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lunedì 1 giugno 2009

Che cosa è andato storto?

Troppi leader autoproclamati
Le colpe degli immigrati di prima generazione
di Sherif El Sebaie

La Repubblica-Metropoli, 31 maggio 2009

C’è qualcosa che è andato terribilmente storto se oggi ci ritroviamo ad affrontare un governo che predilige il “cattivismo” come mezzo per risolvere le sfide dell’integrazione. E non è dell’operato del governo che si parla, qui. L’esecutivo ormai fa semplicemente quello che considera il proprio lavoro: imprenditore politico della paura, produttore di rabbia e frustrazione, sia tra gli italiani sia tra gli stranieri. Lo stesso si può dire della maggioranza dei politici ai quali risulta più facile alimentare i conflitti e accendere lo scontro. Nella speranza di racimolare qualche voto prima delle imminenti Europee piuttosto che assumersi la responsabilità di avere una visione per come sarà questa Italia tra dieci o venti anni. E allora che cosa è andato storto? La tentazione di accusare un’opposizione verso la quale gli immigrati hanno riposto - quando era al governo - molte, troppe, speranze rimaste purtroppo disattese è forte. Ma questa è storia ed è inutile aggrapparsi ad ipotesi completamente tramontate. E’ arrivato piuttosto il momento dell’autocritica: per quanto tempo cinque milioni di immigrati residenti in Italia, che lavorano, pagano le tasse, comprano case e fanno figli che studiano in italiano, intendono delegare ad altri, alla forze politiche amiche o simpatizzanti, alle associazioni anti-razziste e ai sindacati e persino alla Chiesa il compito di rappresentare le loro istanze e le loro aspettative? Nel 1827, sul Freedom’s Journal, primo quotidiano diretto da afroamericani, veniva affermato: “Vogliamo parlare della nostra causa. Per molto tempo altri hanno parlato per noi”. Vale anche per l’Italia, oggi: per quanto tempo i diretti interessati staranno zitti, si piegheranno pensando che il peggio è passato, che il fondo è stato ormai toccato e non si potrà che risalire? Eppure è evidente che, una volta toccato il fondo, c’è chi è deciso a scavare, ancora, ad oltranza. E spesso, fra gli scavatori dell’abisso politico figurano persino immigrati che, raggiunte posizioni di discreto successo mediatico o politico, mettono le loro forze non al servizio dell’integrazione ma contro il multiculturalismo. Completamente dimentichi, ormai, delle fatiche e degli ostacoli che loro stessi hanno dovuto superare. E’ tra gli immigrati della prima generazione che bisogna cercare di capire perché siamo arrivati a questo punto. E’ nel loro silenzio colpevole, nel loro insistere a ribattere alle offese con compromessi e persino ringraziamenti, nella loro incapacità di organizzarsi e di mettere in chiaro che loro non sono ospiti ma compartecipi dello sviluppo di questo paese, che va ricercata l’origine di questo clamoroso fallimento. E’ sufficiente constatare la presenza di migliaia di rappresentanti autoproclamati delle centinaia di etnie presenti in Italia, tutte senza voce semplicemente perché tutte si parlano addosso. Un caso particolarmente lampante è quello della comunità islamica marocchina, che recentemente ci ha offerto un desolante panorama di piccole invidie e rivalità personali, tese ad impedire ad un Imam torinese di costruire una moschea con fondi provenienti dal Regno del Marocco. Come non individuare nelle reciproche accuse di estremismo e di “improvvisazione religiosa”, lo strumento principale dello screditarsi a vicenda di fronte al mondo politico e all’opinione pubblica italiana? Oggi c’è una brillante seconda generazione che rappresenta un vero e proprio ponte tra le culture, quanto di meglio gli immigrati di prima generazione hanno potuto lasciare all’Italia. Speriamo che riescano là dove i padri hanno fallito.