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lunedì 30 giugno 2008

Per questo, io rimango

In un breve ma durissimo editoriale che analizza il "caso italiano", intitolato - guarda caso - "Comportamento Incivile", il prestigioso quotidiano britannico, The Independent, afferma testualmente che "Ogni atto di violenza popolare contro gli stranieri, ogni caso di discriminazione ufficiale nei confronti dei rom diminuisce la pretesa del Paese di essere considerato una nazione civile". Un altro editoriale apparso sulla stessa testata, a firma di Peter Popham, è intitolato "L'Eco di Mussolini": come si evince dal titolo, viene stabilito un confronto assai inquietante, ma calzante, con l'Italia Mussoliniana e la Germania Hitleriana. Non sono le uniche reazioni allarmate sulla stampa internazionale e i commenti dell'Unione Europea e dell'Unicef non lasciano spazio a dubbi: la recente decisione di schedare persino i bambini Rom riporta alla mente le procedure naziste - durate anni e legittimate a suon di decreti, propaganda e sostegno popolare - messe in campo in previsione dell'Olocausto.

Quando affermavo che in Italia era in corso una deriva pre-Hitleriana, venivo coperto di insulti e contumelie, tacciato di "ingratitudine" e di "razzismo al contrario" (sic). C'era chi derideva e chi invece asseriva che ero in preda al delirio. I critici più raffinati sollevavano eccezioni nel tentativo di dimostrare che ero "intelletualmente disonesto" poiché paragonavo "situazioni ed epoche diverse". I più ottimisti asserivano l'impossibilità di un simile rischio in un Europa memore della tragedia della Shoah. Oggi però sappiamo che io avevo ragione e che loro avevano torto. Non sono più l'unico a fare certe affermazioni, a scorgere in lontananza segnali assai inquietanti e pericolosi. Al mio fianco c'è, per fortuna, la stampa internazionale e in particolare quella anglosassone. Ed è assai sintomatico che siano proprio gli osservatori esterni a scorgere - all'unanimità - questo scenario da incubo. Mi chiedo e vi chiedo: non basta forse questo a far suonare un campanello d'allarme?

In Italia, il razzismo è - secondo tutti i sondaggi e rapporti - in continuo e inarrestabile aumento. Misure assurde, come il rilevamento delle impronte dei bambini rom - dei bambini, santo cielo - trovano il consenso non solo della maggioranza dell'opinione pubblica ma persino di sindaci insospettabili come il Sindaco Cacciari che asserisce che "È lì il fronte, il fronte tra la marea dell'immigrazione e gli indigeni, non intorno a Palazzo Chigi". Il Ministro dell'Interno leghista avverte: "Intemperanze verbali e stravaganze non possono più essere tollerate", e ciò accade mentre 2500 soldati vengono inviati a presidiare le città. Mi sento come quegli ebrei che avevano compreso, sin dai primissimi anni 30, il rischio che comportava il rimanere nella Germania nazista. Vi assicuro che la tentazione di fare i bagagli è forte: un giorno in più potrebbe rivelarsi fatale, non vi è alcun dubbio in merito. Ciononostante, continuo ad illudermi che ciò che sta succedendo intorno a me non potrà peggiorare ulteriormente. Che si tratta di boutades propagandistiche, di misure passeggere, e che sarà comunque possibile continuare a sopravvivere decentemente. Ciò che spaventa però, in tutte queste considerazioni, è che sono esattamente le stesse che attraversavano le menti di coloro che hanno scelto di rimanere nel Reich e che per questo sono finiti nei forni crematori. Dopottutto, forse chi mi invita "a cambiare paese" non mi vuole cosi male.

Ne "La Banalità del Male", Hanna Arendt, ha asserito che "tutta la carriera di Eichmann" - l' esperto di "questioni ebraiche" che organizzava il traffico ferroviario che trasportava gli ebrei ai campi (e per questo condannato a morte da un tribunale israeliano) - "gli insegnava che degli apolidi si poteva fare quello che si voleva, tanto che per sterminare gli ebrei si era dovuto prima a provvedere a renderli senza patria". E gli zingari che c'entrano con questo? In realtà molti zingari sono cittadini italiani. Ma prendere le impronte dei loro bambini, e non quelle di tutti i bambini italiani, è come se - di fatti - venisse sospesa la loro cittadinanza. Lo spiega comunque, mirabilmente, Giuseppe D'avanzo su La Repubblica: "il governo fatica a riconoscere (o esclude di riconoscere) i diritti inalienabili dell'uomo a chi non si configura come "cittadino"; a chi non si iscrive nella tutela di uno Stato, di una nazione; a chi non è nato qui (e a volte anche a loro); a chi si è messo alle spalle - e definitivamente - il territorio che lo ha visto nascere e dove non vuole (o non può) più vivere. Dunque a chi si propone - come spesso fanno i rom - con "lo statuto stabile dell'uomo in sé".

Hanna Arendt però ha detto un'altra, grande verità, quando ha affermato che certi episodi insegnano che "sotto il terrore, la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no. Cosi come la soluzione finale insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi, ma non accaddero in tutti. Sul piano umano insegnano che se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto dove sia possibile l'umana convivenza". Io mi auguro che questo posto sia l'Italia. E per questo, io rimango.

domenica 29 giugno 2008

L'Italia a rischio

L'Italia è a rischio "xenofobia o peggio, discriminazione razziale". A lanciare l'allarme è la Cei, che attraverso la sua fondazione Migrantes torna a condannare la richiesta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, di prelevare le impronte digitali ai tutti i rom, bimbi compresi. (...) Dopo il Pontificio consiglio della Pastorale dei migranti e la Caritas, la Conferenza episcopale italiana schiera sul fronte rom la fondazione Migrantes: "Si assiste di giorno in giorno, nei confronti di immigrati e rom, al paventare provvedimenti restrittivi e discriminatori che, prima ancora di essere attuati, destano allarme e agitazione generale. Si continua ad annunciare lo smantellamento dei campi nomadi - prosegue la nota - senza indicare sotto quale tetto essi possano sopravvivere; si vogliono compromettere di fatto le vie di accesso a chi chiede asilo o protezione umanitaria; si preannuncia il prelievo delle impronte digitali ai bambini rom. Tutto questo non significa smorzare le paure e dare tranquillità alla nostra gente, ma porre le premesse per riesumare una specie di xenofobia o peggio di discriminazione razziale, di cui anche in Italia si è fatta amara esperienza". (Repubblica)

sabato 28 giugno 2008

Un Affare di Polizia

Un gruppo di zingari al campo di concentramento nazista di Belzec
Giuseppe D'Avanzo, La Repubblica

Il primo indizio, il più considerevole e pertinente, è che a occuparsene sia il ministro di polizia. A Roberto Maroni non sfugge che la pressione migratoria verso Occidente e verso i Paesi della Comunità Europea sia "un fenomeno epocale". Se è tale, perché la polizia? Il ministro aggiunge poche parole. Svelano un'idea politica. Inaugurano una pratica di governo: "Bisogna cercare di evitare lo tsunami e convogliare la piena - che ci sarà comunque - perché non distrugga il tessuto sociale". Ci sarà comunque. Distrugge il tessuto sociale. Convogliare la piena. Le tre formule dicono perché, per il governo, sia un affare di polizia, di galere o di "campi". L'immigrazione - attenzione, il ministro non discute di "ordine pubblico" né di "sicurezza" - è una minaccia per la nostra comunità, è un pericolo imminente e concretissimo per il tessuto sociale. Ci possiamo fare poco - è ragionevole tradurre - se non dare avvio a un "diritto di polizia" che consenta a uno Stato fragile, travolto da un "fenomeno epocale", di garantirsi qualche risultato empirico con la creazione di una zona di indistinzione tra forza e diritto, tra violenza e diritti. Definito così il problema, circoscritta l'area d'intervento, nominati gli attori, scelto il metodo, è naturale che affiori lo straniero come presenza critica. Da qui a definire il migrante "nemico" e subito dopo "criminale" il passo è breve (necessario) e il cerchio è chiuso. Ecco perché deve essere il ministro di polizia, proprio quello, a condurre il carro.

Stretta in questo paradigma la "questione immigrazione" (e non l'ordine pubblico o la sicurezza che hanno altre ragioni e coniugazioni), non deve meravigliare che si voglia prendere le impronte ai bambini rom. Non deve stupire che il ministro di polizia non comprenda nemmeno la disapprovazione e lo sconcerto dell'Unione Europea. Da Bruxelles il commissario alla giustizia rileva, severo, che "gli Stati membri dell'Unione europea non possono prendere misure di schedatura o prelievo di informazioni biometriche come impronte digitali per singoli gruppi nazionali o etnici". Il Viminale si sorprende. Ricorda che "la decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con modalità informatiche nei riguardi di cittadini stranieri è stata presa anche sulla base del regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008, che prevede l'obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi a partire dall'età di sei anni". Quel regolamento europeo esiste, come l'obbligo. Sfugge a Roma che quelle tecniche di riconoscimento, se adottate, devono valere per tutti e non soltanto per un'etnia. Anche per noi e non solo per loro.

