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mercoledì 23 settembre 2009

Musulmani, non aprite quella Porta!

Nelle ore successive all'uccisione di Sanaa ho provato ad immaginare la puntata di Porta a Porta che sarebbe stata costruita sul dramma (poteva forse mancare?). La puntata poi è ovviamente ed immancabilmente andata in onda e devo dire che non mi ha affatto deluso: è andata esattamente come l'avevo immaginata. Il parterre era composto da personaggi notoriamente obiettivi e imparziali: Magdi Exmusulmano Allam, Souad Sbai e la Ministra Carfagna. Ad affiancarli, c'erano i fidanzati di Sanaa e Hina assistiti dai rispettivi avvocati. Uno dei legali ha impostato tutto un sermone sui musulmani che vogliono seguire la Shahirah (e perché non la Shakirah?) e imporre le loro leggi. Poi c'erano l'onorevole Livia Turco e il sociologo Khaled Fouad Allam: se non ho frainteso, dovevano rappresentare l'opposizione ai soggetti sopra elencati. Ma probabilmente ho capito male. A condurre la caccia, pardon...puntata, c'era Bruno Vespa, che alternava il ruolo dell'inquisitore spagnolo a quello paternalistico sinceramente preoccupato per la sorte del buon selvaggio. Dall'altra parte c'erano le vittime mediatiche predestinate al sacrificio televisivo: la madre della vittima, che siccome ha perdonato il marito, era ovviamente un mostro. Quelli invece che perdonano gli estranei che uccidono moglie, figlia e nipote vengono considerati, manco a dirlo, dei santi, esempi viventi della carità cristiana. C'erano anche l'Imam di Pordenone e una decina di musulmani fra cui alcune giovani. Mancava la Santanché: davvero imperdonabile. Non riesco a capire come abbia fatto un professionista dell'informazione come Vespa a tenere fuori da questa indispensabile puntata una protagonista dell'attualità come la Santanché. La non più onorevole era andata a inveire, protetta da poliziotti e agenti della Digos, contro i musulmani in preghiera per la fine del Ramadan. Secondo alcuni avrebbe anche cercato di strappare il velo alle donne. E qualcuno ha reagito dandole uno spintone. Gravissimo. Quando penso che le è stata assegnata la scorta solo perché un musulmano le ha dato dell'ignorante nel corso di una trasmissione, non oso immaginare cosa possa succedere adesso. E perché correre questo altissimo rischio? Per "protestare contro il Burka, segno di sottomissione delle donne". Inutile dire che anche nello studio di Porta a Porta gli ospiti hanno passato mezza puntata per darsi ragione a vicenda sulla necessità di varare una legge contro il burka. A nessuno è venuto per la mente di fermarli un attimo e chiedere: "Scusate, ma di che c*** state parlando?". Personalmente di donne con il burka ne ho visto finora una sola ed era pure in televisione: l'italianissima e convintissima moglie convertita del cosiddetto Imam di Carmagnola che - per quanto mi risulta - ora vive in Senegal. E poi il caso di Sanaa non ha niente a che vedere con il burka, visto che la povera ragazza non portava il velo integrale e tanto meno quello parziale. Magdi Exmusulmano Allam si è limitato a dirci che era vittima di una fatwa da quando si è convertito (ma, detto tra di noi, lo diceva anche prima di convertirsi quindi niente di nuovo sotto il sole) e che Maometto era uno che - pensate un po' - nell'anarchico deserto dell'Arabia del 600 d.C, faceva la guerra alle tribù che lo attaccavano o tradivano. Ovviamente lo ha detto con termini un po' più coloriti e truci, tipo "sgozzava personalmente" ecc, ma la sostanza era questa. E dire che i Profeti dell'Antico Testamento sono ricordati proprio in quanto feroci guerrieri ed implacabili sterminatori, ma questo ovviamente l'espertone si è ben guardato dal dirlo. Souad Sbai ha tenuto a precisare che anche lei è stata vittima di "una fatwa". Non sia mai che si pensi che ne era sprovvista. Un immigrato le ha detto in uno scambio su una mailing list che