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sabato 31 gennaio 2009

Italiani, tornate a casa vostra!

Sono solidale con i lavoratori inglesi che protestano contro la massa di operai italiani arrivati su un barcone con l'intenzione di rubare loro il lavoro. Alla raffineria Lindsey Oil di Grimsby, gestita dall’azienda petrolifera francese Total, è stato infatti assunto un gruppo di manovali italiani apparentemente perchè costano meno. Sono ospitati da una speciale nave-albergo, con un contratto di lavoro a tempo. Ma agli operai inglesi la cosa, in piena recessione, non è andata giù: hanno dichiarato sciopero e protestato piuttosto vigorosamente per la presenza non gradita. Alcuni di loro sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai italiani. "Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno". E hanno ragione. Non vedo perché si possono ripetere espressioni simili, in Italia, da chi non sopporta la vista degli immigrati senza che ciò desti scandalo mentre se lo dicono gli inglesi diventa razzismo e maleducazione.

In Italia i posti di lavoro non mancano: i flussi di immigrati approvati annualmente dal Viminale sono stati tagliati di 20 mila unità. Anche i governi regionali hanno ridotto le quote. L'ingresso è stato permesso a soli 150 mila stranieri (rispetto ai 170 mila degli anni precedenti): in pratica solo le badanti. Secondo i movimenti xenofobi, in questo modo ci sono più posti di lavoro per gli italiani: almeno 20.000 posti in più. Benissimo: perché non se ne stanno a casa, allora, al posto di rubare il lavoro agli inglesi? La risposta a questo provocante incipit è, semplicemente, che non è vero - come qualcuno afferma - che di fronte alla crisi gli italiani "torneranno a fare i lavori che hanno abbandonato". Di quali italiani stanno parlando? Degli oltre 6 milioni che rimangono incollati davanti al televisore per guardare il Grande fratello? Delle baby-cubiste, che già a 12-13 anni vengono invitate a usare un abbigliamento osè e ad essere «gentili» con i clienti, e che "quando arrivano a 17 anni sono già delle veterane: in grado di assistere un'amica in coma etilico o di dare consigli su come muoversi a letto"? Dell'11% degli alunni all'ultimo anno di liceo che hanno provato la cocaina? Dei minorenni indagati per bullismo e rapine in costante aumento e non perché poveri o emarginati ma perché figli di "nuclei abbienti incapaci di rappresentare un valido riferimento etico-morale"?

Queste cifre sono marginali e non dicono nulla? Riguardano solo alcune ristrette categorie di persone? No, queste cifre sono l'indice tangibile di un modo di vivere per il quale l'unico senso alla propria esistenza si trova nell'esibizionismo, nel denaro facile, nel "successo" a ogni costo. E non c'è limite al peggio: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. Ma il problema è sempre qualcos'altro. Qualcosa che sta al di là dei confini o che comunque proviene da fuori: le dittatture mediorientali, la preghiera islamica, le donne velate, gli spacciatori marocchini, i violentatori rumeni ecc ecc. Ogni volta che si parla di crisi, viene sottolineato che gli immigrati saranno quelli più colpiti, quasi a voler tranquillizzare l'opinione pubblica. Lo saranno, dice qualcuno, perché "vivono di contratti a termine, lavoro precario e poco pagato". In realtà, gli immigrati sono a rischio perché soggetti a misure discriminatorie: che dire delle leggi razziali approvate dal Comune di Lucca (ma c'è già chi vuole copiarle in altre città), che recitano - papale papale - che in centro "non è ammessa l’attivazione di esercizi di somministrazione, (ristoranti, ndr) la cui attività sia riconducibile ad etnie diverse"? Non si vergognano nemmeno di dirlo. Che dire delle svastiche e delle minacce sui negozi islamici a Bologna? Che dire dei provvedimenti voluti dal governo che escludono a priori i contribuenti stranieri da agevolazioni e aiuti? Che dire dell'aumento delle tasse di ingresso e permanenza regolare in Italia, che andrà a rimpinguare fondi di assistenza da cui saranno esclusi gli immigrati, che pur sono regolari contribuenti?

La verità è che gli immigrati, se non discriminati, non avranno nessuna difficoltà a far fronte alla crisi. A differenza degli autoctoni, sono stati temprati dalle innumerevoli difficoltà incontrate a partire dal momento in cui hanno deciso di lasciare il proprio paese di origine (e anche prima). Si adattano a tutte le circostanze e a tutti i lavori. Lo stesso vale per i giovani di cosiddetta seconda generazione: nati a cavallo di due mondi, con tutti i vantaggi che ne conseguono (lingue, consocenza di più culture ecc), consapevoli dei sacrifici dei propri genitori e desiderosi di fare un salto sociale. Proprio il rapporto del Censis lo dice: "Solo delle dinamiche minoranze possono trovare la base solida da cui partire e sprigionare le energie necessarie per uscire dallo stallo odierno; si tratta delle minoranze che fanno ricerca e innovazione, giovani che studiano all’estero, professionisti che esplorano nuovi mercati; chi ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; chi sa cogliere l'apporto innovativo rappresentato dall'immigrazione vissuta come integrazione, chi crede in un’esperienza religiosa ed è attento alla persona". Ed è per questo che gli immigrati fanno paura. Perché loro ce la faranno. Gli altri, chissà.

