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sabato 31 maggio 2008

Mai trovato tanta intolleranza quanto in Italia

Lettera aperta al Presidente Napolitano
pubblicata su La Repubblica

Carissimo Presidente,

Sono un'italiana residente all'estero ormai da diversi anni, ma nonostante questo sono sempre stata attaccata alla mia cara Italia. I suoi colori, la creatività, la vivacità, genuinità e ospitalità della nostra gente sono tutte cose che fino a pochi giorni fa venivano decantate all'estero come marchio dell'essere italiano e che tanto mi rendevano orgogliosa. Come può ben immaginare, continuo a seguire tutti i fatti di attualità, di politica, di cronaca che riguardano il nostro Paese, e mi creda, mi rattrista dover confessare a Lei e prima ancora a me stessa che mi vergogno dell'Italia ritratta in questi giorni su tutte le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali.

Signor Presidente ma che succede? Dove è finita la succitata "ospitalità" degli italiani? E' davvero possibile che il sentimento più forte che emerge nella popolazione sia ormai la paura dello straniero, del migrante, dell'immigrato? La sicurezza è certamente un problema serio, ma non penso che il modo giusto di risolverlo sia quello di alimentare la paura e l'intolleranza nei confronti di persone comunitarie ed extracomunitarie. Piuttosto penso che una più attenta politica di integrazione sociale sia la soluzione al problema dell'Immigrazione che a mio avviso, non coincide (come il governo vuole far credere) con il problema della Sicurezza. Siamo in EUROPA e credo sia assurdo leggere ancora sui giornali titoli come "ragazza italiana violentata da un romeno". Con questo non voglio sminuire affatto la bruttura del reato, mi auguro soltanto che la giustizia faccia il suo corso indipendentemente da chi lo ha commesso. Quindi mi chiedo quale sia il bisogno di sottolineare la diversa nazionalità?

Sono una ricercatrice e il mio lavoro mi ha dato la possibilità di uscire fuori dai "nostri confini" e mi creda non ho mai trovato tanta intolleranza come quella che sta nascendo e che si sta alimentando negli ultimi tempi in Italia. Adesso sono in Inghilterra e come lei sa qui di immigrati (comunitari ed extra comunitari) ce ne sono tanti, ma così tanti che non si può più fare una distinzione. Per farle solo un esempio, a Pasqua ero ad Oxford e in Chiesa ho assistito ad uno spettacolo meraviglioso: c'era tutto il mondo rappresentato in quella piccola Chiesa Cattolica. Mi colpì e mi commosse la diversità dei colori della pelle, dei costumi, ma al tempo stesso l'omogeneità e la coralità di tutte quelle persone. Mi chiedo quando in Italia sarà possibile respirare quella stessa atmosfera di integrazione che si trova ormai nel resto d'Europa?

Signor Presidente spero tanto che Lei non permetterà al presente governo di inasprire i rapporti tra gli italiani e gli immigrati, spero che Lei alzi la voce davanti a ministri che giustificano e incitano alla pulizia dei campi rom, spero che Lei faccia tutto quello che è in suo potere per rendersi portavoce della necessità di migliorare la politica di integrazione sociale di cui l'Italia ha oggi bisogno per confrontarsi alla pari con il resto del mondo e d'Europa.

Fiduciosa nella sua persona e nell'importante carica istituzionale che lei ricopre, la ringrazio per la sua attenzione e le auguro buon lavoro.

Cordiali saluti,
Maria Vinci*

* Pugliese, 34 anni, da 5 o 6 si dedica alla ricerca sul cancro. Ha studiato e lavorato a Milano (Ifom) e a Heidelberg in Germania. Ora si trova in Inghilterra.

venerdì 30 maggio 2008

Ufficiale: Italia paese pericoloso e razzista

Sia il clima di xenofobia che i recenti provvedimenti sulla sicurezza varati dal governo, ma con un vasto consenso da parte dell'opposizione, rischiano di fare dell'Italia "un paese pericoloso" non solo per i rom e per alcuni gruppi d'immigrazione, ma "potenzialmente per ognuno di noi". Lo dice Amnesty International nel giorno del lancio del suo rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani. (...) "Atti normativi approvati con un approccio affrettato e propagandistico, dichiarazioni discriminatorie e attacchi xenofobi stanno minando seriamente i diritti umani fondamentali delle minoranze presenti nel nostro paese, in una preoccupante linea di continuità nel passaggio da un governo al successivo", ha detto ancora Carboni, che ha accusato i politici italiani - ma anche "una parte della stampa" - di aver sdoganato "un linguaggio razzista". (Reuters)

Anche dagli Usa un monito all'Italia contro razzismo e xenofobia. L'Anti Defamation League (Adl), la principale delle organizzazioni americane ha chiesto al governo italiano di «condannare pubblicamente (gli atti di) xenofobia contro i Rom e la retorica contro i Rom», perché «rischiano di incoraggiare l'atmosfera che ha reso possibile attacchi come quelli a Milano e a Napoli». Il direttore nazionale dell'Adl, Abraham Foxman, ha scritto una lettera al ministro dell'interno Roberto Maroni, spiegando che a suo avviso «la vitale democrazia italiana uscirà rafforzata da un chiaro messaggio del governo» attraverso il quale «si impegna a proteggere i suoi residenti Rom e tutte le vittime della violenza razzista». Un silenzio del governo, secondo Foxman «potrebbe inviare un messaggio sbagliato» e cioè che chi «commette violenza xenofoba in Italia rimane impunito». (Il Messaggero)

mercoledì 28 maggio 2008

Beati gli assetati di giustizia

Da tutta Europa si levano voci indignate per il carnevale di razzismo e xenofobia che imperversa da giorni, impunito e indisturbato, in Italia. Un clima che denuncio da anni ma che solo nelle ultime settimane ha cominciato a materializzarsi sotto la forma di vergognosi raid contro gli stranieri e le loro proprietà. Il vicepremier spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega ha dichiarato che "il governo spagnolo rifiuta la violenza, il razzismo e la xenofobia, e pertanto non può approvare quanto sta succedendo in Italia". Subito dopo è intervenuto il ministro del Lavoro e dell'Immigrazione spagnolo, Celestino Corbacho, che ha affermato che le politiche sull'immigrazione del governo italiano "pongono l'accento più sulla discriminazione del diverso che sulla gestione del fenomeno" e "intendono criminalizzare il diverso". El Pais in un editoriale intitolato "Populista e xenofoba" ha affermato che "alcune delle prime iniziative del governo Berlusconi in materia di sicurezza sono molto inquietanti per il razzismo che nascondono". Poi sono arrivate le dichiarazioni dell'Eurodeputata Vicktoria Mohacsi in visita per due giorni ai campi Rom: "L'Italia non ha una politica sull'immigrazione, non ha mai riconosciuto i Rom neppure come minoranza linguistica e non ha una politica per le minoranze etniche. Ho incontrato persone che vivono qui anche da quaranta anni e ancora non hanno uno straccio di documento".

