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martedì 5 maggio 2009

La Nobiltà della Politica. Torino è anche questo. (I)

Nei giorni scorsi, Ilda Curti - Assessore alle politiche per l'integrazione, rigenerazione urbana e periferie del Comune di Torino - è intervenuta su questo blog. L'ha fatto per rispondere alle domande e alle richieste di chiarimenti da parte di alcuni commentatori, torinesi e non, sul progetto della nuova moschea di Torino. Un progetto finito su tutti i quotidiani nazionali, anche per via dell'avversione dimostrata da parte di alcuni sedicenti esponenti e rappresentanti della comunità islamica torinese che per l'occasione si sono persino alleati alla Lega. Mi sono permesso di fare un collage dei vari commenti dell'Assessore, ricostruendo un testo decisamente interessante, che propongo all'attenzione dei lettori e degli internauti.

La sfida dell'integrazione non coinvolge soltanto le amministrazioni pubbliche (buone o cattive che siano) ma l'intero corpo sociale, le persone, gli individui. Gli uomini e le donne che hanno il destino di condividere lo stesso spazio nello stesso tempo. Nella diversità. E le contraddizioni sono tantissime, la fatica anche, i pregiudizi e gli stereotipi immensi (da tutte le parti). Sono temi che hanno a che fare con la città, i processi di cambiamento sociale e culturale, la perdita di identità urbana di interi quartieri popolari di qualità urbana diffusa. Hanno a che fare con il ruolo della politica, della sua autorevolezza o meno di prendere decisioni e di assumersi responsabilità. Non voglio liquidare queste questioni: sono importantissime, difficili e fondamentali per costruire una città coesa. I processi di cambiamento della nostra società si governano, non si rimuovono. Si affrontano con lucidità e equità. Io interpreto così la politica, e così faccio l'assessore. Non ho ricette: mi assumo la responsabilità di avere una visione, di mettere in campo soluzioni, di pensare a come sarà Torino tra 20 anni. A come i suoi figli - nati qui o altrove- si sentiranno adulti e protagonisti del loro tempo. Credo che alzare i recinti, alimentare i conflitti, costruire muri di incomunicabilità non serva a nessuno e produca sofferenza, frustrazione e rabbia. Che trasformate in azione politica diventano pericolose e mi fanno paura. Le questioni sono tante, complesse ed hanno bisogno di spazi diversi da uno striminzito - seppur autorevole - blog. Se intervengo su un blog è perchè sono curiosa, uso i "nuovi" strumenti di comunicazione nelle notti o nelle mattine di festa perchè su questioni come queste ho bisogno di capire i punti di vista, ascoltare, comprendere. Io sono costantemente in mezzo alle persone: passo dalle assemblee degli inquilini delle case popolari alle riunioni delle associazioni immigrate. In questi giorni saltello nelle redazioni delle televisioni private con interlocutori della Lega che urlano e strepitano. I blog sono degli spazi di silenzio e riflessione. Ho bisogno di interrogare e interrogarmi. Sono disponibile a mettermi a disposizione, a spiegare il mio punto di vista. Sono disponibile ad incontrarci. Posto qui il mio indirizzo di posta elettronica: ilda.curti@comune.torino.it e chiedo a chi vuole di mettersi in contatto con me. Credo che mettere a confronto i punti di vista rappresenti la nobilità della politica, e si fa troppo poco.