Attenti al vicino!

Un immigrato senegalese di cui non si conosce al momento l'identità è stato ucciso nella prima mattinata da colpi di arma di fuoco sparati da un agente della polizia a Civitavecchia, una città portuale a nord di Roma; è avvenuto in un palazzo nel corso di una lite scoppiata per motivi condominiali. L'episodio è avvenuto nel popoloso quartiere di Campo dell'Oro. Soccorso e trasportato nell'ospedale San Paolo in gravissime condizioni, lo straniero è morto poco dopo il ricovero. Secondo le prime informazioni raccolte in ambienti investigativi l'agente avrebbe sparato all'immigrato nel corso della lite avvenuta su un pianerottolo del palazzo. Gli investigatori del commissariato stanno ascoltando l'agente (Repubblica).

sabato 24 gennaio 2009

Birra Lager

Gli abitanti di Lampedusa sono insorti contro il nuovo centro di prima accoglienza per stranieri e la trasformazione dell'attuale in un Centro accoglienza per richiedenti asilo, deciso dal ministro dell'Interno Roberto Maroni. Oltre alla manifestazione di massa c'è stato anche uno sciopero generale: i negozi sono rimasti chiusi, l'isola è stata in stato di assedio, occupata da centinaia di poliziotti in assetto antisommossa, anche se i media riferiscono di una protesta "pacifica". Talmente pacifica che ad un certo punto, quasi mille "ospiti" - ma sarebbe più corretto chiamarli "Internati" - della vecchia struttura di "accoglienza" (mi raccomando) sono riusciti a sfondare i cancelli e a raggiungere il corteo degli abitanti per denunciare le condizioni della loro detenzione "tra gli applausi dei residenti a Lampedusa e minacce di suicidio di massa". La cosa scandalosa è che la manifestazione che ha coinvolto la maggioranza di abitanti dell'isola (quattromila sui circa seimila residenti) guidati da una giunta di centro destra in rotta di collisione con l' assessore leghista con delega all'immigrazione (che invece appoggia il Viminale) e i migranti rinchiusi nelle gabbie viene presentata - non so se per stupidità o per furbizia - come "un asse di solidarietà", "che si sprigiona negli applausi dei cittadini" e che viene addirittura riconosciuto dai migranti che gridano "grazie Lampedusa".

Ebbene, ho i miei seri dubbi sul fatto che una popolazione che ha votato una giunta di centro-destra e che ha permesso, nel profondo meridione, ad un assessore leghista di occuparsi di immigrazione, sia preoccupata delle sorti degli immigrati. Gli abitanti di Lampedusa mica protestano perché sanno che all'interno di quei centri gli immigrati ricevono un trattamento degno di un lager, no: loro protestano perché cosi la loro isola rischia di diventare "una nuova Alcatraz" e perché "Vogliono militarizzarci: quest'isola vive di turismo che è il nostro pane quotidiano ed il ministro Maroni non può permettersi di distruggere anni ed anni di fatiche". Perché non mandare gli immigrati altrove, come le discariche, le moschee e tutto quello che non va giù alla brava gente di questo paese? Ha ragione il Ministro Maroni quando dice che "Finora (gli abitanti di Lampedusa, ndr) sono stati abituati a passare ad altri il problema". Vogliamo scomettere che se domani il Ministro decidesse di costruire il centro a Capri, quelli di Lampedusa festeggeranno? Gli immigrati rinchiusi nei gabiotti deturpano il panaroma. Bloccano l'appetito dei turisti. Li spingono ad andare altrove. Ed è questo che è inaccettabile. Cosi come è inaccettabile costruire un centro per richiedenti asilo, poiché questo significa che gli "ospiti" dovranno stare più a lungo. Mica è inaccettabile il fatto che questi "ospiti" - come riferisce un reportage di Fabrizio Gatti - vengono "picchiati e umiliati dalle forze dell'ordine, costretti a sopravvivere tra escrementi e violenze, offesi nel pudore e nella dignità". O che "vengono fatti sfilare nudi tra i carabinieri che li schiaffeggiano, i musulmani obbligati dai militari a guardare film pornografici, e per chi rifiuta, insulti e botte". O le scene degne di "Se questo è un uomo" di Primo Levi: "Spogliati nudo" dice il carabiniere ad un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. "What is the problem", urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L'immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi...". No, quello che è davvero inaccettabile è il fatto che i lampedusani non riescono più a vendere le birre ai turisti.