Ora l'incomprensione ci rivela un fondamento culturale di questo governo e le traiettorie delle sue politiche presenti e future. Lo si può dire con le parole di Hannah Arendt: "La concezione dei diritti dell'uomo, basata sull'esistenza supposta di un essere umano come tale, cadde in rovina non appena coloro che la professavano si trovarono di fronte per la prima volta uomini che avevano perduto ogni altra qualità - tranne il puro fatto di essere umani". Il governo fatica a riconoscere (o esclude di riconoscere) i diritti inalienabili dell'uomo a chi non si configura come "cittadino"; a chi non si iscrive nella tutela di uno Stato, di una nazione; a chi non è nato qui (e a volte anche a loro); a chi si è messo alle spalle - e definitivamente - il territorio che lo ha visto nascere e dove non vuole (o non può) più vivere. Dunque a chi si propone - come spesso fanno i rom - con "lo statuto stabile dell'uomo in sé". Il "puro uomo in sé" appare una configurazione insufficiente, difettosa, già empia e colpevole per una politica che sceglie il "diritto di polizia" e vuole "convogliare la piena", quindi naturalizzare con molta parsimonia secondo una necessità esclusivamente economica e soprattutto identificare, espellere, rimpatriare lo straniero. Quel che il governo non comprende non è allora la modulazione del problema, ma il problema.

Tutto l'Occidente deve fare oggi i conti con "una massa stabilmente residente di non-cittadini, che non possono né vogliono essere né naturalizzati né rimpatriati" e i rom ne sono l'esempio per eccellenza. Li si può dire "rifugiati", "apolidi di fatto", "non cittadini". La loro irriducibilità all'assimilazione li rende minacciosi ai nostri occhi, esaspera l'intolleranza, incuba reazioni xenofobe. Il governo non intravede altra soluzione che mosse da imprenditori politici della paura (dunque, più intolleranza) e l'iniziativa di un ministro di polizia (dunque, più galera) per affrontare questa crisi radicale dei princìpi dello Stato-nazione, illuminata dall'arrivo accanto a noi di "non cittadini". La scelta è assai discutibile. Ci procurerà molti guai e fratture con l'Unione europea. È ingiusta. Sarà soprattutto inefficace anche quando i grandi "campi", che il "decreto sicurezza" definisce "Centri di identificazione ed espulsione", saranno affollati. Quanto affollati lo immagina la relazione tecnica che ha accompagnato, in Senato, il decreto (prevede i capitoli di spesa e le risorse da approntare). Si legge qualche numero che inquieta. La previsione di un reato di "ingresso illegale nel territorio dello Stato" riguarderà 49.050 immigrati clandestini. Si ipotizza che la loro detenzione media (vi potranno essere ristretti fino a 18 mesi) sarà di dieci giorni. Il costo del pasto giornaliero sarà pari a tre euro (!). "L'onere annuo - annotano i burocrati - risulta pari a 49.050 detenuti x 10 x 3 = euro 1.471.500". Al di là delle minuzie burocratiche, altre sono le domande. Chi controllerà questo circuito carcerario parallelo? Quali saranno le regole? Quali i diritti che vi saranno garantiti? Le impronte per i bambini rom sono soltanto l'annuncio del "vuoto di diritto" che inghiottirà decine di migliaia di "non cittadini".

venerdì 27 giugno 2008

I Giusti dell'Islam

Paolo Branca, Il Sole 24 Ore, 8-06-2008

I figli di Abramo - ebrei cristiani e musulmani - hanno spesso mostrato nel corso del tempo di avere ben scarsa consapevolezza di questa loro radice comune, giungendo a sviluppare talvolta forme di tensione e di conflittualità anche estreme, sfociate in drammatiche conseguenze delle quali, come quasi sempre accade, hanno pagato il prezzo i più deboli e indifesi, ossia chi si è trovato di volta in volta ad essere il diverso, la minoranza, l’infedele di turno. Da questo punto di vista, la Shoah ha rappresentato senza dubbio la manifestazione più parossistica di quanto, prendendo a pretesto l’appartenenza di un presunto nemico a una determinata religione, si possa giungere alla totale negazione dei caratteri costitutivi e imprescindibili della stessa natura umana. Non sarebbe tuttavia onesto dimenticare che, proprio in quella tenebrosa pagina della storia, taluni hanno saputo davvero eroicamente rendersi testimoni di valori assoluti, non certo a dispetto ma in forza della propria fede vissuta senza ambigui particolarismi. Gli stessi discendenti delle vittime della Shoah hanno avvertito l’esigenza di salvare dall’oblio queste storie straordinarie, come dimostrano i nomi dei circa ventiduemila «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani. Essi, in nome dei principi stessi dell’islam, si adoperarono per salvare la vita ad alcuni ebrei durante la persecuzione. La celebre frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare infatti anche nel Corano. Per far conoscere queste vicende anche al pubblico italiano, il PIME ha realizzato quest’anno una mostra intitolata «Giusti dell'islam», che in 25 pannelli ne ricorda i protagonisti: due bosniaci, tre albanesi, due diplomatici turchi e un iraniano, ma anche un arabo (il tunisino Khaled Abdelwahhab) che lo storico ebreo americano Robert Satloff ha proposto ufficialmente allo Yad Vashem come candidato ad essere incluso tra i «Giusti tra le nazioni». La sua ricerca è cominciata dopo l’11 settembre e lo ha condotto a soggiornare a lungo nei paesi arabi per raccogliere testimonianze di una realtà che paradossalmente sembra imbarazzare entrambe le parti in causa. Dopo la nascita dello stato d’Israele e in seguito al conflitto che ne è derivato, infatti, potrebbe sembrare stonato enfatizzare simili episodi che invece, a ben guardare, aiutano a vantaggio di tutti a tenere presente che non si tratta affatto di una guerra di religione, ma di una disputa tra due nazionalismi che solo incidentalmente si rifanno a fedi diverse, del resto strettamente imparentate. Nel libro e nella mostra sono inoltre documentati avvenimenti recenti che si pongono sulla stessa linea: la realizzazione di un museo della Shoah aperto a Nazareth da un avvocato musulmano, il pellegrinaggio interreligioso ad Auschwitz promosso nel 2003 dal sacerdote greco-melkita Emile Shoufani e la donazione degli organi di un ragazzo palestinese ucciso a Jenin a favore di beneficiari israeliani. Anche nell’altro senso sono accaduti fatti analoghi, ben poco rimbalzati sui media, come altre donazioni di organi o l’impegno dell’organizzazione umanitaria ebraica di Sarajevo “La Benevolencija” che ha aiutato con cibo, medicinali e vestiario tutti, indipendentemente dalla loro confessione religiosa, e ha assistito nell’evacuazione ben millecinquecento persone non di religione ebraica, molte delle quali musulmane. I testi della mostra sono di Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione, e la mostra è aperta fino all’8 giugno a Torino (Cittadella Politecnica, corso Castelfidardo 39), arricchita da Sherif el Sebaie di ulteriori elementi (fotografie dell'Egitto Ebraico di Zbigniew Kosc e Collezione Gaia di manufatti ebraici tunisini) e intitolata “Islam e Ebraismo. Arte, Storia, Convivenza”. L'allestimento, finanziato dal Politecnico di Torino, Compagnia di San Paolo, Regione Piemonte e Città di Torino è stato visitato anche da Colette Avital, Vice presidente della Knesset (parlamento israeliano) assieme una delegazione femminile israelo-palestinese, Elazar Coen, Ministro plenipotenziario presso l'Ambasciata Israeliana a Roma, David Bustamante, Console generale Usa a Milano per la Stampa e la Cultura, nonchè da rappresentanti della Città e delle comunità ebraiche ed islamiche.

Robert Satloff, Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, Marsilio, Venezia 2008, p. 275, euro19, 50.

giovedì 26 giugno 2008

Questa società che si professa civile

Valentina Beltrame, Il Resto del Carlino

Prese in giro continue, battute crudeli e scherzi, fino a uno sputo in faccia, l’altro ieri nello spogliatoio della palestra. Il padre di un ragazzino, che frequenta la prima in un istituto superiore di Modena, ha deciso di denunciare gli atti di bullismo che subisce il figlio. Bullismo che sfiora il razzismo, visto che il ragazzo, di origine orientale, viene preso in giro da alcuni compagni di scuola che lo chiamano "cinese" o "muso giallo". "Mio figlio è attivo in parrocchia, negli scout, nello sport — racconta il padre — ed è perfettamente integrato. Quando lo lasciano integrare. Perché in questa società che si professa civile, multietnica, democratica non è così facile. Soprattutto a scuola. In tre anni di medie e uno di superiori mio figlio ha totalizzato una frattura della mano, un pugno in faccia, un recente sputo e non so quanti ‘muso giallo’ e sfottò vari". Negli anni scorsi il ragazzino, preso di mira per i suoi occhi a mandorla, era stato picchiato da un gruppo di bulli con un bastone, mentre in un’altra occasione è finito al pronto soccorso per un pugno al volto.

L’ultimo episodio, lo sputo in faccia, è avvenuto nell’ora di educazione fisica: negli spogliatoi della palestra era nato un battibecco tra alcuni ragazzi per futili motivi. Una parola tira l’altra e alla fine il ragazzino di origine straniera, ma che parla bene il modenese, è stato colpito da uno sputo in pieno viso. Un atto incivile e che può ferire più di un pugno. "Mio figlio — aggiunge il papà — come mi hanno riferito anche i professori, non ha reagito. Ha solo raccontato quello che era successo all’insegnante e poi al preside. Penso che la prossima volta che succederà un episodio di intolleranza, vista la totale inutilità di tanti tentativi di dialogo e di mediazione, proverò le vie legali, ma non so se servirà neanche questo. Sono stanco e amareggiato — aggiunge — Non so come spiegare in modo convincente ai miei figli che gli italiani ed i modenesi in particolare sono civili, che non è vero che sono razzisti, e che alla fine vincono i buoni. Ma non è facile quando succedono queste cose. Capisco la crudeltà degli adolescenti, ma ora stiamo esagerando. Mio figlio è di fonte a uno stillicidio di prese in giro solo per i suoi lineamenti".

