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mercoledì 6 maggio 2009

La Nobiltà della Politica. Torino è anche questo (II)

Leggi la prima parte dell'intervento di Ilda Curti, Assessore all'Integrazione del Comune di Torino, su questo blog.

Le istituzioni locali non danno 1 euro per finanziare il progetto (della nuova moschea di Torino, ndr). E' facile dimostrarlo, visto che gli atti sono pubblici. Questa informazione fa parte di quella azioni di disturbo, insinuanti e diffamatorie che Sherif descrive molto bene. E' un pezzo di comunità che ha intrapreso un cammino di trasparenza e di interlocuzione con le Istituzioni. Se questo è un cammino che apre altre strade e per altri, vedremo. Per quanto riguarda l' "ingerenza di uno stato estero" (Il Marocco, ndr) vi siete mai chiesti se lo Stato Italiano finanzia le attività dei nostri immigrati all'estero? Andate a vedere: contributi alle associazioni di italiani in Argentina, Belgio, Germania, Usa, eccetera. Sostegno ai luoghi di culto, alle case italiane di cultura, alle processioni dei santi patroni del paese d'origine. Gli Argentini hanno mai pensato che questo fosse segno dell'ingerenza dell'Italia nel loro paese? Io personalmente penso che sia giusto farlo, sia in un senso sia nell'altro. Tutti i paesi di emigrazione cercano di sostenere i propri connazionali all'estero.

Non hanno riconoscimento e intesa con lo Stato l'ortodossia (russa, rumena, greca, ucraina etc.), i copti, alcune chiese evangeliche, i buddisti di tradizione tibetana e giapponese, gli scintoisti, i mormoni. E vi stupirebbe sapere quanti sono i fedeli, italiani e non, di queste fedi. Non solo l'Islam. Dalle intese con lo Stato derivano alcuni principi anche fiscali: l'8 per mille, il non pagamento dell'ICI, la possibilità di ricevere fondi dallo Stato eccetera. La libertà di culto, anche senza intesa, è garantita comunque. Nel 2008 l'Islam italiano era ad un passo dal firmare l'intesa. I ministri Pisanu prima (PDL) e Amato (PD) dopo avevano lavorato a lungo sulla "Carta dei Valori" che è stata condivisa dai rappresentanti nella Consulta e dalle principali oranizzazioni dell'Islam italiano (tra cui Coreis, UMI - quelle che promuovono il progetto della moschea a Torino). Poi è arrivato il Ministro Maroni che non ha mai riconvocato la consulta e ha interrotto tutto. Non è che c'è una parte della politica italiana a cui conviene avere un Islam senza riconoscimento, così di volta in volta si può trovare il capro espiatoio di turno e convincere che il problema sono loro, e non la crisi economica, la povertà che aumenta eccetera eccetera? In quanto alle divisioni interne dell'Islam torinese, vi assicuro che hanno molto a che fare con le diverse posizioni politiche, personali, di visibilità e di conflitto per acquisire leadership politica. Quelli che oggi si autoproclamano "rappresentanti" (eletti da chi?) e islamici moderati, dieci anni fa erano in prima fila accanto alla parte più intransigente dell'islam torinese (personaggi poi espulsi nel 2003) nell'avversare l'apertura di un centro culturale italo-arabo promosso da alcuni intellettuali laici italiani e medio orientali.