Ecco spiegato il motivo per cui il premier ha affermato che "Gli immigrati che arrivano a Lampedusa sono liberi di moversi, non è mica un campo di concentramento...sono liberi di andarsi a prendere anche una birra: sono andati in paese come fanno di solito, solo che adesso sono 1.800. Un numero veramente rilevante". Anche il Viminale ha tenuto a precisare che dal centro di Lampedusa "non c'è stata alcuna fuga" di immigrati, in quanto "i Centri di prima accoglienza (Cpa) a differenza dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) non prevedono l'obbligo di permanenza" (E non è mica colpa nostra se non riuscite a districarvi tra le cento sigle adottate.) Dal ministero hanno quindi sottolineato che proprio per questo motivo le forze dell'ordine si sono limitate a controllare la situazione senza intervenire. Ma dai! A chi la vogliono dare da bere? Anche se gli immigrati sono usciti dalle gabbie, sono pur sempre su un isola. Un isola di cui è stato chiuso l'aeroporto proprio dopo la fuga di massa. E infatti il Ministro Maroni rivendica la scelta di creare a Lampedusa il nuovo centro per le espulsioni: "Il fatto che i clandestini fossero tenuti a Lampedusa ha impedito che potessero scappare, come sarebbe potuto avvenire in un altro posto. Motivo in più per confermare la decisione che abbiamo preso: dall'isola dovranno essere tutti rimpatriati". Scappare? Ma non erano liberi di andare a prendersi una birra? Ecco quindi finalmente spiegato il mistero delle mura, il filospinato, le torri con i fari, i militari e i carabinieri di guardia (mancano solo le mine anti-uomo): il Ministero del Turismo italiano non voleva che gli ospiti degli "alberghi a 5 stelle" (cosi vennero descritti da Borghezio) finissero le scorte di birra sull'isola in un colpo solo. O forse non ci raccontano la verità e questi centri sono comunità di recupero (sempre a 5 stelle) per alcolisti incalliti: le misure di sicurezza servono per impedire agli "ospiti" di andare a sbronzarsi in centro. Meglio la Coca-cola. E il servizio, come racconta l'Espresso, è sempre a 5 stelle: "Non mangiamo da sette giorni", trema John, "Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non possiamo comprare da mangiare?". Bilal vede un medico, lo chiama e gli spiega la situazione. "Porto qualche brioche" dice il medico. Invece va via e non porta nulla (...) Un funzionario in borghese rovescia una lattina di Coca-Cola addosso agli immigrati attraverso le sbarre. "Perché questo?" grida Teemer, 26 anni, palestinese, "Siamo clandestini, non siamo animali". Già. Ma la pensano cosi anche gli abitanti di Lampedusa?

martedì 20 gennaio 2009

Siamo tutti Americani

Al mondo musulmano: cerchiamo un modo nuovo per andare avanti basato sul rispetto reciproco e sul reciproco interesse.

Dal primo discorso del Presidente Barack Hussein Obama, 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America.

domenica 18 gennaio 2009

Viva Israele*

Da sinistra: Renzo Gattegna (presidente dell'UCEI), Andrea Ronchi,
Gideon Meir (ambasciatore d'Israele), Piero Fassino e Riccardo Pacifici
Mi ero ripromesso di non intervenire su ciò che sta accadendo a Gaza poiché nulla ho da aggiungere - in un momento emotivamente surriscaldato - a quanto si sta dicendo e ripetendo da oltre sessant'anni di conflitto arabo-israeliano. Ho sospeso quella promessa solo per argomentare - dal mio punto di vista - la posizione del mio paese, l'Egitto, in merito alla guerra in atto: non mi andava giù, sinceramente, che una decisione strategica di grande saggezza venisse fatta passare per un vile tradimento. Ora mi ritrovo costretto a re-intervenire per commentare ciò che sta invece accadendo in Italia, sempre quale conseguenza di quella guerra.

Leggo infatti, sul quotidiano Il Tempo, di un mega-evento che ha radunato "la politica che conta" a sostegno di Israele, di una manifestazione parlamentare davanti a Montecitorio sempre a sostegno dello stato ebraico, di un ex-presidente della Rai che - probabilmente spiazzata dal fatto che Santoro abbia deciso di chiamare, per la prima volta, invece dei soliti "barbuti con la bava alla bocca" normalissimi ragazzi e ragazze di origine araba da contraporre alla soldatessa o riservista "sexy" di Tzahal di turno - abbandona una trasmissione perché, secondo lei, "al 99,9% filopalestinese". Ebbene, a differenza di molti blogger che sono intervenuti, scandalizzati, per denunciare la parzialità della "politica che conta", dei parlamentari schierati, dell'ex-presidente indignata, io voglio esprimere la mia più viva ammirazione per l'operato dell'ambasciata israeliana e della Comunità ebraica romana, di cui è presidente Riccardo Pacifici.