Tutte queste dichiarazioni sono state ovviamente accolte da un coro di indignazione bipartisan.
I ministri, parlamentari e eurodeputati italiani si sono prontamente mobilitati per difendere la reputazione internazionale del Bel paese. La Farnesina non ha perso tempo per protestare e pretendere scuse ufficiali. Le accuse di razzismo e xenofobia sono state prontamente respinte al mittente. L'aspetto tragicomico della faccenda è che, nel frattempo, a Napoli, decine di camorristi e mafiosi - coadiuvati dalla popolazione locale - mettevano allegramente a ferro e a fuoco le baracche fatiscenti in cui erano rifugiate le famiglie Rom, prontamente "scortate" dalla Polizia lontano dagli aspiranti linciatori. A Roma, decine di giovani neofascisti, ancora una volta protetti dall'omertà del quartiere, assaltavano e sfasciavano allegramente i negozi degli immigrati. In altre parole, negli stessi giorni in cui tutti si affannavano a dire che "No, non è vero, in Italia gli immigrati vengono accolti con i palloncini colorati", mafiosi e neofascisti portavano avanti imponenti azioni dimostrative, confidando nella complicità dell'opinione pubblica e mediatica. Viene spontaneo chiedersi quale infelice congiuntura astrologica abbia trasmesso a questi signori la sicura sensazione di poter tranquillamente uscire per strada a decine, con i volti coperti e le mazze chiodate in mano, croci uncinate al collo e braccia tese nel saluto romano, a picchiare gente inerme e a buttare molotov. A sentire il bravissimo regista Claudio Lazzaro, "quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare".

In questo clima, trovo altamente preoccupante che il Ministro dell'Interno, in un'intervista a Repubblica, affermi che "L'Italia non è un paese razzista. Episodi di questo tipo talvolta sono alimentati dai delitti commessi dai clandestini. Nomadi che rapiscono neonati, violenze sessuali dei rumeni, incidenti stradali provocati da extracomunitari che finiscono pure in tv. Il pacchetto cerca di evitare reazioni che sono ovviamente da condannare. E che hanno a che fare con miti e subculture del passato che vanno combattute oltre che col codice anche sul piano culturale". Non riesco a capire come gli "episodi" di violenza xenofoba possano essere combattuti sul piano culturale quando lo stesso Ministro ripropone l'intero repertorio di pregiudizi che criminalizzano gli immigrati. Intanto quella dei bimbi rapiti da zingari è un "classico" per gli studiosi di leggende metropolitane. Lo dicono gli esperti interpellati dalla Reuters. Le statistiche dicono chiaro e tondo che le violenze sessuali sono commesse soprattutto da italiani, in primo luogo stretti famigliari e conviventi. Gli incidenti stradali provocati da extracomunitari fanno più notizia perché pubblicizzati più di quelli provocati da italiani ubriachi o drogati, da mezzi di informazione generalmente abituati a osannare stragisti e serial killer di ogni colore. Ma a che serve raccontare tutto ciò? Come diceva Angelo Cecchelin "Beati quei che ga sede de giustizia, perché i sarà giustiziai"(*)

(*) Beati gli assetati di giustizia, perché saranno giustiziati.

martedì 27 maggio 2008

Una mostra da non perdere

400 partecipanti al concerto inaugurale della mostra "Islam e Ebraismo"
Eventi. A Torino una mostra da non perdere.
Islam ed Ebraismo, incontro ravvicinato

Riscoprire una tradizione di convivenza attraverso l'arte.
Il risultato è sorprendente. Il curatore la racconta

Vita, 30/5/2008

Islam e Ebraismo. Arte, Storia, Convivenza è una mostra aperta a Torino e che non si dovrebbe davvero perdere: L'allestimento, curato da Sherif El Sebaie e frutto dell'estro creativo di Vered Zaykovsky (Israele) e dello studio torinese Civico13 (Italia), si articola su tre sezioni: fotografie di luoghi di culto ebraici in Egitto del fotografo polacco Zbigniew Kosc. Percorso dedicato ai musulmani inseriti dal Museo della Shoah di Gerusalemme, nella lista dei "Giusti tra le nazioni" per aver salvato vite ebraiche, realizzato dal giornalista Giorgio Bernardelli. Infine preziosi manufatti tessili e ceramici della comunità ebraica tunisina della collezione Gaia GianMario. "Queste tre sezioni non possono esaurire l'argomento", spiega El Sebaie. "Sono fermamente convinto però che gli ogetti esposti sapranno comunicare il mistero e insieme il supporto di cui essi nei secoli si sono fatti messaggeri". Le mani raccolte in segno di preghiera e di devozione sono infatti le stesse che hanno creato amorevolmente tutti quegli oggetti di cui amiamo circondarci ed usare. Tutto ciò che appartiene all'attività umana, profondamente integrata nella tradizione spirituale, non è che il mezzo per partecipare al sacro della vita. "Questa è la virtù generale del Mediterraneo" spiega El Sebaie, "quella di gettare ponti, favorire accostamenti, operare fusioni. Commentando la battuta del geniale scrittore ebreo Franz kafka in cui asseriva che “La via che arriva al prossimo è, per me, lunghissima”, Moni Ovadia ebbe a scrivere che questa via è lunghissima per la gran parte degli uomini e dei popoli. Essa non è il tratto fisico di strada che ci separa dal confine rappresentato dall’altro, è soprattutto il cammino interiore della dimensione temporale che trasforma il confine da luogo di separazione a luogo di incontro". Una mostra come questa torinese è certo un'occasione concreta per avvicinare i confini e le strade.

Cittadella del Politecnico di Torino, sino all'8 giugno.

lunedì 26 maggio 2008

CPT, CDT e DDT

Manifesto fascista risalente alla guerra d'Etiopia
La scritta recita: Armamenti. Ecco l'arma più opportuna.
Sulla prima pagina di Repubblica di Giovedi scorso erano annunciati, nel sottitolo e a grossi caratteri cubitali, "limiti ai matrimoni misti" nell'ambito del nuovo "pacchetto sicurezza" voluto dal governo. E' la seconda volta che un quotidiano rilancia simili avvertimenti alle aspiranti coppie procreatrici di "bastardi" in Italia: nel 2005, infatti, "La Stampa" di Torino - riprendendo la fatwa dei Vescovi - aveva titolato: "Italiani, non sposate gli islamici". Niente allarmismo, per carità: ancora non c'è nulla di paragonabile alle leggi razziali del 1938, dove "L'ufficiale dello stato civile, richiesto di pubblicazioni di matrimonio, è obbligato ad accertare, indipendentemente dalle dichiarazioni delle parti, la razza e lo stato di cittadinanza di entrambi i richiedenti" o che sanciscono che "Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni" di una determinata razza o cittadinanza.