Il genitore non se la prende con la scuola, in cui ha trovato l’appoggio dei professori e del dirigente scolastico, ma piuttosto con i genitori di questi bulli che dovrebbero educare meglio i propri figli: "Credo serva una riflessione sull’educazione dei ragazzi — dice — non solo a scuola ma anche a casa". Ha intenzione di cambiare scuola a suo figlio? "Non credo sia questa la soluzione — conclude — la mentalità dei ragazzi è la stessa in tutti gli istituti. Però, ripeto, la prossima volta farò denuncia". Il preside della scuola in questione ha ammesso il ‘fattaccio’, confermando che, sebbene la scuola sia finita, saranno presi dei provvedimenti nei confronti dell’autore dello sputo: "Ho già parlato con le famiglie — spiega il dirigente scolastico — e con i genitori concorderemo la giusta punizione. Il bullo potrebbe venire, per esempio, a fare qualche lavoro utile a scuola durante le vacanze. Dopo l’episodio — aggiunge — ho parlato con gli studenti coinvolti nella lite, cercando di fare capire loro che hanno sbagliato. In prima ci sono delle difficoltà di integrazione e socializzazione tra i ragazzi — conclude il preside — non solo nei confronti degli stranieri. Basta anche una piccola diversità, un difetto, per innescare le prese in giro. Il compito della scuola è quello di prevenire questi comportamenti e il nostro istituto sta cercando di puntare, oltre che sull’insegnamento di italiano e matematica, anche sull’educazione alla vita".

mercoledì 25 giugno 2008

Un clima fuori controllo

Il Resto del Carlino

Rebecca Covaciu, dodicenne rom vincitrice del Premio Unicef - Caffè Shakerato 2008 e figlia di un pastore della Chiesa Pentecostale, è stata aggredita a Milano con la sua famiglia da due italiani di età compresa fra i 35 e i 40 anni. E' quanto scrive in una nota il Gruppo EveryOne, associazione che si batte per la cooperazione internazionale nel campo dei diritti umani. L'aggressione è avvenuta nei pressi di un microinsediamento in zona Gianbellino in cui la famiglia si era stabilita da diversi giorni dopo continue peregrinazioni per l'Italia. Secondo la ricostruzione di EveryOne la ragazzina è stata spintonata e picchiata insieme al fratello 14enne Ioni. A quel punto i genitori, intervenuti per difendere i figli, sono stati insultati, minacciati e percossi. I Covaciu sono fuggiti verso la stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, e accorgendosi di essere ancora seguiti hanno chiesto inutilmente aiuto ai passanti. Mentre la famiglia si stava avviando verso il parco davanti alla stazione, la signora Covaciu, cardiopatica, è stata colta da un malore. L'uomo ha quindi telefonato a EveryOne che ha dato l'allarme e fatto inviare sul posto una volante della polizia e un'ambulanza. Solo a quel punto gli aggressori si sono dileguati.

"Questa nuova violenza contro le famiglie rom è spaventosa e deve sollevare la protesta della società civile", commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, rappresentanti di EveryOne. "Quello che è avvenuto a Rebecca e alla sua famiglia è sintomatico del clima, ormai fuori controllo nel nostro Paese, di odio e intolleranza nei confronti del popolo rom. Purtroppo non si tratta affatto di un caso isolato, ma dell'ennesimo gravissimo episodio di violenza, ai danni di una famiglia innocente, che rimarrà impunito e annuncia tempi davvero oscuri per l'Italia". Il gruppo Everyone ricorda di avere recentemente denunciato altri episodi come l'aggressione a Rimini, avvenuta nell'indifferenza generale, di una ragazzina rom incinta, presa a calci da un italiano mentre chiedeva l'elemosina. A Pesaro, qualche giorno fa, Thoma, il membro più anziano della locale comunità rom, sofferente di un handicap a una gamba e cardiopatico, è stato colpito al capo e umiliato in pieno centro storico. Nella stessa città, i parroci hanno recentemente vietato ai rom di chiedere l'elemosina davanti alle chiese. Nei giorni precedenti all'aggressione della famiglia Covaciu, EveryOne ha ricevuto segnalazioni di numerosi episodi di violenza da parte di italiani nei confronti di persone di etnia rom, soprattutto bambini e donne. E' necessaria una condanna unanime del mondo politico italiano e delle Istituzioni europee - concludono i leader del Gruppo - e sono ormai indispensabili provvedimenti seri contro chi viola i diritti umani e si fa portatore di violenze e discriminazioni di matrice xenofoba e razzista".

lunedì 23 giugno 2008

¡Que Viva España!

E' accaduto ai tifosi spagnoli residenti in Italia ciò che i quotidiani italiani paventavano invece per i tifosi rumeni: dopo la vittoria della Spagna contro l'Italia, un centinaio di tifosi spagnoli che assistevano alla partita di fronte al megaschermo montato in piazza Duomo a Milano, sono stati aggrediti dalla folla e costretti a fuggire dalla piazza. Prima gli insulti, poi l'aggressione da parte di alcune decine di tifosi a torso nudo, con tatuaggi e teste rasate che brandivano caschi e bottiglie di vetro. Gli aggressori si sono impadroniti di due bandiere spagnole, subito date alle fiamme. Sulla piazza, dopo la partita, sono rimaste solo le squadre di agenti in abbigliamento antisommossa e le ambulanze intervenute per soccorrere i tifosi spagnoli aggrediti. «Di fianco a noi - ha commentato Marc, 23 anni di Barcellona - c'erano cinque uomini delle forze dell'ordine, ma nessuno ha mosso un dito» mentre Laura, 20 anni, di Alicante, racconta: «Ci hanno inseguito fino sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele, tiravano sedie, bottiglie e ci insultavano. Uno aveva un casco da moto in mano, con cui inseguiva noi spagnoli». Conclude Paula, 25 anni di Malaga: «Ho avuto molta paura, certe cose, almeno in competizioni come gli Europei e i Mondiali, in Spagna non succedono, anche se so che il tifo italiano è spesso esagerato». Viene da chiedersi infatti come è che un gruppo di scalmanati è riuscito a rincorrere indisturbato centinaia di tifosi spagnoli, buttando bottiglie e sedie in giro, e poi allontanarsi rovesciando cestini lungo corso Vittorio Emanuele, senza che nessuno sia intervenuto. Sono proprio queste reazioni (o, meglio, non-reazioni) che spingono a porsi domande preoccupanti sul clima generale che si respira in Italia. La sconfitta degli Azzurri era quindi una necessità: come dicevo in un'altro post, a questa Italia serviva uno schiaffo morale pari a quello dato alla Germania delle Olimpiadi del 1936 dalla vittoria dell'altleta di colore James Cleveland Owens. Inutile dire che auspicavo, con tutto il cuore, la vittoria della Spagna. Dopottutto, sono stati proprio i membri del governo spagnolo ad affermare che essi rifiutano "la violenza, il razzismo e la xenofobia, e pertanto non possono approvare quanto sta succedendo in Italia" e che le politiche sull'immigrazione del governo italiano "pongono l'accento più sulla discriminazione del diverso che sulla gestione del fenomeno" e "intendono criminalizzare il diverso". E non venitemi a dire che il calcio non c'entra niente con la politica: era impossibile non investire questi Europei di qualche valenza politica. E' molto interessante infatti annotare chi sono stati gli avversari dell'Italia in questi Europei: la Romania, i cui immigrati ancora oggi soffrono la xenofobia anti-rumena e anti-rom e i cui quotidiani auspicavano una vittoria contro "l'Italia xenofoba". La Francia, la cui Nazionale era stata pesantemente insultata dall'attuale Ministro Calderoli in quanto composta da "negri, islamici e comunisti" dopo una vittoria ottenuta grazie alla provocazione di cui è rimasto vittima il giocatore francese di origine araba Zidane, e infine la Spagna, che aveva aspramente criticato il clima vigente in Italia nei confronti degli stranieri. Dopo questa lunga carrellata, la domanda sorge spontanea: c'è almeno qualche paese europeo che non sia stato coinvolto nelle querelle "razziali" che dominano l'agenda mediatica e sociale italiana?

domenica 22 giugno 2008

Non lo vendo mica agli italiani

La Stampa

Due ambulanti insospettabili. Niente precedenti penali, mai un guaio con la giustizia, una discussione, un alterco. Niente di niente che potesse far pensare a persone in grado di mettere in piedi un sistema così marcio di vendita. Anche loro sembrano non rendersi conto di quanto hanno combinato. Davanti ai poliziotti della Stradale hanno allargato le braccia: «Se non vendiamo questa merce, perdiamo troppi soldi. E poi in fondo è buona. Mi vorrà mica dire che lei non mangia un formaggio scaduto da un mese. Guardi, guardi lo yogurt, scadeva 20 giorni fa, ma non fa male a nessuno». Ironia a parte, il tentativo di farla franca è risultato pacchiano.

Come terrificante è sembrata la giustificazione che uno dei due ambulanti ha dato agli uomini delle volanti: «Guardi che io questo cibo non lo vendo agli italiani. Sappia che ci sono romeni che lo comprano volentieri pur di risparmiare. E poi, si sa, i romeni hanno lo stomaco duro». Ignoranza e pregiudizio insieme nelle parole di questo venditore francese di 41 anni residente a Venaria. Lo hanno fermato con moglie al seguito. Durante il controllo e davanti alle contestazioni degli agenti sembravano straniti: «Ma come? ci controllate il cibo? Qui è tutto a posto». Tutto falso e tutt’altro che a posto. L’altro ambulante è una donna M.T.M, 44 anni, di Villarbasse. E’ lei che spiega agli agenti il trucco del frigo fantasma: «In realtà succede cosi, registrare alla motorizzazione il carico frigo vuol dire certificare la presenza di un motorino di raffreddamento nel vano auto. La certificazione di quel motore costa molto. E quindi alcuni, non registrano il motore e mantengono soltanto le pareti isolanti. Sembra un frigo, ma non è raffreddato».