Perché la domanda di fondo che dobbiamo porci è questa: come mai, ogni volta che scoppia una guerra che coinvolge da una parte gli israeliani e dall'altra gli arabi, assistiamo - in occidente, in Italia - a questo spettacolo di solidarietà incondizionata a favore di Israele e di indignazione altrettanto incondizionata per qualsiasi cosa facciano gli arabi? Oltre a seguire cortei, urlare slogan, bruciare bandiere, alzare cartelli con la svastica, pregare davanti al Duomo e inviare un po' di aiuti umanitari a Gaza, cosa si riesce a fare per la questione palestinese? Si riesce ad ottenere l'appoggio dei "politici che contano"? No. Si riesce a portare qualche centinaio o almeno qualche decina di parlamentari ad una manifestazione a favore della Palestina? Niet. Si riesce ad influenzare l'opinione pubblica a favore dei palestinesi? Neppure. C'è qualche giornalista che si alza indignato quando si dice qualche fesseria che riguarda gli arabi? Figuriamoci.

La comunità ebraica, invece, ci riesce eccome. Più di 2200 persone "che contano", infatti, erano schierate l'altro giorno a favore di Israele. Sui media, invece, stendiamo un velo pietoso. La domanda che dobbiamo porci è perché? I sostenitori di Israele sono forse più intelligenti? più istruiti? più colti? più ricchi? La risposta è no. E' vero che la comunità araba e musulmana è di recente immigrazione, con tutti i problemi che ne conseguono, mentre quella ebraica ha una lunga storia (non sempre felice) in questo paese. Ciò non toglie, però, che anche la comunità arabo-islamica vanti risorse - umane e finanziarie - per nulla trascurabili. I mezzi per essere "mediaticamente competitiva" e "politicamente efficace" ci sono. E allora qual'è il problema? Che i musulmani non sono uniti? Neanche gli ebrei lo sono: chi segue le diatribe interne delle comunità ebraiche sa benissimo che le opinioni possono essere fra le più disparate. Il problema è l'organizzazione: le comunità ebraiche, nonostante l'ebraismo non preveda nessuna gerarchia religiosa, sono organizzate. Sanno fare "lobbying" nel senso positivo del termine: esercitare pressioni sui rappresentanti politici per condizionarne le decisioni. Hanno presidenti eletti, consiglieri, consulenti. Quando si prende una decisione, c'è un solo portavoce che la riferisce: quella è la posizione della Comunità, poi i singoli possono anche non condividerla. Pensano nel breve, medio e soprattutto lungo termine.

I musulmani invece non solo sono divisi, ma sono anche disorganizzati: chiunque si sente autorizzato a spacciarsi per "rappresentante", a rilasciare interviste e dichiarazioni, a spararla grossa. Poi si scatena il solito teatrino di accuse e recriminazioni: "ma quello è un macellaio che non capisce niente di politica estera", "ma quello è un venduto traditore della causa palestinese" e via di questo passo, con il risultato che si screditano tutti a vicenda davanti a quelli "che contano". Di lobbying, neanche l'ombra: spesso e volentieri si esprimono pareri e si decidono iniziative contradittorie senza valutare minimamente le conseguenze. Non si pensa al dopo. E in effetti, puntualmente, si verificano veri e propri disastri: I politici fanno a gara per prendere le dovute distanze, la condanna è sempre bipartisan, l'intesa con lo stato si allontana mentre i decreti di espulsione piovono. La domanda sorge quindi spontanea: non sarà mica colpa nostra se i palestinesi si trovano ora in questa situazione e nessuno osa stare dalla loro parte?

* Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, a persone realmente esistite o esistenti o libri effettivamente pubblicati è puramente casuale.

sabato 10 gennaio 2009

Badanti ma anche sponsor

Un emendamento della Lega Nord al disegno di legge anti-crisi richiede una tassa di 50 euro per il rilascio o rinnovo dei permessi di soggiorno dei cittadini stranieri e una fidejussione bancaria di ben 10.000 euro per gli extracomunitari che intendono aprire una partita Iva. Entrambi gli emendamenti - è stato annunciato - avevano raccolto il parere favorevole di governo e relatori, che - a polemica scoppiata - hanno smentito. Ovviamente ogni Stato è libero di intascare le tasse che più ritiene opportune. Ciò che è intollerabile però è che:

1) sia proprio la Lega Nord a proporre gli emendamenti in questione: evidentemente alla Lega fanno schifo gli immigrati, ma non i loro soldi.

2) che siano proprio gli immigrati regolari ad essere presi di mira: ormai è evidente che il problema non sono i clandestini, ma chiunque porti un passaporto non italiano.

