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domenica 29 novembre 2009

Cittadinanza di facili costumi

E' difficile dire quanto la battaglia annunciata in parlamento sulla legge per la cittadinanza sia da ascrivere ad un'autentica lungimiranza da parte di alcuni rappresentanti del governo, seriamente intenzionati a perseguire l'integrazione, e quanto ad un dispetto che alcuni settori della maggioranza vorrebbero fare ai loro avversari interni. Fatto sta che la proposta Granata-Sarubbi, sponsorizzata dal Presidente Fini e condivisa dall'opposizione, che si prefigge di ridurre i tempi di attesa per la cittadinanza a cinque anni invece dei dieci attualmente previsti è stata messa in calendario prima di Natale. Ovviamente i leghisti strepitano ed è comprensibile: a Natale loro mandano gli agenti di polizia a fare gli auguri ai cittadini stranieri con modalità tipicamente padane, da cui il nome dell' operazione "White Christmas": li visitano "casa per casa" per controllare se hanno rinnovato il permesso di soggiorno. Per loro, la concessione della cittadinanza dopo cinque anni è - manco a dirlo - "cittadinanza facile".

Come spesso succede quando c'è confusione, ognuno dice la sua. La deputata
più realista del re, Souad Sbai, ha presentato una proposta propria che - cito testualmente un articolo del portale Stranieri in Italia - nonostante abbassi l'attesa a otto anni, "si pone su un piano decisamente diverso rispetto alla proposta bipartisan Sarubbi-Granata e per alcuni aspetti prevede un percorso anche più difficile rispetto a quello attuale". Come cittadino straniero residente in Italia non posso ovviamente che ringraziare l'Onorevole marocchina per la passione con cui rappresenta le nostre istanze al contrario.

Il problema, però, e lo sanno tutti coloro che si occupano di immigrazione, non è tanto l'attesa di dieci, otto o cinque anni. Il problema è essere certi che dopo questo lasso di tempo ed entro un periodo prestabilito, la cittadinanza arriverà. Perché così come stanno le cose adesso uno può aspettare il periodo indicato (non importa se dieci o cinque), presentare regolare richiesta, quindi aspettare invano una risposta. Passano altri venti-trent'anni se va bene e - dopo cause, ricorsi e via discorrendo - si scopre che la richiesta è stata rifiutata. E i motivi per cui lo è stata spesso rimangono un mistero glorioso. I più temerari - sempre dopo cause, ricorsi e via discorrendo - possono per esempio scoprire che nonostante vivessero in Italia da decenni, erano considerati nientepopodimeno che pericoli per la sicurezza pubblica (e allora non si capisce perché nessuno li ha espulsi) e - solo dopo cause, ricorsi e via discorrendo - riescono a capire che rappresentavano un pericolo in quanto "rimasti legati alle tradizioni del paese di origine". Chiamatela pure "cittadinanza facile".

Fin quando la concessione della cittadinanza rimarrà, appunto, una "concessione", e quindi soggetta alla clemenza o agli umori e interpretazioni delle varie amministrazioni, tutto questo cancan sul limite dei dieci, otto o cinque anni è fine a sé stesso. La cittadinanza dovrebbe essere, dopo un congruo periodo di permanenza in Italia (che può quindi rimanere di dieci anni o persino essere innalzato), un diritto automatico. Dopo quel lasso di tempo, se i requisiti (logici, please) sono soddisfatti, deve essere automaticamente rilasciata. Se rifiutata, anche le motivazioni dovrebbero essere logiche e trasparenti e pervenire automaticamente all'interessato. Non è possibile continuare a vivere in un paese in qualità di eterni "ospiti". E scoprire, magari dopo decenni di versamenti regolari di contributi, che in caso di licenziamento si potrà usufruire degli ammortizzatori sociali solo per sei mesi in quanto "arrivano prima gli italiani". Fermo restando che gli stranieri regolari, per giustificare la propria presenza in Italia, devono dichiarare il redditto e versare i contributi, gli italiani - che a queste richieste non devono sottostare - dov'erano, quando si trattava di versarli, i contributi?