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mercoledì 16 settembre 2009

Sanaa Dafani e il "modello italiano"

Pare che un immigrato marocchino abbia ucciso la figlia diciottenne, fidanzata e convivente con un italiano di 13 anni più grande. Dico "pare" perché mentre scrivo il presunto colpevole è ancora sotto interrogatorio: non ha confessato, l'arma del delitto non è stata trovata e non è stato nemmeno convalidato il suo fermo. I garantisti italioti farebbero bene a ricordarselo, prima di sparare titoloni sui mass-media. Detto questo, dalle informazioni diramate, anche a me sembra che il padre sia colpevole ma nel paese in cui un bel po' di delitti sono stati attribuiti ad albanesi e tunisini prima di scoprire che erano stati commessi da rispettabilissimi cittadini italiani, la prudenza è d'obbligo. Un delitto senza dubbio efferato, crudele, selvaggio, il secondo del suo genere in Italia ma - senza nulla togliere alla gravità dell'accaduto- rimane un caso isolato di cronaca nera. Nel mondo ci saranno, probabilmente, centinaia di migliaia di ragazze di origine islamica che convivono felicemente con uomini di altre culture e fedi. Che se ne fregano dei limiti sociali e religiosi. Ed ogni giorno ci sono, in tutto il mondo, casi di padri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, madri che uccidono i propri neonati, mariti che uccidono le mogli, amanti che uccidono il di lei marito ecc ecc. E non sono né arabi, né islamici. Eppure solo quando capita la tragedia in cui è coinvolto l'islamico, i giornalisti si scatenano per chiedere ad ogni singolo musulmano presente sulla faccia della terra di "dissociarsi" dal delitto e di "condannare" l'omicida.

Vero: il padre è arabo e musulmano e la vittima è la giovane figlia fidanzata con un occidentale cristiano. Per questo ci raccontano che "Quell’italiano cattolico dove­va stare lontano da una ragazza musulmana". Può anche darsi che la differenza di fede abbia turbato il padre. D'altronde anche la Chiesa scoraggia apertamente i matrimoni con gli islamici. C'è chi ha tirato in ballo persino il Ramadan, per accreditare ancora di più la chiave di lettura religiosa. Eppure è risaputo che nel corso del mese del digiuno non è permesso nemmeno recare offesa al prossimo con la parola, figuriamoci uccidere la propria figlia! La realtà è che anche se il convivente fosse marocchino e musulmano, coetaneo della figlia, quel padre averebbe ucciso sua figlia. Quello che non gli andava giù era il fatto che si stava consumando un rapporto al di fuori del quadro matrimoniale. E senza il suo consenso. Il discorso quindi è prevalentemente sociale, anzi direi persino tribale, e solo in secondo luogo religioso. Ecco perché è inopportuno parlare di "fede", in questi casi. Anche perché nessuna fede, tantomeno quella islamica, giustifica l'omidicio dei propri figli.

I parlamentari destrorsi ci stanno dicendo che è "impossibile" convivere con gli islamici. "Un altro caso Hina che dimo­stra l’impossibilità di integra­zione con la cultura islamica". Certi personaggi si sono già messi a ripetere il mantra della "violenza islamica sulle donne" che ha fatto il loro successo politico e mediatico: acqua al loro mulino. La macchina mediatica tesa a dimostrare che gli islamici vivono ancora nel medioevo e che non sono compatibili con l'occidente si è già messa in moto. L'esperienza mi insegna che gli italiani - e in particolare i loro politici e giornalisti - hanno la memoria corta. Molto corta. Il codice penale italiano riconosceva l’attenuante specifica per il delitto d’onore, art. 587, fino al 5 agosto 1981. Solo 25 anni fa. "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella". Andate a cercare la raccolta del Giornale d'Italia. "Palermo, 27 marzo 1951": "La giovane, senza alcun freno, scappata di casa, aveva generato la triste collera del padre il quale, ligio ai principi dell'onore, umiliato e offeso dalla condotta corrotta della figlia, incapace di correggerla, dopo aver tentato in tutti i modi di sottrarla al male, non ha saputo contenere la propria collera che è esplosa nel raccapricciante delitto". Il padre viene anche descritto come uomo onorabile: "mutilato di guerra, decorato di Medaglia d'argento al valore militare conseguita nella campagna di Spagna del 1937".

Questa, signori, non è l'Italia del Medioevo. Né ai tempi dei Barbari. E' l'Italia del 1981, del 1951. Praticamente ieri, nella linea della storia. Quest'Italia è cambiata, e non possiamo che rallegrarci per questo. Ma non vengano quelli che nel 1981 prevedevano sconti di pena per "l'offesa recata all'onor" degli uxoricidi, quelli che nel 1951 descrivevano come "giovane sfrenata" una ragazzina quindicenne violentata da una non meglio precisata "clientela", quelli che ritraevano come padre "onorabile" quello che l'ha uccisa per poi impiccarne il cadavere ad un albero poco lontano dalla casa di famiglia, quelli che titolavano "Per ragioni d'onore" il racconto di appena due colonne in cronaca, a darci lezioni e soprattutto a dirci che "gli islamici non cambieranno mai" e che è "impossibile che si integrino". Guardate come siete cambiati voi, e come siete cambiati rapidamente (forse con qualche eccesso) e confidate nel fatto che anche gli altri ci riescano. Prima, però, c'è da riflettere sulle proprie responsabilità. Mi ha colpito che la Ministra Carfagna, brillante modello dell'emancipazione femminile all'italiana, non si sia resa conto del fallimento insito nelle politiche di cosiddetta integrazione del centrodestra. Su Repubblica afferma: "Casi terribili come questi ci inducono a proseguire la strada del 'modello italiano' nell'integrazione degli immigrati". Modello italiano? E quale sarebbe per carità di patria? Se davvero esiste, quanto accaduto è la dimostrazione del suo fallimento. Il mondo politico italiano ha grandi colpe nel dramma della "non-integrazione". Peccato che chi ne parla da posizioni di responsabilità istituzionale viene immediatamente ricattato per cambiare rotta con storie che, guarda caso, "recano offesa all'onor suo".