3) la tassa di 50 euro (che va ad aggiungersi agli oltre 70 già pagati) corrisponda ad un servizio inefficiente (a voler essere gentili) che provvede a fornire, in mezzo a mille peripezie (a voler essere educati), permessi praticamente scaduti (nel frattempo l'extracomunitario è agli arresti domiciliari: può viaggiare solo entro i confini nazionali, tranne che in alcuni "periodi d'aria" concessi dal ministero verso il paese di origine).

4) chi ha proposto l'emendamento dica che "i costi per la gestione dell'immigrazione attualmente ricadono totalmente sulla fiscalità generale e quindi sulle tasche di tutti i cittadini di questo paese. Riteniamo necessario che anche gli stessi immigrati compartecipino e contribuiscano con una piccola parte a queste spese che li riguardano direttamente". Come se gli immigrati non stiano già pagando tasse, imposte, contributi, gabelle e balzelli vari (al pari e forse anche più dei cittadini italiani).

5) che la fidejussione richiesta sia pari al capitale sociale minimo di una Srl. Una somma spropositata anche per i cittadini italiani, soprattutto in questo periodo di crisi.

6) che il gettito cosi generato venga destinato ai Comuni di residenza dei cittadini stranieri ma utilizzato per l'attuazione di politiche di sostegno alle sole famiglie italiane. Evidentemente, oltre a fare da badanti, gli immigrati devono fare anche da sponsor (a voler essere eleganti).

venerdì 9 gennaio 2009

Immigrazione ereditaria

Repubblica

Ha trent'anni e, ora che pubblica il suo secondo album Paura di nessuno, il rapper Amir è stanco di dover spiegare a tutti che nonostante il nome e il colore ambrato della pelle, lui è un cittadino italiano. Nato a Roma e cresciuto nella periferia di Tor Pignattara in mezzo ad altri ragazzini romani come lui, ci ha riflettuto su un po' di tempo, e dopo aver partecipato a tante trasmissioni in cui alla fine inevitabilmente gli chiedevano cosa si mangiasse a casa sua, o gli estorcevano pareri sull'Islam e sul terrorismo internazionale, ha deciso che era venuto il tempo di mettere un punto fermo in musica sull'argomento, alla sua maniera, dunque in rap. E allora è nato il pezzo Non sono un immigrato in cui Amir Issaa, 30 anni, figlio di madre italiana e papà egiziano, cita la canzone dell'orgoglio nazionale per antonomasia, L'italiano di Toto Cutugno, quella del verso "Lasciatemi cantare, perché ne sono fiero/ Sono un italiano, un italiano vero".

E cosa è successo?

"È successo che sono stato sommerso dalle mail di tanti ragazzini immigrati e figli di immigrati che mi hanno criticato, che mi hanno detto: che fai, ti vergogni? La verità è che non mi vergogno affatto, continuo a pensare che siamo più ricchi degli altri, ascoltiamo lingue diverse, conosciamo mondi diversi. Ma siamo italiani al 100 per cento: ho amici italiani, figli di cinesi, che odiano il riso. Può bastare a rendere l'idea?".

Lei ha 30 anni, ha scoperto solo ora la diffidenza culturale nel nostro paese?

"No certo, solo che mi rendo conto che l'idea di una nazione multicolore, una realtà in Europa, in Italia fa fatica a fare breccia, forse c'è ancora bisogno di ribadire il concetto ogni volta che si può, c'è ancora confusione tra immigrato e figlio di immigrato. Ma devo dire che la situazione mi era sfuggita di mano anche come artista".

Cosa intende dire?

"Per il mio primo disco la mia casa discografica Virgin aveva puntato tutto sul rap del figlio dell'immigrato, sul rap etnico, un genere che tra l'altro non esiste, così mi sono ritrovato in situazioni che non ho saputo più gestire".

Con il risultato che ha cambiato etichetta e ha iniziato a collaborare con la Grande Onda di Tommaso Zanello, in arte Piotta.

"La verità è che la Virgin in Italia non esiste più, mi hanno lasciato solo perché sono scomparsi. Ne parlo in Svegliati, un appello a tutti gli artisti, non solo ai rapper: ce la possiamo fare, se lavoriamo assieme. La forza che fino a ieri le case discografiche avevano in monopolio oggi sta nelle nuove tecnologie e in internet. Alla portata di tutti quelli che hanno buone idee".