Un terzo ambulante ha spiegato anche «che la merce scaduta a volte si compra a stock da alcuni supermercati». Sistema rodato a detta dell’uomo: «Quando i prosciutti in vaschetta e i salami stanno per scadere li vendono a noi al prezzo di un terzo. Noi li compriamo perché sono ancora buoni e poi li rivendiamo». «Detto ciò – ha aggiunto – io stavo portando questa roba al macero». Peccato che agli agenti avesse raccontato un attimo prima di essere di ritorno dal mercato di Sangano. L’acquisto della merce ormai scaduta – o prossima alla scadenza – avverrebbe chiaramente in nero. «Ma se non facciamo così, in Italia, non guadagna più nessuno, non crede maresciallo?» dice l’uomo – con una gaffe tragicomica - al poliziotto che non ha più voglia di ridere e lo guarda trasecolato. Andando a fondo nelle deposizioni si scopre anche che la merce, una volta portata in magazzino, veniva depositata in un frigo ad alimentazione elettrica. Peccato che le mozzarelle e il prosciutto – una volta sul camion– viaggiassero a 20 gradi, temperatura ambiente.

venerdì 20 giugno 2008

Schiavi e negrieri

Sahid Saber Abd El Basset, un operaio egiziano di 29 anni, è stato ucciso ieri pomeriggio a Gerenzano, nel Varesotto, dal figlio del suo datore di lavoro. All’origine della tragedia, una lite per un mancato pagamento. Abd El Basset viveva da una decina di anni in Italia ed era titolare di un permesso di soggiorno. Nel pomeriggio di ieri si era presentato negli uffici della ditta di costruzione Katon insieme al fratello chiedendo il pagamento di alcuni arretrati, ma, non essendoci il titolare, aveva protestato con il figlio diciannovenne, Antonio Fioramonte. A questo punto sarebbe scoppiata una lite tra il gruppo di lavoratori stranieri e Fiormonte, che ha estratto una pistola calibro 9 e sparato contro Abd El Basset, colpendolo mortalmente al petto (Ha svuotato l'intero caricatore sulla vittima, ndr e non aveva - nè lui nè il padre - il porto d'armi, ndr). L’omicida si è dato alla fuga, per consegnarsi ai carabinieri solo dopo qualche ora, su consiglio dei familiari che lo avevano raggiunto telefonicamente. “Mi hanno minacciato con un'ascia'', avrebbe raccontato il ragazzo ai militari, che però non hanno trovato riscontri sul luogo del delitto.

giovedì 19 giugno 2008

La Galleria degli Orrori

Ho sempre affermato che questo blog non "censura" mai. Questo blog "modera" solamente. Perchè questo è un blog "moderato", appunto: di nome e di fatto. "Moderare" non significa quindi "cassare" o "cancellare" i commenti sgraditi o sopra le righe, ma semplicemente impedire momentaneamente la loro uscita per non pregiudicare un civile scambio di battute tra i commentatori sotto gli articoli. E poi? E poi, semplicemente, il sottoscritto raccoglie tutti i commenti allucinanti ricevuti nel corso dei mesi precedenti e li pubblica tutti d'un botto: una specie di Galleria degli Orrori. I commenti, di cui conservo gli originali nell'archivio elettronico, vengono corredati ovviamente dell'IP (il numero identificativo della postazione elettronica da cui provengono), a beneficio delle forze dell'ordine che sicuramente apprezzeranno.

Si tratta forse di pubblicare "dati privati" come spesso e volentieri si accusa questo blog di fare? No: perchè l'IP da solo non basta a identificare i colpevoli. E' necessario l'intervento delle forze dell'ordine. Io non so se interverranno: molti commenti sono semplici attacchi verbali sopra le righe, e passi. Di certo non mi sembrano persone equilibrate o pacifiche. Altri però denotano una particolare cattiveria: ce l'hanno veramente con me. E i loro commenti sconfinano nelle minacce vere e proprie. Quando qualcuno afferma che se il terrorista ex-Prima Linea e ora anti-islamico Roberto Sandalo (vicino ad ambienti che questo blog conosce molto bene) verrà arrestato (e lo è stato) "saremo in molti a sostituirlo", credo di essere legittimato a segnalare pubblicamente l'IP da cui è arrivato il commento.

Una cosa è certa: tutti gli estensori di questi commenti ce l'hanno con me perché - secondo loro - io affermo che "L'Italia è razzista". In realtà io affermo che il razzismo è un fenomeno montante, in Italia. E ormai quasi tutta l'Europa lo afferma assieme a me.
Di certo il tono e i contenuti di quei commenti non mi "aiutano a cambiare" idea. Anzi, semmai la confermano. Non voglio fare il martire, chiedere scorte, e andare in giro dicendo che sono "minacciato". Ma non crediate che io non subisca "conseguenze" per ciò che scrivo qui. Ma se coloro che insinuano, minacciano, denunciano, credono davvero che tutto questo basterà a zittirmi, ebbene: sbagliate. Sbagliate a sottovalutare chi sta dietro questo schermo. Come diceva Leonardo Da Vinci: "Le minacce sol son arme dello imminacciato".

La Galleria degli Orrori

Allah non esiste e Maometto è un maiale

Adolf, IP: 82.52.5.226

Il Corano e' un ignobile libello che insegna solo il disprezzo e il rancore verso il "diverso". E l'islamo-comunista Sharif con la sua becera ipocrisia non puo' affatto contraddirmi.

Crociato, IP: 62.11.7.21

Siete solo dei baggiani. Avete perso il senso delle cose, della civiltà, e...della vita. Viva Magdi Cristiano Allam. Convertitevi e credete al Vangelo.

FrustaLupi, IP: 82.53.59.110

Se tutti gli ex comunisti fossero "redenti" come lui Peccato che coloro che assalgono Chiese e luoghi di culto cristiani in Algeria, Egitto, Marocco, Pakistan etc...non solo non vengono arrestati, ma vengono anche sollecitati ed avallati ogni giorno. E li nessuno li difende. Solo qua gli imbecilli abbondano... Se il martire Sandalo verra' arrestato dalle nostre istituzioni ormai islamizzate, saremo in molti a sostituirlo !!!

Willy, IP: 62.11.2.110

Giusto, non si deve andare contro una etnia, nè contro una Religione. Come mai i Cristiani vengono perseguitati da molti islamici. Come mai gli islamici pretendono di conservare (giustamente) le loro usanze, ma i cristiani debbono nascondersi e vengon facilmente sgozzati e comunque perseguitati? Di che stiamo parlando, della legge del più forte? Spiegatelo chiaramente. Giusto pretendere di non essere trattati male, ma assurdo fare i padroni in casa di altri. Noi non ci permettiamo di insolentire i vostri ministri di culto o che sono, voi vi permette libertà ed insolenze verso la Chiesa: siete prepotenti , ineducati e arroganti, fate il male dell'islam moderato che vuole colloquiare e che sa essere tollerante come la maggior parte di noi.. almeno fintanto che non ci pestate i calli.

Sarah, IP: 83.187.212.243

Ma se invece ke perdere tempo con inutili articoli per parità di diritti e stronzate simili ti mettessi a lavorare oggi avremmo un miserabile scansafatiche in meno... avete rotto con la parità dei diritti...GLI UOMINI NON SONO TUTTI UGUALI... rassegnatevi... ciò non implica la superiorità di uno o dell'altro ma mette semplicemente in evidenza quelle differenze la gente non vuole vedere.

Lexer, IP: 62.10.215.163


Passavo di qui e ho visto questo blog che non mi pare diverso dai soliti blog comunisti e disubbidienti che si servono della "legione straniera" per sputare sul loro paese(in quanto ne hanno degli altri,per i quali agitano altre bandiere)ergo sono maramaldi e traditori della loro terra, io come per la Palestina, per Cuba, sono per l'Italia libera di autodeterminarsi dalla morsa terzomondista, mondialista dei carrefour, delle banche, della chiesa, dei massoni, degli arabi, dei comunisti e di tutte le forze mondialiste che vogliono la stessa cosa: l'unificazione e appiattimento culturale fatto di schiavi multietnici. VIVA L'ITALIA LIBERA Un Patriota.

Patriot, IP: 195.110.142.7

L'appoggio delle tribù afroasiatiche non è servito agli ipocriti della sinistra, il popolo italiano vi ha cancellato persino dal parlamento. Dell'Europa ridotta ad una plaga africana ne parleremo fra cinque anni, per ora restiamo ancora europei.

Sandro, IP: 87.5.132.214

E ci credo sheriffino, piuttosoto si converte al leghismo pur di non tornare nel cairo incasinato, negli ospedali egizi o in mezzo alla miseria.. il nostro sheriffo ha assaggiato la mela, quella buona, e chi lo sposta più in egitto sarebbe un arabetto qualsiasi!!!

Max, IP: 89.97.63.5

W la france w la france, ma dimmi un pò se sto razzista musulmano si deve permettere di dare a noi dei razzisti....salamestokaz noi ci stiamo solamente difendendo da voi inquinatori della nostra società, da voi nulla facenti.

