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giovedì 31 dicembre 2009

Solidarietà a Shulim Vogelmann

Shulim Vogelmann, nato a Firenze, laureato in Storia all'Università Ebraica di Gerusalemme, direttore della collana Israeliana per la Casa Editrice Giuntina e curatore del Festival internazionale di letteratura ebraica di Roma, ha raccontato - sulla prima pagina di Repubblica - la storia di un ragazzo senza braccia salito su un treno senza biglietto perché impossibilitato a farlo. Il ragazzo aveva mostrato i soldi al controllore ma, dopo un trattamento a dir poco incivile - sempre secondo la versione di Vogelmann - è stato costretto a scendere da parte degli agenti della polizia ferroviaria nel silenzio degli altri passeggeri. Una prima lettura di questo resoconto mi aveva immediatamente allarmato: era chiaro infatti che il ragazzo coinvolto era straniero. Parlava un italiano sconnesso e - stando a Vogelmann - ad un certo punto il capotreno gli disse: "Voi pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". Come afferma uno dei miei commentatori: "excusatio non petita accusatio manifesta".

Ora Le Ferrovie di Stato smentiscono la versione finita sui mezzi di informazione: "Il viaggiatore non è mai stato fatto scendere dal treno, il biglietto gli è stato acquistato a Foggia dal personale di bordo. Il Gruppo Fs è da sempre attento e sensibile ai diritti dei diversamente abili (...) Risulterebbe che la Capotreno si sia ulteriormente attivata per consentire al cliente di proseguire il viaggio sullo stesso treno e senza alcuna sanzione. Per questo è scesa durante la sosta a Foggia provvedendo a recarsi in biglietteria e acquistando il biglietto per conto del passeggero". Anche la polizia conferma questa versione, decisamente idilliaca: "il personale (...) agendo con tatto e umanità (...) ha convenuto di adoperarsi in prima persona per regolarizzare il viaggiatore stesso per il medesimo treno". Questo cosa vuole dire? Che Shulim Vogelmann si è inventato tutto? E perché mai dovrebbe farlo? Per scrivere su Repubblica? O per essere denunciato dalle Ferrovie di Stato e dalla Polizia?

Basta fare una veloce ricerca su internet per capire che Vogelmann non è esattamente il "sinistroide trinariciuto perbenista e politically correct" che griderebbe al lupo solo per il piacere di scrivere su un quotidiano di sinistra. I suoi interventi su "L'Occidentale" ne riassumono il pensiero, chiaramente di destra, quantomeno in tema di politica estera: "Invece di sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente (Israele, ndr) nel momento in cui di sostegno ha più bisogno, la si critica praticamente senza sosta. Strano", "il cambiamento e la comprensione profonda di Allam dei canali subdoli e velenosi dell’antisemitismo, vero e proprio o mascherato da antisionismo", "un’esclamazione come Viva Israele scritta oggi per mano di un uomo musulmano non può lasciare indifferenti", "Fiamma Nirenstein, che da qui in avanti chiamerò semplicemente Fiamma, dal momento che la conosco da quando sono nato, ha capito da tanto tempo una cosa: l’integralismo islamico e il terrorismo sono una minaccia per la nostra esistenza".

I miei lettori sanno benissimo che, a differenza di Vogelmann, io credo che Israele - per sopravvivere ai suoi stessi nemici - debba continuamente ascoltare i suoi critici, anche quelli più feroci. Perché non sempre chi critica è in malafede, anzi. Cosi come sanno che Magdi Allam non è proprio il prototipo del "musulmano" (sic) a cui fare riferimento se si vuole curare i mali del mondo arabo e avviarsi verso una pacifica convivenza con i fratelli ebrei. E che non credo affatto che Fiamma Nirenstein sia un'opinionista imparziale, quando è in ballo Israele. Quindi un sostenitore acritico di Israele, ammiratore di Magdi Allam e Fiamma Nirenstein non può che essere agli antipodi del mio pensiero. Ciò non vieta, però, che in questo particolare momento io voglia esprimergli la mia più totale e incondizionata solidarietà, dal momento che sembra ci sia la volontà di spacciarlo per un visionario mentitore.

Non sono stato su quel particolare treno, ma sono stato testimone oculare di decine e decine di scene simili in numerose altre occasioni. Non a caso mi ero allarmato non appena letto il racconto, anche perché l'origine straniera del disabile traspariva solo da alcuni dettagli, a cominciare dalla risposta a dir poco rivelatrice del capotreno riportata da Vogelmann. Ma non solo le parole usate da quest'ultimo corrispondono, per esperienza personale, a ciò che succede in questi casi. Mi chiedo per esempio: se Vogelmann è un visionario, anche l'altro testimone portato a difesa del personale delle Ferrovie e degli altri passeggeri rimasti zitti lo è? Egli usa parole a dir poco inquietanti: "E' vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane romeno con toni francamente evitabili". "Francamente evitabili" la dice lunga, per quanto mi riguarda, sul modo con cui questi signori hanno interloquito con il passeggero. E la domanda sorge spontanea: i toni "francamente evitabili" sono coerenti con la figura di un capotreno che agisce con "attenzione" e "sensibilità", "tatto" e "umanità" e che scende "personalmente" dal treno per acquistare un biglietto senza sovraprezzo? Agli onesti la risposta...