martedì 6 gennaio 2009

Sono tutte Case di Dio

In queste ore infuria la polemica perché alcune centinaia di immigrati di origine islamica, dopo aver manifestato a favore di Gaza, hanno pregato di fronte al duomo di Milano. E cosa avrebbero detto se invece di pregare di fronte al Duomo, avessero pregato dentro?
Foto di Giuliano Bastianello, 2006

domenica 4 gennaio 2009

Due complotti, due misure

A lanciare l'allucinante proposta, circa 3 anni fa, era Ida Magli, sedicente antropologa: "Dovrebbero immediatamente vietare con una legge apposita l’acquisto di qualsiasi bene immobiliare a chi non è cittadino italiano e residente in Italia da almeno trent’anni" perché "Dire Arabi significa dire musulmani" (sic) "e i musulmani possiedono enormi ricchezze (...) con le quali comprano le nostre aziende, le nostre case, i nostri negozi, i nostri territori, le nostre banche, i nostri giornali" (all'elenco mancavano solo "le nostre donne", ndr). D'altronde l'articolo era significativamente intitolato "La conquista musulmana dell'Italia" (sic). Riflessioni di tenore non tanto dissimile, ogni tanto, finivano sulle pagine di "prestigiosi" quotidiani, quali La Padania e Il Giornale: "il pericolo invasione arriva dal Sud e in particolare dai Paesi arabi. Mi chiedo, poi, se ci sia una regia occulta che punta alla distruzione dell’Italia e della sua civiltà. Non sono riuscita ancora a capire se ci sia una forza straniera che guida questo tentativo di distruzione dell’Italia". Ebbene, sembra che la Magli sia finalmente riuscita a individuare il colpevole. Anzi, il Colpevole. Quello di sempre.

Ripropongo un brano tratto da un suo editoriale risalente al 12 dicembre scorso: "Perché ci si trova oggi a dover precisare l’identità ebraica dei manipolatori della finanza mondiale? Perché esiste appunto una “visione del mondo” che li guida, un progetto di vita sul quale si fondano i dogmi che tutti noi, non ebrei, siamo stati obbligati a condividere dalla fine della seconda guerra mondiale: il primato dell’Economia nella struttura della società, il Mercato come massimo e quasi unico valore (non dimentichiamoci che anche Marx era ebreo). In realtà il “progetto” ebraico riguarda gli “altri”, tutti gli “altri” perché gli Ebrei per quanto riguarda sé stessi hanno sempre messo al primo posto la propria identità come “Popolo” e non si sono dati pace fino a quando non hanno ottenuto, con Israele, il proprio territorio, la propria patria, il proprio Stato. Ma agli altri popoli questo è negato. L’Europa del nazismo, del fascismo, della persecuzione razzista doveva pagare, o meglio non aveva diritto a sopravvivere se non cancellando la sua storia, la sua identità, i suoi sentimenti, i suoi valori, perfino la sua configurazione geografica, per abbracciare totalmente il modello ebraico. E’ così che è nata l’Unione Europea: eliminando la vecchia Europa".

Non voglio dilungarmi in commenti scontati. Tutto quello che c'era da dire, l'ho detto 3 anni fa (pensate un po'...) Voglio però ricordare che 3 anni fa scrissi anche, in una lettera aperta alle comunità ebraiche italiane, che "sono fermamente convinto che il clima odierno sia identico, in tutto e per tutto, a quello creatosi durante la II guerra mondiale. I perfidi musulmani, descritti dai media, quelli che si dissimulano e complottano, che non vogliono integrarsi bensì mantenere la propria specificità e conquistare il mondo, sono i degni eredi dei milioni di ebrei trucidati mediaticamente dai ministeri di Goebbels e Preziosi, prima ancora della Shoah (...) i media, i giornalisti e i politici usano un linguaggio identico a quello della propaganda nazista: basta sostituire alla parola "razza" quella di "cultura" e a "ebrei" quella di "musulmani" e il risultato è a dir poco sconvolgente. Ma anche premonitore. Dopo la fase della propaganda si arriva sempre a quella delle leggi speciali: domani i musulmani, come voi in passato, potrebbero essere esclusi dalle scuole o dagli uffici pubblici, se non addirittura dai mezzi di trasporto (v. articolo Corriere, 3 gennaio 2009, ndr), in nome della "sicurezza". E se staremo zitti, noi e voi, dopodomani passeranno alle deportazioni, e chissà, forse quella minoranza criminale tenterà di portare a termine ciò che non è riuscita a concludere negli anni 40".

Era proprio questo il punto: chi "ora milita contro i musulmani ma che un giorno, prima o poi, si rivolgerà di nuovo verso i nemici di sempre, e cioè la comunità ebraica che ancora oggi sente la Shoah come una ferita viva". Di non essere "inconsapevoli del mostro antiebraico che ora è accontentato e distratto dal gingillo dell’odio antislamico". A quella lettera rispose solo il Presidente della Comunità ebraica di Torino, Tullio Levi il quale - con grande coerenza - ha in seguito partecipato all'inaugurazione della mostra "Islam e Ebraismo. Arte, Storia, Convivenza" (curata dal sottoscritto) assieme al Ministro Plenipotenziario dell'Ambasciata Israeliana a Roma, Elazar Coen. Gli altri, invece, rimasero zitti. In particolare il fronte dei blog (vero, rosalucsemblog?), e soprattutto quello dei filo-israeliani di professione. Non uno di loro si è degnato di scrivere due parole due per stigmatizzare le accuse di "complotto islamico". Anzi, qualcuno elogiava e magnificava i deliri di chi avrebbe voluto vietare agli immigrati musulmani di accendere un mutuo. Dove erano tutti quelli che si sono stracciati le vesti per il recente articolo della Magli, quando questa scriveva le stesse cose dei musulmani? Su Google ci sono 4100 risultati per "Ida Magli Progetto Ebraico", molti di condanna e di scherno. Per "Ida Magli Complotto Islamico" i risultati sono 1120. Gran parte di condivisione e sostegno. Con quale faccia, quindi, accusano la Magli di Anti-semitismo? Ma non sono semiti anche gli Arabi contro cui si scagliava negli editoriali di 3 anni fa?

