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giovedì 7 maggio 2009

Democrazia a Rischio Zero

Non vi sarà di certo sfuggito il fatto che mentre blog e media vari straboccano di commenti sui recenti episodi di "attualità" (o forse sarebbe meglio dire di "gossip"), il sottoscritto ha scelto la linea del silenzio. Per i miei lettori non credo si tratti di una sorpresa: sfogliando l'archivio, si può benissimo constatare che ho raramente commentato fatti o episodi concernenti la stretta attualità (politica o mondana) italiana o i cosiddetti "fatti interni". Mi sono invece sempre concentrato sulle questioni inerenti l'immigrazione, l'integrazione, il razzismo e la xenofobia. E quindi, solo di riflesso, dei politici o degli episodi di attualità che hanno a che fare con questi temi.

Si tratta, innanzittutto, di una scelta contenutistica: preferisco avere un blog che affronta temi di nicchia, anche se di fatti ciò significa l'esclusione di una larga fetta di lettori che sarebbe interessata a leggere di altri temi, o che sarebbe semplicemente curiosa di sapere cosa frulla in testa ad un immigrato quando assiste al circo politico-mediatico che regolarmente questo paese offre alla scena del mondo. Ma si tratta, anche, di una scelta obbligata: già cosi mi attiro le denunce, gli strali e l'indignazione dell'italiano medio, secondo cui sarei un "ospite" (che si paga tutto, incluse le tasse) senza diritto di voto ma anche senza diritto di parola. E ciò accade perché mi esprimo su temi che mi riguardano direttamente, in prima persona. Figuriamoci se mi mettessi a coprire di ridicolo la sua classe politica o certi "costumi" nazionali.

Eppure ne avrei tutto il diritto: non solo perché - diversamente da ciò che pensano i dettratori di questo sito - non sono un ospite, ma perché la mia cultura, la mia storia, il mio paese, il mio governo, vengono regolarmente sbeffeggiati e ridicolizzati sui media italiani senza che ciò susciti la benché minima reazione. E allora, mi chiedo, perché dovrei essere costretto a leggere che non esiste una cultura araba ed islamica, che i media dedichino un'attenzione eccessiva all'egiziano violentatore o omicida ma passino sotto silenzio le migliaia che lavorano e contribuiscono - spesso in nero - allo sviluppo di questo paese, che il Cairo venga rappresentato come una fogna a cielo aperto, che si inviti a boicottare la Fiera del Libro perché l'Egitto sarebbe una dittatura da operetta, quando invece questo paese offre spunti ed asperità tali da fare scapicollare di vergogna qualsiasi italiano in qualsiasi parte del mondo?

Reciprocità, no? Non è quello che invocano a gran voce i difensori della civiltà occidentale, della democrazia e della libertà di parola? Ho letto su uno di quei blog demenziali che si sono assunti l'onere di denunciare all'opinione pubblica italiana l'arretratezza degli islamici, un commento che suonava più o meno cosi: "Nel tale emirato agli immigrati arabi succede questo e quest'altro. Non possono comprare case, non possono sposare un'autoctona, possono essere buttati fuori in un amen. E non ho mai visto un egiziano ribellarsi". Certo, vero. perché in quel paese arabo o in quel emirato, finirebbe torturato, violentato e se - sopravvive - riuscirà a tornare nel suo paese di origine. Ma, c'è un ma, non mi sembra che quello specifico paese arabo o quel emirato si dichiari "democratico". L'Italia, invece, si.

E allora la domanda sorge spontanea: questi signori - che di fatti prendono come modello il trattamento riservato agli immigrati in alcuni paesi del Golfo - sono davvero democratici e civilizzati? Non credo proprio: perché se invidi a questi paesi il fatto che gli immigrati là residenti se ne stanno zitti zitti mentre in Italia si permettono - "orrore" - di dire che sono vittime di razzismo, non puoi certo fregiarti dell'aggettivo "democratico". E allora mettiamoci d'accordo: o si è democratici, e allora si deve accettare che anche l'ultimo negro sbarcato in Italia innalzi un cartellone in cui lamenta di essere vittima di razzismo o lo si riempie di manganellate e, se possibile, lo si carica in fretta e furia su un aereo che lo rimandi in qualche deserto del Sahara per farla finita.

Spesso e volentieri questi stessi democratici da strapazzo vorrebbero che noi altri immigrati ci prestassimo ad una critica aperta e senza limiti dei nostri governi, paesi e costumi. Di certo non mancano spunti per critiche feroci alle realtà da cui proveniamo: ma non vedo perché uno immigrato in Italia, che lavora in Italia, che paga le tasse in Italia dovrebbe dare fiato alle trombe della critica nei confronti del paese che ha lasciato mentre gli viene chiesto di guardarsi bene dal pronunciare qualsiasi cosa che possa minimamente offuscare l'immagine del paese "democratico" in cui vive, lavora, e paga le tasse. Tra l'altro con minime possibilità di ottenere la cittadinanza e quindi con il "rischio" di doversene tornare in qualsiasi momento nel paese che tanto avrà contribuito a denigrare e a ridicolizzare a beneficio dell'italiano medio che cosi si potrà beare del fatto di vivere in una "democrazia". Una democrazia a rischio zero: dove criticare e persino insultare gli altri è permesso perché non è possibile farlo nel verso contrario.

La verità, invece, è che in questi giorni, in questo paese, nonostante la scenografia "democratica", sono andate in onda scene di servilismo mediatico, di accondiscendenza politica, di critica ecclesiastica appena abbozzata, da fare invidia all'ultima dittatura dell'ultima repubblica delle banane. E a chi si chiederà come si permette questo immigrato di dire una cosa del genere senza guardarsi indietro, io rispondo: guardatevi voi nello specchio e chiedetevi di quale democrazia state parlando, di quale civiltà state balterando, se in nome della diversità etnica, religiosa o altro, vorreste impedirmi di esprimere il mio pensiero, qui, in Occidente. Ammesso che l'Italia sia e si senta davvero parte dell'Occidente. E a chi invece mi inviterà a "tornare nel mio paese" rispondo: ringraziate Iddio che sto in Italia e che scrivo in italiano perché il giorno in cui verranno meno questi due presupposti, verranno anche meno i freni inibitori che mi sono imposto, volente o nolente, in quanto "ospite".