Ma siccome da qualche parte si deve pur incominciare, non sono mancati - in tempi recenti - casi di sindaci che vietano i matrimoni in caso di mancanza del permesso di soggiorno di uno dei coniugi, che sottopongono questi ultimi a esami di lingua o che escludono gli studenti extracomunitari dalle borse di studio. Non parliamo poi del "Commissario Speciale dei Rom" o della "Questione islamica", termini che evocano i tempi bui degli "Specialisti della Questione ebraica". E' proprio partendo da queste premesse, che si può legittimamente pensare all'introduzione di misure più draconiane nella "lotta" contro i clandestini. D'altronde il titolo principale di Repubblica era altamente evocativo: "Clandestini e rifiuti. Pugno di Ferro". Come se i clandestini dovessero essere smaltiti e - perché no? - inceneriti al pari dei sacchetti della spazzatura.

Qualche volta però la creatività italiota prende il soppravvento e tenta di usare termini che non evochino cosi apertamente il buio passato - neanche tanto "passato" - del bel paese. In effetti, non riesco più a contare il numero di volte in cui i cosiddetti "CPT", Centri di Permanenza Temporanea, hanno cambiato nome. Da "Centri di Permanenza Temporanea" a "CPA", Centri di Prima Accoglienza, si è sempre cercato di mascherare dietro qualche nome altisonante la realtà di questi centri. L'ultimo pacchetto sicurezza intendeva etichettarli come "CDT", Centri di Detenzione Temporanea, poi ci hanno ripensato e intendono chiamarli "CIE", Centri di Identificazione ed Espulsione. Stavolata almeno non si può che applaudire la coerenza degli estensori del Pacchetto Sicurezza: finalmente hanno avuto il coraggio di etichettare quei posti per quello che - in parte - sono, ovvero delle squallide prigioni con tanto di mura, filo spinato, guardie armate e rivolte dei detenuti.

In realtà il termine "prigioni" è un eufemismo. Perché in quegli "Alberghi a 5 stelle" come ebbe a definirli Borghezio, si viene "picchiati e umiliati dalle forze dell'ordine, costretti a sopravvivere tra escrementi e violenze, offesi nel pudore e nella dignità". "Gli immigrati appena sbarcati vengono fatti sfilare nudi tra i carabinieri che li schiaffeggiano, dei musulmani obbligati dai militari a guardare film pornografici, e per chi rifiuta, insulti e botte". Scene degne della descrizione di un lager: "Spogliati nudo" dice il carabiniere ad un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. "What is the problem", urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L'immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi...".

E' di ieri la notizia di un immigrato morto - dicono di Polmonite - nel CPT di Torino. "Ho perso la voce a furia di urlare - spiega un compagno di camerata - a mezzanotte e quarantacinque gridavamo tutti. Dopo un po' è arrivato un addetto della Croce Rossa. "Fino a domani mattina non c'è il medico", ha spiegato. Poi se n'è andato. Hassan si è steso sul suo letto, era caldo, stava malissimo...". La mattina successiva il medico si è scomodato per constatare il decesso. Gli altri immigrati hanno annunciato uno sciopero della fame. "Fate qualcosa per noi - urlano - dite la verità. Venite a vedere come siamo trattati. Qui siamo come in un canile, dove se abbai nessuno risponde". Mi chiedo perché non chiamano queste strutture "Centri di Concentramento Temporanei". O, se lo trovano proprio imbarazzante, non lasciano stare le sigle CPT, CPA, CDT e CIE e non adottano direttamente la sigla DDT: diclorodifeniltricloroetano, il pesticida più conosciuto nel mondo. Tutto sommato il passaggio da clandestino-rifiuto al clandestino-scarafaggio è breve (Kafka docet). Una sigla, una garanzia. In attesa della "Soluzione finale", ovviamente. Verso la catastrofe, con ottimismo.

domenica 25 maggio 2008

Islam e Ebraismo: prove di dialogo

Elazar Coen, Ministro Plenipotenziario dell'Ambasciata israeliana
e Tullio Levi, Presidente della Comunità Ebraica di Torino.

La mostra
Islam e Ebraismo: prove di dialogo al Politecnico
La Repubblica, 25/05/2008

L'immagine è di quelle che non passano inosservate: due mani che si stringono, un bracialetto con la mezzaluna, l'altro con la stella di Davide. Un gesto semplice ma potente. Per questo Sherif El Sebaie l'ha scelto per la campagna pubblicitaria di "Islam e Ebraismo. Arte, storia, convivenza", una mostra sul rapporto storico di convivenza tra Islam e Ebraismo allestita nello spazio espositivo della Cittadella del Politecnico e aperta al pubblico fino all'8 giugno.

"La mia intenzione è sfatare il pregiudizio secondo cui l'Islam è incapace di convivere pacificamente con le altre religioni" spiega El Sebaie, studioso di storia mediorientale e curatore della mostra. Realizzata con il patrocinio anche delle Comunità Ebraiche di Torino e Casale Monferrato, la mostra è divisa in tre sezioni: la prima racconta le vicende dei musulmani inseriti dal museo della Shoah di Gerusalemme nella lista dei "Giusti tra le nazioni" per aver salvato vite ebraiche. La seconda sezione è un viaggio fotografico del polacco Zbigniew Kosc, che ha immortalato i luoghi di culto ebraici in Egitto, dimostrando cosi l'esistenza di una libertà religiosa delle minoranze in uno dei più influenti Paesi islamici del Medio Oriente. Il percorso espositivo si chiude con una raccolta di preziosi manufatti tessili e ceramici della comunità ebraica tunisina della collezione di GianMario Gaia.

Se le diplomazie da sole non riescono a risolvere il conflitto, la società civile deve far sentire la sua voce. E le donne in particolare possono dare un contributo determinante nel ridurre le tensioni. Ecco perché insieme alla mostra del Politecnico, il Cipmo (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) e l'Istituto Salvemini hanno voluto organizzare un seminario riservato, che si conclude oggi, tra due delegazioni di donne israeliane e palestinesi, insieme a Torino per parlare di pace. Nei giorni scorsi hanno dialogato Colette Avital, del partito laburista israeliano e Salwa Hedeib, viceministro per le pari opportunità dell'Anp. (ga.c)

Islam e Ebraismo Cittadella del Politecnico.
Ingresso libero. Fino all'8 giugno.

sabato 24 maggio 2008

Donne di Pace

Farian Sabahi, La Stampa Web

Dopo la Fiera del Libro che ha avuto Israele come ospite d’onore proprio in occasione del sessantesimo anniversario della sua creazione (ma anche della nakba, la catastrofe palestinese), con le polemiche che si sono seguite, arriva ora a Torino un evento volto a costruire la pace tra palestinesi e israeliani. (...) Protagoniste dell’incontro “Israeliani e Palestinesi: superare l’odio, costruire la Pace” saranno sedici donne: sette palestinesi guidate dalla vice-ministro per le Pari opportunità dell’ANP Salwa Hedeib - coordinatrice del Jerusalmen Center for women e promotrice del Jerusalem Link - e nove israeliane tra cui spicca la Vice-presidente della Knesset (il parlamento dello Stato ebraico) Colette Avital, responsabile internazionale del partito laburista e presidente della coalizione Psipas formata da varie organizzazione di donne israeliane. (...) Affermare i diritti dei vincitori non può far dimenticare il dolore e le ragioni dei vinti, senza contare che le diplomazie non sono riuscite a risolvere il conflitto israelo-palestinese: “Per questo è necessario coinvolgere le società civili, indispensabili per promuovere il dialogo”, continua Cingoli (direttore del Centro per la pace in Medio Oriente, ndr). La costruzione del muro e la presenza di innumerevoli check-point ostacolano però il dialogo. Da questo nasce l’esigenza di incontrarsi a Torino dove fino all’8 giugno continua alla Cittadella Politecnico la mostra “Islam ed Ebraismo” in cui un’intera sezione è dedicata ai musulmani inseriti nella lista dei “Giusti tra le nazioni”.

