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giovedì 4 giugno 2009

Eleni Vassilika, santa subito!

Eleni Vassilika, Direttrice del Museo Egizio di Torino
Emanuela Minucci, La Stampa

Le giuro, non mi sono mai sentita tanto umiliata in vita mia. Quell’uomo perdipiù era un preside, ha la responsabilità di educare, e davanti a 40 studenti non ha esitato a pronunciare frasi come “Torni al suo Paese e parli così ai suoi fratelli”. Poi, rivolgendosi alle classi, ridacchiando: “Ragazzi, venite, allontaniamoci dalla mummia”». Si sfoga, ancora con gli occhi lucidi di rabbia, K. Y., 31 anni, di Casablanca, laurea in diritto privato e 5 lingue straniere parlate alla perfezione. Professionale ragazza che fino al 5 maggio ha svolto il lavoro di addetta alle sale espositive del Museo Egizio di Torino con entusiasmo. Fino a quando, quel giorno alle 18, non si è presentato davanti al settore «Prenotazione gruppi scolastici» Marco Pesola, preside della scuola media Amedeo d’Aosta di Bari. Il distinto professore ha avuto con lei un comportamento che i dirigenti del museo non esitano a definire «palesemente razzista». E per questo i suoi insulti sono finiti in una lettera inviata dalla direttrice del Museo Egizio, Eleni Vassilika, al ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, a quello della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, e al Provveditore agli studi di Bari. «Il nostro staff è stato ripetutamente attaccato verbalmente e umiliato di fronte a terzi - ha scritto la Vassilika - mentre la nostra addetta originaria del Marocco è stata profondamente umiliata. E quest’ultima, pubblica offesa non può certo passare sotto silenzio».

Ma quale sarà stato il motivo che ha fatto perdere le staffe al preside al punto da lasciarsi andare a frasi come «Io parlo soltanto con miei pari grado, lei se ne torni dai suoi fratelli in Egitto»? Secondo il personale del museo «il professor Pesola era indispettito dal fatto che il suo gruppo, nonostante non avesse prenotato con il dovuto anticipo, non fosse passato prima di un’altra classe arrivata al momento giusto». Racconta K.Y.: «Non voleva sentire ragioni, gli avevo solo chiesto di aspettare qualche minuto ma ha dato in escandescenze, e ha detto che voleva parlare col Sovrintendente e che, con gente inferiore come me, non voleva perdere tempo». Poi, raccontano altri colleghi, «l’ha anche minacciata di farle perdere il posto». Aggiunge Mauro Laus, responsabile delle relazioni esterne della Rear, l’azienda che organizza i servizi interni al museo: «Si è trattato di un episodio di razzismo che è bene venga alla luce perché risulta ancor più grave arrivando da chi è responsabile dell’educazione dei bambini».

E lui, il preside, come reagisce a questo coro di accuse? «Sono tutte menzogne, la mia parola vale quanto quella dell’addetta. Anzi, i miei scolari sono pronti a testimoniare che la frase sulla mummia era stata pronunciata scherzosamente all’indirizzo dei ragazzi che non si muovevano, quindi li ho chiamati così». Il preside tira in ballo la sua «ottima reputazione» e spiega di avere «un’esperienza ultraventennale anche come operatore della Caritas per l’accoglienza agli immigrati». A riprova aggiunge: «Per esempio, in quella gita ho accompagnato anche due ragazzi di colore». E quando lo si avverte che la direttrice del Museo Egizio è intenzionata ad andare sino in fondo dopo aver scritto ai ministri Gelmini e Brunetta, si dice tranquillo: «Vedrò presto il ministro perché mi deve consegnare un premio, io, con la mia reputazione non ho nulla da temere». Ma a Torino sono intenzionati a chiedere una punizione esemplare: «Quel signore - dice Vassilika - può continuare a svolgere il mestiere di educatore?».

Due dettagli finali:

1) Eleni Vassilika,
di origine greca e nazionalità inglese, è intenzionata a andare fino in fondo per difendere una propria dipendente. Come dovrebbe fare qualsiasi direttore che si rispetta.

2) Sulla vicenda
della guida marocchina a Venaria Reale che avrebbe dovuto, secondo una lettrice de La Stampa, nascondersi perché islamica e "addirittura" (sic) portava il velo, Alessandro Del Noce, direttore de La Venaria Reale, afferma «Il razzismo non c'entra. L’opinione della signora, espressa in toni pacati e non oltranzisti, è da rispettare. Allo stesso modo la manifestazione dei colleghi della ragazza marocchina è stata altrettanto legittima e civile. Insomma, non siamo di fronte a un episodio di razzismo come quando l’intera curva di uno stadio insulta Balotelli».