Max, IP: 79.25.126.251

Insomma Sherif... siamo un paese che consideri "razzista", ti fa schifo che finalmente abbiamo riacquistato la nostra dignità ed avremo un vice-premier come Calderoli e un ministro dell'Interno come Maroni...questa - grazie a Dio - è L'ITALIA REALE, non quella dei tuoi compagnucci del Manifesto che all'atto pratico risultano MACIULLATI dalle urne... Ma allora perchè NON TE NE TORNI NEL TUO EMRAVIGLIOSO EGITTO, e non ti levi finalmente dai coglioni che ci stai da troppo tempo rompendo?

Pirla, IP: 87.18.213.2

Comunque se non ti piace questo Paese, ti posso indicare la porta d'uscita. Ci sarà un gran sventolio di bandiere all'abbandono dell'ennesimo parassita straniero, piagnone e ipocrita.

Anonimo, IP: 85.195.119.14

Sig. El Sebaie, il tempo finisce in fretta, in un paese in cui lei scorge una inesorabile deriva prehitleriana: veda di sbrigarsi. E sopratutto quando lo farà, stia attento ai toni che usa, che non siano gli stessi del suo blog! Nessuno a Torino e in Italia vuole o potrebbe tollerare emuli di Finchley Park, e Bouriqui Bouchta è stato espulso per e con molto meno.

Aris, IP: 151.57.1.81

mercoledì 18 giugno 2008

Almeno per una volta sorrideranno

Carissimo Sherif,

Devo riconoscere che non e' affatto scontato il distinguo che fai tra offendere "la nazionale" e offendere la nazione, c'e' una enorme differenza ed e' una cosa che dobbiamo imparare, non importa quanto sacra crediamo che la nazionale di calcio sia. Gli intoccabili non dovrebbero mai esistere quando c'e' civilta'. E' proprio vero che contro l'invasore o attorno alla nazionale di calcio facciamo il paese unito, tutte le altre volte ci facciamo gli affari nostri, non ci avevo pensato da questo punto di vista. Che tristezza, me stesso incluso. Chiaro, il caso non l'hai creato tu, ci mancherebbe che lo pensassi, l'avevi solo indicato nel tuo post, a questo mi riferivo. Non riesco ad essere lucido perche' mi dispiace troppo per gli innocenti che le hanno prese e purtroppo le prenderanno, per colpe non loro ma del ping-pong mediatico sul caso politico che la partita di calcio rappresenta. E' sacrosanto che i Rumeni debbano festeggiare da cittadini liberi come gli auguri tu, se lo meritano, e glielo auguro anch'io ora e in futuro, ma mi chiedo se si rendano conto di cosa rischiano quando lo fanno, in un clima come quello italiano al momento. Come dissi prima della gara a mia moglie, che non e' italiana, perdere contro la Romania e vederli festeggiare e' una cosa che quasi gli dobbiamo, almeno per una volta sorrideranno a causa nostra invece di piangere. Non sono io che rischio quindi non so cosa suggerir loro di fare. Per quanto ti riguarda, buon per te che non temi di perdere popolarita' dopo aver offeso gli intoccabili Azzurri, e ritengo piu' che nobile il tuo invito a vincere il clima di paura che gli immigrati vivono, ma non posso non chiedermi quanto tempo ci vorra' e quanti si sacrificheranno, soprattutto involontariamente. Adesso leggo il tuo 'Vive la France' da un altro angolo, e la cosa mi fa sorridere, e se guardassimo la partita insieme sono sicuro che ci divertiremmo anche tifando l'uno contro l'altro e alla fine il vincitore riceverebbe i complimenti dall'altro, come dovrebbe essere, e come spessissimo mi e' capitato in diversi paesi fuori dall'Italia. Certo che per come la Francia ha ultimamente sta trattando gli stranieri, tifare per loro e' quasi una contraddizione, ma accetto senz'altro un 'Vive la France' a celebrazione dei valori di Liberte, Egalite, Fraternite che un tempo rappresentava: almeno quella e' una eredita' che hanno lasciato al mondo ed e' una cosa che, neanche se volessero, potrebbero riprendersi indietro.

Un saluto affettuoso
Emanuel Gullo, Londra

Carissimo Emanuel,

Ce ne vorrebbe di gente come te, in Italia. I miei migliori auguri di successo, e "buon tifo", considerato l'esito delle ultime partite.

martedì 17 giugno 2008

Vive la France. Abbasso gli Azzurri.

Caro Sherif,

Subito premmetto che adoro leggerti e sono affezionatissimo al tuo blog. Molto spesso mi trovo a sposare in pieno i tuoi argomenti anche forti, che a molti risultano sgraditi proprio perche' centrano in pieno il bersaglio, soprattutto a proposito di immigrazione. Ma in una circostanza mi chiedo se tu non abbia fatto una sorta di passo falso, che puo' aver danneggiato sia te, sia i tanti deboli che difendi nei tuoi post. Temo che tu, nell'avere indicato nella partita di calcio Italia-Romania una occasione di riscatto per i Romeni vittime di ingiustizia, abbia fatto involontariamente un po' il gioco alla Magdi Allam, il quale anziche' usare la propria posizione per placare gli animi, ha sempre scelto di andare a pescare col lumicino notizie insignificanti dall'Italia e dall'estero e presentarle in maniera distorta per alimentare scontri e odio. Da una parte non ho alcun dubbio sulla tua buona fede, sicuramente la tua intenzione era in difesa del debole e questo ti fa onore sempre. Dall'altra ahime' forse non ti sarai soffermato a pensare alle conseguenze della tua tesi; primo per la tua stessa immagine: ti ricordo che non ti sei limitato a dire Forza Romania per appoggio verso di loro, il che e' sacrosanto, ma ti sei spinto a gufare malamente contro gli Azzurri, con odio quasi 'magdiano': se conosci bene come sono fatti gli Italiani, sai che non puoi ottenere nulla di buono mettendoti contro la sacra nazionale di calcio per puro spirito di scontro. Perche' i piu' colti la sanno gia' la verita', sono i meno colti (tifosi sfegatati di calcio) che devono imparare la lezione di civilta' verso gli immigrati. Poi, e ben piu' gravemente, forse non ti sarai soffermato a pensare alle conseguenze della tua tesi per i tanti Rumeni sul territorio italiano: gia' sono additati come la causa di tutti i mali nazionali, ci manca solo che tifosi incazzati che spesso agiscono in maniera irrazionale e incivile, si sfoghino contro di loro. E infatti, come temevo e' accaduto! Immigrati indifesi accerchiati e picchiati e' una vera tragedia, penso che importi poco che facciano cifre utili che dimostrino quanto avevi ragione. Lo sappiamo gia' che hai ragione, i numeri finora parlano chiarissimo, anzi tuonano, e ti danno ben ragione contro la presunta gentilezza e accoglienza di noi italiani: non era necessario attendere, e forse rischiare di creare, altri numeri di conferma. Mi chiedo se per caso tu non abbia realizzato a mente fredda che possa essere stato un grosso errore uscire con quel Forza Romania e abbasso gli Azzurri in un momento cosi' delicato, dove le conseguenze della violenza non le subiamo ne' tu ne' io. Con immutata stima,

E.G, Londra

Carissimo,

Innanzittutto non mi posso esimere dal ringraziare sia per i
gentili complimenti che mi mettono in imbarazzo che per il tono e il contenuto della lettera, entrambi indice di grande civiltà. Cerco di affrontare subito il nocciolo del problema, ovvero la mia "lettura socio-politica" della partita Italia-Romania. In giro si sente sempre dire che una partita è una partita e che il calcio non ha nulla a che vedere con la politica. Questo sarebbe vero in un mondo ideale perché la verità - sotto gli occhi di tutti - dice chiaramente che calcio, affari e politica sono strettamente intrecciati. Molti politici vengono eletti perché proprietari di squadre calcistiche che contano sul voto di masse di tifosi. Gli stessi referenti dell'estrema destra, sdoganati dal sistema politico, controllano pacchetti di voti concentrati soprattutto nelle curve. Striscioni e cartelli politici vengono esposti e anche scontri di natura politica si consumano soprattutto durante - o dietro - le partite. Nel merito della partita Italia-Romania quindi, non è stato il sottoscritto a dare "valenza politica" all'evento. Ma i quotidiani italiani e rumeni e le stesse tifoserie. Il Sole24Ore ha presagito scontri di natura xenofoba in caso di vittoria della Romania. La Stampa ha illustrato il clima di paura vigente tra i rumeni. I quotidiani italiani hanno raccolto decine di testimonianze da parte di tifosi italiani che affermavano "Non sono razzista ma...non mi avrebbe fatto piacere la vittoria della Romania". I quotidiani rumeni stessi hanno incitato i loro giocatori a vincere per dare una lezione "agli italiani xenofobi". Era già evidente a tutti, quindi, la valenza metaforica della partita in questione anche se a noi potrebbe far piacere pensare il contrario. Non ho pescato col lumicino qualche notizia di cronaca nera per imbastire un caso dal nulla: ho solo rilevato una situazione presente. Un dato di fatto.