La mostra "Islam e Ebraismo" è stata visitata ieri da Colette Avital, Vice Presidente della Knesset e Responsabile Internazionale del Partito Laburista, accompagnata da una delegazione mista di donne israeliane e palestinesi.

mercoledì 21 maggio 2008

Costruire la pace

ANSAMED - ''Israeliane e palestinesi. Superare l'odio, costruire la pace'', organizzato per il 22 maggio a Torino dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente) e Istituto Salvemini. All'incontro, introdotto dalla presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, partecipano la vicepresidente della Knesset, Colette Avital, e il viceministro per le pari opportunita' dell'Anp, Salwa Hedeib. Colette Avital e' anche responsabile internazionale del Partito laburista e presidente di Psipas (Mosaico), raggruppamento di varie organizzazioni di donne. Salwa Hedeib e' invece coordinatrice del Jerusalem Center for women e promotrice di Jerusalem Link, network di organizzazioni femminili israeliane e palestinesi. L'incontro del 22, alle 18 nella sala Einaudi del Conference Centre, si affianca ad un'altra iniziativa sulla possibilita' di dialogo tra i popoli nella stessa area di conflitto: la mostra ''Islam ed Ebraismo. Arte, storia e convivenza'', inaugurata alla Cittadella Politecnico di Torino proprio alla vigilia di quel Salone del Libro finito al centro delle polemiche per la scelta di Israele come Paese ospite per i 60 anni dalla sua fondazione e aperta fino all'8 giugno. Curata da Sherif el Sebaie, giornalista e studioso del Medio Oriente, la mostra si compone di tre sezioni: fotografie di luoghi di culto ebraici in Egitto, del polacco Zbigniew Kosc; un percorso sui musulmani inseriti nella lista dei ''Giusti tra le nazioni''; un'inedita rassegna di manufatti tessili e ceramici della comunita' ebraica tunisina della collezione Gaia GianMario. ''La storia dimostra che la convivenza tra Islam ed Ebraismo e' stata non solo possibile ma fertile'', ha detto Tullio Levi, Presidente della Comunita' Ebraica torinese, in occasione dell'apertura della mostra, sostenuta anche dalla regione Piemonte e per la quale erano giunti - ricorda il curatore - gli apprezzamenti sia del Quirinale che dell'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato. Quanto al dibattito pubblico del 22 maggio, si inserisce nel percorso di un seminario riservato tra due delegazioni di nove donne israeliane e sette palestinesi, guidate appunto da Colette Avital e Salwa Hedeib. L'obiettivo e' appunto coinvolgere le societa' civili per creare ponti di dialogo e combattere la disumanizzazione del nemico. L'iniziativa fa parte del progetto 'Percorsi mediterranei in Piemonte 2008', promosso dal Cipmo con l'Istituto Salvemini, in collaborazione con il Circolo dei Lettori, e sostenuto da Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Camera di Commercio di Torino. ''Con l'esplodere della seconda intifada - spiegano gli organizzatori del seminario - molti network israeliani e palestinesi, impegnati nella societa' civile e che hanno sempre lavorato insieme, sono crollati. Dato che le condizioni attuali non permettono l'organizzazione e lo svolgimento di meeting e seminari in quest'area, appare importante dare a esponenti di entrambe le parti la possibilita' di ricominciare a incontrarsi e a esplorare nuove vie, nuove forme di cooperazione e di dialogo''.

martedì 20 maggio 2008

Superare l'Odio

MO: SUPERARE L'ODIO E' POSSIBILE, SEMINARIO E MOSTRA A TORINO. INCONTRO DONNE ISRAELE E ANP, PROSEGUE RASSEGNA ISLAM E EBRAISMO.

(ANSAmed) - ROMA, 19 MAG - Le diplomazie da sole non riescono a risolvere il conflitto, la società civile deve far sentire la sua voce. E le donne in particolare possono dare un contributo determinante nel ridurre le tensioni. Partono da questi presupposti un seminario riservato tra due delegazioni di nove donne israeliane e sette palestinesi, a Torino dal 21 al 25 maggio, e il dibattito "Israeliane e palestinesi. Superare l'odio, costruire la pace", organizzato per il 22 maggio. Le iniziative sono promosse dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente) e dall'Istituto Salvemini, e si affiancano ad un'altra iniziativa sulla possibilità di dialogo tra i popoli nella stessa area di conflitto: la mostra "Islam ed Ebraismo. Arte, storia e convivenza", inaugurata proprio alla vigilia di quel Salone del Libro finito al centro delle polemiche per la scelta di Israele come Paese ospite e aperta fino all'8 giugno alla Cittadella Politecnico di Torino.

Seminario e dibattito fanno parte del progetto 'Percorsi mediterranei in Piemonte 2008', promosso in collaborazione con il Circolo dei Lettori, e sostenuto da Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Camera di Commercio di Torino. "Con l'esplodere della seconda intifada - spiegano gli organizzatori - molti network israeliani e palestinesi, impegnati nella società civile e che hanno sempre lavorato insieme, sono crollati. Dato che le condizioni attuali non permettono l'organizzazione e lo svolgimento di meeting e seminari in quest'area, appare importante dare a esponenti di entrambe le parti la possibilità di ricominciare a incontrarsi e a esplorare nuove vie, nuove forme di cooperazione e di dialogo". All'incontro pubblico del 22, alle 18 nella sala Einaudi del Conference Centre e introdotto dalla presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, partecipano la vicepresidente della Knesset, Colette Avital, e il viceministro per le pari opportunità dell'Anp, Salwa Hedeib.

