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venerdì 26 giugno 2009

Un egiziano. Tre generazioni.

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Davide Casati, Corriere.


Chi ha visto
quanto accaduto qui, in un’officina all’ombra di una chiesa, lo definisce un linciaggio. Un linciaggio iniziato con le parole «Tornatene al tuo Paese»: perché la vittima, Ibrahim Ghazy, cuoco 64enne e padre della 22enne scrittrice Randa Ghazy, in Italia da oltre vent’anni, è di origini egiziane. Un linciaggio del quale ora si stanno occupando i carabinieri della stazione di Limbiate e compiuto, a causa della lite per un parcheggio, da tre generazioni di una stessa famiglia – dai nonni al nipote 17enne. Ibrahim Ghazy è finito all’ospedale di Garbagnate Milanese con due costole fratturate, una vertebra scheggiata e una prognosi di almeno 45 giorni («ma dovrà stare a riposo almeno tre mesi”» dicono i medici). Una certezza: «Quella che mi ha colpito è una rabbia razzista. Un odio a sangue».

Tutto è cominciato lo scorso venerdì, quando Ghazy ha portato la sua auto a riparare all'officina di via San Bernardo 4, a Limbiate. Aveva appena parcheggiato di fronte al cancello dell’autofficina quando si è trovato di fronte un residente nelle vicinanze, Roberto Genovesi. «Mi ha detto che non potevo posteggiare lì - racconta Ghazy dal letto d’ospedale - nonostante sia una strada pubblica, di fianco a una piazza pubblica». Peraltro, la casa di Roberto Genovesi non è accanto all’officina, ma almeno una ventina di metri più in là. «Mi ha tirato un pugno, ma ho lasciato correre. Avevo di fronte una giornata piena di lavoro, c’era da cuocere il pesce, in pizzeria. E ho pensato: se mi metto a litigare ora, non combino niente».

Quanto accaduto, però, non era che il preambolo di quanto sarebbe accaduto il lunedì successivo. «Erano le cinque, avevo appena chiuso l’officina», ricorda il titolare, Paolo Genovesi (cugino dell'uomo che aveva iniziato la lite, ma i due non hanno rapporti da anni). Ghazy è arrivato in auto con un parente per recuperare la sua macchina. È entrato nel garage, e una volta uscito ha trovato Roberto Genovesi ad aspettarlo con tutta la famiglia: padre, madre, moglie e figlio. «Scattavano foto alla macchina dove c’era il mio parente. Quando sono arrivato, la signora più anziana, che per camminare usa un bastone, ha iniziato a usarlo per picchiarmi. "Tornatene al tuo Paese", urlava. Le ho risposto: "Signora, sono italiano come lei". Quando ho chiesto che cosa ci fosse da fotografare, ho ricevuto un altro pugno. E a quel punto ho capito che erano lì per farmi del male. E ho tirato un pugno anch’io». Un pugno che ha rotto il setto nasale del Genovesi – che, in attesa di rilasciare dichiarazioni ufficiali, tiene però a smentire «per intero» le dichiarazioni di Ghazy.

A quel punto è scattata la furia dei cinque membri della famiglia Genovesi. «Ho visto Ghazy rientrare di corsa nell’officina, inseguito da tutte quelle persone - ricorda il meccanico . Ha tentato di afferrare un attrezzo per difendersi, ma è stato colpito con un bastone alla schiena. E quando era a terra, contro il muro, è stato colpito di continuo, a calci. Finché non è rimasto immobile». Mentre lo picchiavano, la madre del signor Genovesi – ben oltre i 70 anni – è andata dal titolare dell’officina, urlandogli: «Ma che gente porti qui…?». «Ero senza parole: tutto è accaduto in pochissimi secondi», spiega il meccanico, ancora incredulo. «Un linciaggio, ecco cos’è stato. Una violenza simile l’ho vista solo in tv, solo nei film. E per di più contro un uomo come Ibrahim, sempre gentile, sempre a modo: uno che non alza mai la voce, figurarsi le mani. Ma sono sicuro che a scatenare la rabbia c’è stato il fatto che fosse egiziano». Non si tratta del primo gesto ostile della famiglia. C’erano state dispute territoriali, persino l’incendio di un pezzo di terreno. Sono convinti che quella strada, quel pezzo di terra, sia cosa loro.

Senza parole è pure Randa Ghazy, 22 anni, figlia di Ibrahim e autrice di tre libri, l’ultimo dei quali – «Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista» (Fabbri editrice) – è un romanzo dedicato alle difficoltà di integrazione degli immigrati di seconda generazione. «Un accanimento del genere lascia scioccati. Mio padre è una persona onesta e pacifica, rigorosa nel rispettare i diritti degli altri, non si meritava una cosa del genere, e oltre al dolore fisico ora si porta dietro un senso di offesa e umiliazione. La nostra identità non cambia, siamo sempre italiani. È la fiducia nei confronti degli altri ad essere profondamente danneggiata. Ora spero che la giustizia faccia il suo corso e punisca severamente questa ferocia. Altrimenti lo sconforto e il senso di ingiustizia minano gravemente le persone che la subiscono e la loro fiducia e il loro amore per il Paese in cui hanno scelto di vivere».