Gisutamente mi dici: "se conosci bene come sono fatti gli Italiani, sai che non puoi ottenere nulla di buono mettendoti contro la sacra nazionale di calcio per puro spirito di scontro". Giusto. E so altrettanto bene che sono capaci di unirsi solo in occasione delle partite o per lamentarsi degli extracomunitari. Puoi quindi immaginare benissimo quale miscela esplosiva avrebbe innescato un'eventuale vittoria della Romania, lo stato "extracomuntario" (sic) per eccellenza. Ma di fronte a questo rischio, cosa avrebbe dovuto fare il sottoscritto? Tifare la Nazionale per non urtare la suscettibilità autoctona o invitare i rumeni a stare in casa in caso di vittoria? Io ho scelto di dire semplicemente la mia: tifo Romania perché nella sua ipotetica vittoria avevo visto l'occasione di sferrare all'Italia - che mezz'Europa critica per la sua xenofobia - uno schiaffo morale pari a quello dato alla Germania delle Olimpiadi del 1936 dalla vittoria dell'altleta di colore James Cleveland Owens che sale sul primo gradino del podio per ben 4 volte. Anche nel sopracitato caso, qualcuno avrebbe potuto dire: e che c'entra, sono solo giochi! E invece non sono solo giochi: sono occasioni per dimostrare che anche quelli considerati "inferiori, le cause di tutti i mali della nazione" possono vincere. E riscattare con la loro vittoria, almeno moralmente, la dignità ferita da una propaganda apertamente xenofoba che si protrae da anni. Questa si che sarebbe stata, per gli italiani, una grande "lezione di civilta' verso gli immigrati".

Mi si dice che non mi sono "soffermato a pensare alle conseguenze della mia tesi per i tanti Rumeni sul territorio italiano". Allora chiariamo subito - anche se mi sembrava ovvio - che se mai ci fossero state conseguenze tragiche in caso di vittoria della Romania, queste non sarebbero state la mia responsabilità ma quella dei tifosi incivili che avrebbero scatenato contro gente inerme in festa la peggiore delle nefandezze. Incolparmi mi ricorda la favola del lupo che disse all’agnello: “Stai sporcando l’acqua che bevo!” e l’agnello rispose: “Ma se sto più in basso!”. Quale sarebbe stata, infatti, la mia colpa? Quella di invitare i tifosi della Romania a scendere per strada e festeggiare come cittadini liberi la vittoria della loro squadra del cuore, allo stesso modo in cui gli italiani avrebbero festeggiato la loro Nazionale? Pensare alle conseguenze negative della mia tesi avrebbe significato proprio questo: piegarmi all'odioso e violento ricatto delle tifoserie scalmanate e incivili, perpetuare il clima di paura e omertà di cui sono vittime gli stranieri e soprattutto mostrare diffidenza nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine, preposte a garantire la civile convivenza anche in caso di episodi eccezionali come può essere la vittoria della squadra che rappresenta centinaia di migliaia di immigrati contro quella che rappresenta la popolazione autoctona. Per questi motivi, ancora una volta dico: Vive la France, Abbasso gli Azzurri. (E si badi bene, non ho mai detto "Abbasso l'Italia". Questo sì che sarebbe stato deplorevole).

lunedì 16 giugno 2008

Dello sputar nei piatti

Su "La Stampa" dell'altro ieri c'era un articolo che raccoglieva gli umori del dopo-partita tra le tifoserie italiane e rumene residenti a Torino. In particolare, si è parlato di come era il clima al parco cittadino dove da circa un mese si svolge il festival rumeno. Proprio li infatti si era concentrata - racconta il cronista - la maggioranza dei tifosi della Romania che ovviamente tifavano per il loro paese di origine. Sempre in quel parco, però, era presente anche un'italiana e un marocchino che tifavano invece Italia. Fin qui non c'è nulla di male, ci mancherebbe altro: almeno loro non sono stati picchiati. Mi ha colpito però la dichiarazione del cittadino marocchino al quotidiano torinese: tifa Italia perché "non si sputa nel piatto dove si mangia". Come ben sapete, ho avuto modo di leggere la frase appena citata un'infinità di volte su questo blog. Corollario immancabile di tutte le accuse di "razzismo anti-italiano" che mi vengono rivolte nonché degli inviti a tornare nel mio paese, "visto che nessuno ti ha invitato qui". E più volte ho avuto modo di specificare che "è vero che non sono stato invitato. Ho scelto io di venire qui. E quindi sceglierò io - o il destino - quando andarmene". Come conseguenza naturale del fatto che la mia presenza in Italia è il risultato di una mia autonoma decisione e ben conscio che non sono affatto un'ospite - visto che nessuno mi mantiene - io non ritengo di sputare in nessun piatto. Anzi, in linea con le altisonanti dichiarazioni a difesa della democrazia e della libertà di espressione che vengono spesso e volentieri ribadite da queste parti, credo di essere pienamente autorizzato a dire come la penso e a criticare apertamente tutto ciò che secondo me non funziona.

Ecco perché sono letteralmente saltato sulla sedia leggendo la dichiarazione dell'immigrato marocchino che ritiene di dover tifare Italia per un - mi sembra di capire - non meglio precisato "senso di gratitudine". Voglio dire all'amico marocchino - e a tutti gli immigrati e discendenti di immigrati che leggono questo blog (e siete in tanti) che nessuno, proprio nessuno, vi ha regalato o ha regalato ai vostri genitori alcunché. Gli immigrati sono venuti qui, hanno trovato lavoro - in condizioni spesso difficilissime, se non degradanti - perchè ce n'era bisogno. E tutto quello che finora hanno ottenuto, l'hanno ottenuto con il sudore della loro fronte, con il loro sforzo, con la loro tenacia, con la loro creatività. Non per qualche benevolenza da parte di qualche misterioso "portatore di piatti", a meno che - ad un certo punto - non abbiano veramente dovuto ricorrere all'aiuto di qualche struttura missionaria. E il merito, in questo caso, va esclusivamente alla struttura missionaria in questione. Io so che all'italiano medio - che spesso e volentieri capita su questo sito - piacerebbe avere immigrati che "non sputano nel piatto dove mangiano". E che quindi decantino le lodi dell'italiano brava gente, il suo innato buonismo e generosità, che gli permette di civilizzarsi e progredire. E che quindi, di rimando, non protesta, non si lamenta e soprattutto tifa per gli Azzurri. D'altronde è proprio per questo che gente come Magdi Allam piace tanto. Io invece faccio quello che faccio e dico quello che dico perché so quello che faccio e quello che dico. Qualcuno sostiene che sembro addirittura "incattivito" nonostante "mi venda bene". La realtà è che io protesto per conto di chi non se lo può permettere. Solo un deficiente infatti può credere che il rumeno che sale sul pullman e ritrova la scritta "Rumeni di merda" rimanga impassibile. Solo un deficiente può pensare che il marocchino che accende il televisore e si ritrova con un politico che spara a zero sui "marocchini che stuprano le nostre donne" non abbia nulla da ridire. Solo un deficiente può credere che un immigrato che si ritrova umiliato e maltrattato quando deve espletare le procedure burocratiche che lo riguardano sia in vena di cantare lodi e inni al paese che generosamente gli permette di "restare". Solo un deficiente può credere che un immigrato che vive e paga le tasse da più di trent'anni in Italia senza riuscire ad avere la cittadinanza (e senza neanche poterla garantire ai figli nati e cresciuti in Italia) sia contento e felice come una pasqua.

Però - è vero - non ci sono in giro molti immigrati che affermano cose di questo scandalosissimo tenore. Il che mi fa sembrare appunto un seminatore di zizzania e un propagandista di odio e la cosa diventa ancor più inspiegabile alla luce del fatto che io, personalmente, non ho nulla di cui lamentarmi. Ebbene, è buono sapere che c'è un sistema - perfettamente collaudato - che è riuscito ad imporre l'omertà agli immigrati residenti in questo paese. Io sfuggo a quel sistema semplicemente perché non temo le conseguenze delle mie affermazioni (che sono tra l'altro stra-lecite) e perché so di potermelo permettere. Se parli male dell'Italia e protesti, rischi di essere accusato di non essere integrato o di odiare il paese e quindi essere oggetto di qualche denuncia o delazione che ti crei problemi. Gli immigrati hanno paura di parlare, hanno paura di protestare e questo - secondo il mio modesto parere - è la prova provata che non sono effettivamente integrati. Non per colpa loro, ma per colpa di chi non tollera che dicano apertamente come la pensano, bollando invece chi - come il sottoscritto - afferma che gli immigrati (anche di successo e residenti da tanti anni in Italia), nel privato delle loro discussioni, confermano di essere scontenti e insodisfatti per il trattamento loro riservato. Ecco perché all'immigrato che tifa Italia "per non sputare nel piatto dove mangia", io preferisco quello che ha dato del "delinquente" in diretta televisiva al sottosegretario leghista Roberto Castelli. Non perché gli abbia dato del delinquente (non approvo l'uso di questi termini, tanto meno nelle dirette di prima serata) ma perché ha avuto il coraggio di ribellarsi ad una propaganda che lo danneggia in prima persona e di dire apertamente ciò che pensava. Certo, molti italiani saranno "rizelati" sulla sedia: "ma come osa, l'extracomunitario?" Non a caso l'On. Castelli ha affermato che quel cittadino aveva "esattamente illustrato la volontà di molti stranieri di non integrarsi" e che "dimostra la mentalità con cui tanta gente viene nel nostro paese". E invece no. La mentalità di quell'immigrato è il risultato della propaganda xenofoba che alcuni partiti portano avanti da anni. Il fatto che si sia sfogato in diretta e senza temere ritorsioni, è il segno che ormai il vaso è colmo. Volenti o nolenti, gli immigrati si integrano. E il primo segnale relativo alla loro integrazione è il fatto che rivendicano apertamente i diritti a loro negati, anche a costo di andare sopra le righe nella discussione con un esponente del governo, il cui stipendio - va ricordato - è pagato anche con le tasse dell'immigrato in questione.