Quanto alla mostra, curata dal giornalista e studioso del Medio oriente Sherif el Sebaie, si compone di tre sezioni: fotografie di luoghi di culto ebraici in Egitto, del polacco Zbigniew Kosc; un percorso sui musulmani inseriti nella lista dei "Giusti tra le nazioni"; un'inedita rassegna di manufatti tessili e ceramici della comunità ebraica tunisina della collezione Gaia GianMario. "La storia dimostra che la convivenza tra Islam ed Ebraismo è stata non solo possibile ma fertile", ha detto Tullio Levi, Presidente della Comunità Ebraica torinese, in occasione dell'apertura della mostra, allestita anche con il contributo, fra gli altri, della Regione Piemonte e della città di Torino.

lunedì 19 maggio 2008

Lunga vita al Fratello Colonnello

Più volte, in passato, alcuni commentatori di questo blog hanno misteriosamente accennato a ciò di cui sarebbe "capace il popolo italiano" qualora dovesse "stufarsi della presenza degli zingari e degli extracomunitari". Di cosa sia capace, questo popolo che vanta santi, navigatori, poeti e brava gente ma che si guarda bene dal punire - e anzi incoraggia e premia - gli incalliti razzisti che ne fanno parte, l'abbiamo visto nei giorni precedenti. Lo descrive molto bene una lettrice di questo blog, riprendendo la cronaca dei recenti pogrom anti-zingari: "ragazzi in motorino lanciano una molotov contro la casa di un vostro vicino. L'incendio brucia in parte l'appartamento ma, per fortuna, l'uomo, la donna e i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati, ma incolumi. Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i bastoni e le bottiglie incendiarie. La gente scappa e si rifugia da parenti. Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin da quando è nato. La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio. Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma "scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove. Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto dove, forse, potrete resistere per un po'. Fino alla prossima molotov".

L'Italia sta cominciando a raccogliere i frutti di un seme - quello della xenofobia - piantato tanti anni fa e cresciuto con amorevole cura dai media e dagli esponenti politici di destra e di sinistra. Non vi è alcun dubbio che uno dei primi obiettivi della campagna xenofoba avrebbe preso (ed ha ancora intenzione di prendere) di mira la comunità islamica in Italia: era chiaramente scritto nei manifesti e nei proclama di alcuni partiti politici che si sono presentati alle ultime elezioni. Se ciò non è successo (ancora) lo dobbiamo a Saif Al Islam, figlio del Fratello Colonnello Muammar Al Gheddafi, che - riferendosi a Calderoli - ha parlato di «ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l'Italia e la Libia» qualora l'esponente leghista entrasse nel nuovo governo». Lo dobbiamo ad Abdul Alim al Abyat (Lega Araba) che ha affermato che «se veramente un personaggio di questo tipo diventasse ministro, personalmente penso che ci potrebbero essere problemi nei rapporti con il vostro Paese». Ovviamente la nomina di Calderoli era più che scontata visto il successo della Lega nelle ultime elezioni. Ecco perchè il significato politico delle dichiarazioni lanciate da un paese che controlla importanti risorse petrolifere e le acque da cui transitano gli immigrati clandestini era più che chiaro. Non a caso Calderoli si è subito scusato, parlando del "più profondo rispetto per tutte le civiltà" e dicendosi "convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi".

Un sondaggio sul sito del Corriere chiedeva se era giusto che la Libia intervenisse sulla nomina di Calderoli. L'86% ha risposto di no. Io invece applaudo la presa di posizione araba sulla nomina di Calderoli e personalmente la estenderei anche ad altri esponenti del governo attuale. Le dichiarazioni di Gheddafi Junior e della Lega Araba sono più che condivisibili. Rientrano a pieno titolo nell'ambito della libertà di espressione. Non riesco a capire perché i governi occidentali sono liberi di criticare gli altri paesi definendoli canaglia e mettendoli sotto costante osservazione, bollare i loro governi come terroristici, interferire nei loro affari interni, minacciare o applicare sanzioni ed embarghi, mentre ad un paese chiave del Medio Oriente, pienamente riabilitato politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti e dalla UE, non è permesso dire la sua su una nomina ministeriale controversa. Il governo del Fratello Colonnello Gheddafi si è sempre espresso senza peli sulla lingua, anche nei confronti di altri leader del mondo arabo. E in effetti Bossi ha poco elegantemente affermato che "La lingua di Gheddafi è sempre stata lunga". Non c'è da scandalizzarsi quindi se lo ha fatto anche con l'Italia, che con la Libia ha un sanguinoso conto coloniale in sospeso. L'Italia è libera di scegliersi i suoi ministri ma anche la Libia è libera di dire come la pensa su queste nomine e di prendere i provvedimenti adeguati di conseguenza, dal blocco dei visti per l’ingresso degli italiani alla nazionalizzazione delle attività dell’Eni in Libia. Ora che nemmeno la Sinistra si preoccupa dei destini degli immigrati, la forte presa di posizione della Libia non può che risollevare il loro morale. Lunga vita al Fratello Colonnello!

domenica 18 maggio 2008

Il Commissario Speciale

Piero Sansonetti, Il Foglio

Non credo che esista una emergenza-rom. Tra qualche riga proverò a spiegare perché. Credo invece che sia in pieno svolgimento una campagna anti rom con forti caratteristiche xenofobe e razziste. E credo che questa sia la vera emergenza: il rischio che il razzismo dilaghi. Quando parlo di “campagna” intendo un grande numero di iniziative politiche, giornalistiche e culturali convergenti, cioè che spingono tutte nella stessa direzione. E che per la loro capacità di penetrazione nell’opinione di massa, finiscono per modificare, anche in modo robusto, lo spirito pubblico. La modifica dello spirito pubblico – di un popolo, di una nazione, di un continente… – è la premessa di ogni grande svolta storica. Io non penso che la campagna della quale sto parlando – e che sdogana alcune forme classiche di razzismo – sia “ordinata” e coordinata da un unico centro, o da un gruppo, da un partito, da un clan. Una volta, tanti anni fa, era così. Pezzi ben identificabili del potere decidevano una campagna, la finanziavano, l’organizzavano e in quel modo preparavano una certa svolta politica. Oggi tutto è più complesso, viviamo in una civiltà pluralista, multicentrica, multiculturale. I vari “tronconi” di una campagna nascono autonomamente, sono indipendenti, si influenzano fortemente l’uno con l’altro, si rafforzano vicendevolmente ma, il più delle volte, sfuggendo a qualsiasi regia. Dico questo per spiegarmi bene: non penso affatto a un complotto, ma a qualcosa di molto più complicato, di democratico, e per questo – forse – anche più pericoloso. Penso a qualcosa è nata per diversi motivi, il principale dei quali è l’alleanza tra destra e centrosinistra (Pd e Pdl) realizzata sulla base di un programma e di un asse culturale fortemente conservatore e restauratore.