Propongo però di non usare stereotipi nel giudicare le persone, nemmeno quelle che fanno politica. Io sono assolutamente, profondamente laica. Non ho avuto alcuna educazione religiosa (a partire dal mio bisnonno socialista in casa mia si sono sempre rispettate le fedi ma non c'è nessuno che le abbia frequentate). Abito a 500 metri da Porta Palazzo, nell'area Vanchiglia di fronte alle case popolari dell'Italgas. Zona popolare, divisa da Aurora e Regio Parco dalla Dora. Ho lavorato per 10 anni a Porta Palazzo. Mia figlia ha fatto nido e materna lì, adesso frequenta una scuola elementare di quartiere poco distante. I suoi compagni di scuola non sono tutti biondi e con gli occhi azzurri. I miei vicini di casa sono esattamente quelli che che vengono descritti: donne arabe, famiglie numerose, anziani meridionali, vecchine piemontesi. Conosco la fatica di ciascuno per trovare un posto nel mondo e a Torino. La convivenza con la diversità culturale è faticosa e difficile, e concordo che non è tema da salotti. Io i salotti non li frequento (mi annoiano profondamente), vengo a lavorare con il tram N.3, ho a che fare quotidianamente con la pancia dei torinesi, quelli vecchi e quelli nuovi. Sono anche convinta che sia nella pancia dei torinesi, vecchi e nuovi, che si può trovare una strada, difficile ma ineludibile, per affrontare con lungimiranza fenomeni che, ci piaccia o no, sono qui. Adesso.

Non avrei nessun problema ad avere sotto casa mia una sala di preghiera islamica, perchè già adesso sotto casa mia c'è un centro giovanile in cui si ritrovano molte associazioni tra cui i Giovani Musulmani, giovani di seconda generazione profondamente impegnati ad assumersi un ruolo sociale e civile nella società in cui vivono. La nostra Costituzione riconosce il diritto di non essere discriminati per razza, religione, sesso, idee politiche (art.3) - applicando un principio universale per tutti, cittadini o no. Poi dedica ben 3 articoli alla libertà di culto e alla libertà di associazione (8,19 e 20). Inoltre ci sarebbero anche un po' di Carte internazionali dei diritti umani che ne parlano. O forse siamo pronti a applicare questi principi a corrente alternata: libertà per gli amici, per gli altri no? Mi limito a dire che come cittadina italiana pretendo che le leggi vengano applicate, e che siano uguali per tutti. Lo stato ha il diritto/dovere di applicare la legge; se le azioni degli uomini rispettano la legge, la libertà è un principio sovraordinato. Questa è la differenza tra uno stato di diritto e uno stato etico, tra una democrazia e un totalitarismo. Nel caso del diritto costituzionale di avere luoghi di culto diversi da quello maggioritario, riconosciuti e non pagati dai contribuenti, la legge non viene applicata nello stesso modo. E come italiana orgogliosa della sua democrazia ritengo che sia una violazione dei diritti, di tutti i diritti. Inoltre, introduco un principio LIBERALE: no taxation without representation. Ne parlavano i fondatori degli USA alla fine del 700. Gli immigrati pagano le tasse in questo paese (il 9% del gettito fiscale è garantito dai non italiani); i contributi che pagano all'INPS garantiscono la pensione di un bel po' di italiani. Non si può essere liberali solo quando conviene.

Il tema della "grande moschea unica e unificante" non tiene conto della pluralità del mondo islamico, differenziato per origine nazionale, sociale, culturale, religiosa eccetera. E' come se si pretendesse che i 2 miliardi di fedeli cattolici nel mondo fossero tuti uguali e non avessero sfumature politiche, sociali e culturali tra loro. Certo, sono tutti cattolici e riconoscono l'autorità del Pontefice, ma poi? Questo tema viene agitato per rinviare sine diem un percorso chiaro e trasparente di riconoscimento di principi fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. Con il risultato che continuiamo ad avere, in tutte le città, delle moschee garage non dignitose ed improvvisate. Nessuno ha mai pensato che il progetto della moschea dovesse rappresentare TUTTA la comunità islamica, unanime e convinta. Inoltre la scelta del luogo non è stata imposta dal Comune, visto che è una proprietà privata acquistata da una Onlus privata. Come un progetto di una qualsiasi associazione ONLUS che si occupa di agricoltura biologica non deve rappresentare ed avere il consenso di tutti gli agricoltori biologici d'Italia. (Leggi la seconda parte)