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sabato 12 settembre 2009

Oriana andava difesa di più. Da De Bortoli.

Seguire le carriere dei direttori dei quotidiani italiani è un'attività molto più divertente del più elaborato dei Sudoku. Prendiamo per esempio Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del Corriere della Sera. De Bortoli dirige oggi un quotidiano che ha già diretto dal 1997 al 2003. Nel 2003 si è dimesso ed è diventato amministratore delegato di Rcs libri. Poi è andato a dirigere il Sole 24 ore e nel 2009 è tornato a dirigere il Corriere. Nel 97 De Bortoli sostituiva Paolo Mieli, il quale quell'anno lasciava per diventare direttore editoriale di... Rcs (tra parentesi: prima che Mieli diventasse direttore del Corriere, era direttore de La Stampa, che lascerà nelle mani di Ezio Mauro, attuale direttore di Repubblica). Nel 2004 Mieli tornava a dirigere Il Corriere. Poi nel 2009 viene sostituito nuovamente da De Bortoli. Non voglio complicare il quadro ulteriormente aggiungendo i nomi di altri direttori, le presidenze Rai (ottenute o offerte), la direzione dei telegiornali e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che siamo di fronte ad una specie di girotondo: sembra che in Italia non ci siano giornalisti capaci di dirigere l'informazione al di fuori della stessa, identica - e soprattutto ristrettissima - cerchia.

La presenza di questa mini-casta è perfettamente spiegabile: i direttori dei quotidiani italiani, con qualche rara eccezione, vengono nominati solo ed esclusivamente per accontentare e soddisfare gli interessi politici ed economici dei propri editori (sempre gli stessi pure loro) mantenendo una parvenza di rispettabilità giornalistica. Al di fuori di questo non c'è niente di rispettabile da segnare negli annali del giornalismo. Paolo Mieli si è parzialmente riscattato con l'eliminazione - seppur tardiva - di Magdi "Ex-musulmano" Allam dalle pagine del quotidiano che lui ha diretto per un bel pò di anni. Consensuale o meno, l'eliminazione è stata preceduta da un significativo calo nel numero degli esuberanti editoriali di questo personaggio. Gliene siamo grati. De Bortoli, invece, è quello che ha rispolverato la Fallaci, una signora tutt'altro che allegra e di età stravanzata, che era ridotta a insultare i tassisti newyorkesi di origine araba dalle finestre della propria casa (lo racconta lui). Invece di andare a New York per fare un'opera di bene e assicurare alla vecchia un soggiorno piacevole in una casa di riposo, quello è andato a chiederle un articolo di 9 colonne pieno zeppo di insulti, strafalcioni e deliri veri e propri come commento agli attentati dell'11 settembre. Un incrocio tra il Mein Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion che ha spalancato le porte del razzismo, dell'odio e persino delle bombe artigianali contro i musulmani in Italia. Ecco: De Bortoli sarà ricordato per questo. Non c'è niente di cui essere orgogliosi, invece De Bortoli lo è.

Basta la lettura della prefazione che ha preparato per la riedizione a prezzo economico di quel distillato di ferocia razzista intitolato "la Rabbia e l'orgoglio" per spiegarsi la parabola professionale di De Bortoli. Una prefazione davvero imbarazzante. Egli rivendica di aver avuto "il piccolo merito di convincer­la a scrivere, dopo l’Undici Settembre e un silen­zio decennale, ma il grande torto di seguire poi le maledette regole del politicamente corretto". Lei, "Madre Coraggio", ha fatto "pensare, scuoten­dolo, anche chi non condivideva nulla del suo pensiero. Persino chi lo trovava, sbagliando, un po’ razzista." Aveva ragione, secondo lui, l'articolista del Corriere che scriveva: "Non conta la correttezza dei suoi argomenti, ma la forza con la quale mi costringe a riflettere". Insomma, non è importante se aveva ragione o no, l'importante è che ha cominciato ad insultare. E che loro sono stati i primi a fare da megafono per gli insulti. Complimenti. In realtà quello che contava era ben altro. Ed è la Fallaci stessa a raccontarlo: De Bortoli, alla vista di quell'obbrobrio da lei scritto, “s’infiammò come se avesse visto Greta Garbo che tolti gli occhiali neri si esibisce alla Scala in licenziosi strip-tease. O come se avesse visto il pubblico già in fila a comprare il giornale, pardon, per accedere alla platea, ai palchi, al loggione”. Un'operazione commerciale di bassa lega. Ecco cosa è stata la trattativa De Bortoli-Fallaci. Altro che Madre Coraggio e Nonna Papera.

De Bortoli cita poi una recensione entusiasta di Fiamma Nirenstein, qui ritratta in una vignetta-specchio di Vauro, che paragona la Fallaci ai Profeti e ai Poeti. Chissà se la Nirenstein, le cui posizioni sulla situazione in Palestina sono più che note, ricorda la testimonianza della Fallaci su Sabra e Chatila. La vecchia - che allora era ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali - parlava dei falangisti cristiani che hanno massacrato, violentato e sodomizzato donne, vecchi e bambini palestinesi "fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori". E chi erano sti "figli di Abramo"? "Gli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta". Se la Fallaci avesse scritto oggi queste stesse frasi, la Nirenstein l'avrebbe crocefissa come antisemita, esattamente come sta facendo con il Ministro Farouk Hosni, candidato egiziano alla presidenza dell'Unesco. Altro che Profeti e Poeti. Ma la Fallaci aveva cambiato bersaglio, quindi - come scrive De Bortoli - "Oriana anda­va difesa di più". De Bortoli ha proprio ragione. La Fallaci andava difesa di più. Da gente come lui, però. Perché se c'è un responsabile, dietro quegli scritti e la loro eredità di bombe artigianali contro i luoghi di culto islamici in Italia (fatti - volenti o nolenti - proprio in nome del suo "pensiero" e frutto delle sue minacce di bruciare le tende dei profughi somali a Firenze) e forse di un futuro massacro alla Sabra e Chatila dei musulmani in Europa, quello è lui. Quello scritto l'ha richiesto, sollecitato e pubblicato lui. E oggi lo rivendica pure come merito. Quella prefazione-confessione di De Bortoli va salvata. Non sia mai che un giorno neghi di fronte ad un tribunale l'accusa di concorso morale in crimini contro l'umanità, compiuti contro i musulmani.