E' un fatto che Khounati (promotore della nuova moschea di Torino, ndr), già dal 2005 e poi formalmente nel 2007, abbia promosso la costituzione dell'UMI (Unione Musulmani d'Italia) a cui fanno riferimento 50 centri islamici del centro nord Italia prevalentemente marocchini e che si pone come realtà indipendente da altre organizzazioni nazionali e internazionali, tra le quali l'Ucoii. In molte posizioni ufficiali e pubbliche è stata sottolineata la distanza, soprattutto in politica estera (lo scorso anno l'UMI, insieme ad altri intellettuali arabi e medio orientali torinesi ha contrastato pubblicamente il boicottaggio alla Fiera del Libro che ospitava Israele che invece vedeva autorevoli esponenti anche dell'Ucoii convinti assertori). Non mi risulta che ci siano rapporti politici strutturati con partiti marocchini, ma su questo ritengo ci sia libertà di opinione (finchè gli immigrati non avranno diritto di voto nel paese in cui abitano, è possibile che continuino a guardare alla politica dei loro paesi; un po' come gli italiani in Belgio che militavano nel PCI e nella DC, finchè il diritto di voto non li ha fatti entrare definitivamente nella politica locale). Quindi non mi risulta, non mi scandalizzerebbe ma non c'è azione negli ultimi 10 anni che sia riconducibile al Fratelli musulmani. La Consulta degli stranieri a Torino è stata istituita nel 1994 ed è scaduta - e mai rinnovata visto il suo cattivo funzionamento - nel 1997. Kobba (uno degli avversari della nuova moschea, ndr) fu effettivamente eletto nel 1994 con circa 37 voti (la % dei votanti allora è stata bassissima e gli immigrati erano il 4% della popolazione). Nel frattempo sono passati 15 anni, gli immigrati e i loro figli a Torino sono l'11%, sono cresciute generazioni, associazioni, realtà plurali di partecipazione attiva degli immigrati. Solo Kobba continua a definirsi rappresentante di una cosa che non c'è più da moltissimo tempo. Abu Anas (un'altro definito dalla stampa come avversario della moschea, ndr), in una sua recente intervista ad un quotidiano locale, dice cose diverse e non si dichiara contrario. Mi vedo con lui al più presto, perchè lo conosco e con lui, come con altri, ho costanti rapporti di dialogo. Non necessariamente questo vuol dire pensarla allo stesso modo. Oggi è stato diffuso un comunicato degli 8 centri islamici torinesi in cui si respingono le accuse indiscriminate che ci sono state in questi giorni e si sostiene il progetto. Posso assicurare il costante, quotidiano e minuzioso rapporto con le forze preposte al controllo, che a Torino sono particolarmente attente e competenti. Non affronto temi come questi in modo naif, e naturalmente mi sono premurata fin dall'inizio affinchè ci fosse un sostanziale "semaforo verde" all'iniziativa. Se soltanto fosse scattato il giallo ci sarebbero state altre considerazioni.

Non semplifichiamo, non dividiamo il mondo in bianco e nero, in indiani e cowboy. Ci sono le sfumature di grigio, che vanno conosciute ed analizzate. C'è una parte della comunità, probabilmente la più inserita e integrata, che si sta assumendo una responsabilità civile nel fare le cose in modo trasparente e all'interno della legge. Apre una strada, che va a vantaggio di tutti. Anche dei cittadini torinesi allarmati per l'opacità di molte sale di preghiera. I contrasti ci sono, come è ovvio in qualsiasi consesso umano dove intervengono fattori sociali e politici. Noi dobbiamo garantire il rispetto della legge e dei principi fondamentali del nostro essere comunità nazionale, tra cui quello della libertà di culto. Anche la libertà di opinione è un principio da garantire. Senza pretendere che tutte le opinioni siano giuste. Ieri mattina ero da una associazione di insegnanti volontari che insegnano la lingua italiana a donne arabe. 100 donne velate, con i loro bambini, che hanno seguito un anno di lezioni di lingua. Un gruppo di loro ha riscritto la canzone "lasciatemi cantare, io sono un italiano". Una strofa diceva "lasciateci cantare, perchè ne siamo fiere, noi siamo italiane e anche un po' straniere", alla chitarra e ai tamburi due fantastiche suore di strada, anche loro velate, capaci tutte di uscire dai recinti della diversità religiosa per cantare insieme. Torino è anche questo. (Fine)