Sul mio giornale (Liberazione) ho accennato nei giorni scorsi a un paragone che ha fatto un po’ scandalo: ho scritto che la nomina dei commissari all’emergenza rom mi ricordano le leggi razziali italiane del ’38-’39. Provo a spiegare il paragone. Io dico che è la prima volta, dal 1938-’39, che un atto pubblico, con valore – credo – legislativo, è costruito sull’idea che esista una razza e che questa razza sia pericolosa, costituisca un’emergenza sociale o addirittura criminale. La mia è una constatazione oggettiva. La parola “rom” è possibile solo riferirla ad una razza, un’emergenza rom – per sillogismo – è una emergenza razziale, e un provvedimento sull’emergenza rom è un provvedimento razziale. Una cosa del genere non avveniva, nell’Europa occidentale, dal 1939. Da qui, poi, si possono trarre una serie di considerazioni, che io traggo – e per fortuna non sono più solo: lo fa il Vaticano, lo fanno le comunità ebraiche, lo fanno molte organizzazioni cristiane, le Acli e un buon numero di editorialisti di grandi giornali – sul rischio razzismo e su come un diffondersi del razzismo possa portare al corrompimento di elementi essenziali della civiltà. Non penso che il “disegno” di restaurazione che oggi – secondo me – accomuna Pd e Pdl, abbia come scopo la rinascita del razzismo. Temo che consideri questa possibilità come un’ipotesi forse necessaria e non drammatica.

E torno al ragionamento di partenza. Non credo all’emergenza rom. Perché? Primo, perché il numero di delitti – soprattutto di delitti gravi – attribuibili alle persone che oggi vivono nei campi intorno alle grandi città (cioè quelli che genericamente vengono chiamati i rom) è statisticamente irrilevante. Secondo, perché il numero dei rom che vive in Italia è molto piccolo. I rom sono tra i 130 mila e i 170 mila. Di questi, la metà di nazionalità italiana. L’Italia è, in cifra assoluta, il quattordicesimo paese europeo per presenza di rom. In Francia ce ne sono quasi mezzo milione, in Inghilterra 300 mila, in Grecia (paese grande un quinto dell’Italia) più di trecentomila. In quei paesi nessuno parla di emergenza. E’ vero che questi sono semplici fatti, e contano di più – mi hanno spiegato – le percezioni. Ma – che volete? – noi ideologizzati siamo attaccati ai fatti in modo preconcetto…

sabato 17 maggio 2008

Con la scusa del popolo

di Gad Lerner, La Repubblica

La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale. Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.

Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?

La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.

Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.

La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.

Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.

La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.

Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.

Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.

Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.

venerdì 16 maggio 2008

Prendersela con gli stranieri

Pochi anni di più ed una autentica «passione», dicono i suoi compagni, per prendersela con gli stranieri che con lui frequentano una scuola media a Torino. Questa volta ha picchiato un ragazzo romeno, studente modello, a poche centinaia di metri dalla scuola. Un’aggressione di tipo razzista, sostengono i genitori della vittima. (...) Un ragazzo, dunque, seguito dai servizi sociali, incline al bullismo e che indulge al razzismo. Non avrebbe scelto a caso infatti la sua vittima, secondo i compagni di scuola: «Se la prende sempre con gli stranieri, li aspetta fuori, dice che vuole cacciarli», racconta uno studente. «Fa sempre il saluto romano e parla di Mussolini», aggiunge un altro, mostrando un biglietto in cui compare un riferimento al ragazzo romeno aggredito, definito "essere di razza inferiore". Termini e atteggiamenti che il giovane avrebbe sentito in televisione e su internet: «Si trovano tanti filmati sul fascismo, anche su You Tube», dicono i giovani. Gli studenti del Foscolo hanno confermato che l’aggressore è l’unico a infastidire gli studenti immigrati e si sono schierati a difesa del loro compagno aggredito: «Noi non abbiamo problemi con gli stranieri - hanno detto - ce ne sono tanti a scuola e andiamo tutti d’accordo». (La Stampa)

giovedì 15 maggio 2008

Bruciano i campi

Rom, fratello mio
di Paola Caridi

Bruciano i campi, mentre l'accusa contro un'adolescente rom, di aver tentato di rapire un neonato, si trasforma in una presunta accusa. Bruciano i campi dei nomadi (e non solo) attorno a Napoli, e sembra che la procura abbia aperto un fascicolo per possibili implicazioni della camorra. Bruciano i campi rom, e in Italia il silenzio è totale. Nessuno s'indigna, denuncia, condanna, salvo l'eccezione ancora una volta encomiabile di Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato Onu in Italia. Vox clamans, come spesso ormai succede. Ma cosa succede invece all'Italia? E che cavolo rimane di quello che mi aveva insegnato la Costituzione? Bruciano i campi, e questo non ci riguarda. Salvo il fatto che questi sono i primi frutti avvelenati (e purtroppo i primi di una raccolta che sarà abbondante) di quel neanche più tanto sottile martellamento mediatico che va in onda da anni, su alcuni quotidiani di larga diffusione, su alcuni telegionali, su alcuni programmi di informazione: un martellamento in cui la xenofobia è solo coperta da un leggero velo, oppure è veicolata attraverso l'angoscia della sicurezza. La xenofobia, però, è xenofobia. Il razzismo è razzismo, e non è più cattivo e velenoso se riguarda un gruppo piuttosto che un altro. Razzismo lo è sempre. E per fortuna che gli amici sono tali anche perché c'è un comune sentire. Wlodek Goldkorn non poteva esprimere meglio quel sentimento da Cassandra che provo ormai da molto tempo. Un sentimento che temeva l'arrivo di tempi oscuri, e che ora i tempi oscuri non li vede neanche più all'orizzonte. Li vede travolgere con le fiamme i campi rom attorno a Napoli. Il silenzio è comunque, appartiene a maggioranza e opposizione. E questo è ancora più preoccupante. Il significato è: meglio seguire quello che si ritiene essere il comune sentire della gente. Parecchi decenni fa, il comune sentire della gente dava vita ai pogrom. Che faremo? Lo seguiremo anche in quel caso?

martedì 13 maggio 2008

Brava gente all'opera

«Stranieri di m… non ci dovete guardare. Voi non potete stare in Italia». L´unica colpa di due kossovari che martedì sera si stavano bevendo una birra in un locale di piazza Serristori a Figline Valdarno è stata quella di essere immigrati. E´ bastato incrociare gli sguardi con alcuni componenti di un gruppetto di giovani abitanti del paese, tra cui un minorenne, per far partire l´aggressione: in cinque si sono lanciati contro i due immigrati. Li hanno colpiti con una mazza da baseball e con pugni e calci. (Repubblica)

La guerra al rom è appena cominciata e si contano già un accoltellato (non grave), un po' di ceffoni dati al disgraziato (romeno) di passaggio, un motocarro bruciato e un paio di tentativi di assalto ad altrettante baracche. Nel rione Ponticelli è rivolta, un crescendo di tensione e caccia all'uomo che non promette niente di buono e che va tutto in una direzione: contro i sei campi nomadi tirati su fra spazzatura e traffico, sotto il raccordo dell'autostrada o dietro un rudere industriale. (Corriere)

lunedì 12 maggio 2008

Tra arte, storia e una convivenza possibile

Islam e Ebraismo tra arte, storia e una convivenza possibile

Daniele Silva, Torino Sette

Sfatare il pregiudizio secondo cui l'Islam non riesce a convivere pacificamente con le altre religioni. Questa è l'idea alla base di "Islam e Ebraismo. Arte, Storia, Convivenza", la mostra curata dallo storico dell'Islam Sherif El Sebaie che inaugura il 7 maggio nello spazio espositivo della Cittaddella Politecnica di Corso Castelfidardo 39. Non è un caso che la data d'apertura coincida con l'inizio della Fiera Internazionale del Libro: il lancio in contemporanea avviene proprio in risposta alle polemiche sulla presenza israeliana, una risposta che punta non solo al richiamo a una pacifica convivenza, ma soprattutto sulle testimonianze storiche di vicinanza culturale tra i due popoli, quello musulmano e quello ebraico.

