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domenica 27 dicembre 2009

Sartori e gli islamici. Non è un paese per giovani.

Da qualche settimana ormai, il Corriere della Sera propina una specie di pubblicità ingannevole che recita: "Un'informazione di parte crea delle persone immobili. Per questo ci battiamo per un'informazione indipendente che permetta ad ognuno di farsi la sua opinione". Per avere un assaggio dell' informazione indipendente di cui si fregia il quotidiano della borghesiuccia italiota, basta analizzare il modo con cui affronta, da quasi 10 anni ormai, la cosiddetta "questione islamica". Non vi sarà di certo sfuggito che le uniche versioni propinate ai suoi lettori su questo tema sono quelle di persone decisamente imparziali (sic) come Fu Oriana Fallaci "la più grande scrittrice italiana di tutti i tempi", Magdi Allam "il più autorevole esperto di cose islamiche in Italia" e altri nomi dalle posizioni perfettamente sovrapponibili che si fa fatica a capire chi di loro ha scritto cosa. A questa pregiata categoria di persone talmente esperte da risultare inqualificabili, si è accodato ultimamente anche Giovanni Sartori, "il più grande politologo italiano ed uno dei massimi esperti di politologia a livello internazionale".

Sartori, nato nell'anno in cui moriva Lenin e veniva esiliato l'ultimo sultano di Istanbul, è stato scomodato dal Corriere per spiegarci con un editorialone che rimarrà negli annali della politologia che i razzisti non si chiamano così: si chiamano - "più pacatamente"- "xenofobi". E "Xenofobi" è il contrario di "Xenofili". E si può essere l'uno o l'altro, indistintamente. D'altronde - pensate un po' - "non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due reazioni". Insomma: essere razzisti - pardon, "più pacatamente" xenofobi - è cosa bella e buona, esattamente come il non esserlo. Anzi, la xenofilia, come quella che caratterizza i trinariciuti sinistroidi per intenderci, è "un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato". Dal che si desume che il razzismo invece - pardon, "più pacatamente" la xenofobia - è stata pienamente spiegata e forse anche perdonata, giustificata e riabilitata. Quando penso che il più importante quotidiano italiano ha scomodato un accademico dalla sua torre d'avorio per scrivere queste panzane, mi viene il voltastomaco. Il modus operandi mi ricorda quando hanno rispolverato l'anziana Fallaci, ridotta ad insultare i tassisti newyorkesi dalle finestre di casa sua, per farcire quattro pagine del quotidiano. Il guaio, in questo paese, è che quando questi espertoni "sbroccano" - perché di questo si tratta - nessuno osa gridare "l'espertone è sbroccato". Diventa tutta una gara a chi risponderà il "più pacatamente" possibile alle panzane propinate, col risultato che non si riesce mai a qualificarle per quello che effettivamente sono.

Le panzane del Sartori, poi, sono impareggiabili: "la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità» dell’islamico". Non riesco ancora a credere che un accademico con il suo curriculum sia riuscito a scrivere una roba del genere. Poi si chiede se ci sono "casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici. La risposta è sconfortante: no". Immagino abbia vagliato l'esperienza umana di ogni singolo islamico dal 630 d.C fino al giorno d'oggi per trarre queste illuminanti conclusioni storiche. A sostegno di questa versione, viene imbastito in fretta e furia un pseudo-esempio storico, relativo all'India Moghul: "gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finissero in un mare di sangue". Effettivamente migliaia di islamici sgozzati e bruciati vivi dai fondamentalisti indù, soprattutto negli ultimi anni, testimoniano questo grande spirito di tolleranza induista. Dopodiché si passa a "In­ghilterra e Francia" che "si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza generazione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai". E per forza: se anche da quelle parti ci sono espertoni che esortano l'opinione pubblica a non riconoscere la piena cittadinanza (e cioè non solo il pezzo di carta) a giovani nati e cresciuti in quei paesi, col risultato che questi ragazzi rimangono costantemente discriminati sul profilo sociale, economico ecc anche tre generazioni dopo l'arrivo dei loro genitori, non si può che diventare cattivi e infervorati.

Ma dove vuole arrivare l'editoriale di Giovanni Sartori? "Ora che la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra", illudersi di integrare l'islamico «italianizzan­dolo» "è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re". Insomma: guai a riconoscere la cittadinanza agli islamici che si sono "accasati" da queste parti, anche se io preferisco "più pacatamente" ricordare che qui essi lavorano e pagano le tasse. Guai a riconoscerla ai loro figli, nati e cresciuti in questo paese. Guai a dare loro fiducia nella speranza che si "integreranno". Poi però non meravigliatevi se, tre generazioni dopo, questi diventano più infervorati e incattiviti che mai. D'altronde è quello che succede quando, per spiegare come si deve governare una società multietnica e globalizzata, a pochi giorni dall'inizio del 2010, viene chiamato a pronunciarsi con un articolo degno di uno studente delle medie un docente di sistemi politici nato nel terzo anno dell'era fascista. Che dire? Non è un paese per giovani, decisamente. Né di seconda, né tantomeno di terza generazione.