anche qui.

venerdì 1 febbraio 2008

Meno male, siamo in Italia

Rosa Parks arrestata per aver rifiutato di cedere il posto ad un bianco

È uno strano paese, l'Italia. Il progressivo disinteresse della popolazione verso tutto quello che non ha un'attinenza immediata con il proprio - sempre più ristretto - ambito personale, viene strenuamente sostenuto da formule di consolidata sapienza popolare, seguendo le quali - assicurano - si riuscirebbe a campare fino a età inoltrata.

Giorno 2008-01-26, ore 11.20. Treno Milano – Torino. Alla mia sinistra siede un uomo di colore. Arrivano due poliziotti. All'uomo viene chiesto di esibire i documenti. Il tratto è familiare, addirittura affabile. "Ah, abiti a Maierata, di Maierata sei, e che ci fai da questi parti?", le domande si susseguono, il senegalese ha la carta permanente di soggiorno, quindi è in regola. Quando finisce il controllo però ha un sussulto di orgoglio: "Perché controllate soltanto me?" prova a dire, "Abito in questo paese da diciotto anni, non sono mai stato un delinquente, ma dell'intero vagone controllate solo me". I poliziotti si spazientiscono, ora non scherzano più, uno di loro domanda se per caso volesse insegnargli il mestiere, l'altro gli assicura che se una domanda del genere l'avesse rivolta a un poliziotto del suo paese d'origine di sicuro sarebbe tornato a casa con la testa fracassata.

"Meno male che siamo in Italia", dico io, i poliziotti sorridono, il clima si distende, un ragazzo alla mia destra chiede se per caso volessero controllare anche lui. Il senegalese, però, non si arrende, sembra profondamente indignato. "Lasci perdere", gli dico, "ha ragione, ma lasci andare", agli agenti la cosa non garba, mi chiedono lumi, spiego che secondo me chiedere i documenti a l'unica persona di colore in tutto lo scompartimento, e dargli del tu, come se si trattasse di una vecchia conoscenza, abbia un carattere discriminatorio; il senegalese tace, i poliziotti se ne vanno, il tutto pare volgere al sereno.

Qualche minuto più tardi fanno ritorno. Mi ordinano di seguirli e vengo portato in uno spazio tra due carrozze, lontano da testimoni occasionali. Mi vengono richiesti i documenti, rivolte diverse domande visto che la abbondanza di consonanti nel cognome pare rendere di difficile lettura la mia condizione di cittadino italiano e rassicurato sul fatto che anche nel mio paese d'origine (l'Uruguay) avrebbero riservato lo stesso trattamento alla mia testa davanti a un commento come quello precedente. Vorrei spiegarli che sì, che in un recente passato succedeva veramente, quello in cui i diritti costituzionali erano stati soppressi e si viveva un periodo di "emergenza democratica", che considero inalienabile il diritto dei cittadini e degli esseri umani in generale alla libera espressione delle proprie idee e che forse è perché arrivo da un altro pianeta (o per deformazione professionale) ma credo che niente di quanto succede intorno a me mi sia estraneo, ma lascio perdere. Uno dei funzionari (Diventato parte lesa) mi informa che avvierà una querela per calunnie nei miei confronti, l'altro (Testimone) aggiunge che dovevo farmi gli "affaracci" miei. "Ci vediamo in tribunale", aggiunge, nel riconsegnarmi i documenti, "Così impara".

E campo cent'anni, penso io.

Tornato al mio posto, in molti vogliono sapere com'è andata. Hanno sempre ragione loro, dice una ragazza rumena. Un signore, italiano, prima di scendere mi fa i complimenti, ma prende e se ne va. Due che si offrono come testimoni sono stranieri. Il resto tace e guarda da un'altra parte.

Loro la lezione l'hanno imparata da tempo.

Milton Fernàndez