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sabato 6 giugno 2009

Meglio un babbuino sul balcone...

E' passato quasi un anno dal mio viaggio negli Stati Uniti su invito del governo e del Dipartimento di Stato americano. Al mio ritorno, pubblicai una serie di articoli intitolati "Mi hanno preso gli Americani", in cui - più che raccontare i dettagli di quell'affascinante viaggio alla scoperta delle comunità islamiche, degli imprenditori musulmani di successo e delle moschee in giro per gli Stati Uniti - ho stilato un cahier de doléances sulla situazione italiana. Due giorni fa, il 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Hussein Obama, ha fatto un discorso storico indirizzato al mondo islamico dall'Aula Magna dell'Università del Cairo, la quale proprio l'anno scorso ha passato la soglia del secolo. Parole che mi hanno riportato alla mente cose che il governo statunitense mi ha permesso di vedere con i miei occhi: "c’è una moschea in ogni stato della nostra Unione, per un totale di oltre 1.200 luoghi di culto musulmani", "Se il sogno americano non si è avverato per tutti in America, quella promessa esiste sempre per coloro che approdano ai nostri lidi, compresi i quasi sette milioni di musulmani americani che oggi vivono nel nostro Paese e possono vantare un reddito e un’istruzione superiori al­la media". Tutto vero, altro che retorica. Invece, nelle successive 24 ore, il presidente del paese che è diventato lo zimbello della scena internazionale (e non è difficile immaginare quale sia) ha affermato che «C'è chi vuole una società multicolore e multietnica, noi non siamo di questa opinione. Non è accettabile che talvolta in alcune parti di Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo non lo accettiamo».

Ebbene, al di là del fatto che sono fermamente convinto che la civiltà di un paese si misura anche dal tenore delle dichiarazioni dei propri rappresentanti politici (e in Italia - oltre al Presidente, di Tutti gli Italiani - ci sono esponenti del calibro di Borghezio, Gentilini, Calderoli e Bossi), io non sono d'accordo. E non non mi riferisco all'attacco indegno rivolto agli immigrati regolari che con le loro tasse finanziano anche i voli di stato di cui tanto si parla in questi giorni per motivi che nulla hanno a che fare con lo Stato. Ma per il fatto che ci sia ancora qualcuno che si ostina a considerare l'Italia un paese non africano. L'Italia, signori miei, è in Europa - e oserei dire in Occidente - per puro sbaglio. Per uno scherzo del destino. Lasciamo stare il fatto che, dal punto di vista geografico, i confini italiani sono più a sud delle coste nordafricane della Tunisia. E che dal punto di vista genetico, secoli di dominazione araba e mescolanze con le popolazioni libiche ed etiopiche non possono lasciare dubbi (e in ogni caso discendiamo tutti da uomini provenienti dall'Africa.) Tralasciamo pure il fatto che, da un punto di vista puramente storico, i rapporti fra l'Italia e l'Africa - dall'Impero romano all'ultimo trattato siglato con il Fratello Colonnello Gheddafi - sono più consolidati di quelli stretti con altri paesi d'Europa.

Messo tutto questo da parte, solo in un paese africano, ci possono essere le infiltrazioni mafiose che ci sono in Italia. Solo in un paese africano ci può essere la corruzione che c'è in Italia. Solo in un paese africano ci può essere l'impunità che c'è in Italia. Solo in un paese africano si possono vedere le montagne di spazzatura che ci sono in Italia. Solo in Africa, ci sono mezzi di informazione piegati a novanta gradi di fronte al potere, che non osano contestare i politicanti corrotti finanziariamente e moralmente. E' più europeo l'Egitto che è rimasto sotto dominazione britannica per circa settant'anni, con gli egiziani classificati persino dai fascisti italiani come "ariani". Forse è utile rammentare, a questo punto, che gli italiani, nell'800, venivano classificati negli Stati Uniti come negri. E forse non avevano tutti i torti. E dopo tutto questo c'è ancora chi fa paragoni improponibili, indignandosi perché una città italiana assomiglia ad un città africana, o perché un determinato quartiere ricorda un suk arabo o una casbah maghrebina. L'Italia di oggi è già Africa. Ma un'Africa priva del valore dei rapporti umani, dell'ospitalità, della cortesia, del piacere di incontrare uno sconosciuto e conoscere il diverso, della gioia di stare insieme agli altri. E poi in Africa uno magari si sveglia e trova un babbuino che dondola sul balcone o un elefante nel giardino. Qui invece ti svegli e leggi l'ultima del circo italiano.