domenica 15 giugno 2008

Come volevasi dimostrare

Il passaparola su internet è senza mezze misure: «Ragazzi stiamo a casa. Stanotte si rischiano le botte». Che brutta vigilia. Una brutta atmosfera aleggia attorno al match di stasera tra Italia e Romania. I forum popolati dagli immigrati da Bucarest e Bacau da quasi ventiquattr’ore non parlano d’altro. I romeni in Italia sono impauriti. Stasera staranno a casa. Davanti alla tv a tifare per la propria squadra. Niente piazza. E mentre i forum rilanciano opinioni scritte sull’onda dell’emotività, i giornali romeni insistono su una questione scontata: il calcio non c’entra con la politica, è solo un gioco. I giocatori in campo non si faranno la guerra, ma si dribbleranno e scatteranno soltanto per ambizione sportiva. (La Stampa)

Hanno festeggiato il pareggio della Romania scendendo in strada con le auto e sventolando bandiere della Romania, ma sono stati accerchiati e picchiati da un gruppo di tifosi italiani. È accaduto nella serata di ieri, in pieno centro a Latina, al termine dell'incontro Italia-Romania valido per il girone di qualificazione dei campionati europei di calcio 2008. I tifosi romeni dopo gli insulti sono stati inseguiti e accerchiati e costretti a fermare le auto lungo viale XXIV maggio, poi sono stati oggetto di una sassaiola. Uno dei romeni, ferito alla nuca, è dovuto ricorrere alle cure mediche. A sedare la rissa sono state due volanti della polizia. Uno dei responsabili, secondo quanto riferito dalla Questura, è stato identificato ma non ancora catturato. (Il Messaggero)

venerdì 13 giugno 2008

Forza Romania. Abbasso gli Azzurri

La partita Italia-Romania che si svolgerà oggi pomeriggio arriva poche ore dopo la macabra risoluzione del caso di Verona. Per chi non lo sapesse, una coppia di assassini italiani (sulla stampa parlano invece di "fidanzati") ha bruciato il proprio dipendente rumeno (28 anni) per incassare i 900.000 euro dell'assicurazione sulla vita che il giovane è stato costretto a firmare a loro favore come condizione per essere messo in regola. Un caso che non solo non ha riscosso neanche l'1 per mille dell' attenzione mediatica di cui avrebbe invece goduto se i ruoli di vittima e carnefici fossero invertiti, ma che - oltre il danno, la beffa - ha visto persino un autorevole firma del Corriere affermare che "sarebbe ingiusto se i giornali di Bucarest scatenassero una campagna anti-italiana cavalcando la notizia di Verona. Tanto più se la collegassero col caso di Ion Cazacu, l'ingegnere rumeno che faceva il muratore a Gallarate e fu bruciato vivo dal datore di lavoro, che aveva venti operai, tutti in nero" e quindi "a maggior ragione se sottolineassero la sproporzione tra lo spazio riservato a questi due delitti brutali e quello assai più vistoso dato alla tragedia di Vanessa Russo, la ragazza uccisa con una ombrellata in un occhio nella metro di Roma da una rumena che ha preso 16 anni di carcere". Che fosse ingiusto invece scatenare una campagna, durata mesi e mesi, di odio anti-rumeno e anti-rom - giocando anche e non solo sulla confusione e i pregiudizi - nessuno ha pensato di dirlo ancora, sul quotidiano che vanta l'indiscutibile primato dello sdoganamento del razzismo e dell'islamofobia in Italia.

La partita Italia - Romania arriva quindi come un'occasione di riscatto simbolico per migliaia di rumeni che vivono terrorizzati in un paese che ha individuato proprio in loro - freschi di adesione all'Unione Europea - il nuovo capro espiatorio. La dice lunga il fatto che sul Sole24Ore venga riferito che "Il match con la Romania inevitabilmente potrebbe assumere una connotazione anche vagamente politica, visto il clima da caccia al rumeno diffusosi negli ultimi mesi in Italia. La Nazionale di Piturca giocherà anche per i suoi emigranti nel nostro Paese, i quali seguiranno la partita in casa o tra amici. I rappresentanti delle comunità rumene in Italia invitano i concittadini a non festeggiare in strada, in caso di vittoria della Romania contro l'Italia per non creare disordini e non rischiare brutte avventure. Più che un'eventuale ko dell'Italia del calcio, forse è questa la vera sconfitta da recuperare". Non si può quindi che simpatizzare e solidarizzare con i rumeni che seguiranno nel chiuso delle proprie case la partita che vede coinvolta la loro squadra del cuore, col terrore di scendere per strada in caso di vittoria per non finire in qualche falò acceso dagli italiani-brava-gente, capeggiati e rappresentati da politici che non hanno esitato a bollare la Nazionale di un paese civile come la Francia come una squadra che ha perso ai Mondiali perché ha "schierato negri, islamici e comunisti" e da commentatori sportivi che individuano negli "stranieri" la principale causa della crisi della difesa italiana negli Europei.

Normalmente, gli articoli in cui mi schiero contro la benemerita (sic) squadra che rappresenta l'Italia sono quelli che mi valgono gli insulti più fantasiosi oltrechè le accuse di "Anti-italianità". E' successo - per esempio - quando ho scritto una serie di articoli in cui ho stigmatizzato la discutibilissima "Vittoria" ai Mondiali: un tripudio di commenti, gran parte dei quali mi hanno lasciato sconvolto non tanto per il contenuto quanto per la solerzia con cui sono intervenuti (ovviamente a difesa degli Azzurri) anche anonimi lettori di questo blog che mai prima di allora avevano ritenuto utile dire la loro sui temi molto più importanti e vitali che questo sito modestamente propone. Ma anche questo è indice di quanto siamo caduti in basso: quando i temi dell'integrazione, del multiculturalismo, del rispetto per l'altro non riscuotono la stessa attenzione di cui invece godono alcuni ragazzotti che prendono a calci una palla, significa che siamo arrivati proprio alla frutta. E la cosa più grave - lo dissi anche allora - è che persino all'immigrato, vessato e discriminato in tutti i modi possibili, venga imposto di festeggiare la vittoria degli Azzurri, anche se gli sono antipatici, pena essere bollato come "Anti-italiano" e "non integrato". Ora invece scopriamo che in Italia non si può nemmeno festeggiare nel caso dovessero perdere gli Azzurri, per paura che si scatenino i pogrom.

Per questo motivo io - che non amo nè seguo il calcio - dico: Forza Romania e abbasso gli Azzurri. Spero, con tutto il cuore, che il Venerdi 13 risulti loro fatale. E se questa affermazione da sè basta per bollarmi come "immigrato non integrato" e "anti-italiano" di cui invocare addirittura l'espulsione, questa sarà la dimostrazione che c'è ancora molto da fare in questo paese. Molti tabù da abbattere, molti paletti da fissare. E soprattutto molte priorità da definire. Ecco perchè se dovesse vincere la squadra rumena, mi auguro che i rumeni scendano in massa - a migliaia - per le strade, a festeggiare e a brindare fino a notte fonda. Vediamo se gli italiani andranno a fare loro gli auguri, condividendo uno dei rari momenti di felicità per gli immigrati in questo paese o se invece si scateneranno i pogrom come prospettato dal Sole24ore. Vediamo se le forze dell'ordine saranno in grado di garantire l'ordine pubblico e i diritti civili. Perché se questo non dovrebbe succedere, allora dovremo porci delle domande molto serie su ciò che questo paese vuole diventare. E se dovessero vincere gli Azzurri, mi direte voi? Già. Mi auguro che i rumeni scendano a festeggiare con gli italiani. Personalmente me ne farò una ragione. Dopottutto, Jean de La Bruyère diceva: "Ci sono certe cose in cui la mediocrità è insopportabile: la poesia, la musica, la pittura, i discorsi pubblici". Non mi risulta che nell'elenco fosse incluso il Calcio.

giovedì 12 giugno 2008

Il Rumeno e la Brava Gente

Quanto vale la vita di un immigrato? Poco, ben poco, quasi nulla. Si può buttare in un fosso, massacrare di botte, far cadere da un’impalcatura, oppure ammazzare per pochi spiccioli e nessuno ne sa più niente. A migliaia ne muoiono nel canale di Sicilia. Un irregolare rumeno vale un po’ di più, ma poco di più… a meno che… potrebbe valere molto, moltissimo, anche un milione di €uro. A meno che… devono essersi detti Valerio Volpe e Cristina Nervo, una coppia di trentenni di Verona con un bimbo di dieci mesi, questo rumeno non si fidi di noi. E Adrian Cosmin, 28 anni, camionista rumeno, si fidava di loro. Anzi si considerava quasi socio di Valerio e Cristina nella ditta di trasporti della quale la coppia veronese era titolare.

Adrian aveva bisogno di lavorare e, un po’ perché si fidava e lo avevano convinto, un po’ perchè era latente il ricatto e temeva di perdere il posto di lavoro, aveva accettato di sottoscrivere una polizza sulla propria vita. All’inizio aveva rifiutato, poi messo alle strette, aveva ceduto, fatto le visite mediche e firmato, quella che si sarebbe rivelata la sua condanna a morte. E’ normale, si fa sempre così, lo avevano convinto, e si era dovuto convincere anche che fosse normale che la polizza sulla sua vita fosse a favore della donna del suo datore di lavoro. Il resto è cronaca marginale di questi giorni. Marginale anche perché non trova spazio in cronaca che limitatamente, brevemente, distrattamente, nonostante si tratti forse del più efferato delitto dell’anno in Italia.