L'esposizione - frutto della collaborazione tra il curatore di origine egiziana e l'allestimento realizzato dalla designer israeliana Vered Zaykovsky e lo studio torinese Civico13, che già di per sè è un bell'esempio di "convivenza" - si snoda su tre sezioni: la prima è opera del fotografo polacco Zbigniew Kosc, che ha ritratto luoghi di culto ebraici (sinagoghe e cimiteri) nelle città egiziane di El Cairo e Alessandria; la seconda è un percorso dedicato ai musulmani "Giusti tra le nazioni" citati a Yad Vashem, il Museo della Shoah di Gerusalemme, per aver salvato vite ebraiche durante la seconda guerra mondiale; la terza è una collezione privata di manifatture tessili e di ceramica di una comunità ebraica tunisina. Tutte testimonianze di come le due culture abbiano saputo convivere (e aiutarsi) nel corso dei millenni.

"Islam e Ebraismo" è organizzata con il patrocinio della Fiera del Libro, con il contributo di Città, Regione, Politecnico e della Compagnia di San Paolo, e con il sostegno delle Comunità Ebraiche di Torino e Casale e della comunità islamica locale. La mostra apre con un concerto, il 7 maggio alle 18 nell'Aula Magna G. Agnelli del Politecnico, anch'esso a impronta multietnica: suonano insieme Eyal Lerner (Israele) e Ghazi Makhoul (Libano).

PS: Al concerto erano presenti in 400.

sabato 10 maggio 2008

Afef Jnifen sulla mostra "Islam e Ebraismo"

Ingresso Mostra "Islam e Ebraismo"

"Sono molto felice, ma sopratutto molto orgogliosa, che una mostra così ben realizzata metta in luce le straordinarie capacità di dialogo e tolleranza che appartengono al popolo tunisino. La discriminazione, e in particolare quella razziale e religiosa, è la cosa più odiosa che possa contraddistinguere l'animo umano. Ogni discriminazione infatti costituisce un passo indietro per qualunque civiltà: per questa ragione sono convinta che sia giusto dare risalto e premiare quei luoghi e quei popoli che hanno saputo combatterla in prima linea, così come sono convinta che non si debba mai smettere di condannare e sanzionare chi fa dell'anti ebraismo e dell'anti islam non solo una folle idea, ma anche una bandiera". Afef Jnifen

venerdì 9 maggio 2008

Una convivenza possibile e fertile

(Apcom)

"Una manifestazione del tutto in linea con i più volte auspicati richiami a una pacifica convivenza dei popoli". Il Quirinale descrive così la mostra 'Islam e Ebraismo. Arte, storia, convivenza' curata dallo studioso di storia del Medio Oriente Sherif El Sebaie, presso lo spazio espositivo Cittadella Politecnica a Torino.

L'esposizione sarà inaugurata mercoledì (7 maggio 2008, ndr) - alla vigilia dell'inaugurazione del Salone del Libro - al Politecnico di Torino con il concerto arabo-israeliano 'Voci di Pace. Quando musulmani, ebrei e cristiani suonano insieme' di Eyal Lerner (Israele) e Ghazi Makhoul (Libano).

"Spero che la nostra iniziativa sia un atto benaugurante per l'intero Salone" spiega El Sebaie. Mentre il ministro dell'Interno uscente Giuliano Amato "plaude all'evento" concepito per smorzare le polemiche per l'invito rivolto allo Stato ebraico come ospite d'onore della Fiera del Libro di Torino, in occasione del 60esimo anniversario della nascita di Israele.

Alla mostra 'Islam e Ebraismo' non mancherà comunque il contributo dei cattolici: la sezione dell'allestimento dedicata ai 'Giusti dell'Islam' è stata infatti realizzata in collaborazione con il Pontificio Istituto Missioni Estere, in contemporanea con il lancio del libro 'Tra i giusti' (ed. Marsilio) di Robert Satloff, direttore del Washington Institute per la politica del Vicino Oriente, dedicato agli arabi che hanno salvato vite di ebrei durante la Shoah.

"La storia dimostra che la convivenza tra Islam ed Ebraismo è stata non solo possibile ma fertile" commenta Tullio Levi, presidente della Comunità Ebraica torinese, che sarà presente all'inaugurazione assieme al Console generale per la Stampa e la Cultura degli Stati Uniti D'America, David A. Bustamante, l'Addetto scientifico dell'Ambasciata italiana al Cairo, Franco Porcelli, il Vice Presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (Co.re.is), Yahya Pallavicini e Roberta Cerruto della Comunità di Casale Monferrato (*)

"E' compito di tutti gli uomini di buona volontà operare perché le cause che stanno alla base dell'attuale condizione conflittuale, che si protrae ormai da troppi anni, vengano rimosse e reagire con fermezza nei confronti di coloro che soffiano sul fuoco della contrapposizione"
afferma Levi.

L'allestimento, curato dall'architetto Vered Zaykovsky (Israele) e da Civico13 (Italia) è stato realizzato con il contributo del Politecnico di Torino, Compagnia di San Paolo, Regione Piemonte e Città di Torino. Tre le sezioni in mostra: fotografie di luoghi di culto ebraici in Egitto del fotografo polacco Zbigniew Kosc. Percorso dedicato ai musulmani inseriti dal Museo della Shoah di Gerusalemme, nella lista dei "Giusti tra le nazioni". Infine, per la prima volta in mostra, preziosi manufatti tessili e ceramici della comunità ebraica tunisina della collezione Gaia GianMario.

