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sabato 31 gennaio 2009

Italiani, tornate a casa vostra!

Sono solidale con i lavoratori inglesi che protestano contro la massa di operai italiani arrivati su un barcone con l'intenzione di rubare loro il lavoro. Alla raffineria Lindsey Oil di Grimsby, gestita dall’azienda petrolifera francese Total, è stato infatti assunto un gruppo di manovali italiani apparentemente perchè costano meno. Sono ospitati da una speciale nave-albergo, con un contratto di lavoro a tempo. Ma agli operai inglesi la cosa, in piena recessione, non è andata giù: hanno dichiarato sciopero e protestato piuttosto vigorosamente per la presenza non gradita. Alcuni di loro sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai italiani. "Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno". E hanno ragione. Non vedo perché si possono ripetere espressioni simili, in Italia, da chi non sopporta la vista degli immigrati senza che ciò desti scandalo mentre se lo dicono gli inglesi diventa razzismo e maleducazione.

In Italia i posti di lavoro non mancano: i flussi di immigrati approvati annualmente dal Viminale sono stati tagliati di 20 mila unità. Anche i governi regionali hanno ridotto le quote. L'ingresso è stato permesso a soli 150 mila stranieri (rispetto ai 170 mila degli anni precedenti): in pratica solo le badanti. Secondo i movimenti xenofobi, in questo modo ci sono più posti di lavoro per gli italiani: almeno 20.000 posti in più. Benissimo: perché non se ne stanno a casa, allora, al posto di rubare il lavoro agli inglesi? La risposta a questo provocante incipit è, semplicemente, che non è vero - come qualcuno afferma - che di fronte alla crisi gli italiani "torneranno a fare i lavori che hanno abbandonato". Di quali italiani stanno parlando? Degli oltre 6 milioni che rimangono incollati davanti al televisore per guardare il Grande fratello? Delle baby-cubiste, che già a 12-13 anni vengono invitate a usare un abbigliamento osè e ad essere «gentili» con i clienti, e che "quando arrivano a 17 anni sono già delle veterane: in grado di assistere un'amica in coma etilico o di dare consigli su come muoversi a letto"? Dell'11% degli alunni all'ultimo anno di liceo che hanno provato la cocaina? Dei minorenni indagati per bullismo e rapine in costante aumento e non perché poveri o emarginati ma perché figli di "nuclei abbienti incapaci di rappresentare un valido riferimento etico-morale"?

Queste cifre sono marginali e non dicono nulla? Riguardano solo alcune ristrette categorie di persone? No, queste cifre sono l'indice tangibile di un modo di vivere per il quale l'unico senso alla propria esistenza si trova nell'esibizionismo, nel denaro facile, nel "successo" a ogni costo. E non c'è limite al peggio: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. Ma il problema è sempre qualcos'altro. Qualcosa che sta al di là dei confini o che comunque proviene da fuori: le dittatture mediorientali, la preghiera islamica, le donne velate, gli spacciatori marocchini, i violentatori rumeni ecc ecc. Ogni volta che si parla di crisi, viene sottolineato che gli immigrati saranno quelli più colpiti, quasi a voler tranquillizzare l'opinione pubblica. Lo saranno, dice qualcuno, perché "vivono di contratti a termine, lavoro precario e poco pagato". In realtà, gli immigrati sono a rischio perché soggetti a misure discriminatorie: che dire delle leggi razziali approvate dal Comune di Lucca (ma c'è già chi vuole copiarle in altre città), che recitano - papale papale - che in centro "non è ammessa l’attivazione di esercizi di somministrazione, (ristoranti, ndr) la cui attività sia riconducibile ad etnie diverse"? Non si vergognano nemmeno di dirlo. Che dire delle svastiche e delle minacce sui negozi islamici a Bologna? Che dire dei provvedimenti voluti dal governo che escludono a priori i contribuenti stranieri da agevolazioni e aiuti? Che dire dell'aumento delle tasse di ingresso e permanenza regolare in Italia, che andrà a rimpinguare fondi di assistenza da cui saranno esclusi gli immigrati, che pur sono regolari contribuenti?

La verità è che gli immigrati, se non discriminati, non avranno nessuna difficoltà a far fronte alla crisi. A differenza degli autoctoni, sono stati temprati dalle innumerevoli difficoltà incontrate a partire dal momento in cui hanno deciso di lasciare il proprio paese di origine (e anche prima). Si adattano a tutte le circostanze e a tutti i lavori. Lo stesso vale per i giovani di cosiddetta seconda generazione: nati a cavallo di due mondi, con tutti i vantaggi che ne conseguono (lingue, consocenza di più culture ecc), consapevoli dei sacrifici dei propri genitori e desiderosi di fare un salto sociale. Proprio il rapporto del Censis lo dice: "Solo delle dinamiche minoranze possono trovare la base solida da cui partire e sprigionare le energie necessarie per uscire dallo stallo odierno; si tratta delle minoranze che fanno ricerca e innovazione, giovani che studiano all’estero, professionisti che esplorano nuovi mercati; chi ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; chi sa cogliere l'apporto innovativo rappresentato dall'immigrazione vissuta come integrazione, chi crede in un’esperienza religiosa ed è attento alla persona". Ed è per questo che gli immigrati fanno paura. Perché loro ce la faranno. Gli altri, chissà.