era "cristiana". E il giudice l'ha interpretata come minaccia di morte. Mi ha fatto tenerezza Khaled Fouad Allam. Era l'unico musulmano in studio ad essere sprovvisto di fatwa. Non era per nulla trendy e ne risentivano persino le sue dotte citazioni francofone. Quasi quasi gli lancio la fatwa io, oppure lo chiedo come favore al kebabbaro all'angolo. A proposito, fossi al posto di Souad Sbai sarei andato a nascondermi. Non per la temutissima fatwa, ci mancherebbe. Ha tutta la mia solidarietà. Ma perché dopo anni di battaglie mediatiche incentrate sulla "violenza contro le donne islamiche", l'appoggio - oserei dire unanime - dei mezzi di informazione e del mondo politico che è sbocciato nella sua elezione al parlamento, i centri di ascolto per donne islamiche con tanto di numero verde, il fatto che proprio una ragazza marocchina (e quindi della comunità di origine della Sbai) sia stata uccisa dovrebbe essere vissuto come un fallimento e non come un'occasione per mostrarsi in televisione. Soprattutto se si tiene conto che mentre era in corso il dramma di Sanaa, sola ed impaurita, l'onorevole era tutta impegnata nel lanciare accuse contro un moderatissimo esponente della comunità islamica di Torino che ha ricevuto un milione di euro da parte del Regno del Marocco nell'ambito di una strategia di lotta antiestremista approvata anche dal Ministero degli Affari Esteri Italiano. Stendiamo invece un velo pietoso sui musulmani chiamati a parlare in trasmissione. I musulmani di Pordenone, evidentemente, pensavano che bastasse andare li e dire due cose in un italiano più o meno accettabile per uscirne indenni. Eppure c'è voluto poco per farli passare come degli integralisti ambigui e potenzialmente pericolosi. I musulmani in questo paese ancora non sono riusciti a capire che certe trasmissioni sono scientificamente, lo ripeto: scientificamente, costruite per trasmettere di loro un'immagine preconfezionata. E' tutto studiato a tavolino: gli ospiti, il modo in cui sono disposti, i servizi, le domande, le riprese, persino l'illuminazione. E quindi anche gli ospiti devono essere preparati: contano le parole, ma anche i gesti, il modo in cui si è vestiti. Tutto. Io stesso, pur avendo parecchie esperienze televisive alle spalle, ho imparato diverse cose nuove in un'apposita simulazione in studio condotta da una professionista americana già consulente mediatica di Condoleeza Rice e Colin Powell. Un esperimento reso possibile grazie alle missioni diplomatiche statunitensi e grazie al quale posso capire meglio come la scelta da parte degli islamici di Pordenone di essere preseti in venti abbia contribuito a farli passare per un branco che soggioga e condiziona. Una ragazzina si è fatta ingenuamente manipolare ma non possiamo che perdonarla: una diciottenne che ubbidisce ai genitori e non va alle feste degli amici italiani che finiscono alle 4 del mattino non può che sembrare strana in un paese in cui certe madri gareggiano con le figlie pur di stare sotto i riflettori. La moglie dell'Imam non era al fianco del marito, ma una o due file più indietro. Quando è stata chiamata a intervenire, il coniuge - già esacerbato dal modo con cui lo hanno trattato in trasmissione - si è rivolto a lei dicendole "Alzati!" per permettere alla telecamera di riprenderla quando Vespa l'ha chiesto. Proprio quello che non si doveva fare in una puntata in prima serata sui musulmani e le loro mogli. E in effetti la Sbai si è subito lanciata: "Può respirare?". Giocare con i media è come giocare con la roulette russa, soprattutto in Italia. La regola è "tutto quello che dirà - ma proprio tutto - potrà essere usato contro di lei". Si rischia la demonizzazione ma anche l'espulsione per una battuta. Non dico che i musulmani debbano smetterla di andare in televisione per limitare i danni. Ma che debbano pensare mille volte prima di varcare la soglia di Vespa, questo decisamente si.