sabato 3 gennaio 2009

Per una legge contro l'anti-islamismo

Ieri ho ripreso su questo sito un articolo del Corriere Canadese che raccoglieva il grido della comunità musulmana francese in seguito ai sempre più frequenti attentati alle moschee e alle profanazioni di tombe musulmane. Nell'articolo, Samy Debah, presidente del Collettivo contro l’islamofobia di Francia, ha parlato di un nuovo cittadino francese e musulmano che "vuole vivere il suo Islam affermando la sua cittadinanza francese e reagendo alle aggressioni". Mi interessano proprio queste ultime parole-chiave: "reagire alle aggressioni". L'articolo illustrava varie proposte in quel senso: la creazione di un osservatorio sull'islamofobia e l'approvazione di una legge che porti al “riconoscimento degli atti islamofobi” punendo penalmente i colpevoli. L'articolo è stato introdotto dal sottoscritto con il titolo "Una proposta valida per l'Italia" ma un lettore ha commentato consigliandomi di cambiarlo poiché "Di leggi contro le violenze a sfondo razziale ci sono, non credo ci sia bisogno di precisare verso chi devono essere punite e come. Vanno punite e basta". Ebbene, chi legge questo blog sa che il sottoscritto non si limita a denunciare i fenomeni di discriminazione che riguardano la comunità islamica, ma che si presta ben volentieri a mettere in risalto i fenomeni di razzismo che coinvolgono qualsiasi comunità straniera residente in Italia: rumena, cinese, africana...non importa. E questo proprio perchè parto dal presupposto che le violenze a sfondo razziale vanno denunciate e punite indipendentemente dalla nazionalità, fede o qualsiasi altra caratteristica della vittima. Ha perfettamente ragione quindi, il lettore, quando afferma che la "richiesta più giusta sarebbe quella di dire al governo di applicare le leggi già esistenti". E in effetti questa richiesta è stata più volte ribadita da queste pagine e non è stata rivolta solo al governo ma anche alla Magistratura e alle Forze dell'ordine, ovvero a chi è direttamente chiamato a punire e a individuare gli autori di tali crimini.

Detto questo, però, non va dimenticato che la comunità più tartassata dal punto di vista "razziale" (o "religioso" se preferite) - soprattutto sui media - è quella musulmana. Vuoi per il terrorismo, vuoi per il conflitto mediorientale, ma è un dato di fatto che mentre le altre comunità sono oggetto di attenzione mediatica solo quando si verifica qualche episodio (normalmente di cronaca nera) a loro collegabile, quella musulmana è invece sempre indicata nella veste del colpevole. Anche a sproposito, anche quando non c'entra affatto, per esempio quando un parroco decide di propria iniziativa di mettere una moschea nel presepe o un'insegnante atea decide di togliere il crocefisso dall'aula. In circostanze eccezionali quindi, ci vogliono misure eccezionali. Dopo la Shoah, la maggior parte dei paesi occidentali si è dotato di apposite leggi contro l'antisemitismo. Qualcuno lo dimentica, ma i musulmani sono stati vittima di una vera e propria Shoah nei Balcani (a dimostrazione del fatto che i genocidi razziali possono tranquillamente ripetersi oggi). Inoltre sono regolarmente sottoposti ad una propaganda che definire nazista è un eufemismo. In un primo momento, quindi, è bastato osservare che anche gli arabi sono semiti affinché il sottoscritto proponesse "di estendere le frontiere della persecuzione legale di crimini o offese antisemite, nell’immaginario comune e soprattutto nelle aule dei tribunali, alla fiorente industria letteraria o alla sua trasmissione orale che qualifica gli arabi con i peggiori epiteti e luoghi comuni". Si tratta di una proposta ideale, difficile da concretizzare poiché parte dal presupposto che "l'uomo di strada" si renda conto che sono semiti sia gli ebrei che gli arabi. E che si convinca che i musulmani oggi vengono di fatti trattati come gli ebrei di allora. Non solo propaganda dunque. Vengono persino fatti scendere dagli aerei, sottoposti a controlli speciali, a trattamenti extra-giudiziari, a provvedimenti di espulsione non motivata e via dicendo. Inutile sottolineare la difficoltà insita nel convincere della validità di questi dati chi non sa manco con quali stati confina l'Italia e chi percepisce l'immigrato musulmano solo come prevaricatore che "ruba il lavoro" e "vela l'harem". La proposta, inoltre, ha un difetto: non tiene conto del fatto che il dato etnico "arabo" non corrisponde al dato religioso "musulmano" quando sono i musulmani in generale (e non solo quelli arabi) ad essere discriminati.

