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sabato 3 gennaio 2009

Per una legge contro l'anti-islamismo

Ieri ho ripreso su questo sito un articolo del Corriere Canadese che raccoglieva il grido della comunità musulmana francese in seguito ai sempre più frequenti attentati alle moschee e alle profanazioni di tombe musulmane. Nell'articolo, Samy Debah, presidente del Collettivo contro l’islamofobia di Francia, ha parlato di un nuovo cittadino francese e musulmano che "vuole vivere il suo Islam affermando la sua cittadinanza francese e reagendo alle aggressioni". Mi interessano proprio queste ultime parole-chiave: "reagire alle aggressioni". L'articolo illustrava varie proposte in quel senso: la creazione di un osservatorio sull'islamofobia e l'approvazione di una legge che porti al “riconoscimento degli atti islamofobi” punendo penalmente i colpevoli. L'articolo è stato introdotto dal sottoscritto con il titolo "Una proposta valida per l'Italia" ma un lettore ha commentato consigliandomi di cambiarlo poiché "Di leggi contro le violenze a sfondo razziale ci sono, non credo ci sia bisogno di precisare verso chi devono essere punite e come. Vanno punite e basta". Ebbene, chi legge questo blog sa che il sottoscritto non si limita a denunciare i fenomeni di discriminazione che riguardano la comunità islamica, ma che si presta ben volentieri a mettere in risalto i fenomeni di razzismo che coinvolgono qualsiasi comunità straniera residente in Italia: rumena, cinese, africana...non importa. E questo proprio perchè parto dal presupposto che le violenze a sfondo razziale vanno denunciate e punite indipendentemente dalla nazionalità, fede o qualsiasi altra caratteristica della vittima. Ha perfettamente ragione quindi, il lettore, quando afferma che la "richiesta più giusta sarebbe quella di dire al governo di applicare le leggi già esistenti". E in effetti questa richiesta è stata più volte ribadita da queste pagine e non è stata rivolta solo al governo ma anche alla Magistratura e alle Forze dell'ordine, ovvero a chi è direttamente chiamato a punire e a individuare gli autori di tali crimini.

Detto questo, però, non va dimenticato che la comunità più tartassata dal punto di vista "razziale" (o "religioso" se preferite) - soprattutto sui media - è quella musulmana. Vuoi per il terrorismo, vuoi per il conflitto mediorientale, ma è un dato di fatto che mentre le altre comunità sono oggetto di attenzione mediatica solo quando si verifica qualche episodio (normalmente di cronaca nera) a loro collegabile, quella musulmana è invece sempre indicata nella veste del colpevole. Anche a sproposito, anche quando non c'entra affatto, per esempio quando un parroco decide di propria iniziativa di mettere una moschea nel presepe o un'insegnante atea decide di togliere il crocefisso dall'aula. In circostanze eccezionali quindi, ci vogliono misure eccezionali. Dopo la Shoah, la maggior parte dei paesi occidentali si è dotato di apposite leggi contro l'antisemitismo. Qualcuno lo dimentica, ma i musulmani sono stati vittima di una vera e propria Shoah nei Balcani (a dimostrazione del fatto che i genocidi razziali possono tranquillamente ripetersi oggi). Inoltre sono regolarmente sottoposti ad una propaganda che definire nazista è un eufemismo. In un primo momento, quindi, è bastato osservare che anche gli arabi sono semiti affinché il sottoscritto proponesse "di estendere le frontiere della persecuzione legale di crimini o offese antisemite, nell’immaginario comune e soprattutto nelle aule dei tribunali, alla fiorente industria letteraria o alla sua trasmissione orale che qualifica gli arabi con i peggiori epiteti e luoghi comuni". Si tratta di una proposta ideale, difficile da concretizzare poiché parte dal presupposto che "l'uomo di strada" si renda conto che sono semiti sia gli ebrei che gli arabi. E che si convinca che i musulmani oggi vengono di fatti trattati come gli ebrei di allora. Non solo propaganda dunque. Vengono persino fatti scendere dagli aerei, sottoposti a controlli speciali, a trattamenti extra-giudiziari, a provvedimenti di espulsione non motivata e via dicendo. Inutile sottolineare la difficoltà insita nel convincere della validità di questi dati chi non sa manco con quali stati confina l'Italia e chi percepisce l'immigrato musulmano solo come prevaricatore che "ruba il lavoro" e "vela l'harem". La proposta, inoltre, ha un difetto: non tiene conto del fatto che il dato etnico "arabo" non corrisponde al dato religioso "musulmano" quando sono i musulmani in generale (e non solo quelli arabi) ad essere discriminati.

Partendo da questi presupposti, sono arrivato alla conclusione che ci vuole una legge apposita contro l'anti-islamismo.
Chi mi legge sa che non amo usare il termine islamofobia poiché quest'ultimo indica un'emozione umana (la paura, dal greco fovos) o anche, se preferite, una malattia e quindi non è perseguibile ai sensi della Legge. Un' "emozione" che così come può toccare i limiti della malattia può anche essere superata e facilmente sconfitta: il termine quindi, tutto sommato, suona "ottimista". L'anti-islamismo invece, proprio in quanto ideologia - oserei dire una "professione" - discriminante sulla base del credo religioso e della provenienza geografica dovrebbe invece essere perseguibile dalla Legge. Una legge d'emergenza per una situazione d'emergenza. Chi non è musulmano difficilmente può capire lo stato d'animo di una comunità che si sente nel mirino, che non si sente al sicuro. Quindi non pretendo che l'opinione pubblica in toto appoggi queste rivendicazioni. Nessuno però, può vietare a questa comunità di auto-organizzarsi e avanzare queste rivendicazioni con i mezzi a sua disposizione. Se - in numerosi paesi - esistono leggi speciali che proteggono la comunità ebraica, nonostante ci siano leggi contro le discriminazioni religiose in generale, e leggi che proteggono gli omosessuali, nonostante ci siano leggi contro le discriminazioni sessuali in generale, nulla e nessuno può vietare alla comunità musulmana di rivendicare leggi che proteggano specificatamente i suoi interessi in quanto musulmana.