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martedì 4 agosto 2009

Il Vero, il Falso e il Maomettano

In Pakistan 8 cristiani sono stati bruciati vivi per una menzogna, anzi, per una bufala. "Hanno profanato il Corano": questa era l'accusa lanciata da un gruppo di estremisti messo al bando da Islamabad. Tanto è bastato per scatenare un'orgia di follia e barbarie. Non è la prima volta che capita. E non capita solo in Pakistan: anche in altri paesi islamici si sono verificati scontri con la minoranza cristiana, scatenati dall'una o dall'altra parte, a seconda da dove è partita la bufala. Quella prediletta dai fondamentalisti islamici imputa ai cristiani di aver "insultato Maometto" mentre quella preferita dai fondamentalisti cristiani accusa gli islamici di aver "rapito e convertito con la forza una ragazza". Tutte balle, sapientemente suggerite da mercenari della guerra civile che cercano di seminare zizzania per imporsi e ricattare i propri governi, ma che - purtroppo - attecchiscono benissimo nelle periferie degradate e nelle campagne povere. Proprio li, tra l'altro, vengono reclutati i carnefici da portare in pullman fino alla località presa di mira, poiché gli autoctoni cercano sempre di proteggere i propri vicini, invece che partecipare. Ebbene: quando capitano queste tragedie, le grancasse mediatiche suonano a tamburo battente. Ogni musulmano del globo, dagli Stati Uniti all'Indonesia, viene messo sul banco degli accusati assieme ai terroristi pakistani. A ognuno del miliardo e passa dei fedeli del Corano vengono richieste condanne, prese di distanza e scuse. La loro colpa è quella di praticare la stessa fede in nome della quale vengono commessi questi crimini. Che ogni musulmano interpreti la sua fede seguendo un percorso personale, sociale e culturale diverso è un dettaglio di poco conto. L'importante è che si scusino comunque.

Quando invece uno come il sottoscritto smonta - supportato da un editoriale di Le Monde e un comunicato dell'Università Cattolica di Lille - una bufala che attribuisce ad un inesistente sociologo algerino naturalizzato francese dei propositi umanitari tipo "Noi (musulmani, ndr) non abbiamo gli obblighi cristiani di portare assistenza agli orfani, i deboli o i portatori di handicap. Noi possiamo, e dobbiamo, al contrario, schiacciarli se costituiscono un ostacolo, soprattutto se sono degli infedeli", la risposta dei blogger che l'hanno ripresa è stata: "la parola di un Maomettano (cioè il sottoscritto) vale meno di zero". Il concetto non mi è nuovo, l'ha messo per iscritto anche un giudice milanese. E quindi la bufala diventa verità a prescindere. Ok, e Le Monde? "E' un giornale radical-chic di sinistra" (Mica come La Padania e Libero, quotidiani di comprovata serietà anglosassone). Persino il comunicato di smentita dell'Università di Lille si presta alle più fantasiose traduzioni dal francese da parte di questi fini linguisti. Anzi, visto che alla disonestà non possono esserci limiti di sorta, ho letto pure cose tipo "Anche se Mohammed Sabaoui", il sociologo-fantasma per intenderci, "non esiste, le cose che dice sono comunque vere". Non fa una piega. Logica cristallina, direi. Come ho fatto a non pensarci prima? Questi campioni dell'onestà intellettuale sono gli stessi che chiedono "incontri con l'Imam", "tavoli di dialogo" e "sedute di confronto" per "riflettere" sulla costruzione di una moschea. Viene spontaneo chiedersi che dialogo possa esserci con simili figuri, considerato che la parola di un maomettano vale meno di quella di un cammello e che, anche se venissero dette le cose che a loro piacciono, lo sventurato islamico sarà comunque accusato di "dissimulazione".

La verità è che quelli che sparano queste bufale non lo fanno mai in buona fede. Sono animati da un odio feroce, e - spesso e volentieri - sono i volenterosi megafoni di balle appositamente confezionate nei laboratori di guerra psicologica di chi ha interessi strategici in Medio Oriente. Sembra "complottismo", ma non lo è. Non è la prima volta che su internet vengono lanciate bufale che prendono di mira gli islamici e i loro paesi. Tempo fa circolava in rete una sequenza di immagini che - secondo quelli che la diffondevano - documentava la punizione "islamica" inflitta ad un bambino colpevole di aver rubato del pane in Iran. Il bambino veniva steso per terra e una macchina passava sopra il suo braccio. Chi sente parlare della religione islamica dai media ne rimane ovviamente impressionato: solo "le bestie islamiche" potevano punire in questo modo un bambino, per di più per aver rubato del pane. D'altronde questi vogliono persino eliminare gli orfani (una bufala sostiene l'altra). Il fatto che, secondo la Shariah, nemmeno il più fondamentalista dei mullah potrebbe punire chi ha rubato per fame (e poi non si tagliava il braccio?) è roba per accademici. Peccato che le foto che mostravano il bambino con tutte e due le braccia a fine spettacolo, perché di questo si trattava, erano state accuratamente eliminate. Uno spettacolo illusionista messo in scena durante una festa di paese era diventato la prova della barbarie iraniana. Un buon motivo per sganciare un po' di petardi e portare loro la democrazia. Quando la bufala è stata smontata, la risposta dei razzisti della rete fu: "Se un bambino fa questo per vivere, allora l'Iran non è un bel paese per i bambini. E gli islamici sono comunque bestie perché sfruttano il lavoro minorile". Ora, se loro sono bestie perché si sono macchiati del reato di "sfruttamento del lavoro minorile", quelli che hanno lasciato eleggere in Senato un condannato in definitiva per lo stesso reato cosa sono?