Partendo da questi presupposti, sono arrivato alla conclusione che ci vuole una legge apposita contro l'anti-islamismo.
Chi mi legge sa che non amo usare il termine islamofobia poiché quest'ultimo indica un'emozione umana (la paura, dal greco fovos) o anche, se preferite, una malattia e quindi non è perseguibile ai sensi della Legge. Un' "emozione" che così come può toccare i limiti della malattia può anche essere superata e facilmente sconfitta: il termine quindi, tutto sommato, suona "ottimista". L'anti-islamismo invece, proprio in quanto ideologia - oserei dire una "professione" - discriminante sulla base del credo religioso e della provenienza geografica dovrebbe invece essere perseguibile dalla Legge. Una legge d'emergenza per una situazione d'emergenza. Chi non è musulmano difficilmente può capire lo stato d'animo di una comunità che si sente nel mirino, che non si sente al sicuro. Quindi non pretendo che l'opinione pubblica in toto appoggi queste rivendicazioni. Nessuno però, può vietare a questa comunità di auto-organizzarsi e avanzare queste rivendicazioni con i mezzi a sua disposizione. Se - in numerosi paesi - esistono leggi speciali che proteggono la comunità ebraica, nonostante ci siano leggi contro le discriminazioni religiose in generale, e leggi che proteggono gli omosessuali, nonostante ci siano leggi contro le discriminazioni sessuali in generale, nulla e nessuno può vietare alla comunità musulmana di rivendicare leggi che proteggano specificatamente i suoi interessi in quanto musulmana.

venerdì 2 gennaio 2009

Proposta valida per l'Italia

All’inizio del mese, c’è stata la profanazione di 500 tombe musulmane nel cimitero militare di Arras, nel nord della Francia, per la terza volta in meno di due anni. Poi, sabato scorso, un incendio, di origine dolosa, nella moschea di Saint-Priest, periferia di Lione. Un incendio senza vittime e con pochi danni - solo il portone di ingresso è andata bruciato e alcuni testi religiosi - ma i due fatti di cronaca sono abbastanza perché la comunità musulmana non si senta più al sicuro. E così più di mille persone hanno manifestato domenica nelle strade di Lione e davanti alla moschea, con l’ingresso sbarrato e la facciata nera di fumo, per dire basta ad atti chiaramente anti-islam in aumento nel Paese e spesso impuniti e per chiedere al governo misure concrete fino ad una legge contro l’islamofobia, così come ce ne sono già in vigore per l’antisemitismo e l’omofobia. Si apre dunque un dibattito in Francia che, in due giorni, ha già coinvolto diverse personalità politiche, di destra e di sinistra, e anche tante associazioni di lotta contro il razzismo e di altri culti religiosi. Le denunce sono partite sin dai vertici dello Stato, con il presidente Nicolas Sarkozy che ha condannato «un atto vergognoso a carattere razzista» e ha promesso che gli autori saranno trovati e puniti. È proprio quello che vorrebbero le istanze musulmane: «Le numerose testimonianze di solidarietà vanno bene», ha sottolineato il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Mohammed Moussaoui, «ma è necessario che le istituzioni prendano tutte le misure perché i luoghi di culto non siano più incendiati e le tombe profanate». Basta con il fatalismo, basta con l’indifferenza, il problema non si può più prendere sotto gamba, sembra gridare il mondo musulmano francese. Un’idea che sembra riassunta nell’affermazione di Samy Debah, presidente del Collettivo contro l’islamofobia di Francia: «Il nuovo homo islamicus - ha detto Debad - più colto ed integrato, vuole vivere il suo Islam affermando la sua cittadinanza francese e reagendo alle aggressioni». Creare un Osservatorio sull’islamofobia è una delle proposte di Azzedine Gaci, presidente del Consiglio regionale del culto musulmano. E poi passare al concreto con una legge che porti al “riconoscimento degli atti islamofobi” e punisca penalmente i colpevoli. Intanto, dopo le manifestazioni di Lione di ieri, l’appello è ad una giornata di mobilitazione, questa volta, in tutto il Paese. (Corriere Canadese)

giovedì 1 gennaio 2009

Buon 2009!

Inaugurazione del Museo di Arte Islamica a Doha, 2008