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domenica 18 gennaio 2009

Viva Israele*

Da sinistra: Renzo Gattegna (presidente dell'UCEI), Andrea Ronchi,
Gideon Meir (ambasciatore d'Israele), Piero Fassino e Riccardo Pacifici
Mi ero ripromesso di non intervenire su ciò che sta accadendo a Gaza poiché nulla ho da aggiungere - in un momento emotivamente surriscaldato - a quanto si sta dicendo e ripetendo da oltre sessant'anni di conflitto arabo-israeliano. Ho sospeso quella promessa solo per argomentare - dal mio punto di vista - la posizione del mio paese, l'Egitto, in merito alla guerra in atto: non mi andava giù, sinceramente, che una decisione strategica di grande saggezza venisse fatta passare per un vile tradimento. Ora mi ritrovo costretto a re-intervenire per commentare ciò che sta invece accadendo in Italia, sempre quale conseguenza di quella guerra.

Leggo infatti, sul quotidiano Il Tempo, di un mega-evento che ha radunato "la politica che conta" a sostegno di Israele, di una manifestazione parlamentare davanti a Montecitorio sempre a sostegno dello stato ebraico, di un ex-presidente della Rai che - probabilmente spiazzata dal fatto che Santoro abbia deciso di chiamare, per la prima volta, invece dei soliti "barbuti con la bava alla bocca" normalissimi ragazzi e ragazze di origine araba da contraporre alla soldatessa o riservista "sexy" di Tzahal di turno - abbandona una trasmissione perché, secondo lei, "al 99,9% filopalestinese". Ebbene, a differenza di molti blogger che sono intervenuti, scandalizzati, per denunciare la parzialità della "politica che conta", dei parlamentari schierati, dell'ex-presidente indignata, io voglio esprimere la mia più viva ammirazione per l'operato dell'ambasciata israeliana e della Comunità ebraica romana, di cui è presidente Riccardo Pacifici.

Perché la domanda di fondo che dobbiamo porci è questa: come mai, ogni volta che scoppia una guerra che coinvolge da una parte gli israeliani e dall'altra gli arabi, assistiamo - in occidente, in Italia - a questo spettacolo di solidarietà incondizionata a favore di Israele e di indignazione altrettanto incondizionata per qualsiasi cosa facciano gli arabi? Oltre a seguire cortei, urlare slogan, bruciare bandiere, alzare cartelli con la svastica, pregare davanti al Duomo e inviare un po' di aiuti umanitari a Gaza, cosa si riesce a fare per la questione palestinese? Si riesce ad ottenere l'appoggio dei "politici che contano"? No. Si riesce a portare qualche centinaio o almeno qualche decina di parlamentari ad una manifestazione a favore della Palestina? Niet. Si riesce ad influenzare l'opinione pubblica a favore dei palestinesi? Neppure. C'è qualche giornalista che si alza indignato quando si dice qualche fesseria che riguarda gli arabi? Figuriamoci.

La comunità ebraica, invece, ci riesce eccome. Più di 2200 persone "che contano", infatti, erano schierate l'altro giorno a favore di Israele. Sui media, invece, stendiamo un velo pietoso. La domanda che dobbiamo porci è perché? I sostenitori di Israele sono forse più intelligenti? più istruiti? più colti? più ricchi? La risposta è no. E' vero che la comunità araba e musulmana è di recente immigrazione, con tutti i problemi che ne conseguono, mentre quella ebraica ha una lunga storia (non sempre felice) in questo paese. Ciò non toglie, però, che anche la comunità arabo-islamica vanti risorse - umane e finanziarie - per nulla trascurabili. I mezzi per essere "mediaticamente competitiva" e "politicamente efficace" ci sono. E allora qual'è il problema? Che i musulmani non sono uniti? Neanche gli ebrei lo sono: chi segue le diatribe interne delle comunità ebraiche sa benissimo che le opinioni possono essere fra le più disparate. Il problema è l'organizzazione: le comunità ebraiche, nonostante l'ebraismo non preveda nessuna gerarchia religiosa, sono organizzate. Sanno fare "lobbying" nel senso positivo del termine: esercitare pressioni sui rappresentanti politici per condizionarne le decisioni. Hanno presidenti eletti, consiglieri, consulenti. Quando si prende una decisione, c'è un solo portavoce che la riferisce: quella è la posizione della Comunità, poi i singoli possono anche non condividerla. Pensano nel breve, medio e soprattutto lungo termine.

I musulmani invece non solo sono divisi, ma sono anche disorganizzati: chiunque si sente autorizzato a spacciarsi per "rappresentante", a rilasciare interviste e dichiarazioni, a spararla grossa. Poi si scatena il solito teatrino di accuse e recriminazioni: "ma quello è un macellaio che non capisce niente di politica estera", "ma quello è un venduto traditore della causa palestinese" e via di questo passo, con il risultato che si screditano tutti a vicenda davanti a quelli "che contano". Di lobbying, neanche l'ombra: spesso e volentieri si esprimono pareri e si decidono iniziative contradittorie senza valutare minimamente le conseguenze. Non si pensa al dopo. E in effetti, puntualmente, si verificano veri e propri disastri: I politici fanno a gara per prendere le dovute distanze, la condanna è sempre bipartisan, l'intesa con lo stato si allontana mentre i decreti di espulsione piovono. La domanda sorge quindi spontanea: non sarà mica colpa nostra se i palestinesi si trovano ora in questa situazione e nessuno osa stare dalla loro parte?

* Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, a persone realmente esistite o esistenti o libri effettivamente pubblicati è puramente casuale.