(*) Erano presenti anche Elazar Cohen, ministro plenipotenziario dell'Ambasciata di Israele in Italia, Marco Gilli, Vice Rettore del Poltiecnico di Torino, Ilda Curti, Assessore all'integrazione della città di Torino, Fiorenzo Alfieri, Assessore alla Cultura della Città di Torino, Michele Dell'Utri, Assessore alla Cooperazione Internazionale della Città di Torino e Yunis Tawfik, Premio Grinzane e direttore del Centro Culturale Italo-Arabo di Torino.

giovedì 8 maggio 2008

Fiera del Libro: concerto per la pace

di Farian Sabahi, La Stampa Web

Come smorzare le polemiche sull’invito rivolto ad Israele quale ospite d’onore della Fiera del Libro? A gettare acqua sul fuoco arriva la mostra “Islam e Ebraismo” che sarà inaugurata stasera (ieri per i lettori) alle 17.30 in presenza del console generale degli Stati Uniti David A. Bustamante e dell’ addetto scientifico dell’Ambasciata d’Italia al Cairo Franco Porcelli (nonchè di Elazar Cohen, ministro plenipotenziario dell'Ambasciata di Israele in Italia, Marco Gilli, Vice Rettore del Poltiecnico di Torino, Ilda Curti, Assessore all'integrazione della città di Torino, Fiorenzo Alfieri, Assessore alla Cultura della Città di Torino, Michele Dell'Utri, Assessore alla Cooperazione Internazionale della Città di Torino. Erano presenti anche Tullio Levi, Presidente della Comunità Ebraica di Torino, Roberta Cerruto, rappresentante della Comunità Ebraica di Casale Monferrato, Younis Tawfik, direttore del centro culturale italo-arabo e Yahya Pallavicini, Vice Presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana)

L’obiettivo – spiega il curatore Sherif El Sebaie – è “sfatare il pregiudizio secondo cui l’Islam sarebbe incapace di convivere pacificamente con le altre religioni”. Presidente dell’Associazione Inturin, il coraggioso El Sebaie ha lanciato l’evento con l’immagine provocatoria di due mani che si stringono: a un polso un braccialetto di cuoio regge un pendente a mezzaluna mentre nell’altro c’è la stella di Davide. Una campagna pubblicitaria che in questi giorni sta suscitando la curiosità di molti passanti che se la ritrovano sui muri di Torino.

Realizzata con il contributo del Politecnico e della Compagnia di San Paolo, la mostra è divisa in tre sezioni. Nella prima, allestita in collaborazione con il Pontificio Istituto Missioni Estere, si ripercorrono le vicende dei musulmani inseriti dal Museo della Shoah di Gerusalemme nella lista dei “Giusti tra le nazioni” per avere salvato vite ebraiche. Un tema poco noto, affrontato in dettaglio nell’avvincente saggio storico “Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi” di Robert Satloff, in libreria a partire da oggi per i tipi di Marsilio.

La seconda sezione della mostra “Islam e Ebraismo” offre al visitatore una raccolta di fotografie in cui l’artista polacco Zbigniew Kosc ha immortalato le immagini dei luoghi di culto ebraici in Egitto, dimostrando così l’esistenza della libertà religiosa delle minoranze in uno dei Paesi islamici più importanti del Medio Oriente. Minoranza protetta anche in Tunisia, come dimostra la terza sezione che raccoglie preziosi tessili e ceramiche appartenuti alla comunità ebraica tunisina e ora nella collezione di Gianmario Gaia.

All’inaugurazione di stasera seguirà un concerto arabo-israeliano a ingresso libero e gratuito presso l’Aula Magna G. Agnelli del Politecnico, previsto per le ore 18. Ad esibirsi in “Voci di pace, quando musulmani, ebrei e cristiani suonano insieme” saranno l’israeliano Eyal Lerner e il libanese Ghazi Makhoul. “Perché”, commenta il presidente della comunità ebraica torinese Tullio Levi, “la storia dimostra che la convivenza tra Islam ed Ebraismo è stata non solo possibile ma fertile”.

E questa volta il merito della convivenza spetta al giovane musulmano Sherif El Sebaie: in Italia dal 2001, è consulente per l’integrazione ed è iscritto alla facoltà di Ingegneria al Politecnico di Torino, dove tiene un corso di arabo frequentato da centinaia di appassionati e curiosi. Figlio di un egiziano e di una greca, El Sebaie è nato ventisette anni fa al Cairo, dove ha studiato dai salesiani e ricevuto – in famiglia e a scuola - la formazione necessaria per farsi portavoce di quel dialogo indispensabile ai nostri tempi in cui le civiltà sembrano invece essere più propense allo scontro.

domenica 4 maggio 2008

Emigrare ancora

Emmanuel Shankaya e la moglie Lidia Salvaggio

Tu sei nero e qui non entri
Maria Teresa Martinengo, La Stampa

Triste e pesante. Vivere in una città che non considera alla pari degli altri suoi cittadini chi ha la pelle nera, è triste e pesante». Emmanuel Shankaya, cittadino dello Zambia, magazziniere, sposato con Lidia Salvaggio, infermiera al pronto soccorso delle Molinette, con il razzismo ha dovuto fare i conti tante volte da quando è arrivato a Torino, regolarmente, due anni fa. «Qui i neri non entrano», si è sentito dire l’ultima volta. L’ultima volta, quella che ha spinto lui e sua moglie a rivolgersi a La Stampa, risale a sabato scorso, a una normale notte di divertimento ai Murazzi di una giovane coppia, 35 anni lui, 29 lei, tra musica, amici, una birra.

«Era l’una, più o meno. Emmanuel è arrivato davanti al buttafuori dello “Splash” con una borraccetta di plastica in mano. Dentro aveva un po’ di birra che si era portato da casa - racconta Lidia, combattiva e amareggiata quanto e forse più del marito, conosciuto in Inghilterra alcuni anni fa. «Ha chiesto di entrare, io ero poco più indietro. Il buttafuori gli ha detto che con quella bottiglietta non era possibile. Emmanuel - dice la ragazza - gli ha risposto che l’avrebbe finita e poi sarebbe tornato. Così ha fatto. Dopo un po’ siamo tornati, Emmanuel gli ha mostrato che la borraccetta, una di quelle da bici, era vuota».

Emmanuel, il cui italiano vira all’inglese quando è preda dell’emozione, prosegue: «È stato a quel punto che il buttafuori ha detto “Qui i neri non entrano”». Lidia: «Eravamo stupiti, abbiamo discusso un po’. Gli abbiamo chiesto il nome, ma lui non ha voluto dircelo». Prima di qualsiasi domanda. Lidia Shankaya precisa: «Non pensare che fosse ubriaco, non lo era assolutamente. E se il problema era che prima si era presentato con quella borraccetta, bastava dirlo. Come si può usare il colore della pelle per discriminare? Come si fa a dire a una persona che può o non può fare una cosa in base alla sua origine?».

Il razzismo, Emmanuel e Lidia Shankaya lo hanno incontrato spesso da quando sono arrivati a Torino e - una colpa per una coppia come la loro? - hanno preso casa a San Salvario. «Se incroci un’operazione delle forze dell’ordine, parcheggiare e semplicemente camminare per tornare a casa, può costarti molta amarezza. E rabbia. Io amo correre e spesso corro. Ma a una persona come me, a San Salvario, questa passione in certe circostanze potrebbe costare molto cara». Lidia ed Emmanuel, che sull’episodio dell’altra sera presenteranno una denuncia, hanno già preso in considerazione l’idea di emigrare ancora: in un paese in cui la società multiculturale abbia messo radici più profonde.