Adrian era andato a casa dei veronesi suoi datori di lavoro. Questi lo hanno drogato, caricato nella macchina intestata ad Adrian e in una zona isolata, ma vicina al posto di lavoro del ragazzo, gli hanno dato fuoco, tentando poi di simulare un incidente. Contavano poi di incassare la polizza di quasi un milione di Euro. Lo hanno premeditato per più di un anno l’omicidio di Adriana. Lo hanno fatto per i soldi e solo per i soldi. Su quel corpo carbonizzato gli inquirenti non hanno impiegato più di tanto per capire cosa fosse successo e, quando è saltata fuori la polizza, Cristina Nervo, messa di fronte all’evidenza, ha fatto presto a confessare. Non preoccupatevi, l’hanno già messa agli arresti domiciliari, facendosi scudo di un figlio di dieci mesi. Ma in un paese dove la certezza della pena fosse garantita, difficilmente eviterebbe l’ergastolo. In Italia chissà, in Padania chissà. Come vedremo è già successo, potrebbe ripetersi.

Di fronte ad uno squallido fatto di cronaca nera come questo, una piccola storia ignobile indice innanzitutto di miseria umana, ma anche evidentemente del pensare che la vita di un romeno valesse meno di quella di un italiano, diviene pleonastico perfino dire che se una coppia di romeni avessero ucciso in quel modo un ragazzo italiano, saremmo letteralmente sepolti dalla notizia. Verrebbero oscurati perfino gli europei di calcio e Bruno Vespa e Giuliano Ferrara si abbandonerebbero a lunghe edizioni speciali dei loro format televisivi. Giornalisticamente avrebbero perfino ragione perchè poche volte si assiste ad un omicidio volontario premeditato di tale efferatezza. Ammesso e non concesso (anzi rifiutato) che sia in corso una faida tra italiani e rumeni a chi ne ammazza di più, neanche nel caso terribile della povera Giovanna Reggiani possiamo individuare una tale lucidità criminale data solo dalla premeditazione. Per il caso di Vanessa Russo poi si trattò di violenza di strada finita casualmente (e preterintenzionalmente) in tragedia. Nonostante ciò servì a creare un contesto di odio antirumeno.

Non sarebbe giusto quindi concludere che non solo gli italiani uccidono i romeni, ma che lo fanno perfino in maniera più aberrante, sia pur creando infinitamente meno allarme sociale. Eppure non può non venire in mente il caso di Jon Cazacu, il lavoratore rumeno che chiese di essere messo in regola al suo datore di lavoro. La risposta del datore di lavoro fu cospargerlo di benzina, dargli fuoco e lasciarlo morire carbonizzato. Accadde in provincia di Varese nell’anno 2000. All’assassino di Jon non mancò mai la solidarietà della Lega Nord, che organizzò fiaccolate e gli fornì copertura politica e assistenza legale. Così tanta fu la solidarietà che in primo grado l’imprenditore assassino evitò un ergastolo scontato e fu condannato a trent’anni. Poi, sempre con la complicità della Lega Nord, riuscì ad avere la pena prima dimezzata e quindi ulteriormente ridotta, oltre a beneficiare dell’indulto che a parole la Lega Nord aborre. Sarà fuori nel 2009. Per chi uccide un romeno in Padania, dobbiamo concludere, non vale la certezza della pena. Vedrete, troveranno attenuanti anche per Volpe e Nervo, la coppietta veronese. Del resto c’è un bambino innocente di mezzo e la vita di Adrian Cosmin, lavoratore rumeno, bruciato vivo per un milione di Euro, tornerà a non valere nulla.

Gennaro Carotenuto

mercoledì 11 giugno 2008

Immigrati italiani? Mai integrati.

Un tale Vittorio ha commentato un mio vecchio articolo scrivendo che "L'emigrazione italiana si è diretta verso paesi europei o fondati da europei come gli USA. Qui invece sta avvenendo che un'immigrazione incontrollata sta portando gente da mondi per noi sconosciuti con usi, religioni, comportamenti completamente diversi". Io risposi lapidariamente che: "E' evidente che non conosce la storia italiana. Cerchi informazioni sulle migliaia di immigrati italiani in Egitto, Libia, Tunisia poi ne parliamo". Da queste battute è scaturito un'appassionante e impressionante scambio di commenti tra i lettori di questo blog, tra chi afferma che la mia è "disonestà intellettuale" poichè l'immigrazione italiana verso il Medio Oriente rappresenta "il nulla rispetto all'immigrazione Italiana verso i paesi occidentali" (John Zorn) a chi invece fa notare che "gli italiani negli anni '20 erano più distanti dagli americani, per cultura, visione del mondo ecc. degli immigrati che vengono in Europa oggi". (Abu Yasin). Ad un certo punto, sempre Abu Yasin ha affermato che "nel solo Egitto la comunità degli italiani nel 1900 ha raggiunto le 80.000 persone, perfettamente integrate" e un'altra commentatrice, tale Aris - nota per le sue posizioni apertamente xenofobe - gli ha risposto chiedendo "come fai a sostenere che 80.000 persone si siano "perfettamente integrate"? Indubbiamente avranno lasciato un segno. Ma TUTTE le persone occidentali che sono ritornate da paesi islamici e che conosco testimoniano invece di conflitti più o meno gravi con la gente del luogo, e di questa atomosfera idilliaca che dici che gli italiani emigrati in paesi islamici avrebbero trovato non c'è traccia". Ebbene, sono costretto a smentire, in parte, entrambe le affermazioni.

Gli oltre 80.000 immigrati italiani presenti in Egitto all'inizio del 900 non erano affatto integrati. Questo è un dato di fatto storicamente documentato che ho avuto modo di illustrare in più occasioni sia su questo blog che altrove. Gli immigrati italiani in Egitto erano esenti dalle imposte. Tutto quanto concerneva i loro beni e le loro persone era intoccabile. Il loro domicilio era inviolabile dalle autorità egiziane. Erano ritenuti come se risiedessero nel loro Paese di origine. Erano addirittura sottomessi alla giurisdizione dei propri Consoli per quanto riguardava le contestazioni civili fra italiani e, in materia penale, cioè in caso di grave delitto, venivano giudicati dalla Corte d'Assise di Ancona. Se nel processo era coinvolta una controparte egiziana, giudicava un tribunale "misto" (sic) egemonizzato da italiani, francesi ed altri europei. Nessuna legge egiziana poteva essere applicata agli italiani se prima non veniva ratificata dal governo italiano. Avevano le proprie scuole e le proprie chiese, dove insegnavano e parlavano la propria lingua e religione. Quasi nessuno parlava l'arabo, eppure spesso e volentieri erano discendenti di seconda e terza generazione. Hanno lasciato il segno? Certo: ancora oggi ci sono le chiese e le scuole cattoliche, dove io stesso ho studiato. Abu Yasin ha quindi torto: se per integrazione si intende ciò che i soloni della Destra invocano per gli immigrati che arrivano oggi in Italia, ebbene - secondo tutti i parametri - gli italiani non erano affatto integrati. Erano - diciamocela tutta, va - arrivati in Egitto con le pezze al culo ed hanno fatto fortuna sfruttando i privilegi imposti dal colonialismo (inglese, nel caso dell'Egitto). Ed è proprio alla luce di questa realtà, che è falsa anche l'affermazione di Aris che parla di "conflitti più o meno gravi con la gente del luogo".

Se mai ci sono stati conflitti - come è emerso benissimo negli anni 50-60, ovvero nel periodo in cui l'Egitto e altri paesi arabi si sono liberati dal colonialismo, decretando in molti casi nazionalizzazioni e espulsioni degli immigrati europei - ciò è dovuto all'arroganza e prevaricazione che ha connotato la secolare presenza europea in Medio Oriente. Stendiamo un velo pietoso invece sulle efferatezze commesse dagli italiani in Libia, motivo per cui sono stati poi cacciati da Gheddafi (la commentatice xenofoba invece si lamenta: "senza contare che dalla Libia ci hanno cacciati..."). In realtà, però, esclusa la parentesi nazionalista degli anni 50-60 , non c'era e non c'è nessun conflitto perché gli egiziani - come quasi tutte le popolazioni arabe - sono soliti calarsi le braghe di fronte agli Europei, riservando loro un trattamento di favore. Non so se dipenda dal retaggio colonialista o dall'innata ospitalità delle popolazioni mediorientali. Lo testimonia molto bene un altro commentatore di questo blog (Beduino) quando dice che "l'Egitto non è l'unico stato che tratta meglio gli stranieri dei suoi cittadini. Tutti i paesi arabi hanno un riguardo maniacale per gli occidentali. Se un italiano subisce un furto in Giordania ti assicuro che trovano il ladro entro 3 ore. Se un occidentale deve fare una qualsiasi pratica salta tutta la trafila e gli fanno fare direttamente il tutto dal "capo" con tanto di caffè e barzelletta sugli arabi". Tale affermazione sembra ricalcare i luoghi comuni secondo cui, in Italia, gli extracomunitari vengono trattati meglio degli italiani. Ma qualsiasi extracomunitario o italiano di buona fede sa che non è vero. Egli sa, intimamente, che l'extracomunitario che viene in Italia viene trattato appunto da "extracomunitario". E cioè nel modo e nel senso dispregiativo che persino il termine stesso ha assunto in Italia. Ed egli sa altrettanto bene che non è questo il modo in cui lui, e ancora prima di lui i suoi avi, sono stati trattati in Medio Oriente. Non a caso, proprio recentemente un antropologo italiano vissuto in Egitto per oltre un decennio mi ha detto: "ci lamentiamo di quei pochi extracomunitari che vengono qui e delinquono. Eppure essi non rappresentano nulla, se raffrontati a ciò che abbiamo combinato noi nei loro paesi di origine".