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martedì 15 settembre 2009

Due piccioni con una fava

"Sto morendo". Non è un grido d'aiuto, né un'invocazione di pietà. È l'ultimo saluto di un uomo che sta deliberatamente lasciando il mondo dei vivi, senza che nessuno riesca a impedirlo. È il messaggio che Mbarka Sami Ben Garci, il detenuto tunisino morto per uno sciopero della fame e della sete al carcere di Pavia manda alla donna che avrebbe dovuto sposare se fosse uscito dal carcere. È il 27 agosto, Sami, che ha cominciato a rifiutare cibo e acqua dal 16 luglio, è ormai un cencio. Non riesce nemmeno a impugnare la penna, lo fanno per lui i compagni di cella. "Ciao amore, speriamo che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan", esordisce. E poi, dopo averle chiesto di inoltrare i suoi auguri "a tutto il mondo musulmano", la informa: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto". Infine: "Bisogna accettare il destino, mi dispiace, io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega niente, sto muorendo". La lettera di Sami sarà presto agli atti della procura di Pavia, che indaga per omicidio colposo. I pm hanno acquisito le cartelle cliniche sulla degenza in carcere dell'immigrato che, dopo aver subito una condanna per droga, stava per scontarne un'altra per una violenza sessuale nei confronti di una sua ex amante marocchina, reato per il quale si dichiarava del tutto innocente. Giovedì i compagni di cella di Sami hanno scritto al suo avvocato, Aldo Egidi, dicendo di aver "assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante". Sami, dicono, "era diventato come un prigioniero in un campo di concentramento, vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti. Veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia... Non è stato fatto assolutamente niente, tranne che lasciarlo morire nella sua cella". (Repubblica)

PS: Pare che il medico del carcere abbia detto che "Un soggetto già privato della sua libertà non puoi privarlo della facoltà di poter decidere e quindi di autodeterminarsi". Ora corregge il tiro e afferma che "La frase è stata estrapolata dal suo contesto". Io però il contesto ce l'ho ben chiaro: quando ad Eluana Englaro, una ragazza vissuta in coma vegetativo per 17 anni e quindi priva di ogni libertà, inclusa quella di pensare e agire, vennero sospesi gli artifici che la mantenevano "viva" (si fa per dire), abbiamo assistito alla sollevazione generale del mondo politico, ecclesiastico, giudiziario e buona parte dell'opinione pubblica. Volevano mantenere in vita una morta, contro il suo - e dei suoi genitori - diritto all'autodeterminazione. Stavolta invece si è trattato di un uomo, vivo e vegeto, che lottava per la sua innocenza. Ma era un carcerato e per di più musulmano: non sorprende quindi che non si sia sollevato nessuno. Anzi: il suo "diritto alla libertà di scelta" doveva essere rispettato fino in fondo. Un carcerato e un musulmano in meno. Due piccioni con una fava. Chissà come sono felici, i sostenitori della "tolleranza zero".